Paolo Triulzi: I me medesimi. N. 4 Carlo

Numana, foto gm

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Paolo Triulzi: I me medesimi. N. 4 Carlo

A volte sì, a volte io mi accorgo di come sono vestito. Passiamo davanti a una vetrina e io mi avvedo di come vado in giro conciato. Sì, a volte io mi avvedo di essere vestito come un deficiente.
La gente non crede che io possa raggiungere questo grado di consapevolezza, ma io posso. Soprattutto non lo crede mia madre, che mi sceglie i vestiti. Il problema non sono i vestiti, naturalmente. È pure vero che per la maggior parte del tempo io non mi avvedo di quel che indosso e, vagamente, percepisco appena me stesso. Quindi il problema non sono mai i vestiti, il problema è la consapevolezza. Quasi io non vivessi nello stesso mondo in cui vivono loro. Quasi non vedessi la televisione, le persone, le dinamiche umane.
Anzi, io bado molto alle dinamiche umane. Ma solo quando capita che mi ci soffermi, perché, per la verità, la maggior parte del tempo io non faccio caso alle altre persone. Il fatto è che non mi toccano particolarmente gli affanni dell’umano genere. Io ho i miei, loro i loro e ognuno i propri. Questo è quello che credo, che mi è sembrato di capire dai libri che un po’ di tempo fa leggevo. A volte, però, mi capita di appassionarmi a questo o quell’evento. Roba piccola: una discussione in coda alla cassa del supermercato, una piccola arringa davanti al bancone del salumiere, un approccio amoroso fra adolescenti. Io osservo tutto, in questi casi. Le mani, gli occhi, la respirazione. E resto lì a bocca aperta, ma letteralmente, a fissare la scena, mentre ogni dettaglio mi investe e mi si espande dentro e io sono impegnato a mettere tutto al suo posto. Mia madre in questi casi, evidentemente non immagina che io stia facendo quello, mi dice sempre: non fissare.
Sempre, ho detto. Sempre è un eufemismo, dato che, come ho detto, io per la maggior parte del tempo non bado alla gente. Del resto anche quello che dice mia madre spesso non lo ascolto. Ci si potrebbe chiedere a questo punto: cos’è che faccio spesso? Sì, è una buona domanda.
Il fatto è che non lo saprei dire. Io non mi sento collegato esclusivamente a una sola realtà, si può mettere così. Spesso parto per dei viaggi che, una volta tornato, non saprei dire dove sono stato. Altrove, è la risposta migliore credo. A volte io mi sento come un albero. Piantato nella terra e attraversato da flussi di linfa luminosi che corrono su e giù. Mi sento di ricevere energie calde da sotto e altre fresche da sopra. I flussi non si scontrano mai, ma scorrono lunghissimi e paralleli dentro di me. I flussi caldi e quelli freddi corrono talmente vicini e alternati da creare nel complesso una sensazione che mi fa sentire sì piantato nella terra, ma anche come se fossi un onda nel mare: con migliaia di particelle di me stesso che si allargano e poi concentrano e che scambiano energia con milioni di altre particelle simili a quelle che compongono me, ma che non sono me.
Del resto questo era solo un esempio, per far capire meglio. Non posso dire con esattezza dove vado ogni volta. Non lo so dire. So solo che a volte è così, come altre volte seguo le dinamiche umane o altre mi avvedo di essere vestito come un deficiente. E mia madre certo non lo direbbe che me ne avvedo. Lei per lo più mi dice: Carlo non fissare, o: Carlo ma che ci fai ancora alla finestra, e afferra la sedia a rotelle e mi dice: dai, andiamo a fare il bagno così poi ti cambio, oggi ti metto la maglietta rossa: la tua preferita. Da questo si capisce che questa donna non crede che io, a volte possa avvedermi del fatto che lei mi veste come un deficiente.
Del resto non ha importanza, per la maggior parte del tempo io non mi avvedo dei vestiti che indosso. Per la maggior parte delle volte io dalla finestra non ci guardo neanche.

© Paolo Triulzi