Una frase lunga un libro #34: Antonio Paolacci, Flemma

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Una frase lunga un libro #34: Antonio Paolacci, Flemma, Morellini editore, 2015, € 11,90

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Macaco osserva la goccia d’aria bloccata per sempre sul fondo del bicchierino, nel centimetro di vetro che fa da base al piccolo recipiente. Vorrebbe posare le armi ma non ce la fa, vorrebbe arrendersi ai bicchierini di liquore, buttarsi in ginocchio e chiedere perdono ai bicchierini. Vorrebbe anche lui un poco chiamare liquorino un dito di Vecchia Romagna, ma non gli riesce. Deve per forza sottrarsi dalla scena e può farlo solo guardando quel ragazzetto lentigginoso che ogni tanto butta un occhio all’orologio appeso al muro. Quel ragazzetto da salvare. Quel ragazzetto già perduto.

Scriviamo di un libro uscito due volte, la prima nel 2007, la seconda oggi. In realtà ci occupiamo di un libro nuovo, se non nuovissimo, per parecchi motivi. Il più semplice e logico è che la versione uscita in questi giorni per Morellini è completamente revisionata dall’autore. Già questo fa sì che Flemma 2015 sia diverso da Flemma 2007, anche Paolacci lo è, in otto anni cambiano un sacco di cose, ma dicevo questo è il motivo più immediato. L’altra cosa importante è che io la versione di allora non l’ho mai letta, quindi Flemma è questo che ho davanti a me, sul mio tavolo. Questo romanzo sembra proprio scritto in questi mesi, un romanzo che tiene conto dei tempi. Il fatto che i suoi protagonisti: Davide, Nicola, Luca, Macaco, siano giovani e siano giovani di dieci/dodici anni fa, quindi di allora, non toglie un briciolo all’importanza attuale della storia che Antonio Paolacci racconta. Flemma fotografa una generazione che aveva poco più che vent’anni nel 2000, ragazzi con una laurea in tasca e sogni consumati in fretta. Partiti da qualche sud, in questo caso il Cilento, per arrivare in qualche nord, nel nostro caso Bologna, per fare che cosa? Niente, alla fine, il continuo oscillare tra ribellione/rabbia e aspirazione/accettazione produsse (e produce) un’altalena sulla quale dondolarsi è rischioso e spesso è vano. Così è per ogni generazione, e per ogni generazione lo è diversamente.

Davide vive a Bologna e fa l’attore, ogni sera indossa una maschera e fa spettacoli nei bar, nei centri sociali, già solo questo evoca uno scenario. Fumo, sigarette arrotolate, canne, tossici, musica a palla, bevute, sesso. Questo è lo scenario di superficie. Ci spostiamo e vediamo piccoli monolocali, poco puliti, mobili che non sono e che mai sarebbero nelle case di origine di molti di questi ragazzi. Vediamo cos’altro? Pochi soldi, sentiamo domande alle quali non c’è risposta. Cosa sto facendo? Dove sto andando? Che vita è? Cosa accadrà? Domande che nessuno fa, ma sono lì presenti, sembrano salire con la nebbia di Bologna, col freddo desolato di via Stalingrado, quello che si può capire solo uscendo di notte da una tangenziale. Paolacci ci mostra da subito un disagio profondo, senza nominarlo, è presente nelle ragnatele su una parete, è presente in baci che non significano niente, è presente in tentati suicidi e in caustiche battute. C’è una gioventù che ha brancolato nel buio, che quando si è perduta poi non ha più saputo ritrovarsi. Ricordiamoci, però, (e Antonio Paolacci se lo ricorda) che una generazione che si perde lo fa non solo per proprie responsabilità, la disgregazione sociale riguarda tutti, riguarda i padri e riguarda i figli e quelli che verranno ancora. Davide fa l’attore, un amico gli fa una proposta assurda di tornare in Cilento per compiere delle rapine, per dare alla loro vita una svolta. L’idea è talmente ridicola che in qualche maniera fa presa su Davide, l’impressione che non siano i soldi a spingerlo, lo spinge tutto quello che non va, anche una specie di risentimento, una sorta di stanchezza. Clara, una fumettista, le sue angosce, la sua voglia di morte. Luca che vive in Cilento ed è un ragazzino si accorgerà di desiderare il suo amico del cuore, scoprirà l’omosessualità, lì al sud in una scuola di provincia, lui che non riesce a controllare da sempre le parole, i gesti, scoprirà come si fa in fretta a essere esclusi da un gruppo. Il Macaco che dopo aver letto un libro consigliatogli da Davide (libro che per Davide è quasi un’ossessione) scatenerà qualcosa che aveva dentro, che non sapeva di avere, qualcosa di distruttivo, molto più vicino alla noia che alla rabbia. Molti di questi ragazzi desiderano la morte perché qualcosa è morto, eppure non sanno rinunciare alla vita.

Tutti i personaggi di Paolacci sono scossi da qualcosa, a volte è la paura, sempre è la solitudine, più raramente è l’amore, in tutti è presente un’assurda forma di malinconia che domina su quel disagio collettivo di cui scrivevo più su. La prosa di Paolacci è bella, molto curata, il linguaggio è scelto precisamente, ogni parola qui è stata pesata; tutto questo rende il libro di una fluidità e di un ritmo notevoli. Si passa di battuta in battuta, di capitolo in capitolo nella spola tra Bologna e Cilento, al ritmo di rock, si sente proprio la musica. Un libro dove contano le maschere e quello che dietro le maschere sta, conta tutto quello che non si riesce a dire, contano gli abbracci quando non si danno. Si arriva in fondo, al sorprendente finale, e ci si domanda quale sia il genere in cui collocare questo romanzo, ci si risponde molto in fretta e lo si mette tra quelli belli.

© Gianni Montieri su Twitter @giannimontieri

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