Paolo Triulzi: I me medesimi. N. 1 Adelmo

Parigi, 2015 foto GM

Parigi, 2015 foto GM

Paolo Triulzi: I me medesimi. N. 1 Adelmo

Mi scusi, gli dice un ragazzo, ma già l’ha urtato. Sì, biascica Adelmo e continua a fissare in giù. Tiene la testa un po’ in avanti, fisso come un palo, la borsa di cuoio in mano, l’impermeabile allacciato sullo stomaco prominente.
Non si muove, Adelmo. Oggi no. Tutto il giorno ci vuole stare, e anche la notte se serve. Intanto? Intanto niente, resta lì a fissare come un cane da guardia. I ricordi gli passano in testa quasi senza che lui li richiami, e così anche i pensieri. Adelmo ha, dentro la testa, come un fiume. Un fiume che va, che scorre, che fischia come il vento in montagna. È un fiume fatto di immagini, di parole dette che a momenti si collegano e sembra di capirci qualcosa. Altre volte sembra tutto un caso. Una catena di eventi successi così: uno dopo l’altro, ma senza nessuna connessione. Adelmo, però, oggi vuole un perché, o almeno scoprire se c’è un perché.
È già pomeriggio, in ufficio non c’è andato. Cosa combina Adelmo? Nenche avvisa… Si dicono in ufficio. Ma dai, avrà avuto un giorno così. Nessuno ha il coraggio di telefonargli a casa, però. Poi magari risponde. Vorrà restare solo, si dicono. Adelmo, infatti, resta solo.
Ha preso un caffè. Poi stare nel bar o uscire era la stessa cosa, allora è uscito. La gente che lo urta o non gli parla, è tutto la stessa cosa. Ma lo volete capire che sua figlia è morta? Non ce n’è un’altra. Non c’è neanche un’altra vita per fare un’altra figlia e fingere che quella sia la stessa di prima.  Non c’è un’altra vita, solo questa qui. E allora Adelmo vuole sapere il perché. Esige di sapere il perché. Ha il diritto, sacrosanto, di sapere il perché. O almeno se c’è un perché. Adelmo infatti sa che potrebbe non esserci, ha preso in considerazione tutte le possibilità.
È tornato per strada, davanti al palo. Sul palo, in cima, ci sta il cartello del divieto di sosta, a metà c’è il cestino della spazzatura. Al palo è legata la bicicletta di sua figlia. L’ha trovata proprio lì: sul percorso per andare al lavoro. Come se ce l’avessero messa apposta. Allora quel tassello che sembrava una pura fatalità è diventato importante e ora a quell’unico evento, circostanza, nesso causale, Adelmo chiede tutto.
Il banale svolgimento dei fatti ormai se lo sarà ripassato mille volte. Lei è in giro in bici. Al lavoro, all’università, Adelmo questo non lo sa bene. Però sa che gliel’hanno rubata, Lei ha telefonato a casa alla madre. La moglie di Adelmo ha ripetuto parola per parola quella telefonata mille volte. La ripete ancora a quelli che la vanno a trovare. Poveretta, pensa Adelmo, ma lui intanto è due giorni che guarda quel palo. Anzi è sera, la sera del secondo giorno. Fa notte e Adelmo non si muove. La bicicletta è sempre lì.
Adelmo non sa o perlomeno sa come sanno tutti. I giornali, le foto, un mucchio di servizi al telegiornale regionale. L’autobus, il SUV, i pedoni. Lei era sull’autobus. Morta così, in un modo spettacolare e anonimo insieme. Poi la bici rispunta, pensare che la bicicletta lei la usava sempre. Adelmo la riconoscerebbe anche se la riverniciassero. Vedere sua figlia e vedere la sua bici era quasi la stessa cosa. Non poteva adesso apparire la bici e non voler dire niente. Almeno vedere in faccia il ladro e poi… Adelmo non lo sa. Non è vendetta che vuole, mica è stato il ladro a far capottare l’autobus, solo che… non lo sa, Adelmo lo vuole vedere.
È l’alba del terzo giorno. L’unica cosa che è cambiata è la barba sulle guance di Adelmo. Ormai ha rivisto tutto il film, ha ripensato tutti i pensieri. Il fiume nella testa è andato in secca. Sbatte gli occhi, rilassa i muscoli della schiena. Lascia la borsa di cuoio e si stropiccia il volto con le mani. Alza le braccia al cielo, si stira. Il bar ha appena aperto, Adelmo entra per farsi fare il caffè. La bici è rimasta sempre lì, nessuno che si sia fatto vivo. Al bar gli dicono che la macchina è fredda, che se aspetta dieci minuti poi il caffè glielo fanno. Adelmo si siede, le ginocchia dure e la schiena anche. Guarda dalla vetrina e vede sempre la bici, ma ormai sembra un’altra bici. L’ha guardata così fissa per tanto tempo: è come se l’avesse snaturata.
Passano i dieci minuti. Anche un quarto d’ora. Gli portano il caffè. Adelmo vorrebbe anche una brioche, dopo la chiederà. Mentre prende il caffè dalla vetrina vede che qualcuno armeggia con il lucchetto che chiude la bici di sua figlia. È un uomo, imbacuccato per il freddo della prima mattina. Anche Adelmo si accorge di avere freddo e un brivido gli attraversa il corpo.
L’uomo parte, è già partito. La bici non c’è più. Adelmo finisce il caffè e posa la tazzina al centro del piattino. Non che gli servisse poi così tanto ‘sta bici, pensa.

© Paolo Triulzi

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