Recensione a Éric Chevillard, “Sul soffitto”

Éric Chevillard, Sul soffitto, Del Vecchio Editore 2015, trad. Gianmaria Finardi - € 14,00

Éric Chevillard, Sul soffitto, Del Vecchio Editore 2015, trad. Gianmaria Finardi – € 14,00

Non è stato previsto nulla per noi. Spesso, i soffitti sono troppo bassi. Tutti i vestiti che si infilano dalla testa hanno delle scollature ridicolmente strette. Per gli architetti e i sarti, è come se noi non esistessimo. A loro non verrebbe in mente di lavorare pensando alla nostra singolarità, di tenerne conto, ma destinano le loro creazioni alla maggioranza e poco importa che non passiamo da queste gattaiole, essi mirano a un successo di massa, noi siamo una quantità trascurabile. Risento duramente di questo disprezzo. E se io stesso, con uno spirito di rivalsa, ovvero di giustizia, decidessi di interessarmi unicamente alla gente della mia specie, come verrei giudicato? Smettendo di rivolgermi a tutti, di operare per la comunità, se mi dessi come obiettivo di soddisfare coloro che portano una sedia rovesciata sulla testa, solamente quelli, cosa si direbbe di me? Che faccio gruppo a parte, che favorisco gli iniziati, che attribuisco più valore all’approvazione di un’élite che alla riconoscenza popolare, e i miei lavori sarebbero definiti esoterici, sarebbero visti nella migliore delle ipotesi come piccole curiosità decadenti, nella peggiore alla stregua delle più oscure e pretenziose parabole.

Se i figli d’Irlanda sono troppi e non sapete come sfamarli, propose un giorno Jonathan Swift, metteteli all’ingrasso da piccoli e poi vendeteli ai padroni. Fu un giorno grandioso per la tecnica del paradosso, e sicuramente un giorno in cui molte bocche si chiusero dopo essersi spalancate di scatto. Sul soffitto di Éric Chevillard, oggi in libreria per Del Vecchio Editore (traduzione e cura di Gianmaria Finardi), è un esempio di satira che sa tenere tra le mani la carica e il suo disinnesco, non perdendo mai, neanche nei momenti più acuminati, la sua gentilezza.

Il protagonista, ci viene detto quasi di sbieco, si è visto imporre da giovane una sedia sulla testa per migliorare la postura. Ha autonomamente deciso di non abbassarla più. Il suo cranio, dice, è molto più duro e fragile delle sue natiche, la tensione lo tira al cielo e da quel momento, per comodità e natura, fa parte di quel gruppuscolo di uomini sfuggenti e malvisti che va in giro con una sedia in testa. Le sue amicizie più strette sono un uomo che ha smesso di lavarsi per arrivare a fare una scultura con il suo odore e una donna che non vuole dare alla luce i figli perché vede il parto come una violenza brutale.
Ci si potrebbe già interrogare, a questo punto, sul genere di partenza del libro. Appartiene alla letteratura fantastica? O è per caso una distopia? O una storia di quelle che sbrigativamente (erroneamente) chiamiamo favole e ancor peggio fiabe, perché non riusciremmo a definire altrimenti la loro sospensione? O è forse un trattatello, un’apologia, un racconto?
Il punto è che Chevillard è uno scardinatore di lingua e di genere. Tutto è assunto nel suo universo di riferimento, e dunque tutto è possibile. Resta solo una storia, quella dello sgombero forzato del narratore e dei suoi amici che finiscono a vivere a testa in giù sul soffitto di Méline, ragazza borghese fidanzata del protagonista, da sempre curiosa di provare cosa voglia dire avere una sedia in testa ma che, messa alle strette, tenta di riportarlo con i piedi per terra. I genitori di lei non fanno che chiedersi, e chiedere, come quel piccolo gruppo riesca a non cadere, ma a loro non sembra che stiano effettivamente centrando il punto: la domanda dovrebbe piuttosto essere “quali sono le vostre aspirazioni? perché al pavimento preferite un soffitto?”. Non saremo stalattiti alle stalagmiti che siete, è il pensiero del protagonista mentre medita il nuovo corso della sua vita e nuovi modi per accedere ai soffitti del mondo, dove lui e la sua sedia acquisteranno finalmente una dimensione riconosciuta come “normale”.

(…) voglio potere indossare qualcosa di diverso da felpe o da vestiti che si abbottonano sul davanti, voglio poter entrare in auto che non siano decappottabili o approfittare dei mezzi di trasporto collettivi. Non chiedo altro che di dissolvermi, ma me lo impediscono. Poi mi indicano con il dito, guardatelo, ancora uno di quei poveracci capaci di tutto pur di attirare l’attenzione. Ecco cosa sento dire.

Immaginazione al potere? No. Che si abbia una sedia in testa o meno, che si risponda o meno alla forza di gravità, si è uomini. La vera riflessione potente di Chévillard, nel suo funambolismo di immaginario e di sintassi, non è tra una presunta chiusura o apertura di pensiero. Il suo è un romanzo sugli steccati della tolleranza e dell’integrazione, dove una minoranza minima, tanto più universale in quanto surreale, è lasciata indietro e stigmatizzata, libera di rispondere con il rancore o con l’indifferenza. Qualcuno, si chiederanno tutti, obbliga il protagonista ad andare in giro con una sedia in testa? Il libro risponde a questa domanda con l’episodio della postura, ma è una risposta tangenziale. Potremmo andare oltre e domandarci: e se anche no?

Le mie esigenze sono modeste. Si tratterebbe solamente di rialzare un po’ i soffitti.

© Giovanna Amato