Dalla parte di Fantozzi

fantozzi

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Quando guardiamo i film di Fantozzi ridiamo tanto, e ridendo ci sentiamo migliori di lui. C’è insomma qualcosa di distanziante nel nostro divertimento, un confortante senso di superiorità: io non sono Fantozzi, e per questo me la rido, perché io non sono così goffo, squallido, disgraziato, deriso da tutti. Qualcos’altro si aggiunge però di nascosto alla pura comicità, amareggiandola. Un vago senso di compassione davanti a tutte quelle disgrazie più o meno meritate: quel senso di compassione è il “sintomo” del meccanismo inverso rispetto alla distanziazione, e cioè l’identificazione. Come dire, anche mentre rido di lui sotto sotto io mi sento Fantozzi, perché è capitato o può capitare anche a me di sentirmi l’ultimo degli ultimi, senza qualità e il bersaglio di tutti; lo respingo comicamente, e al tempo stesso riconosco qualcosa di me in lui, intravedo in tanta smisurata inettitudine l’infinito potenziamento della mia. Non siamo lontani dalla vecchia di Pirandello, dove il nodo tra ridicolo e patetico era altrettanto insolubile, ma in un rapporto molto più stretto e doloroso con la realtà. Qui ci troviamo invece di fronte a un personaggio che risulta essere l’apoteosi della sfiga, un’iperbole del fallimento: Fantozzi è infinitamente ridicolo, non ha colpe particolari se non quella assoluta di essere Fantozzi, e per questo non riusciremo mai a condannarlo (ridendo) fino in fondo. Fantozzi ha il diritto, e noi con lui, di essere un totale disastro.

Fin qui l’identificazione è però ancora molto nascosta; quasi inconfessabile, dato il carattere socialmente impresentabile del personaggio; al limite inconscia, secondo le categorie di ritorno del represso teorizzate da Francesco Orlando. Se da piccoli tutti noi lo abbiamo imitato, è più per un gioco col grottesco che per una solidarietà esplicita. Ci sono però dei momenti in cui, dopo aver riso ancora una volta dei suoi guai, passiamo davvero e risolutamente dalla parte di Fantozzi. Se ciò avviene è perché il mondo che lo circonda non è affatto migliore di lui, ma possiede anzi difetti anche più gravi e imperdonabili. Fantozzi gioca quindi in certi casi il ruolo del “capro espiatorio”, per usare l’espressione con la quale Freud definisce nei motti di spirito le figure di facciata: ridiamo cioè solo in apparenza di lui, mentre stiamo ridendo di qualcosa di molto più grande e importante. Ridiamo ad esempio del suo pietoso sottomettersi a dirigenti e presidenti della Megaditta, mentre in realtà a essere messa alla berlina è una certa idea magniloquente e vuota di autorità, annunciata fin dalle cariche iperboliche: Megadirettore Galattico Duca Conte Balabam, Magadirettore Clamoroso Duca Conte Pier Carlo Ing. Semenzara, Direttore Onorevole Cavaliere Conte Diego Catellani, fino ad arrivare alle irresistibili serie di abbreviazioni di insulti divenuti onoreficenze: Magadirettore Ereditario Dottor Ing. Gran Mascalzon. Di Gran Croc. Visconte Cobram, Il Gr. Ladr. Farabut. di Gr. Croc. Mascalz. Assass. Figl. Di Gr. Putt. Marchese Conte Piermatteo Barambani Megalolm, Direttore Naturale Gran Mascalzon. Lup. Mann. Pezz. Di Merd. Dott. Barambani. Evidentemente qui a essere derisa e portata all’assurdo è la maniera pomposa e retorica di assegnare titoli e appellativi (che è una maniera tipica dei paesi latini, se l’understatement anglosassone finisce per chiamare Mr. perfino il presidente degli Stati Uniti). Ne constatiamo continuamente gli effetti tronfi, ridicoli e a volte antifrastici, negli “onorevoli” della politica, nei “magnifici” rettori e  “chiarissimi” professori delle università, e insomma in tutti quegli appellativi che nella loro solennità risultano involontariamente comici, soprattutto se riferiti a persone che ne sono l’esatto rovesciamento. Non devono sfuggire nell’elenco fantozziano le varie tracce residuali e fuori posto di nobiltà (duchi, conti, visconti, marchesi…), richiami a un tempo in cui esisteva lo sbarramento rigido e impermeabile della divisione in classi. Qui abbiamo invece a che fare con distinzioni altisonanti, inventate, false: la sensazione è che perfino Fantozzi potrebbe emanciparsi dall’essere Fantozzi se non fosse inesorabilmente condannato a essere Fantozzi. Tra l’altro i padroni sono grotteschi e mediocri tanto quanto i loro subalterni, ma non essendoci solidarietà reale tra gli impiegati lo stesso conflitto sociale, parodiato, diventa un pretesto. Alla fine del primo episodio Fantozzi, diventato momentaneamente comunista, è a colloquio col Megadirettore Galattico, forse l’unico dirigente dotato di un carattere stellare e rasserenante, anche quando dice cose atroci o crudelmente subdole, come questa: “È questione di intendersi, di terminologia. Lei dice padrone e io datore di lavoro, lei dice sfruttatore e io benestante, lei dice morto di fame e io classe meno abbiente”. In una società dove non esistono più privilegi di nascita tutto diventa davvero questione di terminologia, per sventare il rischio di essere uguali tra gli uguali, che il denaro non basti a distinguerci. Certo, Fantozzi è l’impiegato anni Settanta che gira con la macchina da impiegato anni Settanta e patisce lo svantaggio economico e i soprusi, ma il tutto è talmente spinto verso il surreale che manca completamente il pathos dell’impegno e della rivendicazione. Quello che sento molto forte in quei film è piuttosto il bisogno di uscire dalla finzione dei nomi, dalla prosopopea che ci illude che esistano ancora superiorità di fatto, sancite a priori. In fondo in quale maniera tra le tante Fantozzi viene continuamente delegittimato? Storpiando il suo nome (Fantocci, o Pupazzi), o assegnandogli un epiteto che diventerà la sua personale onorificenza e collocazione nel mondo (Merdaccia). Affermo il mio nome anche negando il tuo, io sono io e tu non sei un cazzo.

Altro aspetto che accomuna impiegati e dirigenti: quasi tutti parlano male, tormentano i congiuntivi, risultano molto ignoranti. Solo il Prof. Guidobaldo Maria Riccardelli, quello della Corazzata Kotiomkin, ha pretese cinefile e intellettuali, e cerca di imporle ai suoi dipendenti. La liberatoria frase stroncatura (“La Corazzata Kotiomkin è una cagata pazzesca!”) spazza via una certa retorica da cinema d’essai (non il cinema d’essai), cumuli di intellettualismi da salotto, frasi fatte da addetti ai lavori, ma non fornisce nessuna alternativa, è solo una bonaria semplificazione che non entra nel merito. Naturalmente Fantozzi non poteva fare più di quello, e per questo concludo sganciandomi da lui. Per dire che a titoli e pose ipertrofiche spesso corrisponde una retorica ipertrofica, il compiacimento di non farsi capire, un atteggiamento da tecnocrati della parola. E capita che questo avvenga proprio in quegli ambienti dove sarebbe più forte la necessità di essere chiari. Negli ultimi mesi ho dovuto seguire corsi di formazione per docenti, e ho fantozzianamente provato sulla mia schiena la violenza istituzionale di un certo modo di parlare e ragionare ammalato di burocratese, gerghi di mestiere, inutili tecnicismi, contorti giri di parole. Ho sentito la malafede e la disonestà intellettuale (o forse l’incapacità intellettuale) di chi dovrebbe insegnare a insegnare ma non è lui stesso in grado di farlo. La complicazione superflua di alcuni funzionari della cultura è in fondo il risvolto pratico della voluta oscurità di certi pensatori e filosofi. Il linguaggio sembra essere così diventato il lasciapassare per ottenere illusori effetti automatici (di competenza nei primi, profondità nei secondi), ma è anche strumento di potere. Come avviene in certa politica, meno mi faccio capire e più ti controllo.

Com’è umano lei.

@ Andrea Accardi