Una frase lunga un libro #23: George Saunders, Bengodi e altri racconti

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Una frase lunga un libro #23: George Saunders, Bengodi e altri racconti, minimum fax, 2015; traduzione di Cristiana Mennella, € 16,00, ebook € 7,99

Puoi immaginare una collina, ma una collina immaginaria non è reale, non spande odore di trifoglio, nessun cagnaccio la discende rincorrendo un bambino fino a un cortile dove un padre si gratta davanti a una scacchiera piazzata sopra una vaschetta per gli uccelli. Puoi immaginare Ashtabula che dorme, ma non faresti giustizia alle facce comprese delle guardie davanti ai falò di sicurezza agli incroci. Ecco un ubriaco che urla consigli a un albero, ecco un fuoco acceso in un campo d’erba medica, ecco il fischio del treno che riecheggia da un muro con sopra scarabocchiato: Crepate Cazzoni che non siete altro. Verso Cleveland vedo una folla inseguire un maiale davanti a un Wal-Mart sventrato. Il maiale è sfinito e si ferma ansimante su un marciapiede. La folla sembra indecisa. Poi il più intraprendente si presenta come una spranga. Il maiale becca una botta in testa, poi ritrova energia e scappa di nuovo con la folla alle calcagna. Per fortuna a quel punto il treno svolta.

Qualche settimana fa avevo scritto per Doppiozero un articolo sui libri che avrei letto quest’estate, uno di questi era, appunto Bengodi e altri racconti di George Saunders, con un po’ di azzardo avevo anticipato che questi racconti mi sarebbero piaciuti e che il libro mi avrebbe seguito in vacanza perché lo scrittore americano scrive del cuore delle persone, in un modo o nell’altro, e scrivendo del cuore delle persone, del proprio centro, di quello che sta dietro a ogni stratificazione, raggiunge quello del lettore, non esattamente un gioco da ragazzi. Ho corso un rischio, ma non mi sono sbagliato. Qui sono raccolti alcuni tra i primi racconti di Saunders, si va alle origini e dalla nota dell’autore (bellissima) posta all’inizio scopriamo il come, il dove, il perché, sono stati concepiti, ribaltati e scritti. Se abbiamo amato Pastoralia e Dieci Dicembre, non possiamo non emozionarci nel trovare cosa li ha preceduti, quindi cosa li ha  in seguito generati. Saunders ci dice da dove è partito, da paragrafi scritti rubando le ore e la carta in ufficio, fotocopie fatte a scrocco, il tentativo di fare una strada, poi trovarla e cominciare a percorrerla.

Due cose che sempre accadono quando si legge Saunders: si ride e ci si commuove. Terza cosa: può darsi che si pianga. Questi tre elementi sono talmente ben amalgamati, retti da un tale equilibrio, che quasi non occorre altro, Saunders ci piace, ci piace e basta, perché sì. Ma questa è una recensione e devo dirvi qualcosa in più, perché magari non avete mai letto niente di suo e se le cose stanno così vale la pena cominciare da qui. In queste storie la fantasia è al potere, in un mondo che potrebbe essere nel futuro prossimo, o soltanto in un diverso presente, uomini e donne nati con difetti fisici, o cresciuti con problemi psicologici, persone reali in un mondo amplificato, vite preda della debolezza. Gente che prova a reagire come può, quasi sempre sbagliando e quindi peggiorando la propria condizione. Saunders crea degli scenari virtuali (come il lager dove vivono i difettosi, o il posto di lavoro del fabbricaonde, o un posto dove si replicano storie del passato, o una ditta dove si finge di salvare i procioni) per raccontare disagi e sconfitte reali. Tutte le miserie umane vengono al pettine tra costumi d’epoca e sofferenze, e qui arriva il cuore delle persone. Saunders, come Carver, non è cinico, non lo è mai, credo che a lui importi il racconto dell’umano. Cosa fanno le persone con problemi? Come reagiscono alle situazioni più assurde? Qual è il grado di sopportazione? Cosa fa sì che si rimanga umani e che ci si salvi il cuore anche quando tutto è perduto? E ancora: quando è che tutto è perduto?

Si parta da qui per seguire George Saunders e poi si leggano gli altri libri, sarà sotto gli occhi di tutti come evolve la scrittura, come (nel caso di questo autore) nei libri successivi lo scenario inverosimile andrà quasi a scomparire. Non ci sarà più bisogno di inventare l’assurdo, l’assurdo c’è già, si potrà, invece, continuare a cercare il cuore delle persone mentre gli si inventa la vita. Saunders racconta una storia e vuole che il lettore veda, lo fa mostrandogli il necessario, e il necessario non è cosa da poco. Prendete il brano messo in testa, a me non sembra per nulla strano, sembra un occhio che sa guardare e che dopo sa mostrare.

©Gianni Montieri  su Twitter @giannimontieri

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