La curva del giorno, Biagio Cepollaro. Nota di lettura

la curva del giorno

La curva del giorno di Biagio Cepollaro  L’arcolaio 2015, pp. 125, Euro 11,00 – è il secondo capitolo della trilogia de Le qualità, il primo capitolo è stato edito nel 2012 (Le qualità, Edizioni La camera verde). Il testo è composto da un Prologo (Attraversare il bosco), da due parti centrali (Luce dell’immanenza e Alacrità del vuoto) e da un Post scriptum,  e si presenta come una vera e propria meditazione sull’immanenza del mondo e della vita nel mondo, come si evince esplicitamente dalla prima sezione del libro. Si può affermare che l’intero testo è un tentativo, al tempo stesso filosofico e poetico – filosofico in quanto la parola è pregna della teoria e di un pensiero che è diventato sangue, corpo; poetico perché il testo lascia aperte le interpretazioni possibili non chiudendole mai nel recinto del concetto e della deduzione –  di cogliere la luce che illumina l’esistenza, che illumina il mondo in cui si delinea, si traccia la curva del giorno che, anziché essere un proiettarsi in un oltre indeterminato, in una retta che si perde nell’infinito, è il concentrarsi su ciò che è dentro alla curva del giorno, nella concretezza del mondo, quello che si percepisce venendone a contatto (poi si volta tornando a capo/ per mostrare il raccolto: intorno vede/ la curva del giorno come una misura). Di questa prospettiva è sintomatico l’attraversamento del bosco delle poesie del Prologo. Il bosco non è un bosco letterario o ideale, ma è quello che si vede, magari dalla finestra, che si attraversa ogni mattina, quello che è così familiare da non suscitare più attenzione (sapere ovvio di ruote), ma che lentamente, da un tacito sgomento, può rinascere alla percezione, perché si ripresenta in maniera originaria ai sensi, è l’essere delle cose che si manifesta e stabilisce il confine, il limite del nostro stare al mondo, che prima di poter esser detto è originariamente silenzio (occorre stabilire i confini del silenzio non rispondere sempre/ non sempre essere informati fare in modo che ogni parola/ sia pleonasmo a fronte di ciò che già c’è). Ma la capacità di ridestare la cura e l’attenzione alla dimensione autenticamente terrena e finita è frutto di una sapienza, che si acquisisce nel tempo, non tanto nell’insistenza sulla retorica della sua fugacità, ma insistendo invece sulla densità e lentezza del tempo stesso, concentrandosi su quello che è il centro, la soglia del nostro esserci, il corpo, cifra della nostra dimensione mondana (il corpo è occhio che racconta e lingua che assaggia/ il resto è una notte che lo circonda da ogni parte). “Il corpo” è l’espressione con cui inizia gran parte dei componimenti del testo e dà loro – anche attraverso una ripetitività ipnotica e mantrica di un’auspicabile lettura non silenziosa – più che una distanza oggettiva, una vera e propria dimensione di epochè, di sospensione, di apparente impersonalità, che permette al poeta di parlare di ciò che ci riguarda più da vicino, il nostro concreto stare al mondo, liberandolo da qualsivoglia tentazione lirica e intimista. Ciò permette all’autore di eliminare tutto quello che non è percezione originaria, relazione vitale e concreta tra il corpo e il mondo, entrambi, si badi bene, in continuo e costante mutamento, a cui sia i sensi che il pensiero e la parola devono star dietro per restituirne il senso latente ed enigmatico. La stessa struttura ipermetrica dei testi – composti da lunghe lasse narrative che vanno dai due ai dieci versi – il ritmo piano, l’ampiezza pacata e discorsiva che li percorre, tutto ciò restituisce il ritmo lento, il respiro silente e inarrestabile dell’essere in cui siamo ma che, di converso, può anche irrompere bruscamente come una grande onda su una spiaggia che spazza via ogni cosa (il corpo sorveglia i suoi confini: nel tempo ha imparato a riconoscere le leggi del suo andare ed è aperto e disposto alla mescola che confonde e anche all’irruzione della grande onda sulle sue spiagge, sa che sempre al momento opportuno le guardie di frontiera chiuderanno un occhio e lui l’altro). Il corpo è quindi qui inteso fenomenologicamente come “esperienza vivente” che entra in relazione continua con il mondo di cui esso stesso fa parte, in una dimensione che è più originaria di quella emersa dalla metafisica moderna che divide ciò che nomina realtà, in soggetto e oggetto, Res cogitans e Res extensa o in materia e spirito. Il corpo è prima di tutto, quindi, esperienza del limite, di ciò che esso stesso è  e di ciò che corpo non è, il vuoto, l’altra faccia della pienezza dell’essere, ciò che lo rende possibile. Non a caso la seconda sezione è intitolata L’alacrità del vuoto, il vuoto di democritea ed epicurea memoria, alacre perché è la dimensione originaria in cui si muove la materia, la vita nel suo stato di elementarità e la rende possibile. È ciò che costringe la parola a dire per colmarlo, è l’origine del mito, del raccontare dell’uomo, del senso (il corpo riassume sé in ciò che ha visto e toccato anche il pensiero/ rientra in questo tattile esercizio della prova. nulla è dato dall’inizio/ e il mito è nato anche per questo per colmare il vuoto/ del racconto: c’è qualcosa/ là fuori che diventa un dentro e questo fuori e dentro viene/ anche tramandato. noi siamo qui dice la pianta. siamo in parte/ il  suo frutto). Concentrarsi sul corpo, in ultimo, è la possibilità di esperire lo stato di equilibrio, che apre la coscienza (funzione del corpo ed essa stessa corpo) a un sentimento globale, cenestesico, dell’esistenza in sé: tutto allora accade, annullando lo stato di insoddisfazione che assorbiva nella ricerca di un oggetto particolare, affinché il singolo, il corpo segnato che ognuno di noi è, possa finalmente sentirsi libero di prendere coscienza di qualcosa di straordinario: il piacere della sua esistenza. Di essere sguardo interno e partecipe alla curva del giorno, nel momento in cui la sua parabola si sta per compiere, all’identità della pura esistenza, arrivando infine alla pienezza, al limite estremo, al sapere ultimo della tautologia: ogni cosa esiste perché esiste(Ora l’attenzione è al giorno dopo giorno guardando dalla fine/ da questa prospettiva il tempo si curva e si compie la parabola./ all’inizio si puntava a ciò che sarebbe restato resistendo/ alla macina alla distrazione poi smise di essere importante e lo/ sguardo si fece interno dentro la curva del giorno fino a sentirlo/ ogni volta come il diverso ripetersi di piccoli inizi e piccole fini).

© Francesco Filia

10 comments

  1. Molto bella e approfondita la lettura di Francesco, e pienamente condivisibile. Al tempo stesso mi viene da pensare che di questo libro si potrebbero fare altre cento letture tutte diverse, non perché questa sia solo parziale – tutt’altro – ma perché è un lavoro che ha tantissimo dentro di sè, davvero un’infinità di sfaccettature, e ciascuna di esse espressa in un modo che, per forma e soprattutto profondità, io trovo straordinario. Non uso questa parola, straordinario, a caso: La curva del giorno è un libro importante, da leggere e scoprire.

    Francesco t.

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  2. Libro splendido. Un salto di paradigma nel modo di fare poesia oggi. Fare poesia, appunto. Termine molto caro all’autore che si esprime poeticamente senza usare alcun espediente poetico. Questo libro ci dimostra che si può. E con risultati davvero notevoli.
    Nino

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  3. Vero Francesco, sono pienamente d’accordo con te, è un libro in cui pensiero e parola si intrecciano così profondamente (il salto di paradigma di cui accenna Nino e suppongo che sia quello a cui si riferisce anche Anna) che, pur rimanendo sempre se stesso e non accettando facilmente di essere frainteso, apre a un amplissimo ventaglio di letture. Ricordo che lo stesso autore nella presentazione del libro che tenne a Napoli la primavera scorsa affermò che la poesia è una mezza mossa che necessita del lettore per essere completata.
    Grazie a tutti.
    FF

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  4. Mi scuso per il ritardo con cui mi accingo a rispondere. Innanzi tutto, da editore, dico un grazie grande al bravissimo Francesco Filia. Il libro di Biagio è uno di quei progetti che si basano su un livello di pensiero-meditazione che mai abbandona l’attinenza creativa. La lingua, poi, così regolare e senza artifici, propone un pasto estetico misurato e leggibile. Belli anche i commenti degli intervenuti. Francesco Filia mostra qui una sicurezza di analisi che sorprende. Grazie, grazie a non finire, a lui come ai redattori di questo sito splendido!
    Gianfranco – L’arcolaio

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    1. Pienamente d’accordo, La curva del giorno è un testo di una compattezza e di un equilibrio rari. Grazie Gianfranco a nome mio e di tutta Poetarum, per le tue parole e per il tuo attento e preciso lavoro editoriale. FF

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