Franco Buffoni, Jucci. Una nota di lettura

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Jucci – Mondadori, 2014 − di Franco Buffoni, recentissimo vincitore del Premio nazionale di poesia Pontedilegno 2015, può essere letto come uno splendido romanzo a due voci in forma di versi, un dramma composito, articolato in sette sezioni, in cui le due figure, quella di Jucci, protagonista e alter-ego dell’io lirico, e del poeta, si compongono e si manifestano per accensioni e contrasti, in chiaroscuri e altre volte in opposizioni nette, inscenando il dramma inestirpabile dell’amore e del riconoscimento, come fa intendere lo stesso autore in un passaggio della nota finale: «Questa è la storia di due persone, che pur amandosi, si sono dilaniate.» Il libro è dunque costruito sulla tensione tra amore e distruzione. Tensione che permette all’io lirico di riconoscersi e capire chi è fino in fondo, attraverso l’amore e il male, sia morale che fisico. Il testo coglie dunque in maniera radicale e straziante − mai scivolando nel melodramma ma sempre conservando un’asciuttezza del dettato venata di una delicatezza di fondo che rende gran parte dei versi di una grazia struggente − il dramma della condizione umana, che è quello della solitudine e dell’infelicità, infatti ciò che tiene uniti i due protagonisti è la possibilità di riconoscere nell’altro la propria irrimediabile solitudine, come in uno specchio che riflette la propria costitutiva infelicità. (Mi voglio bene o malissimo/ Ma non c’entri perché/ Piuttosto che sola con altri/ Preferisco infelice con te.). Il libro, da questo punto di vista, può anche essere letto come un romanzo di formazione, romanzo di formazione che attraverso la memoria, attraverso l’esercizio indomito del ricordo, di ciò che si è stati in una determinata epoca della vita, ripercorre quello che ha fatto diventare il protagonista quel che è. Qui gli anni ’70,  il decennio ripercorso nel libro, resta sullo sfondo, in un’eco lontana, quasi impercettibile, intravedibile più da atmosfere e da spezzoni di frasi che da riferimenti espliciti, eppure un alone di quel decennio estremo e terribile della storia italiana resta in alcuni scorci, dalle asprezze di molti dialoghi, dalla radicalità di alcune prese di posizione che fanno trasparire, nella memoria di chi le rievoca, le tensioni collettive e private di un decennio. Invece forte ed evidente risulta essere  la dimensione geografica, la scoperta del paesaggio diventa essa stessa un elemento fondamentale, ma rimanda ad altro. L’elemento geografico prevalente è quello alpino e lacustre tra la Lombardia nord-occidentale e il Piemonte, che rispecchia, tra laghi, vallate e passi alpini, boschi e radure, quasi in una dimensione frostiana, lo sgomento dei protagonisti di fronte al proprio animo e alle proprie scelte esistenziali, il dramma ineludibile delle strade non prese e le decisioni che apriranno drammaticamente al futuro. Ma l’attraversamento del paesaggio, della natura, la riappropriazione dei luoghi delle origini, di ciò che in maniera ancestrale ci abita, è intimamente legata alla scoperta del senso originario del dire poetico, che ridà luce e forma al materiale biografico che riaffiora dalla memoria. La poesia è quindi, per dirla con Mandel’štam, un sapere geologico, un’archeologia, un discorso sull’origine, è uno scavo, per strati successivi, nel tempo storico e della lingua, uno scavo in ciò che da sempre ci precede, è un ricercare indizi, tracce, le lingue di ghiaccio profonde che hanno formato i laghi alpini in un tempo remoto. La poesia forse è custodita lì, questo è il suo enigmatico statuto, il suo parlarci da una dimensione ancestrale, ridestandoci. È ciò che si relaziona con il tempo profondo che costituisce ogni cosa (Tu intervenisti lì/ All’imbocco della valletta/ Dove a un tratto muta la vegetazione:/ Solo licheni e tundra/ per qualche ettaro,/ Forse la lingua di ghiaccio profonda/ Che formò il lago/Lì sotto non si è sciolta,/ Resiste tra i detriti coi resti dei mammut./ Forse il tempo tiene lì la poesia.) e permette, attraverso un moto di pietà intrinseco ad ogni rammemorare, di dar ragione a chi è morto e a chi è rimasto (E se mai si è avuta fantasia di volare/ Questo è il picco più ossuto/ Da cui lasciarsi andare.), a quel perdersi senza scampo che è sempre ogni vero incontrarsi e amarsi (Io ti amo più della mia vita/ E adesso lasciami perdere).

© Francesco Filia

La gentilezza di Jucci, di Cristiano Poletti

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