La gentilezza di Jucci

Franco-Buffoni

La gentilezza, soprattutto. Questo è il pensiero che viene d’acchito dalla lettura di Jucci, l’ultima raccolta di Franco Buffoni, da poco uscita per Lo Specchio Mondadori.
Gentilezza, il risultato della grazia, qualcosa di grande e compiuto, il frutto di un’azione delicata e sofferta che la memoria dell’autore ha voluto e dovuto svolgere.
Si respira un’aria potentemente intima nel corso di queste pagine, un’aria che circola come in una sola grande stanza dove scintilla al centro una figura, Jucci, il cui nome tuttavia è esplicitato soltanto tre volte (in Controluce, in La lunga nota medievale, in Sapessi, tiglio). «Sono stato molto in dubbio / Prima di chiamarti per nome in poesia», scrive l’autore; meglio allora servirsi di appellativi, i diversi modi, dolci e aspri insieme, di dipingerne la figura (“usignolo in trappola”; “funambola”, che significativamente il poeta le attribuisce due volte; “stratosferica sfinge”; “gattino rannicchiato freddo”).
È la storia di un decennio: con Jucci gli studi, le scoperte a portata di mano, il futuro da disegnare. Lei, donna “sensibilissima e sapiente”, gli è stata fedele compagna di viaggio nell’amore controverso dei vent’anni. Ma nel cuore di quella controversia ecco i segni di un indirizzo diverso: l’omosessualità pronta a pronunciarsi con tormento, l’evoluzione personale, un profilo che si fa strada, il Buffoni di dopo, Buffoni ora.
Un libro di viaggio, dunque, che piegandosi nel passato apre proprio lì un suo risvolto futuro. “Questa è la storia di due persone che, pur amandosi, si sono dilaniate”, scrive l’autore nelle note conclusive. Il nodo di quest’opera, “indignazione-sgomento-pietà”, «Da quella infermeria dell’anima» dove la poesia è scatto e ferita, si risolve attraverso gli strumenti della dolcezza per consegnarsi infine al lettore con sintesi di voce universale, voce appunto gentile.
Per dare forma a questa dolcezza servivano, come d’altronde sempre servono in poesia, musicalità e ritmo. Il libro ne è intriso, basti pensare all’intonazione data dal doppio settenario all’inizio della splendida I rifugi segnati: «Oggi che è troppo gonfio senza contorni il cielo»; o prendere d’esempio l’intera Tu legno e io, di cui basterà qui riportare i primi versi: «Come una preghiera per non violenti giorni / Dal lago si estendeva ai colli circostanti, / Sommergeva persino i già bisbigli / Emessi dai risvegli».
Un dialogo, sempre così difficile in poesia e che in Jucci riesce benissimo, compone l’intero paesaggio: l’io del poeta e il tu di quell’anima ripescata. Si tratta evidentemente di un paesaggio interiore, specchiato però in elementi fisici e naturalistici ricorrenti (tra gli altri l’aquila, la vipera, la pietraia; o nomi di fiumi e monti, come il Ticino, la Vevera, il Rosa). L’unione di questa interiorità a quanto del territorio alpino si spalancava intorno ai due protagonisti, avvolge il lettore. Ci troviamo tra Lombardia e Piemonte, tra spicchi di Varesotto e monti dell’Ossola, dai dintorni del Lago Maggiore alle punte più alte del Monte Rosa.
Mentre con l’andare delle pagine tutto il puzzle va componendosi, cresce la tensione del racconto e tra altitudini e picchi domina l’elemento dell’aria, perché specchio della voce. Vocazione al ritrovamento, di residui come fossili, quell’indelebile che ci parla e continua a tracciarsi in noi: ecco la sostanza delle due voci di un paesaggio-dialogo di cui Buffoni tenta e trova l’unisono.
Un racconto, un viaggio, e dunque una mappa, disponibile solo per punti, indizi di tragitti, conoscibile via via per tratti essenziali. Perché l’importante è ridurre all’osso, trattenere quel tanto di veramente memorabile che formi una geografia chiara, in grado di dettarsi in poesia.
Quando si sceglie di raccontare («Per una narrazione dei fatti / Che si cono compiuti tra noi»), si comincia a scrivere senza sapere esattamente dove si arriverà. La condizione che s’impone è quella dell’essere trascinato: solo alla fine l’autore potrà (forse) capire la sostanza del traguardo raggiunto.
La chiave di questo racconto, e del raccontare in generale, è la testimonianza. Qui conta la crescita, contano gli anni, gli anni passati e pronti a riemergere in momenti drammatici, lacerti ancora vivi dal corpo antico della memoria.
Buffoni doveva fare i conti a distanza con quell’amore; riattraversarlo, necessariamente, e rendendosi finalmente degno di quel lontano affetto, restituirne il Ricordo. Per meritarsi in fondo l’essergli sopravvissuto, per aver avuto il tempo di crescere, in consapevolezza, in statura d’uomo. «Perché io innamorata sono dentro di te», dice Jucci in Come un eternit. Il suo dono è stato questo, la conquista di sé consentita al poeta: arrivare al termine di una “guerra privata di identità” a vivere la propria omosessualità in luce, dichiarandola con forza, e con forza oggi difenderne la dignità.
È un’emozione – occorre ribadirlo – condivisibile, e condivisa. «Perché la tua morte non mi ha insegnato a vivere / Mi ha solo permesso di continuare a vivere. / Senza la tua morte / Sarei già morto / Invece sono vivo e lo scrivo». Il motivo di questi versi non si situa però soltanto nel fatto che Buffoni abbia a sua volta vissuto e sconfitto, anni dopo, un male orrendo, ma nella convinzione che questi versi un po’ nascostamente rispondono a qualcosa di più, rinviano a una conquista identitaria, emotiva e personale tanto determinante.
Sappiamo, dal racconto, che alla fine Jucci è stata vinta dal male, e sappiamo d’altro canto che una qualche forma di male, presto o tardi, ci vincerà. Lo ricorda con autentico tocco di grazia la poesia che chiude il libro, con un grande bellissimo affresco. Già il titolo, Poi che non ci sono il giorno e la notte, annuncia la chiave interpretativa, fissata poi in una domanda: «Per il perfetto compimento della tua / Vita-in-morte da me data?». Ecco l’autore, nella sfera di una meditazione alta e silenziosa, ricomporre umano e oltreumano. Ancora una volta si avverte netto il dominio dell’aria, un vento sublime che soffia oltretomba a ricongiungere i vivi e i morti. Per quanto sia sempre un azzardo accostare voci diverse, la mente evoca un passo di Luzi, da Nell’imminenza dei quarant’anni, tratta da Onore del vero: «… è questa l’opera / che si compie ciascuno e tutti insieme / i vivi i morti, penetrare il mondo / opaco lungo vie chiare e cunicoli / fitti d’incontro effimeri e di perdite / o d’amore in amore o in uno solo / di padre in figlio fino a che sia limpido». Anche da questo lampo di Novecento pare venire l’eredità più matura di Buffoni, lo splendido figlio regalato dalle parole di Jucci: «Alla fine non è stato difficile / Avviare l’eternità: mi è bastato / Sentirmi / Una cosa sola con il vuoto». E noi, da questa grazia, eccoci qua pieni di gratitudine.

Cristiano Poletti

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