Una frase lunga un libro #16 – Roberto Bolaño: Puttane assassine

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Una frase lunga un libro #16 – Roberto Bolaño: Puttane assassine. Adelphi, 2015 – Traduzione di Ilide Carmignani. €18,00 – ebook €9,99

I suoi occhi erano, come dire, potenti. Fu quello l’aggettivo che mi venne in mente allora, un aggettivo che evidentemente non nasceva dall’impressione reale che i suoi occhi lasciavano nell’aria, sulla fronte di chi riceveva il suo sguardo, una specie di dolore fra le sopracciglia, ma non trovo aggettivo che funzioni meglio. Se il suo corpo tendeva, come ho detto, a una rotondità che gli anni avrebbero finito per concedergli pienamente, i suoi occhi avevano qualcosa di affilato, di affilato in movimento.

Parafrasiamo questo brano. Ad esempio: Le sue parole sono, come dire, potenti. Riuscite a seguirmi? Bene, allora continuiamo. Ê questo  l’aggettivo che mi viene in mente sempre, un aggettivo che evidentemente non nasce dall’impressione reale che le sue parole lasciano nell’aria. E poi, lasciandone fuori un pezzetto: una specie di stupore fra le sopracciglia (fra gli occhi, nella mente, nell’anima, in un posto molto nascosto, il “laggiù” di ogni lettore), ma non trovo aggettivo che funzioni meglio. Vado avanti ancora un po’, facciamo in modo che Roberto Bolaño la recensione se la scriva da solo. Lascio fuori un altro pezzetto e concludo: le sue parole hanno qualcosa di affilato, di affilato in movimento.” Ecco. Come vedete, oltre ad aver parafrasato questo splendido passaggio tratto da uno dei racconti di Puttane assassine, ho anche cambiato i tempi verbali. Perché le parole di Bolaño, potenti o affilate, non possono essere esaminate con tempi verbali al passato, perché vive, costantemente. Vive e nuove. Affilate in movimento. Le parole di Bolaño mutano sotto i nostri occhi, si modificano, variano d’intesità a ogni lettura. Il tempo verbale più corretto, per parlare dello scrittore cileno, è il futuro. È da lì che viene, è da lì che ha scritto il suoi libri.

Sono dunque racconti scritti dal futuro quelli raccolti in Puttane assassine? Diciamo, intanto, che è sono i racconti ultimi dati alle stampe da Bolaño, quando era in vita (uscirono in Spagna nel 2001). Il futuro, nel nostro caso, non è il luogo in cui le cose accadranno, ma quello in cui muteranno continuamente. Poco tempo fa, recensendo un saggio sullo scrittore cileno, di Federica Arnoldi (lo trovate qui), scrissi che il nostro Roberto non esaurisce mai la geografia della sua opera. Ogni storia rimanda a un’altra, ogni personaggio è già comparso, o è annunciato, tutto si interseca e tutto si modifica. Cambiamo idea su un libro letto nel momento in cui ne leggiamo un altro, colleghiamo delle cose e perdiamo alcune certezze. Benvenuti a casa Bolaño.

La tecnica con cui questi racconti sono costruiti è perfetta. Qualcosa è accaduto prima che le storie comincino, qualcosa che sarà accennato, qualcosa che potremo immaginare, noi stessi potremo costruire un prima con un po’ di fantasia. Un prima che non potrà essere molto diverso da quello tenuto fuori dall’autore. Molto accadrà dopo il finale, ci sono altre storie, intere vite, lasciate in sospeso dopo il punto. La parola fine sparisce dietro una curva e si ricomincia, e Bolaño qualcuno di questi racconti, con ogni probabilità, l’avrebbe trasformato in un romanzo. Parliamo di tredici racconti, uno ha lo stesso titolo del libro. I temi sono quelli di Bolaño: l’esilio, la storia del Cile, la violenza, la solitudine, il sesso, la letteratura, la presenza costante della poesia. Potremmo dire che la poesia sia stata una compagna fedele di Bolaño. Una compagna con cui litigare a notte fonda e con cui fare l’amore all’alba. L’amante che delude, che sbatte la porta e che poi ritorna. La poesia che si può prendere in giro e, contemporaneamente, mettere in evidenza come qui:

So, perché lo disse lui, che aveva frequentato un seminario di poesia, un seminario di poesia gratuito, più o meno come la cooperativa medica dei poveri, solo in versione letteraria, e che Ramirez non aveva scritto una sola poesia, cosa che fece contorcere dalle risate il mio amico dentista e che io non capii, non trovai divertente, finché non mi spiegarono che Ramirez scriveva narrativa. Racconti, non poesie. Allora gli domandai perché non si era iscritto a un seminario di narrativa. E il mio amico dentista disse: perché non c’era nessun seminario di narrativa. Capisci? In questo paesotto di merda si insegna gratis soltanto la poesia. Capisci?

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Troveremo, di nuovo, Arturo Belano e poi B. e tutto l’apparato scenico che abbiamo imparato a conoscere e a riconoscere. Naturalmente, come per tutti i libri di Bolaño, chi non l’avesse mai letto potrà cominciare da qui e poi cercarsi, se vorrà, gli altri, a caso, o in ordine, non avrà alcuna importanza. Troveremo il Lalo Cura di 2666. Leggeremo il racconto della puttana assassina, racconto bellissimo e visionario. Qualcosa di magico e perduto ci accompagnerà dalla prima all’ultima pagina. Penseremo a Chiamate telefoniche, l’altro libro di racconti, cercheremo i collegamenti. Proveremo una grandissima malinconia e poi rideremo, e, forse, piangeremo. Puttane assassine è una buona sintesi dell’opera di Roberto Bolaño, sfido chiunque a trovare un suo libro che non lo sia.

©Gianni Montieri   su Twitter @giannimontieri

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