Gli adoratori del Sole

Fotografia di Giovanna Amato

Fotografia di Giovanna Amato

Lo sbarco presso una delle comunità adiacenti alle Grandi Acque del Pianeta Azzurro ha avuto esito positivo. Da un primo rilievo, impossibile tacere un dettaglio che qualsiasi scienziato attenderebbe a riferire: la sostanziale fiducia e gentilezza degli autoctoni, già accorsi in massa per offrirmi la migliore postazione, farmi dono di ninnoli (accessori sputafiamme, coperture per estremità deambulanti) e aiutarmi con il posteggio dell’astronave.
Libero di osservare senza destare sospetto alcuno grazie al mio travestimento da palombaro, di non poco aiuto nella respirazione di un’atmosfera sì diversa da quella del nostro pianeta, posso dunque immergermi nella folla e annotare le seguenti considerazioni:

Si tratta probabilmente di una comunità molto antica, i cui esponenti più anziani porgono omaggio alle acque tramite abluzioni svolte per lo più sul limitare dell’alba. Taluni di questi esponenti entrano in contatto, tramite una cordicella, con le profondità degli abissi, imponendosi silenzio e immobilità sino a quando gli abissi in questione non dimostrino il loro favore attraverso un messaggero, chiamato il più delle volte “salpa” o “saraghetto”.
Tali abluzioni e contatti con l’acqua non sono che l’anticamera al reale rito che, una volta tornati i venerabili anziani alle loro case, sarà appannaggio dei fedeli più giovani.

Il culto più forte e diffuso, difatti, è senza dubbio quello del Sol Levato.

I fedeli si recano in massa sulle spiagge nell’attimo in cui la Stella è allo zenit e, deposti i corpi sui tappeti rituali, non schiodano di un millimetro sino all’ultimo barlume di tramonto.
Essi sono riconoscibili dal colore bronzeo della pelle che la divinità ha conferito loro per ripagarli della strenue fedeltà. La comunità si cosparge di sacri oli e misture: in base all’osservazione di altri culti e a studi effettuati dai terrestri nei loro stessi riguardi, infatti, l’unzione ricoprirebbe un ruolo non indifferente all’interno del panorama fenomenologico della fede. Controprova del legame esistente tra l’aspersione e il culto è l’effettiva, innegabile rapidità con la quale colui che si asperge ha più rapido accesso alla cerchia di livello superiore, quella degli Abbronzati (dal colore rituale adottato dalla pelle). Da altre osservazioni, risulta che dimostrare in maniera epidermica il proprio attaccamento alla divinità diviene un vero e proprio bisogno. Offerte al dio a punta di lama attendono, forse, colui che è pallido: da qui la virulenza con cui si esibisce la propria melanina; e da qui riti invernali di possibile ascendenza orfica in cui, tramite l’incassamento del proprio corpo in una bara fluorescente, si cerca di donare alla propria pelle un colore simile a quello raggiunto durante il picco massimo di celebrazione estiva. Con l’esclusione, a una sempre più stretta osservazione, di una fascetta circolare lungo gli occhi, somigliante alle mascherine da effrazione o alla posa di due cucchiaini da tè sui bulbi oculari. Che ciò denoti lo sviluppo di un culto parallelo, ligio al ciclo invernale e tendente al bruciacchiaticcio più che al bronzeo, o sia segno distintivo imposto per espiazione dalla comunità ortodossa, o sia al contrario accenno ad una presunta facoltà di “vedere” da parte del fedele, non è dato, allo stato attuale degli studi, sapere.

Per quanto riguarda la comunità ortodossa, l’osservazione riporta i dati che seguono:

  • I loro riti sono per lo più silenziosi, caratteristica che i loro cuccioli sono ben lungi dall’imparare.
  • La loro alimentazione è varia ma costante: taluni esponenti, probabilmente i più nobili, scelgono da una pergamena il cibo che una connivente servitù si industrierà a preparare (la scelta ricade di solito su lunghi vermi arancioni costellati di creature del mare, a rimarcare forse la loro confidenza con il mondo degli abissi); altri estraggono dai loro cartocci dei cibi (a loro volta unti, anche in questo caso per rimarcare la fedeltà al culto); altri sembrano in grado di vivere di porzioni di un nutrimento chiamato “cocomero”, i cui semini sono sicura forma di espiazione a qualche offesa recata al dio.
  • Il silenzio di cui al punto 1 viene rotto in sole due occasioni, con collettive invocazioni rituali levate ad alta voce; la prima, “aspetta tre ore”, a ora di pranzo, e la seconda, rivolta verso le acque, al tramonto: “esci che hai le labbra blu”.

Mi vedo costretto a interrompere le ricerche a causa di reiterati sabotaggi da parte di piccoli ma tignosi esponenti chiamati a scoraggiare le mie osservazioni tramite il lancio reiterato di un inoffensivo quanto fastidioso aggeggio sferico nei confronti della mia persona. La mia presenza comincia, forse, a insospettire. Mi ritiro, strategicamente, in attesa di ricreare condizioni più favorevoli.

Per adesso, passo e chiudo – © G. A.