Alan Pauls – Storia dei capelli (recensione di Martino Baldi)

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Alan Pauls – Storia dei capelli , Sur, 2012, traduzione di Maria Nicola – €  15,00 – ebook € 9,99

Non c’è giorno che lui non pensi ai capelli. A tagliarli molto o poco, a tagliarli subito, a lasciarli crescere, a non tagliarli più, a farsi rapare a zero, a radersi la testa per sempre. La soluzione definitiva non esiste. È condannato a tornare incessantemente sulla questione. Sempre così, schiavo dei capelli, finché crepa, magari. E perfino dopo. Non ha forse letto che… che i capelli crescono anche… o erano le unghie?

Il magnifico Roberto Bolaño lo definì uno dei più grandi scrittori latinoamericani viventi e forse il motivo per cui Alan Pauls piaceva tanto a Bolaño è lo stesso Pauls a dircelo, parlando del grande scrittore cileno in una intervista rilasciata a Valerio Rosa, giornalista de l’Unità: “Credo che Bolaño sia riuscito a mettere insieme due tradizioni apparentemente incompatibili: quella selvaggia, spontanea, avventurosa, beatnik, alla Kerouac, con quella colta, letteraria e concettuale, alla Borges, recuperando una certa energia, propria degli anni 70, per renderla romantica. Ha trasformato la sconfitta del sogno rivoluzionario in un sogno poetico”. Sintesi poetica tra posizioni apparentemente inconciliabili, dunque: è questa la lezione di Bolaño, vero e proprio compimento della vocazione peculiare della letteratura sudamericana, con la sua capacità di tenere insieme fantasia e impegno, leggerezza e profondità, come forse nessun altra letteratura è mai riuscita a fare.
Proprio in questo solco si inserisce lo scrittore Pauls e, in particolare, la sua trilogia delle “storie” dedicata giustappunto agli anni 70: Storia del pianto, Storia dei capelli, Storia del denaro. Definita dallo stesso autore “trilogia della perdita” in un’intervista apparsa su “Il Manifesto” qualche anno fa (“direi che sono libri sulla perdita, su quanto c’è di irreversibile nella perdita”), la trilogia è stata composta tra il 2007 e il 2013. In Italia Fazi ha pubblicato il primo romanzo nel 2009, per poi lasciare il compito di concludere l’opera a Sur, casa editrice indipendente mai abbastanza celebrata per il magnifico lavoro che da anni ha intrapreso per la diffusione della letteratura ispanoamericana in Italia.

Se dobbiamo scegliere uno dei tre capitoli, a esemplificazione del talento di Pauls, la nostra preferenza va a Storia dei capelli, magistrale esercizio di equilibrio e sintesi tra tensioni diverse,in primo luogo tra la capacità di mettere a punto uno stile linguistico narrativo molto personale e una assoluta leggibilità. Il lungo monologo interiore del protagonista, Decio, nella sua visionarietà assolutamente latinoamerica, si snoda con fluvialità faulkneriana e con una musicalità che ricorda Thomas Bernhard, nell’ utilizzo delle ripetizioni, nel suo fiato continuo (per usare una terminologia musicale), nella pratica esasperata dell’analessi (per intendersi, quella che nel cinema si chiama flashback), per cui quasi metà libro racconta di fatto semplicemente i ricordi di Decio, nei pochi minuti spesi per entrare nel negozio di un parrucchiere e farsi tagliare i capelli.
Attraverso il pensiero libero di Decio, monomaniacalmente avvinto a tutto ciò che può rappresentare la minima sfumatura di un’acconciatura, veniamo condotti in una storia intima che è allo stesso tempo – lo scopriamo progressivamente – strettamente avvinta alla storia pubblica e allucinata dell’Argentina. Nel paese le mode del taglio si avvicendano negli anni e con queste le riflessioni del protagonista: dal caschetto biondo al taglio militaresco, dalle acconciature afro a fine anni 60 ai tagli degli anni 80 e via e via fino all’incontro con Celso, coiffeur a metà tra la perfezione artistica di un Michelangelo e un aspetto perturbante e magico: la capacità di tagliare i capelli in funzione della loro ricrescita, l’unico capace di eseguire il “taglio perfetto”, lo fa apparire alla stregua di un essere soprannaturale. Il rumore delle sue forbici nell’aria e il movimento delle sue mani sembrano alludere a una figura mitologica, un direttore d’orchestra del destino. Intanto la voce narrante scandaglia la superficialità della monomania e da lì si ramifica e scende nelle profondità esistenziali: l’amore, la morte, l’amicizia, la violenza, il potere… Niente sfugge al suo monologo interiore.

La morte è l’esempio classico. Si sa che “c’è la morte” come si sa che il destino di ogni corpo è cadere o che l’acqua si trasforma in vapore a una data temperatura. È una cosa che si dà per scontata: una certezza invisibile, assunta giornalmente a dosi così infinitesime che perde consistenza, si confonde nel continuum della vita e finisce per non dare pensieri. Per anni. Finché all’improvviso compare e reclama quel che gli spetta. Un conoscente ha un infarto mentre guida e il posto che lo attendeva alla sua cena di compleanno rimane vuoto per sempre. Un familiare lamenta un lieve fastidio nel deglutire e pochi giorni dopo il medico che annota il sintomo su una scheda smette di scrivere, alza la testa e lo guarda aggrottando la fronte. Di colpo qualcosa precipita e si solidifica: quel che era invisibile e silenzioso diventa materiale, di pietra, ineludibile, un ostacolo oscuro che non giunge a sbarrare del tutto la strada ma contro il quale non c’è modo di non incespicare, e che, inopportuno come un guardaspalle, comincia a comparire in tutte le fotografie di noi stessi che ci formiamo nella mente quando giochiamo a immaginare il nostro futuro.

Che al taglio dei capelli si potessero associare, con naturalezza, riflessioni ben più profonde (che i capelli abbiano qualcosa a che fare veramente con i fili del destino?) ce lo aveva dimostrato già anche, dall’altra parte del mondo, lo svedese Lars Gustafsson nel suo bellissimo e lievissimo monologo della parrucchiera Windy racconta, uscito in Italia per Iperborea nel 2000. E proprio nel confronto con il libro scandinavo emerge la peculiarità di Pauls e della sua radice letteraria. La drammatica storia dell’Argentina prima si affaccia nelle venature di una narrazione all’inizio ironicamente surreale, poi si ramifica sottotraccia, emerge improvvisamente intorno ai tre quarti del libro e fa infine esplodere dal suo interno il meccanismo narrativo con tutta la sua violenza. Una parrucca sarà il detonatore: una parrucca rubata alla moglie di Decio e che si scopre essere la parrucca usata da Norma Arrostito, mitica militante del movimento di guerriglia socialista e giustizialista Montonero, durante il rapimento che nel 1970 portò alla morte del generale Aramburo. Eccola trionfare la grande lezione bolaniana, quella che ha scovato in una inedita chiave estetica il modo di raccontare la violenta storia del Sudamerica, sotto forma di una favola pronta a esplodere da un momento all’altro, la favola sanguinaria che sta nel cuore di una intera generazione. Una generazione schiacciata dalla violenza e che ricorda in un certo qual modo quella degli scrittori russi nell’epoca staliniana. “Una generazione che ha dissipato i suoi poeti” scrisse Jakobson di loro. Una genìa di scrittori che ha inventato un modo per non farsi dissipare, potremmo scrivere invece dei grandi scrittori latinoamericani. Di questi Alan Pauls può dirsi parte a pieno diritto.

© Martino Baldi

nota: recensione pubblicata in accordo con la Biblioteca San Giorgio di Pistoia