Una frase lunga un libro #14 – Carson McCullers: La ballata del caffè triste

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Una frase lunga un libro #14 – Carson McCullers: La ballata del caffè triste – Einaudi, 2013 – traduzione di Franca Cancogni. € 13,00, ebook 6,99

Quasi tutti vogliono amare.

La ballata del caffè triste è un libro di racconti ed è da questo che si deve partire per scriverne: si farebbe un torto all’autrice parlando solo di quello che dà il titolo al libro, il più noto. C’è una musica che lega tutte le storie qui raccolte, e la piccola frase che ho scelto per introdurlo. Frase che ogni personaggio della McCullers potrebbe dire, da un momento all’altro. Una musica, quindi, reale, suonata (il pianoforte sarà uno dei protagonisti ricorrenti) e un’altra musica che passa da un personaggio all’altro, vitalissima.
Ritroviamo la magnifica narratrice de Il cuore è un cacciatore solitario, uomini e donne sapientemente tratteggiati, sconfitti ma in piedi. Un piccolo paese, una filanda e una donna che tutto controlla e comanda sono gli elementi fondativi della prima storia. Una donna forte e, apparentemente, insensibile, verrà scossa e trasformata dalla comparsa di uno strano cugino, bugiardo e affabulatore, che la spingerà ad aprire un caffè, felicità breve, interrotta dal ritorno dell’ex marito, appena uscito dal carcere. Sarà il nuovo legame tra questi due strani uomini a sconvolgere gli equilibri. Si prova una tenerezza infinita per questa donna che si chiuderà nel silenzio ma che non cederà al rimpianto, piuttosto alla nostalgia.
Il vero talento della McCullers esplode nelle altre storie, quelle più brevi. Laddove i personaggi sono costretti a muoversi in piccoli spazi, a confrontarsi a gruppi di due o tre al massimo, dove un minimo gesto deve dire, evocare, è lì che la parola scritta decolla. Il talento musicale di un’adolescente prenderà vita così come si spegnerà nella casa del suo maestro, nel non detto, nei pensieri, nelle esitazioni. Un’insegnante di musica venuta da chissà dove, con tre figli che non le somigliano, ma che si somigliano tra loro seppur nati da padri diversi, bugiarda patentata ma brava nel proprio lavoro, disorienterà il direttore della scuola. Un uomo seduto al banco di un bar, forse ubriaco, forse matto, certo solo, parlerà tutta la notte con un ragazzino venditore di giornali, enunciando particolari teorie sull’amore. Magistrale è la storia de Il fantino. Tutto si svolge in un ristorante: un fantino, un allibratore, un proprietario di cavalli e un allenatore. Gli ultimi tre ragioneranno sulla carriera del primo che sta finendo, segnata dalla sofferenza per l’infortunio di un amico. La McCullers fa “parlare” le pietanze sul tavolo, i bicchieri pieni o vuoti. La trama è anche tutto ciò che resta fuori ma che il lettore vede con chiarezza. Harold Bloom nota come i personaggi di Carson McCullers siano tutti destinati a innamorarsi di una speranza destinata a svanire. «E il tessitore che improvvisamente alza gli occhi, vedrà per la prima volta il freddo, magico splendore del cielo di mezzanotte in gennaio, e una paura fonda per la propria piccolezza gli fermerà il sangue.» Tra la speranza e il suo svanire si compie la grande narrativa.

© Gianni Montieri  su Twitter: @giannimontieri

Nota al testo: questa recensione uscì in forma leggermente diversa per il sito Bookdetector, testata non più attiva e sito chiuso.

 

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