Uno, tra i numeri: “Il numero dei vivi” di Massimo Gezzi

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Comincia con un «E poi?», cui segue una serie di interrogativi sul “dopo”, questo libro che doveva intitolarsi Gli imperfetti, titolo che poi gli è stato sconsigliato.
Da L’attimo dopo a qui, la strada che Gezzi ha percorso è molta, biografica e letteraria insieme.

Non dopo la vita: sono chiacchiere
da poco, quelle. Dopo-adesso, voglio dire,
dopo-prima, anzi meglio durante.

                                                                                  (p. 13)

Al domandarsi e al domandare, a se stesso come a ognuno, l’autore risponde scrivendo: «Non hai torto, non hai ragione». La risposta è una via di mezzo, ma non debole; nasconde invece un convincimento forte: se lo Zero è il nulla che siamo, a noi serve, e occorre difenderlo, nello sforzo irrinunciabile di essere. Perché il nulla, paradossalmente, non è niente. Due versi di Zanzotto lasciamo volentieri che risuonino qui, a tutela di quanto Gezzi tenta: “credo con altrettanta / forza in tutto il mio nulla” (in Così siamo, da IX Ecloghe, 1962). Si tratta della consapevolezza, profonda, di esserci, di avere cura, con tutta l’umana imperfezione di cui siamo capaci.
Ed è così anche quando tenta la parola difesa. Si avverte in questo caso la lezione di Pusterla, cui dedica una Lettera, ricchissima, tesa a un comune “custodire”, appunto: vicende, imperfezioni, storie e Storia.
Lo Zero allora diventa Uno, nel sommarsi delle storie nella Storia, attraverso il durare dell’essere, nell’inestinguibile intrecciarsi di tante possibilità di vita, ciascuna di queste senz’altro imperfetta: «ognuno irripetibile e nel suo breve / splendore indimenticabile / dimenticato».
È l’Uno che vediamo nella forma dell’anafora, insistente, nel racconto di Nove cose che capitano. L’Uno che poi, in fondo, è l’autore stesso, che si propone chiaramente in quest’opera di “smettere il nero”; perciò dispone la frase nell’ottica del discorso, dialoga, rivolgendosi a molti altri, gli altri che abitano, che sono il mondo.
È del resto nell’abitare che al nulla di questo nostro durare è connaturato il silenzio (« …il buio inesplorato / la verticale del silenzio»; «Smettila di credere che il silenzio / non significhi nulla»). Anzi, compone la presenza di case, di interni, il silenzio; si compone degli oggetti, degli elementi dell’abitare. Per questo vediamo ricorrere spesso un tavolo, ad esempio, attorno al quale, o in una stanza, gira un fumo ritratto in bellissime “visioni” (“All’alba il fumo si contorceva ancora a mezz’aria”, a pagina 26; e ancora – sebbene l’autore dichiari di non voler più tendere, oggi, alla scelta dell’endecasillabo e del canto – eccolo, a pagina 17: “si allargò come un lago di aria grigia”).
Si respira uno stare, via via nelle pagine, si sente l’anelito della dimora, l’aspirazione a voler concludere un disegno di vita (in particolare in Ipotesi di una casa, p. 64). Disegno a cui, necessariamente, si legano i dolcissimi versi di Tre per una figlia.
Altro insegnamento raccolto da Pusterla, e non solo, è lo specchio che la natura rappresenta rispetto alla condizione umana. Sette raccomandazioni alle foglie cadenti ne è un incantevole ritratto in più riprese. Come incantevole, e potente, è la parola speranza, una speranza negata, nella prima poesia di Dieci piani in via ***.
Poi il libro spazia: dalla tentazione della prosa, per dirla con Sereni, che troviamo annidata, e affilata, nei versi de Lo spazio percorso, a Corpi, dove nella fragilità che i corpi incarnano il poeta fa vibrare qualcosa di terribile, e infernale.
«Vorrei provare a dire la verità (in minuscolo) del tempo in cui vivo, scrutandone le intersezioni con la mia esperienza, la mia Erlebnis» – ha recentemente dichiarato il poeta. L’io che attraversa i suoi testi lo intende esclusivamente un epifenomeno, secondo un’idea di poesia che se proprio deve definirsi lirica andrebbe meglio definita «lirica diseroicizzata, moderna, personale e sovrapersonale al tempo stesso».[1]
Si diceva, molta la strada percorsa.
In Ticino, Gezzi oggi è professore (“sore”, come lo chiamano gli studenti): ne esce una pagina esperienziale toccante, nella poesia intitolata Traccia n. 4.
Ma è con la poesia conclusiva che questo essere diventato padre e professore si ricongiunge interamente a quell’e poi iniziale. Compare la memoria, si sente da una parte ancora l’eco di Sereni, dall’altra quella di Raboni: qualcosa, qualcuno che se ne va, se ne è andato o è comunque lontano, ma torna vivo, sul punto di parlarci.

(…)

Sono loro, ti hanno amato.
Hanno potuto quel che hanno saputo.
Hanno sbagliato.

                                                                                  (p. 82)

Ecco, torna l’idea sempre preziosa della comunione dei vivi e dei morti, una «incompiuta congrega di persone / che hanno amato inutilmente». Loro esattamente come noi, i vivi, che continuiamo, inutilmente o no, ad amare.

                                                                                                          Cristiano Poletti

 

[1] La poetica che si può dire, in Poetiche per il XXI secoloL’Ulisse, n. 18, aprile 2015.

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