Nota di Lettura a In (nessuna) Patagonia di Mariano Bàino

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Via, in Patagonia! Solo che, lo sai, man mano che resti in un posto le cose e le persone si sbracano, si mettono a marcire e a puzzare appositamente per te.

Leggendo In (nessuna) Patagonia, ad est dell’equatore, 2014, l’ultimo libro di Mariano Bàino, l’idea che mi sono fatto è che sia un’originale e sofferta meditazione sulla fine. La Patagonia è, per antonomasia, la fin del mundo, dove è necessario andare per definire i limiti del mondo. La Patagonia è soprattutto il luogo in cui molti uomini sono giunti, dove si sono ritrovati e in gran parte persi e Bàino racconta le storie di chi, dalle varie parti del globo, è arrivato lì, per lavorarci (le spartenze strazianti degli emigranti), per esplorarla o per puro spirito d’avventura. Ma il libro di Bàino ripercorre anche la fine delle popolazioni e delle culture originarie della Terra del fuoco e della Patagonia, che, come in altre parti d’America, sono state annientate a seguito dell’incontro con gli europei. Inoltre la Patagonia è anche l’occasione per meditare, in maniera asciutta e sobria come nei brani di diario che concorrono a comporre questo libro, sulla propria vita, sui desideri, le idee e le passioni che l’hanno mossa, una meditazione sul lento finire dell’esistenza individuale, ora che essa ha imboccato la parte discendente del suo arco. Ma anche la fine, non si sa se definitiva o momentanea, del rapporto della voce narrante con la sua terra d’origine, l’Italia, oggetto di riflessioni amare e spietate. In ultimo, il libro è anche una riflessione sulla fine del genere letterario con cui l’autore si confronta in queste pagine. La letteratura di viaggio è morta perché non c’è nulla da scoprire, nell’epoca del turismo globale tutto è già visto, già scoperto, quello del turismo non è un viaggiare ma uno spostarsi per ritrovare altrove ciò che si ha nel quotidiano. Bàino quindi si confronta con un’impresa paradossale, dire ciò che è impossibile allo stato delle cose dire, la sua in fondo è un’operazione volutamente inattuale, non è più il viaggiatore che diventa nessuno -come Ulisse, archetipo dei viaggiatori della letteratura occidentale, per poter sfuggire ai pericoli del suo errare – ma è il luogo da visitare a diventare nessuno, ad essere una parentesi in un eterno qui e ora. Come parlare di ciò che si è sottratto alla parola per consunzione? Come parlare di un’epoca che non accetta più di essere detta, almeno nelle forme tradizionali?

Per ora, estraneo in patria. Estraneità idiopatica. Del resto, è l’epoca stessa che è come orfana e esiliata. Oltre che ridicola, certo.

La strada che l’autore intraprende, magistralmente, è la commistione di diversi generi letterari: il diario, il saggio, il racconto, in un discorso che è volutamente iperletterario – perché nel momento in cui mette a confronto vari generi l’autore ne saggia le condizioni di salute – ma che, per rovescio, fa sì che la scrittura si avvicini a ciò che è da sempre il suo oggetto, dire il tutto attraverso il particolare, il dettaglio, la storia, anche minima, di un soggiorno in una terra agli antipodi. Delineare con precisione ciò che si incontra nella parola perché solo dicendolo precisamente, può assumere la forma propria della letteratura, rimandare, cioè, continuamente a qualcos’altro d’inesprimibile. Ecco il perché della Patagonia, da un lato sovraesposta, nel turismo alternativo, in letteratura, anche quella di consumo, basti pensare a Chatwin, dall’altra, irriducibile, come simbolo, a qualsiasi forma di banalizzazione contemporanea.

E per la Patagonia vale, forse, quanto è stato detto da Arbasino per l’italia: << Si aspettano tutti un po’ troppo, mi sa, da questo paese>>. Stereotipo patagonico. Che assumo provocandomi. Che accetto. Perché, come ogni stereotipo, dovrebbe avere una forza vitale. Patagonia, tipo di viaggio ormai standardizzato, che ha superato la frontiera del Kitsch.

Il tentativo dell’autore è quello di rifondare una forma nuova di scrittura abitando la fine, in maniera seria e ironica al tempo stesso: la fine del mondo rappresentato dalla Patagonia, la fine di un genere letterario, la fine del senso della realtà, la fine del proprio paese di origine attraverso l’esilio – l’italia, ytaly deformata in tante parole, mai maiuscole, significanti specchio della deformazione della cosa significata a cui fanno riferimento. La Patagonia, quindi, rappresenta il punto di osservazione eccentrico, in base al quale sondare la realtà, ricostruirne un senso, anche solo labile e momentaneo, che vada oltre la mera logica del consumo. In tale ottica va letta anche l’appendice in cui, attraverso documenti e testi, l’autore ripercorre l’etimologia incerta della parola “Patagonia”, confrontandosi con il mito e le sue possibili riletture. In particolare Bàino si sofferma su ciò che è stato percepito come l’estraneo dalla cultura europea, e su come, a partire da tale percezione, di cui la Patagonia assume valore paradigmatico, si sia costituita l’identità europea nella modernità. Ripercorrendo questi passaggi della storia occidentale e rileggendoli alla luce dell’esperienza individuale di scrittore e individuo, forse sarà possibile ricostruire qualcosa, una parola che abbia un senso per chi la scrive e chi la legge, un’esistenza che rinasca in una logica che accolga senza escludere, o almeno resista all’imperversare del non senso e dell’insignificanza.

© Francesco Filia

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