Donato Cutolo, “19 dicembre ’43”

Mi piacerebbe recensire, in una giornata così pertinente, l’ultimo romanzo di Donato Cutolo, 19 dicembre ’43. La data del titolo sfiora quella della battaglia di Montelungo (16 dicembre), che vide il ripiegamento tedesco sotto l’avanzata italiana e degli alleati. Clima di guerra mondiale, dunque, sfasatura di appena tre giorni, popolati, nel romanzo di Cutolo (la cui topografia è appena mutata ma perfettamente riconoscibile) da frammenti di ricordi, ricerche di superstiti, bandoli di rappresaglie, ferite.
Mi piacerebbe recensire questo romanzo, dicevo, ma temo di non poterlo fare senza due operazioni preliminari.

Innanzitutto il legame con quelle che sono le due opere precedenti di Donato Cutolo, entrambe edite, come 19 dicembre ’43, per ZONA: Carillon (2009) e Vimini (2012). C’è ben poco ad accomunare i tre libri per quanto riguarda le storie (la prima, una vicenda d’amore in un mondo che si colora in base all’umore dei personaggi; romanzo di formazione di un adolescente dopo la morte della nonna la seconda), ma tutto nella loro volontà di percorrere, per servire la narrazione, ogni possibile forma espressiva.

Violet - Nicola Ruoppolo
Violet – Nicola Ruoppolo

Donato Cutolo è un compositore (perfino le indicazioni di capitolo o altre ‘flashback’ o ‘flash-forward’ diventano ‘play’, ‘rewind’, ‘fast-forward’), e si avvale a sua volta di collaborazioni con musicisti del calibro di Fabio Tommasone (Carillon), Fausto Mesolella (Vimini, 19 dicembre ’43), Daniele Sepe (19 dicembre ’43). Paolo Rossi presta la voce, in una traccia audio, al primo capitolo di 19 dicembre ’43, con una lettura rasposa, sconsolata, paratattica, tanto simile alla prosa del libro. Non è possibile separare, e questo vale per l’intera trilogia di Cutolo, ciò che è scritto da ciò che è ascoltabile (i cd riportano tracce audio che, da accenni di milonga a brevi linee melodiche, si prestano a perfetta colonna sonora), così come non era possibile separare i toni del mondo dall’umore individuale in Carilllon o i colori dell’arcobaleno dalle personalità dei personaggi in Vimini. Cui l’artista napoletano Nicola Ruoppolo ha, ad esempio, dedicato un’illustrazione, a testimonianza di come la natura dei testi di Cutolo siano l’apertura verso varie forme d’espressione.

La seconda remora che mi impedisce di recensire 19 dicembre ’43 come romanzo su una storia privata all’intero della Resistenza (storia di amicizia messa in pericolo dalla guerra, di terrore, di bombardamento, di vita d’amore ostacolata dalla continua paura che lui-lei vengano passati al filo del nemico) è che 19 dicembre ’43 non è un romanzo, checché ne dica l’occhiello in copertina. Sotto qualsiasi analisi si voglia fare (dalla lingua alla struttura ai personaggi) 19 dicembre ’43 è una fiaba.

copertina

Il luogo è ben preciso, certo: un Paese asserragliato dalla guerra, dove più che il dramma della storia viene messa in luce l’impossibilità di qualsiasi intimità, nel male («tutto in frantumi. piccoli soprammobili, bicchieri, mobili, sedie, stoviglie, ogni oggetto è imbrattato e trasfigurato, violentato, fatto a pezzi e sparso ovunque») come nel bene («Filarono di orto, di casa in casa, i contadini non ostacolavano la corsa, li facevano passare dalle cucine, dalle stanze da letto, dalle finestre.»)
Una situazione di perdita dell’intimità che va oltre la guerra, che diventa perdita dell’identità stessa. Questo il brano di un momento in cui Ettore, il protagonista, si specchia in un lago per lavarsi non sapendo che i tedeschi sono in arrivo:

– Sbaglio o sto invecchiando, Giorgio?
Si girò verso l’amico che però non fece una piega, rattrappito com’era dal freddo, ma quando volse di nuovo lo sguardo verso l’acqua trasalì: vide la sua faccia macchiarsi poco a poco di chiazze scure,  e in pochi attimi diventare completamente nera. Sfigurata.

Un altro termine che caratterizza una fiaba è l’inverosimiglianza dei personaggi, intesa come loro essere superficie di contenuto simbolico. Delle creature di Cutolo noi conosciamo, per suo volere, appena la linea che dal vissuto va al pensiero e quindi all’azione, e questo rende i loro comportamenti tanto credibili quanto ipoteticamente universali. Ecco allora i due amici, Ettore e Giorgio, il loro legame che risale ai primi della guerra, Ada, detta la fata per la sua bellezza e per la generosità con cui cuce per chi è più povero; ecco l’orco, il tedesco, che le fa scendere una mano sui capezzoli; e Aldo, figura quasi muta, gestore di una biblioteca che sembra cattedrale in mezzo al nulla, uomo che sa senza bisogno di sapere; ecco l’oggetto magico più che transizionale (il suo fazzoletto azzurro, che Ettore preme sulla ferita per fermare il sangue e non sentire dolore). E la prosa, che è paratattica e tesa alla ridondanza, alla ripetizione.

Chi si aspetta un semplice racconto di resistenza si armi, insomma, alla fiaba. La vicenda di Cutolo tra i giovani protagonisti e il lupo tedesco si scioglie non con la vittoria di questa o dell’altra parte, ma grazie a dinamiche che hanno a che fare con la rimozione e la memoria, il lutto come processo che è quasi incantesimo. Il finale verrà, ovviamente, taciuto; ma è il finale di una fiaba, esattamente, non di più.

© Giovanna Amato

2 commenti su “Donato Cutolo, “19 dicembre ’43”

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