Nota di lettura a Il senso della possibilità e Come un solfeggio di Antonio Spagnuolo

 Spagnuolo_copertina

Qual è il senso della possibilità? È se la possibilità è il senso dell’esistenza qual è il senso dell’esistenza? E  la poesia che ruolo può svolgere nella ricerca di tale senso? Queste domande sembrano emergere dalle ultime raccolte di Antonio Spagnuolo, poeta e scrittore di lunga e importante militanza, la breve silloge Come un solfeggio, Kairós edizioni, 2012 e la più corposa raccolta Il senso della possibilità, Kairós edizioni 2013. Ma si può dire che l’intera opera poetica di Spagnuolo si presenta come un’incessante ricerca dello spiraglio di luce che getti un bagliore nel buio, e qui si può cogliere la dimensione squisitamente lirica della cifra poetica di Spagnuolo. La domanda di fondo sembra essere come illuminare quella che comunemente chiamiamo anima con le sue zone d’ombra che raramente emergono ma che condizionano il nostro essere? Qual è la fonte di luce che ne rischiara i tormenti e dà un perché alle gioie e ai dolori? La poesia in tal senso ha un ruolo fondamentale, essa è un vero e proprio farmaco, un rimedio che nell’atto stesso della scrittura si propone, se non di sanare, almeno di lenire il dolore insito nella vita (Lo specchio più nulla ha da recitare:/ per poterti vedere devo ripetere ancora,/ com’eri una volta, le illusioni dimenticate). Vita che nei versi di questi libri appare, paradigmaticamente, in continua tensione tra due poli opposti, che poi sono i due poli che attraggono di volta in volta la psiche, l’Eros e il Thanatos. In questa contesa possono cogliersi le radici della scrittura di Spagnuolo, da un lato la classicità che oltre ad aver eco nelle tematiche è presente nello stile, che rifugge gli eccessi delle sperimentazioni moderne e si affida, invece, ad una sobria limpidezza del dettato, che nella ricercatezza della parola cerca l’esattezza del dire per poter esprimere le sfumature più recondite delle emozioni; dall’altro la dimensione psicanalitica, la poesia ha il punto focale nel subconscio e ne è sua la messa in scena per allontanare i fantasmi del nulla che ci aspetta dopo la morte (Senza alcun dubbio, forse non vivrei!/ Fra le arrugginite serrature c’è ancora una ferita). Quindi l’opera di Spagnuolo si mostra come un’elegia moderna, una riflessione intrisa di malinconia, di afflato religioso (le immagini evangeliche sono un altro punto di riferimento importante) sull’anima, sull’amore, sulla vita, che utilizza trasfigurandole le strutture della poesia antica per svelare, invece, le inquietudini dell’uomo contemporaneo, il suo essere scisso da se stesso, tra il sé e la sua ombra (Maledette tenebre dell’Ade/ per avermi venduto alle febbri/  per avermi svuotato il ventre carico di lamenti). E proprio il tema dell’ombra, immagine che accompagna la poesia dalle sue origini, sembra riunire in un’unica cifra stilistica e tematica la poesia di Spagnuolo (Oggi ritorna la tua voce nel grigio della/ nebbia). Il colloquio con la nostra ombra e con le ombre degli altri, di chi non c’è più ( si veda la toccante ultima sezione In memoria de Il senso della possibilità)che ci visitano e chiedono una ragione, una parola, prima del silenzio, prima del buio, prima di svanire per sempre (Tutto è finito, ed il sorriso/ non riesce a comporre gli ornamenti/ civettuoli del tuo andare).

©Francesco Filia

Antonio Spagnuolo, Il senso della possibilità – post di Anna Maria Curci 26/12/2013