Le cronache della Leda #27 – Primi segnali d’inverno, l’Adriana e Louise Glück

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Le cronache della Leda #27 – Primi segnali d’inverno, l’Adriana e Louise Glück

 

Per raccontare la mia America alle ragazze leggo loro delle cose, cose che mi sono portata via da lì, oggi ho letto questa poesia.

The light has changed;
middle C is tuned darker now.
And the songs of morning sound over-rehearsed. –

This is the light of autumn, not the light of spring.
The light of autumn: you will not be spared.

The songs have changed; the unspeakable
has entered them.

This is the light of autumn, not the light that says
I am reborn.

Not the spring dawn: I strained, I suffered, I was delivered.
This is the present, an allegory of waste.

So much has changed. And still, you are fortunate:
the ideal burns in you like a fever.
Or not like a fever, like a second heart.

The songs have changed, but really they are still quite beautiful.
They have been concentrated in a smaller space, the space of the mind.
They are dark, now, with desolation and anguish.

And yet the notes recur. They hover oddly
in anticipation of silence.
The ear gets used to them.
The eye gets used to disappearances.

You will not be spared, nor will what you love be spared.

A wind has come and gone, taking apart the mind;
it has left in its wake a strange lucidity.

How priviledged you are, to be passionately
clinging to what you love;
the forfeit of hope has not destroyed you.

Maestro, doloroso:

This is the light of autumn; it has turned on us.
Surely it is a privilege to approach the end
still believing in something.

La poesia è di Louise Glück, una delle autrici preferite da mio figlio e ora anche da me, anche una delle preferite di David Foster Wallace, questo libro che ha per titolo il nome di un posto italiano non è ancora tradotto da noi. Ho dovuto tirare fuori i vecchi dizionari di inglese, ma quando si leggono le poesie a volte contano i suoni e contano i silenzi e così anche chi non conosce la lingua può entrare nelle parole. Ieri pomeriggio sembrava quasi estate, faceva caldo, ma la luce è già quella dell’autunno. Quando ho finito di leggere, la Wanda mi ha chiesto la traduzione, la Luisa ha versato un altro po’ di tè nella sua tazza, l’Adriana si è alzata in piedi e ha detto: «Mi hai fatto ricordare una storia.»

Si è messa alla finestra, dandoci le spalle e ha cominciato a raccontare.

Avrò avuto dieci anni, è stato molto tempo fa quindi, mi ricordo però di un ottobre particolarmente freddo. Faceva così freddo che mia madre ripeteva come una cantilena: «che io ricordi non c’è mai stato un ottobre così, non si capisce più niente.» Mio padre scuoteva la testa e basta, per lui un autunno più freddo del solito non era degno di nota. Faceva parte delle cose. Una domenica mattina mi svegliai e corsi a guardare fuori dalla finestra, il cielo era completamente bianco, ma non sembravano nuvole, andai in cucina a far colazione. Chiesi a mio padre perché il cielo fosse così bianco, mi rispose che non era bianco, era senza colore. Aggiunse che i colori erano andati a farsi un giro, una specie di migrazione dei colori, come quella degli uccelli. Mi disse che quella domenica mi avrebbe portato nel bosco a raccogliere castagne. Le castagne non mi sono mai piaciute ma ho sempre amato raccoglierle. Le foglie cadute sembravano come sbiadite come se riflettessero il bianco del cielo, il non colore. Chiesi a mio padre il perché. Mi sorrise e accarezzandomi la testa mi raccontò che una volta ogni cent’anni i colori migrano verso posti più caldi. Disse che il viola, il rosso, il giallo e l’azzurro erano già partiti. Il marrone e il verde li avrebbero seguiti a breve. Chiesi del grigio, mi rispose che il grigio viveva sull’assenza degli altri. Il grigio non migrava. Mi spaventai un po’, non capivo allora che mio padre stesse inventando una storia. Forse se ne accorse e mi disse che per far tornare i colori bisognava saperli chiamare, bastava credere in loro. Mi chiese, allora: «Tu credi nei colori? Credi in tutte le sfumature del rosso e del blu?» Ci credevo naturalmente, volevo crederci e feci di sì con la testa. Mio padre mi fece guardare verso un gruppo di piccoli uccelli che stavano raggruppati su un grosso albero. «Vedi anche gli uccelli credono in qualcosa, loro credono nei colori e senza colori non sanno riconoscere l’autunno, non migreranno quest’anno aspetteranno con te che ritornino i colori» Da quella volta ho sempre trovato qualcosa in cui credere, cercato una luce che non fosse luce e basta. Ho sempre cantato le mie canzoni anche quando queste cambiavano.

C’è stato un lungo silenzio, l’Adriana si è voltata ci siamo guardate tutte e quattro e senza parlare ci siamo augurate, ne sono certa, un altro inverno. Poi la Luisa ha riempito di nuovo le nostre tazze e ha detto: «Certo che anche tu Adriana, quella gonna marrone potresti anche buttarla.» E siamo scoppiate a ridere tutte quante.

Leda

***

©Gianni Montieri

Nota: la poesia è tratta da Averno di Louise Glück,  edizioni Ferrar, Strauss and Giroux, New York, 2007

3 comments

  1. credo non interessi a nessuno dire che stimo molto la scrittura di Gianni Montieri , che continua a piacermi senza cedimento e anche Poetarum Silva in genere, ma lo scrivo ugualmente e….adoro Luise Glück che ebbi il piacere di presentare tempo fa a Genova (non lei,magari, ma il suo libro “Iris Selvatico”nella traduzione di M.Bacigalupo). Buon lavoro a voi tutti!

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    1. gran libro quello Lucetta, vedremo di spingere affinché anche Averno venga presto tradotto, è un capolavoro secondo me

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