Angelo Maria Ripellino: alcune poesie

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Oggi si propone una selezione di testi di Angelo Maria Ripellino tratti da tre raccolte tutte edite da Einaudi e considerate le più diffuse della sua produzione: Notizie dal diluvio (1969), Sinfonietta (1972) e Lo splendido violino verde (1976). Anche questo post, come altri in passato dedicati ad autori quali Ortese, Ramondino, Morante, Bellezza (ma anche qui e qui), non ha la pretesa di entrare esaustivamente nella poesia del noto slavista ma si limita a restituire una piccola parte della bellezza che ci ha lasciato, della ricchezza piena di «invenzioni, estro linguistico, accese fantasie metaforiche, enumerazioni» e molto altro che sono i suoi versi, come si ricorda nella quarta di copertina all’edizione Einaudi 2007. Nella stessa, che comprende le tre opere in un solo volume, Alessandro Fo evidenzia come la poetica di Ripellino si muova su due assi: da un lato vi è la partecipazione emotiva, la fantasia, l’anticonformismo, la capacità di servirsi di un «gusto per lo spettacolo che si esprime nelle improvvise epifanie di soggetti inattesi» (i temi); dall’altro il poeta si esprime con «un linguaggio coltissimo, eccentrico, virtuosistico» (dunque l’asse della lingua). Ripellino si è sempre considerato un traduttore prestato alla poesia (si dedicò a lungo alla lirica e al teatro russo, traducendo Pasternak, Chlebnikov, Holan e molti altri). Si sentiva uno straniero che attraversava una terra misconosciuta. Questa posizione autoriale pare confermata nelle parole critiche di Alfonso Berardinelli, ad esempio, il quale vede in Ripellino l’utilizzo di una lingua quasi artificiale nel verso italiano, di un ‘italiano poetico’ proveniente cioè dalla sua attività lavorativa, e in questo Berardinelli lo avvicina a Ferruccio Masini e Roberto Sanesi  [n.d.r. posizione espressa durante la presentazione di Anna Maria Carpi presso l’Ateneo Veneto di Venezia, il 25 maggio 2011]. Ma il compendio delle esperienze e della sua cultura, del suo lavoro e del suo approccio con il mondo determina nei versi di Ripellino una forza peculiare. E quest’ultima è una caratteristica di stile, perché l’autore arriva con i suoi strumenti dove altri non accedono (!); e si può azzardare quindi ad avvicinarlo anche ad un altro autore, noto per le sue prose, i racconti, l’attività giornalistica: Goffredo Parise poeta. Ripellino possedeva la capacità di eseguire un montaggio libero e aperto in versi come poi farà Parise, come se il testo fosse una partitura ricca di possibilità espressive (in questo senso, ‘invenzioni’) e il poeta, un compositore. Un punto di vista che meriterà un approfondimento tenendo conto di due fattori: per alcuni autori non è sempre appropriata la collocazione all’interno di una linea poetica certa, soprattutto se la loro scrittura si nutre di specifiche spinte, caratteri che moltiplicano la lettura non facile; trattandoli come ‘soggetti altri’, tuttavia, si può rischiare di incappare in un discorso che distoglie l’attenzione dal testo e si focalizza sull’autore, perciò si sbaglierebbe l’approccio. Ultima nota: nel 2006 Nino Aragno editore ha pubblicato POESIE PRIME E ULTIME a cura di Federico Lenzi e Antonio Pane. Presentazione di Claudio Vela. Introduzione di Alessandro Fo. Il volume comprende le raccolte d’esordio Non un giorno ma adesso (Grafica, 1960) e Fortezza d’Alveria e altre poesie (Rizzoli, 1967), e Autunnale Barocco (Guanda, 1977), tutte le poesie sparse edite in vita in riviste e antologie nonché tutti gli inediti sinora rintracciati.

Alessandra Trevisan

*

da Notizie dal diluvio

Cresce dal bianco e nel bianco si scioglie,
così da non essere né da esser cresciuto,
eppure cresce e non potrà farsi nero,
né oggetto né limite, e non avrà mai volume.
Di bianco in bianco, appena percettibile
solo ad occhi invaghiti, filiera di luce,
che avvampa e si affioca in uno spazio infinito,
che sorge ed annega in un precipizio prospettico,
timidezza che nega persino i vezzeggiamenti,
che preferisce l’assenza alla cattura,
fuga in filigrana, galassia con frange di lacrime,
disperatissimo imbroglio: un amore che dura
ormai da vent’anni.

*

Qui dentro io sono il sovrano
e mi appartengono tutti i colori:
l’azzurro del cielo-gabbiano,
l’inchiostro del mare spurgato da un pòlipo,
e le gialle campànule di un cotone stampato,
e il rosso sudore dell’arida terra,
e l’àureo torrente delle foglie autunnali.
Tutto ciò mi fu dato e sottratto e ridato
nel mio zoppicante destino, nella mia eterna guerra
per sopravvivere, in questo trèmito di acetilene,
e per troppe volte gli ho detto addio,
ben sapendo che tutto sarebbe durato
anche senza di me, anche se mi appartiene,
anche se non è mio.

*

da Sinfonietta  

Un giorno sarai abbandonato,
come un riccio sull’orlo di una strada campestre.
Andrai qualche volta in cucina,
a chieder molliche
alla loro arroganza, umiliato.
Sei zavorra, sei molesto,
con quelle spine spuntate inutili,
sei cosa da regalare alle ortiche,
da mettere in un vecchio cesto,
da coprire di sputi.

*

da Lo splendido violino verde  

Guai a chi si costruisce il suo mondo da solo.
Devi associarti a una consorteria
di violinisti guerci, di furbi larifari,
di nani del Veronese, di aiuole militari,
di impiegati al catasto, di accòliti della Schickeria.
E ballare con loro il verde allegro dello sfacelo,
le gighe del marciume inorpellato,
inchinarti dinanzi ai feticci della camorra,
come Abramo dinanzi al volere del cielo.
Guai a chi sta sulla terra è sprovvisto di santi,
guai a chi resta solo come un re disperato
fra neri ceffi di lupi digrignanti.

*

Si cruccia della solitudine e aspetta
sempre un cugino dal Paraguay,
un dottor Jazz con la sua Bugatti cachettica,
che non verrà mai.
Rifugge il viavai della folla, il demonio demaniale,
ma poi gli piace la melassa della massa,
tuffarsi nella sua lurida colla, nel suo carnevale.
I farisei lo innaffiano di chiacchiera,
ne ha uditi di bacalari.
Nel brago del vaniloquio si inzàcchera.
Che fiera di osei, che Canaria.
Clichés in crespo di China si inchinano e parlano
di pudicizia, di amore, di patria, di Onassis.
Eppure ho bisogno di Luoghi Comuni, di ciarla,
di musichette al glucosio, di gàrrule tortore
di calabroni saccenti, di contrabbassi,
di tutto il bailamme che tiene a bada la morte.

*

Resta con me, non andartene.
Già bolle il caffè turco della notte eresiarca,
come azzurre fiammelle di ponce sfavillano
le lampadine giranti del Luna Park.
Non affogare nel ròtor, nel grinzo
gorgo dei casamenti impazziti,
dove scurrili bellocce si impinzano
di fricandò e di soffritti.
A tante storie consunte si aggiunga anche questa, –
ma resta,
furbastra barbiera e giumenta:
imbrattami di noia, di falsa gioia,
di paroline spumose e posticce,
perché, come in tempi lontani, io mi senta
stupidamente felice.

3 comments

  1. RIpellino è stato un creatore d’immagini e di un linguaggio barocco che non ha uguali nel panorama della poesia italiana del novecento (anche se alla lista di Alessandra aggiungerei Tommaso Landolfi). Sì, un poeta eccentrico in apparenza snob, ma capace di rasoiate mortali.

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  2. concordo con te, Renzo, e aggiungo che Ripellino ha ridefinito il barocco sgravandolo di quegli orpelli, a volte eccessivi, che appesantiscono la poesia di Piccolo (o la prosa del principe suo cugino).
    un altro barocco, perciò, quello di Ripellino dove ‘snob’ forse suona più simile alla ‘sprezzatura’ invocata -n più che evocata – da Cristina Campo.

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  3. Vi ringrazio per questi due commenti. So che siete due lettori attenti di Ripellino.
    Sono molto interessata e allo stesso tempo spiazzata dalla sua creazione di immagini e spero di aver restituito una piccola parte di essa con queste selezione.

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