È la terra a pesare davvero

© Giulia Amato
© Giulia Amato

Dalle sue parti il vaso si chiama ancora testa, pensa mentre sceglie il più grosso e il più capiente e lo toglie dalla pila e lo trascina fino alle casse. Dalle sue parti insegnano ai bambini delle elementari che il negozio è ancora la puteca come ai tempi dei coloni greci e il barattolo si ostina ad essere una francesissima buatta. Lo insegnano, dalle sue parti, come si insegna l’arte della sopravvivenza nel deserto, i maestri assumono una posa stanca, un’aria orgogliosa, come si fossero appena asciugati dal sudore di combattere da soli per la difesa della lingua, ogni lascito rimasto in bocca un pregio proprio, da insegnare a patto che, nella misura in cui, a questo pensa mentre trascina il vaso di finto coccio e lo solleva verso la cassiera e prende a tippettare le dita sul bancone.
«Vi serve altro?»
Riflette. Dovrebbe prendere un rasoio nuovo, e potrebbe servirgli del sapone, ma vuole limitarsi al vaso, adesso, gli sembra giusto dedicarsi al vaso. E poi ha fretta. Forse la terra. Forse il terriccio che ha fuori in balcone potrebbe non bastare.
«Forse il terriccio.»
«Ditemi pure.»
«Che devo dirle?»
«Cosa dovete piantare?»
Ecco, sua nonna. Anche lei a difendere la lingua antica quando lo chiudeva in casa durante la trobbea delle cerase. Lui voleva impregnarsi di quei goccioloni caduti giù nella stagione delle ciliegie, ma bagnarsi, come sudare, era proibito.
«Delle ciliegie.»
«Scusate, ma il ciliegio è un albero. Vi serve un vaso molto più grande di così.»
Arrossisce. Non sa cosa potrà piantare, non ci ha pensato, non gli interessava, almeno per adesso. E poi ha fretta. Forse rose.
«Forse rose.»
«Allora a posto, vi posso dare questo.»
«Va più che bene.»
Qualcosa preme contro la sua gamba, lui si china. È un bambino. Lo riconosce, è il nipotino della proprietaria, ha tre anni e il suo compito, per concessione dei grandi, è sistemare le bottiglie di shampoo in ordine di colore. Non ha un’idea riguardo ai bambini. O meglio, ce l’ha, ma non ha il coraggio di confessare che preferisce i bambini belli. I bambini belli sono qualcosa di giusto e definito in sé. I bambini brutti sono un futuro essere umano con cui potere avere un giorno un’ipotetica conversazione. Si chiede spesso se la paternità scavalchi davvero il problema, o se il mondo sia pieno di uomini dal temperamento paziente che attendono di poter stabilire una conversazione con i loro figli.
«Ciao», dice al bambino.
«Dentro», risponde lui.
La zia attraversa il bancone e lo prende in braccio.
«Vogliamo entrare qua dentro?», lo scimmiotta togliendogli le scarpine. «E adesso la zia ti fa entrare.»
Il bambino è nel vaso. Sporge dalla vita in su, è felice. Il vaso è grande abbastanza perché possa distendersi. L’uomo ha un brivido. Un brivido vero, come la pelle quando esce dall’acqua, dopo il tramonto, prima di toccare un asciugamano. La proprietaria lo guarda, si accorge, fa scendere il bambino dal vaso.
«Scusate, vi ha dato fastidio? Volete che ne prendiamo un altro?»
«No, perché? Bisogna mettere la terra, che fastidio c’è.»
«Infatti, questo pensavo, però se vi ha dato fastidio me lo dite che ne prendiamo un altro.»
«Ma no, davvero.»
La signora torna dietro la cassa. Riflette. Ha vergogna, quasi vorrebbe abbassargli il prezzo del vaso. Sarebbe offensivo. Può darsi. Non lo vuole offendere di nuovo. È un bell’uomo. Alla fine decide di regalargli una busta di semi. Rose.
«Ecco, come portafortuna. Queste le piantate subito, appena mettete la terra. Dietro ci sono le istruzioni.»
«Grazie. Grazie davvero. Grazie.»
Ma non sembra convinto. La proprietaria riflette. Sembra perplesso, e ha fretta.
Lui esce, infatti ha fretta. Carica il vaso in macchina. A casa, lo solleva fino all’ascensore, poi lo porta in cucina. È la terra a pesare davvero: dieci chili, per sicurezza, da aggiungere a quella che ha in balcone, e si accorge che trascinando ha rigato il parquet con i piedini del vaso.
Taglia la parte superiore della busta e versa metà del terriccio nel vaso. Apre la scatola.
Gli sembra più piccolo ogni ora che passa, ma adesso è tornato soffice, dalle orecchie alla punta della coda. Un minimo strato morbido sopra un corpicino più duro del marmo.
Non sa a che punto aggiungere i semi.

© Giovanna Amato

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