Breece D’J Pancake, Trilobiti (recensione di Martino Baldi)

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Breece D’J Pancake, Trilobiti, Isbn edizioni, 2012 (prima edizione 2005), € 9,00, ebook € 6,29; traduzione di I. Tassi

 

Darsi la morte a 26 anni, non è chiaro se accidentalmente o – come ufficialmente classificato – per suicidio, lasciando dietro di se appena sei brevi racconti pubblicati, perlopiù sulla rivista “Atlantic Monthly”, e comunque risultare uno degli scrittori più ammirati della letteratura americana degli anni Settanta. È stato questo il destino di Breece D’J Pancake (il nome deriva da una storpiatura involontaria della rivista che pubblicò il suo primo racconto, poi adottata dall’autore). La raccolta dei suoi racconti (i sei editi in vita e altrettanti postumi) vide la luce nel 1983, quattro anni dopo la morte, alimentando una sorta di culto underground che si fece più popolare soltanto con una successiva ristampa, ben venti anni dopo. In Italia i racconti di Pancake vedono la luce nel 2005 grazie a Isbn edizioni, casa editrice da anni impegnata in una preziosissima opera di riscoperta del prezioso giacimento dei “minori” della letteratura americana del secondo Novecento (basti pensare alla meteora Richard Brautigan).
Venerato in modo incondizionato da autori quali Joyce Carol Oates, Chuck Palahniuk, Kurt Vonnegut («È il più grande scrittore che abbia mai letto»), Andre Dubus, Tom Waits («È il mio scrittore preferito»), J.T. Leroy («È la mia Bibbia, leggo Pancake ogni giorno»), Pancake dà voce agli sconfitti e agli emarginati della Virginia Occidentale, terra di paludi e miniere, schiavi di un tempo che non vuol passare e di eventi che non vogliono accadere. Legati e fissati a un proprio destino che pare immutabile, scolpito nella pietra da sempre come i fossili che Pancake amava cercare nella valle dell’antico fiume Teays e che danno titolo all’edizione italiana del libro (nonché al primo dolentissimo racconto pubblicato in vita), i personaggi di questi racconti si assomigliano tutti nel gravitare lentamente intorno a un vuoto esistenziale, a una condizione di mancanza o di perdita. Il centro di ogni racconto pare essere un buco che attrae e mangia tutto come una irresistibile forza di gravità che appesantisce i movimenti, rende difficili le parole e fa precipitare ogni cosa nel nulla. Le terre sono povere e desolate. Gli amori e i rapporti familiari sono fragili e illuminati tutti da una luce obliqua e lugubre. Il lavoro scarseggia, oltre che essere rischioso e malpagato. Il futuro non ha residenza in queste brevi narrazioni, in cui invece appare prepotente e ineluttabile la misteriosa tensione delle radici ad avvinghiarsi a un passato altrettanto luttuoso. Unico riscatto a cui ricorrere sembra essere quello della violenza, spesso gratuita, della prevaricazione, della rissa, del piccolo guadagno.
Perfino la lingua stessa e lo stile di questi racconti, secco, ombroso, privo di abbellimenti e di fronzoli, disegnano un mondo senza vie di fuga, senza possibilità di sviluppo, tanto che non viene qui da pensare, come in altri casi di artisti morti prematuramente, a quali sarebbero stati gli eventuali sviluppi della loro arte. No, lo scrittore Pancake, dopo aver rivoltato ogni zolla delle sue valli, come un lombrico chiuso in una scatola a rimestare la stessa terra per sempre, pare piuttosto aver bruciato tutto quando aveva da bruciare e, insieme, tutto se stesso, lasciandoci un esempio di grande letteratura ancora oggi violentemente toccante, prima di salutarci per sempre, con le mani sporche di carbone e gli occhi lucidi di disperazione e rabbia.

 © Martino Baldi

Nota: le recensioni di Martino Baldi le pubblichiamo in collaborazione con Biblioteca San Giorgio di Pistoia

di Breece D’J Pancake aveva scritto per noi, qualche mese fa, Gianluca Merola, potete rileggerlo e approfondire Qui

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