Mai più senza # 5: “La sicurezza degli oggetti”

“Mai più senza” è una rubrica di recensioni che raccoglie libri celebri e non, italiani e stranieri, editi da più o meno tempo, in maniera apparentemente indistinta: “Mai più senza” è stata, infatti, l’esclamazione che la curatrice ha rivolto a uno scatolone di libri, qualche giorno dopo un trasloco. Questo l’unico criterio: la condivisione di uno scatolone ideale, da preservare in caso di qualsiasi sgombero.

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A. M. Homes, La sicurezza degli oggetti, MinimumFax 2001, traduzione di Martina Testa

Dall’anello alla madeleine, dalle armi del compagno all’Horcrux, sarebbe inimmaginabile introdurre in due parole il ruolo dell’oggetto nella letteratura.
Protagonisti o espedienti, incubi o trofei, simboli, nemici da annientare, veicoli di ricordi o proiezioni, feticci o catalizzatori, gli oggetti letterari (inclusi ovviamente gli oggetti che stiamo qui per considerare) sono terreno fertile per dinamiche che la psicanalisi avrebbe gioco facile a ripercorrere. Sta all’abilità di dosaggio del narratore far sì che questa scienza affondi senza pietà nel gioco di specchi della finzione, per renderle arduo – e terribilmente divertente – disimpigliarsi da una certa carica magica e rituale.

Dei dieci racconti che compongono la raccolta La sicurezza degli oggetti si può dire senza ombra di dubbio che vanno a comporre una sorta di concept album. Se gli oggetti del titolo e il rapporto che i loro padroni instaurano con loro fanno da collante naturale, protagonista ricorrente è una borghesia periferica e mediamente benestante, nelle sue fasce anagrafiche di adulti dispersi a loro stessi, adolescenti rabbiosi e bambini le cui modalità di iniziazione sessuale avremmo sa il cielo quanto preferito non immaginare. In questa umanità isterica e desolata ma apparentemente impeccabile, l’oggetto è cosa che stana: più che cercato, è demone che piomba e si pone unico appiglio consolatore di un’esistenza senza riferimenti. In questo senso, il gioco psicanalitico cade nell’attimo esatto in cui è dichiarato: oggetti transizionali, meccanismi proiettivi, sono a tal punto smascherati che la vicenda sottesa al racconto non riguarda più il legame con l’oggetto, ma la necessità di sviluppare tale legame; non si mostrerà, insomma, un sintomo per alludere alle cause, ma sintomo e cause verranno sbandierate insieme per mostrare l’assoluta fragilità dell’uomo alle prese con i suoi meccanismi sterili.
Chi ha perduto poco, o non ha compreso il valore di ciò che potrebbe perdere, o, ancora, chi appena si affaccia alla coscienza della perdita, si aggrappa all’oggetto con ferocia. Così in Acchiappare i proiettili al volo, dove il marito di una moglie frustrante passa le giornate in un centro commerciale per assistere a una gara cui non può partecipare, un’auto in palio per chi è disposto a restare in piedi con i palmi sul cofano per giorni. Avrebbe dato qualsiasi cosa per essere tra i concorrenti, perché «man mano che faceva i calcoli mentalmente e si rendeva conto che qualsiasi vita diversa da quella che conduceva era una completa utopia, diventò furioso»; «immaginò come sarebbero stati fieri di lui Mary e i bambini se avesse davvero vinto qualcosa, specialmente una cosa grossa come una macchina». Portare l’oggetto alla tana definisce il maschio alpha; del resto «chi era tutta questa gente nel centro commerciale, che girava con grosse borse della spesa piene di chissà cosa?»
Ma la permanenza alla gara è da spettatore, e il desiderio è (ancora più dichiaratamente) desiderio mimetico. Solo il progressivo distacco dalla famiglia e l’immersione in sé consente di adocchiare un guantone, di cui viene detto:

Avrebbe potuto guarirlo, pensò. Poteva essere proprio quello che gli ci voleva. […] Il guantone gli ricordava le cose più belle della vita. Una volta ce l’aveva, un guantone da baseball, prima che il figlio un giorno lo portasse a scuola e lo perdesse.

 Solo chi ha perso tutto può parlare con distacco. Randy, che cerca il suo fratellino rapendo bambini che gli assomigliano (In cerca di Johnny), e conserva un’unica, eloquente tipologia di oggetto:

“Non mi parlare di legge e ordine. Tutti hanno un telefono e la televisione, e una persona su due ha il videoregistratore e la lavatrice. E il forno a microonde. Non vuol dire che siano più intelligenti. Se ti metti ad accumulare oggetti finisci nei guai. Cominci a pensare che a quella roba ci tieni veramente e ti dimentichi che sono solo oggetti, oggetti fabbricati dall’uomo. Diventano una parte di te e poi quando non ce li hai più ti sembra di essere sparito pure tu. Quando hai della roba e a un certo punto la perdi è come se scomparissi anche tu”.
“Ma tu hai file di bottiglie vuote per tutta la stanza”, dissi io.
“I vuoti non sono roba. Che sei, stupido?”

E colei che ha perso più di tutti, la madre dal figlio in coma protagonista di Esther in the night:

Penso a un ladro. Arriverebbe sulla veranda, girerebbe la maniglia ed entrerebbe in casa mia. Prenderebbe delle cose: il televisore, il videoregistratore, l’argenteria, i miei gioielli, cose che ho raccolto in tutti questi anni, raccolto come simboli del mio matrimonio, cose che a volte sembra che siano esse stesse il mio matrimonio. Io lo aiuterei a riempire i sacchi. Prenderebbe le cose che fanno di me quella che sono, e a quel punto potrei essere un’altra persona.

Questa la scrittura: gelida, senza il minimo lampo lirico e priva di qualsiasi sottinteso. L’occhio – la telecamera, se si preferisce – è spesso puntata ad altezza torace, a seguire le mosse degli arti. La prima persona è fredda e confessionale, la terza pedina il personaggio e lo osserva nei suoi movimenti più minuti, anche i meno funzionali allo sviluppo della narrazione. L’essere umano è un insetto di cui la prosa non vuole lasciarsi sfuggire alcun gesto.

Ciò che non fa di La sicurezza degli oggetti un romanzo a tesi sui legami nevrotici nei confronti degli oggetti è la capacità di mantenere il collante anche alleggerendo alcuni racconti dagli oggetti stessi. Vi sono, infatti, brani in cui rintracciare l’oggetto incriminato è difficile, quando non inutile. Resta tutto ciò di cui si è caricato il libro, e di cui il brano potrebbe vivere di rendita: un’emotività analfabeta e una comunicabilità impossibile, che riguardano coppie quanto generazioni separandole e facendo dei gruppi umani coinvolti nella danza del libro un branco di singoli disposti ad aggrapparsi a qualsiasi realtà tangibile, anche alla più assente.

Glenn Close (Esther) nel film "La sicurezza degli oggetti" di Rose Troche (2001)

Glenn Close (Esther) nel film “La sicurezza degli oggetti” di Rose Troche (2001)

Un discorso a parte merita, per una volta, il film tratto dal libro di cui si è appena parlato.
La sicurezza degli oggetti (soggetto di A. M. Homes, sceneggiatura e regia di Rose Troche, 2001) è uno dei rarissimi casi di film che fa opera grazie al libro da cui ha preso slancio, diventando bellezza a sé stante.
Rose Troche è riuscita in una perfetta operazione matematica: racchiudere le storie disperse del libro e affidarle, intrecciandole senza sbavature, a quattro famiglie vicine di casa in un quartiere bene di una periferia americana, con l’aggiunta del personaggio isolato, ma fondante, del giardiniere comune.
Sulle spalle – solidissime – di Glenn Close sono stati gettati i personaggi di Esther, madre disperata di un figlio chitarrista in coma (nella foto una delle scene più sottilmente geniali del film, una sorta di pietà cui al figlio viene sostituito l’oggetto che lo rappresenta) e dell’adolescente rabbiosa che, in Acchiappare proiettili al volo, costringeva la madre a rimanere in piedi con i palmi premuti sull’auto: caricando così l’auto del racconto del ricatto morale di sentirsi figlia trascurata per colpa di una tragedia. Può capire bene i sentimenti di Esther Dermot Mulroney, colui che “acchiappa i proiettili al volo” ma anche il Jim Train del racconto eponimo, l’uomo che, tornato a casa per sbaglio dal lavoro, si accorge di non conoscere nulla dell’esistenza della sua famiglia, e che a sforzo non corrisponde risultato.
Ma il film è in grado di aprire, anche nella sua profonda tristezza e anche se non per tutti, un piccolo varco di speranza, di comunità. Cosa che il libro nega, se l’unica gioia appartiene a una ragazzina chiusa nell’armadio che accarezza la tata solo attraverso le lenzuola pulite, e scopre l’innamoramento scrivendo lettere d’amore a se stessa.

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