Mario Benedetti: due racconti

Mario Benedetti

Mario Benedetti

CAMBALACHE

Quella squadra di calcio, della regione del Rio de la Plata (non fornirò ulteriori particolari perché ciò che importa è l’aneddoto non il nome degli attori), arrivò in Europa a sole 24 ore dalla sua prima partita con una delle formazioni più prestigiose del Vecchio Continente (neanche in questo caso fornirò ulteriori particolari). Ebbero appena il tempo di fare un breve allenamento, in un campo più o meno periferico, il cui manto erboso era un disastro.
Quando finalmente entrarono nel vero campo di calcio (il rettangolo di gioco, come lo chiamano alcuni cronisti sportivi) rimasero stupefatti di fronte alle eccezionali dimensioni dello stadio, alle tribune stracolme e chiassose e al clima gelido di un gennaio implacabile.
Come d’abitudine si allinearono le due squadre per ascoltare e cantare gli inni nazionali. Per primo, ovviamente, fu suonato quello della squadra di casa, con il coro del pubblico e dei giocatori, seguito da una calorosa ovazione.
Poi l’inno dei nostri giocatori. La registrazione era spaventosa, di una stonatura veramente olimpica. Non tutti i giocatori conoscevano tutte le parole, però facevano il coro almeno nella strofa più famosa. Solo uno dei calciatori, per puro caso un attaccante, anche se si ricordava l’inno, decise di cantare al suo posto il tango Cambalache : «Che il mondo sia stato e sarà una schifezza,/ già lo so,/ nel cinquecentosei/ e anche nel duemila». Solo nella tribuna d’onore alcuni applaudirono per dovere.
Quando finì  questa parte della cerimonia, e prima del calcio d’inizio, che toccava ad un rugoso attore del cinema muto, i giocatori rio platensi circondarono l’attaccante discolo e lo rimproverarono duramente per aver cantato un tango al posto dell’inno. Tra i tanti gentili epiteti, gli affibbiarono: traditore, senza patria, sabotatore e cretino.
L’incidente ebbe inaspettate ripercussioni sulla partita. Per quanto possibile, gli altri giocatori evitavano di passare la palla al sabotatore, in modo che questi, per conquistarla, era costretto a retrocedere fino alle linee difensive, per poi avanzare, eludendo i prestanti avversari e infine passare il pallone (perché non era egoista) al giocatore meglio posizionato per tirare in porta.
Gli europei giocarono meglio, però mancavano pochi minuti alla fine e nessuna delle due squadre era riuscita a trafiggere la rete avversaria. Così fino al quarantreesimo minuto del secondo tempo. Fu in quel momento che il senza patria raccolse la palla da un falso rimbalzo e cominciò la sua audace corsa verso la porta avversaria. Penetrò nell’area di rigore e siccome fino a quel momento i suoi compagni avevano sprecato le buone occasioni che lui aveva procurato, dribblò con tre geniali finte due difensori, e quando il portiere uscì impaurito a coprire la porta, il cretino fece finta di tirare col destro, però calciò con il sinistro, spiazzando completamente il poveretto e introducendo il pallone nell’irraggiungibile incrocio dei pali. Fu il gol del trionfo.
La seconda partita si svolse in un’altra città (non entro nei particolari), in uno stadio altrettanto impressionante, con le sue tribune straripanti. Anche lì arrivò il momento degli inni. Prima quello locale, poi quello della squadra in trasferta. Anche se la banda musicale andava per conto suo, i 18 giocatori, perfettamente allineati e con la mano destra sul cuore, intonarono il tango Cambalache, di cui certamente tutti conoscevano le parole.
Nonostante avessero vinto anche questa partita (non ricordo esattamente il risultato), i dirigenti indignati decisero di sospendere il giro in Europa e di sanzionare economicamente tutti i giocatori, senza eccezione, accusandoli di essere traditori, senza patria, sabotatori e cretini.

 

SEGRETERIA TELEFONICA

«Risponde il numero 5179617. In questo momento non possiamo rispondere. Se volete lasciare un messaggio parlate dopo il segnale acustico».

«Questo messaggio è per Abilio e chi parla è Juan Alberto. Ti stupisci, Abilio? Immagino di sì. Da cinque anni non avevi mie notizie. E da cinque anni io non ho più volto né corpo e nemmeno ombra. Ma, stranamente, ho una voce. E con la mia voce posso ancora farti visita, ricordarti cose, accompagnarti tuo malgrado.
Il ricordo più nitido che conservo di te è l’odio nei tuoi occhi azzurri quando sovrintendevi alle torture che altri ci infliggevano. Questo tuo livore, così esagerato, è sempre stato un mistero per me. Non ho mai avuto scontri diretti con te, non ho violentato tua moglie né tua figlia, non ti ho tradito, e non ti ho neanche mai sputato in faccia, anche se molte volte ho desiderato farlo. Tu, invece, ti sei infiltrato tra di noi, e hai cominciato a venderci, uno dopo l’altro tutti quanti. Hai distrutto con pazienza le nostre vite familiari, hai fatto tutto il possibile perché su di noi incombesse sempre la minaccia di morte, come pane quotidiano».

«Risponde il numero 5179617. In questo momento non possiamo rispondere. Se volete lasciare un messaggio parlate dopo il segnale acustico».

«A quanto pare, la tua segreteria non è molto capiente. Allora continuerò finché non si esaurisce lo spazio. Hai rovinato l’esistenza delle nostre donne e dei nostri figli. Facevi ascoltare loro le registrazioni con le nostre voci e le urla che cacciavamo mentre ci torturavano. Non si può dire che tu sia un boia pentito, come alcuni che stanno venendo fuori adesso. Tu per vocazione eri uno zelante esecutore di ordini. Ti divertivi. Eppure non ti serbo rancore. Nella dimensione in cui galleggio adesso, non c’è posto per il rancore, ti dirò di più, è inconcepibile. Non voglio anticiparti come è questo spazio, dovrai verificarlo da solo, quando verrà il tuo giorno, o la tua notte, come è successo a me.
Un avvertimento. Non credere che incontrerai Dio. Né il tuo né quello degli altri. Fino ad ora hanno brillato per la loro assenza. In tutta tranquillità, puoi smettere di andare a messa. Non succede niente.
Ti confesso che in fondo mi fai pena. So che non puoi dormire. So anche che è troppo tardi per pentirsi. Trasporti  troppi morti nel container della tua memoria.
Non so se qualcun altro dei tuoi cadaveri comparirà, come adesso, sulla tua segreteria telefonica. E non lo so perché qui non comunichiamo tra noi. Siamo una confraternita di solitari. Sapevi che la morte è un’infinita prateria grigia? Ti prometto che non ti darò più fastidio. Sì, la morte è un’infinita prateria grigia. Una prateria grigia, Senza alleluia. Grigia».

© Mario Benedetti

 

I due racconti qui pubblicati sono tratti da: Mario Benedetti, Lettere dal tempo, Le Lettere, 2000 (traduzione di Emanuela Jossa).

9 comments

  1. Mi sono piaciuti. Mi ha colpito il secondo racconto, soprattutto per il coraggio sottinteso nell’affermazione di quel grigio. Non è facile di far prendere una posizione al personaggio in merito a questioni decisamente irrisolte come la morte o il fatidico aldilà

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    1. no, non deve essere facile. Un grande scrittore e poeta Mario Benedetti, appena avrò un po’ di tempo farò un post con le sue poesie

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