in-side stories #4 – L’Ospedale delle bambole

berlino - foto gm

In-side stories #4 – L’Ospedale delle bambole

Geraldine e Assuntina arrivarono a un giorno di distanza l’una dall’altra, Don Alfonso se lo ricordava bene. Geraldine arrivò da Roma un martedì pomeriggio, fu portata da un uomo sui cinquant’anni: Giuseppe Pancaldi, si chiamava. Disse di stare vicino a Villa Borghese e che Geraldine era un ricordo di sua nonna e di chiamarlo soltanto quando la parte mancante del braccio sinistro fosse stata riparata. Quella volta Don Alfonso sorrise, la frase era standard. Ricordi o meno, affezionati o no, nessuno voleva una bambola rotta per casa. Assuntina veniva da Materdei e si presentò a San Biagio dei Librai, la mattina successiva, accompagnata da tale Maria Romano, vigorosa e corpulenta donna sui sessanta, che disse qualcosa come che della bambola a lei personalmente non importava molto, che era sempre stata in casa loro per quanto ricordasse, ma a che a sua nipote Sara quella bambola piaceva molto e quindi occorreva ripararla. «Voi capirete che non possiamo tenere per casa una bambola senza un pezzo di faccia, ’a piccerella se mette paura.» Lasciò il numero di telefono e se ne andò. Don Alfonso valutò che Assuntina era molto più antica di Geraldine, ma che la seconda avesse una lavorazione migliore. In ogni caso la riparazione di entrambe risultava decisamente problematica. Ricostruire il braccio di Geraldine, che era tranciato come per amputazione, richiedeva molto tempo e l’utilizzo di particolari materiali non più in commercio. Bisognava farsi venire un’idea e aspettare. Tanto che altro teneva da fare? Don Alfonso aveva sempre saputo che senza la pazienza e la capacità di saper aspettare quel lavoro non avrebbe potuto farlo. E non avrebbe potuto farlo nessuno che non fosse napoletano. A Napoli si aspetta sempre qualcosa, che sia un miracolo o il 140 per Capo Posillipo non fa alcuna differenza. Per Assuntina la questione si presentava ancora più complicata, il lato destro del viso era completamente rovinato, come strappato dal morso di un cane, ma ce l’avrebbe fatta. Per nessun motivo particolare, da subito, le mise una accanto all’altra, su uno scaffale abbastanza vicino al tavolo sui cui lavorava. Ogni tanto alzava gli occhi e gli pareva che Geraldine e Assuntina si guardassero, qualche altra volta sembrava che Assuntina toccasse il braccio monco dell’amica. Si prendeva in giro da solo: «Jamme, stiamo facendo Questi fantasmi al laboratorio.» A metà mattina usciva sempre a pigliarsi un caffè, poi si fumava una sigaretta, facendo quattro passi fino a Via Duomo. Una di queste mattine, tornando dal suo giro, trovò le due bambole quasi abbracciate, ebbe un sussulto. Gesù, qua stava proprio uscendo pazzo, allora pazzo per pazzo, parlò alle bambole: «Piccirelle belle, ma che vi siete affezionate, che vi andate sempre azzeccando? Come volete voi, io vi lascio vicine, ma poi comme facimme quando il lavoro finirà?» Le bambole non risposero, «e ce mancasse», si doveva tranquillizzare, qua a stare tutta la giornata da solo non era cosa troppo buona. Passarono i giorni, le bambole gli sembravano sempre più vicine, la sera le spostava un po’ e la mattina le ritrovava quasi abbracciate. Il lavoro proseguiva molto lentamente: erano due ricostruzioni difficili e poi Don Alfonso non aveva alcuna fretta. La sera salutava le bambole con un sorriso e tornava a casa per cena. Alcuni mesi dopo si presentò all’Ospedale la signora Romano che chiese indietro la bambola, perché alla nipote mancava. A nulla servirono le proteste di Don Alfonso che il lavoro non era terminato. La donna disse che non le importava e che poi sua nipote con i genitori si sarebbe trasferita in un’altra città e che avrebbe voluto Assuntina con sé. A malincuore Don Alfonso accettò, non volle denaro. Dopo si avvicinò a Geraldine e le parlò con voce amorevole: «Nennella mia, Assuntina è dovuta andar via, ma noi ce la caveremo lo stesso. Dobbiamo essere forti, mi raccomando.» La sera la salutò, le fece una carezza e andò a casa. La mattina dopo la trovò per terra, stesa a pancia in giù, il braccio sano rivolto alla porta d’entrata.

© Gianni Montieri

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Il racconto in video letto da Giovanna Amato

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The National – The perfect song (album The National 2001)

The Perfect Song

Nine years older than I was
When I brought you down to see,
What I thought would make you fall in love

Wearing open our dreams
Someday man I’m gonna be
No different than the other rivers

I tried to look at you
But I couldn’t break the ice
You stood out there for an hour freezing

Put your hand around my back
I guess you thought I needed that

I never try to find you
I hope you don’t remember me
I hope you’re not alone

Wanted me to take you home
You said you’d rather be alone
I never thought of that

Car is warm and we had wine
But I couldn’t find the perfect song

Now I own furniture,
A 401 and crow’s feet
And I can’t even remember the car.

Sometimes I can feel your weight
When I close my eyes
Seven times I was under you

I never tried to find you
I hope you don’t remember me
But I hope you’re not alone
And I don’t wanna know what you’re thinking
I’m looking out the window
Drinkin’, drinkin’, drinkin’…

Shallow frame and shaky sticks
But I know there’s a river in me
Shallow minded adult tricks
But I know there is a river in me
Shallow frame and shaky sticks
But I know there’s a river in me

I never tried to find you
I hope you don’t remember me
I hope you’re not alone
And I don’t wanna know what you’re thinking
I’m looking out the window
Sittin’ there, sittin’ there, just fuckin’ drinkin’

Ascolta il brano

13 comments

  1. Ogni estate e ogni Natale, quando torno a casa dei miei genitori, controllo che nessuno abbia separato le mie tre bambole preferite dell’infanzia: Bianchina, Nerina e Michelina siedono da anni una accanto all’altra sulla mensola sopra il mio letto.

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  2. Ci sono storie che con i nomi ti chiamano per nome, ti fanno cenno con la mano e ti invitano a entrare nelle loro stanze, corridoi, laboratorio, bottega e retrobottega. Dopo aver risposto all’invito, aver indagato su quei nomi, aver esplorato quegli spazi, aver fatto tappa anche nelle tue stanze, magari con un salto a ritroso, vorresti trovare un modo per portarle sempre con te. Questa è una di quelle storie. Grazie

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  3. Mi è mancato il resto della storia, come anch’io volessi stare ancora abbracciata a loro. Piaciuto assai. Grazie.
    c.

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