“Ci sono notti che non accadono mai”: ad Alda Merini, con un’intervista a Silvia Rocchi

foto (1)

Ci sono notti
che non accadono mai
e tu le cerchi
muovendo le labbra.
Poi t’immagini seduto
al posto degli dèi.
E non sai dire
dove stia il sacrilegio:
se nel ripudio
dell’età adulta
che nulla perdona
o nella brama
d’essere immortale
per vivere infinite
attese di notti
che non accadono mai.

Alda Merini.

.

.

Alda Merini è stata una poetessa prolifica: è grande l’abbondanza dei suoi scritti e allo stesso modo è stata profonda e piena la sua solitudine. Solitudine è forse un termine abusato nella nostra società ma non c’è nulla di più aderente alla vita di Merini: è come una chiave di volta per capire i suoi testi, anche nell’amore per lo sconfinato e l’indicibile, anche lì la solitudine si fa corpo, è collante per i versi. Da qui voglio partire, dalla comunicabilità di questa solitudine e dei suoi testi, che confluiscono in un’opera di omaggio all’autrice, un fumetto recentemente uscito per Beccogiallo dal titolo Ci sono notti che non accadono mai. Canto a fumetti per Alda Merini. L’artista della sceneggiatura e dei magnifici disegni che lo compongono è Silvia Rocchi, che percorre un doppio filo di narrazione per portare in scena l’esistenza spesso sbandata e senza punti di riferimento di Merini, intersecandola con la sua stessa poesia. Tante le citazioni che evocano mondi, luoghi, situazioni, calando la poetessa milanese nel quotidiano anche, riappacificando l'”ogni giorno” con l’altezza di alcuni suoi slanci poetici. C’è tutto il potere della metafora, è vero, come ben dice la stessa Silvia Rocchi nella postfazione al volume, c’è un sicuro trattare l’esperienza in modo filologico, temporale – i versi pre-manicomiali e i versi post-manicomiali – che creano e restituiscono un senso circolare. Cito ancora Silvia Rocchi nel ripercorrere il doppio filo, quello di una Merini senza volto che vaga alla ricerca dei volti altrui, in cui riconoscersi (prima), in un gioco – a mio personale avviso – molto simile a quello delle recenti performance di Marina Abramovic, quello di una Merini tra amore, violenza e pietà (poi) sempre alla ricerca di redimere se stessa. In questi disegni c’è il riverberare d’un destino ellittico e spezzato, che è già nel verso. La solitudine è “tema sostanziale”, che affranca il disegno, e alla fine lo esplode, come fanno il motivo del “dettaglio” e del silenzio, pregnante, anche laddove la parola (non) è pronunciata: i versi sono spesso voci fuori campo che invadono la pagina, e nel loro dirsi, nel loro riecheggiare nello spazio, si riappropriano dello spazio stesso e, come già la solitudine, si fanno corpo. C’è poca Milano però, che resta trasfigurata, appena accennata, abbozzata, o che sta sullo sfondo, in disarmonia con l’io; ci sono le colline, e ci sono gli interni, chiusi.
Merini ha scritto moltissimo ma credo sia giusto provare anche a spostare lo sguardo per richiamare altre immagini che Rocchi mette in movimento dal mio punto di vista, e proverò a riconsegnarne qualcuna perché quando un’opera comunica significa che funziona: c’è ad esempio una splendida citazione da Virginia Woolf nell’immersione nel fiume, nella decima tavola qui; la bocca che dice Sarò invece, nella tavola a pagina 5, possiede una rara sensualità, penetrante come un quadro di Egon Schiele.
Questi disegni tuttavia, risvegliano anche versi di altre poetesse; di Mariangela Gualtieri, ad esempio:

Volevo tutte le sbandate
essere viva fino allo scortico
essere tavolo pietra bestiale essere
bucare la vita coi morsi
infilare le mani in suo pulsare
di vita scavare la vita scrostarla
sfondarla spericolarla battermi con lei fino
ai suoi sigilli.
Per amore – per amore – tutto per amore.

e soprattutto di Anna Maria Carpi, che sintetizza anche tutta l’opera di Rocchi, secondo me:

IL MIO CUORE ha l’accesso stretto
il sangue non ci passa facilmente
o rigurgita o rimane dentro,
così gli altri non sanno
che passione ho per loro
che potrei
fermare anche gli ignoti per la strada
e dirgli
tutto quello che ho dentro e non mi passa –
e sarebbe la grazia.

Alda Merini il 21 marzo scorso avrebbe compiuto 82 anni. Questa è una dedica a lei con un’introduzione e un’intervista a Silvia Rocchi che qui segue, perché ci sono notti che non accadono mai e ci sono anche giorni che non accadono mai, ma ci sono vite che accadono e rappresentarle significa renderle eternamente accessibili.

(c) Alessandra Trevisan

***

Perché Alda Merini e come ti sei avvicinata alla sua poesia?

Perché mi è stata proposta dalla casa editrice BeccoGiallo. Io conoscevo la sua opera post manicomio, per una serie di mie ricerche legate anche a Basaglia e Tobino, ma dal momento in cui mi sono messa al lavoro sulla sua vita e la sua opera, mi sono completamente immersa nelle sue poesie in modo più complesso, più profondo.

Il doppio binario dei tuoi disegni si “fa” soprattutto in un gioco di citazioni di versi che evocano il visivo, e non solo. Con doppio intendiamo la storia narrata nel fumetto che s’intreccia ai versi di Merini, e viceversa. Voglio chiederti qual è stato il processo creativo che ha portato a questa tua opera.

Ho deciso di approcciarmi alla sua vita in questo modo “doppio”, perché per prima cosa non ritenevo giusto che la vita di una poetessa fosse raccontata da qualcuno che poeta non è. Per rendere al massimo la sua opera e il mio omaggio dovevo aver qualcosa con cui competere, e certo nel mio caso non è la scrittura. Così ho provato con il disegno, nel racconto si procede per immagini e per come la vivo io la parte importante è quella inferiore della tavola, più forte, più viva, di quella che dovrebbe essere la vita vera nelle scene superiori.

Una poetessa che stimo molto, Anna Toscano, dice che «i dettagli sono empatici/ aprono mondi». Ciò che mi colpisce dei tuoi disegni, da non esperta, è la cura dei dettagli anche laddove i personaggi appaiano – come Merini – senza volto o “spezzati” o per meglio dire “interrotti”. Ci puoi parlare di questa tua scelta che “fa stile”?

Non so se questa scelta fa veramente “stile” quel che so è che non mi piace aggiungerne dove regolarmente servono, come i dettagli del volto, che si perdono sempre, piuttosto aumentarne dove sono necessari per l’atmosfera della vicenda, come un comodino con i suoi oggetti, che richiamano la sua presenza. Inoltre il viso, l’espressione si perdono anche a favore dell’anatomia delle corse o delle brevi passeggiate per ritrovarli invece nei momenti in cui il taglio della vignetta si avvicina molto.

Mi piace pensare – forse per deformazione – che ogni artista, anche chi si occupa strettamente di arti visive, abbia a cuore la musica. Voglio chiederti dunque: che colonna sonora – se esiste – ha generato questo lavoro? Hai mai pensato ad una soundtrack che lo possa accompagnare?

Qualche tempo fa odiavo chi a questo genere di domande rispondeva con un impreciso: “ascolto un po’ di tutto”, ma purtroppo per me, oggi questa risposta mi rispecchia in pieno. Nel momento in cui so quello che devo fare, a storyboard ultimato, quando mi butto a corpo morto e passo ore e ore alla scrivania, i gruppi o i cantautori che mi accompagnano sono tanti e diversi, e no, non non ho pensato ad una soundtrack, altrimenti sentirei solo gente lamentarsi per esempio di gruppi come i Crass che con Alda Merini hanno poco a che fare.

A che progetti stai lavorando ora?

Sto finendo di preparare la mostra Bosco di Betulle, la cui inaugurazione si terrà il 5 aprile a Firenze, in via Cavour. Un progetto che per mesi ho condiviso con due amiche e colleghe Viola Niccolai e Francesca Lanzarini, trovandoci di volta in volta nei nostri rispettivi luoghi di provenienza per lavorare insieme sulla nostra memoria visiva/emotiva, in incisione, fotografia, pittura. Allego un link: http://boscodibetulle.tumblr.com/; per il resto inizierò un corso di incisione intensivo che mi terrà occupata per tre mesi e dopo vedrò.

***

8512648309_c4cd1a3a69_bSilvia Rocchi è nata a Pisa nel 1986; ha studiato pittura a Firenze e illustrazione a Bologna. Nel 2009 ha contribuito alla nascita del collettivo La Trama, una piccola realtà dedita all’autoproduzione di fumetti. Questa per Beccogiallo è la sua straordinaria opera prima.
Sul web: http://silviarocchi.blogspot.it/

La foto che apre questo post è stata scattata presso Gatto Rosso, Cooperativa Sociale “Controvento” a Mestre (VE), nel quale lo scorso 5 gennaio e per alcuni giorni si è tenuta la bella mostra di tavole da Ci sono notti… che mi ha fatto conoscere questo volume. “Controvento” è anche un po’ casa, un luogo adatto per ospitare questo genere di iniziative aperte. Qui trovate un video della lettura fatta in occasione dell’inaugurazione della mostra. Buon ascolto!

Qui puoi scaricare il pdf dell’articolo

Opera tutelata dal plagio su www.patamu.com con numero deposito 56540

5 comments

  1. Per Alda Merini scrivere era allontanare la solitudine che l’ha infine divorata; se fosse riuscita a contenere la sua bulimica fame di dire, avrebbe selezionato di più e ci avrebbe lasciato solo capolavori che ora si abbracciano a eccessi del sentire. Peccato. Però dobbiamo renderle sempre onore. Non nascono di frequente persone come lei e come lei disposte a farsi torturare. La nota è chiara , profonda, centrata.
    Narda

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  2. Ho avuto la fortuna e l’onore d’incontrare Alda Merini,
    se non erro alla fine degli anni ’70 ad una conferenza
    a Milano. Rammento che tra nuvole di fumo della
    sua immancabile sigaretta, aveva il dono di
    catturare l’ascoltatore con la sua voce poetica.
    Per è e rimane una grande poetessa.ud

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  3. Alessandra, ribadisco che la Merini l’ho vista e che
    serbo un caro ricordo di lei. Ho letto molte sue opere
    e la sua penosa vita a sua tempo mi ha commosso.
    Altro non saprei dire. La ringrazio per il suo bellissimo
    articolo e per la sua disponibilità. ud

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  4. Alessandra in un certo senso quell’abbondanza è un difetto; per anni, ossia dalla sua apparizione mediatica, diventata presto sovraesposizione, fino alla sua morte di lei è stato pubblicato ogni respiro, ogni sputo, ogni colpo di tosse, senza che si facesse la ben che minima attenzione alla qualità della pagina.
    è ovvio che ogni singolo testo in versi o in prosa della Merini contenga una stilla di bellezza, ma è altrettanto ovvio che non tutte possiedono quella tensione che rende capolavori alcuni suoi libri rispetto ad altri.
    ed è ancora più ovvio che la produzione logorroica degli anni da me indicati, frammentata tra vari editori, troppi editori, a volte ben poco “editori”, ha nascosto agli occhi del lettore più attento tutta la produzione che precedeva il “caso Alda Merini” e che appartiene alla poeta Alda Merini.
    ti do ragione quando affermi che vorresti sentire altre cose, cose nuove, ma per arrivare a queste cose nuova da dire e perciò sentire bisognerebbe prima di tutto avere il coraggio di fare piazza pulita del, passami il termine, ciarpame di libercoli a dir poco imbarazzanti.
    come Antonia Pozzi, anche Alda Merini ha bisogno di essere liberata dalla cricca di critici che la tiene stretta, gettando nuvole d’incenso là dove prima c’erano le cerulee spirali di fumo.

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