Come leggono gli under 25 #9: Silvia Bre, Marmo

su Silvia Bre e Marmo

di Alessandra Trevisan

Vita: una forma subdola della morte.

:

E cosa potrà fare adesso
Con i modi difformi che ho imparato,
cosa accade se mi spalanco
se la malapena sa essere infinita –

Parto da un’annotazione mia a biro nera, del 16 febbraio scorso, che ho posto nell’ultima pagina di Marmo di Silvia Bre: – La poesia parla di quello che ci manca -: Bre è infatti una poetessa ‘esatta’ nel senso campiano di quest’aggettivo, che persegue quell’attenzione necessaria a tessere i fili dei versi, così come faceva Cristina Campo in prosa e poesia, in una perpetua ricerca del mots justeche, dunque, ‘riveli’ il mondo. Ma l’esattezza che andiamo cercando noi lettori e Silvia Bre possiede, sembra continuareuna tradizione che è anglosassone soprattutto (Bre è traduttrice, tra altri, di Emily Dickinson), perché è nella lingua inglese (e forse in quell’impostazione di pensiero) che le parole illuminano le cose conferendo loro un significato contemporaneamente ‘caleidoscopico’ eppure puntuale e rigoroso: «Immaginazione, penombra regale,/ nessuna libertà ti somiglia fino in fondo./ In noi pieno di te/ il mondo può sembrare continuamente,/ è come è» (p. 55). La mia è soltanto un’ipotesi: Bre ‘dice’ la molteplicità con gli strumenti dell’italiano, sintetizza il ‘molto’ che ad esempio sta nell’altrove (sempre evocato),e nell’aria, che è l’elemento forse più presente in questa raccolta, aria che invade i luoghi, i tempi, gli spazi, il grande ‘dentro’: «Ma ci sono pensieri/ che non vanno in figura./ Così stanno segreti/ a chiamarsi in un buio. Musica», dove qui pare vicinissima ai frammenti del Diario ultimo di Lalla Romano.
Non credo che Bre pensi in inglese, poiché la sua poesia è tutta interna alla nostra lingua, ma opera più probabilmente un ‘distacco zero’ dall’inglese in termini di comprensibilità; a tal proposito ricordo quanto diceva Rosa Luxemburg: «Chiamare le cose con il loro nome è un gesto rivoluzionario», e questo è verissimo nell’arte, nella poesia è vero due volte. Quello di Bre è un lirismo che sta su un piano cartesiano in cui ascissa e ordinata misuranola chiarezza e la densità di un altro-dove,non sottraendosi ad una complessità che determina il valore letterario (e prosegue con probabilità la nostra letteratura classica). La poesia di Bre vive nell’oltre-forma, in un ‘elsewhere’ appunto che è dominato e invaso da una particolare e propria ‘vividness’,laddove questo lemma in inglese significa allo stesso tempo “vividezza-vivacità-brilantezza-nitidezza-intensità” che è propria di Bre, e fa stile.

MARMO: La ricchezza leggera della parola

di Maddalena Lotter

(È sera, dico le tue poesie
confesso lenta al buio
brevissime bugie.
Così è l’incontro,
nel tempo che s’arrende
e mentre la rete larga
della grammatica
della poca sintassi
si rapprende
nell’impressione acuta
d’essere vicini
forse è da qui che passa
semmai ne esiste una
la storia impensabile
della letteratura.)

Non si trovano facilmente le parole adatte a commentare la poesia di Silvia Bre, perché è ricca, ha molte forme. La sua è un’arte preziosa, che sa definire l’istante senza negare il fascino delle sfumature, del non-centro delle cose: «Ma ci sono pensieri/ che non vanno in figura./ Così stanno segreti/ a chiamarsi in un buio. Musica.» Leggendo i versi di Bre si ha l’impressione di immergersi in un mondo  di profumi, sensazioni, colori e, appunto, sfumature, che manifestano l’abbondanza e al contempo la leggerezza, due caratteristiche che non si annullano ma anzi si “cercano” nell’universo femminile, dove il bello e il dolore vengono amplificati e un attimo dopo, per esigenza, per salvarsi direi, vengono ridimensionati: «Ognuno vuole avere il suo dolore/ e dargli un corpo, una sembianza, un letto,/ portarlo su di sé tenacemente/ perché si veda come una bandiera…/ Ma c’è persa nell’aria della vita/ un’altra fede…».
La parola di Bre oscilla, si muove senza paura a toccare gli aspetti ora più delicati ora più fermi della vita, nel tentativo di abbracciare tutte le cose, gli argomenti. Ora che ci penso, ricevere e contenere la varietà senza temerla è il modo che hanno le donne per definire il molteplice.
La poesia di Bre sembra dire sempre che, di fronte a una domanda, la soluzione delle situazioni si trova nelle situazioni stesse: «noi intanto ci lasciamo stare/ sotto l’ulivo più vecchio dell’orto –/ corpi, per trattenere quell’incanto./ Nessuno ha mai toccato l’argomento.» Il non detto dell’ultimo verso è pesante, è ricco, ma bilanciato da quell’incanto che lo precede. La leggerezza dell’incanto, del trattenere le sensazioni e amarle, amarle tanto, «nell’impressione acuta/ d’essere vicini». Anche l’incanto infatti, che è irreale, è un argomento reale, terreno; «così noi ci leghiamo docilmente/ per un disegno d’astri/ così siamo la terra che risponde.»

6 comments

  1. Se dio vuole viene premiata – anche editorialmente – la classicità intesa come chiarezza di significati , che esperisce comunicazione e non incantesimo .Silvia si gioca tutto sulla parola , sulla sua capacità rappresentativa , rispettando al contempo chi legge e l’oggetto del ricordo ; dando al “dolore” e dintorni l’ospitalità che si merita , lontana dall’affliggente invasività che vediamo in giro ( vulnus comune a tanta poesia “femminile”incapace di aprirsi all’Altro , al Mondo ).
    Auguri a Silvia e al suo lavoro .

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  2. Care Madda e Ale, non ho questo libro, mi piacerebbe leggerne più versi con la promessa, a voi dovuta perché siete voi ad alimentarne la voglia, di andare a comprarlo al più presto. Vi lancio quindi una proposta, potreste scegliere almeno tre poesie ciascuna per farne un post o allegarle a questo?
    siete d’accordo?
    brave.
    nc

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