Traduzioni

Oskar Pastior a 90 anni dalla nascita

90 anni fa, il 20 ottobre 1927, nasceva a Sibiu Oskar Pastior. In occasione di questa ricorrenza propongo una mia traduzione inedita di una poesia tratta dalla raccolta Gedichte, del 1965, apparsa a Bucarest per Jugendverlag nel 1966. Altre traduzioni di testi di Oskar Pastior apparse su Poetarum Silva si possono leggere qui, qui  e qui. Sempre nella mia traduzione, alcuni testi di Oskar Pastior sono stati pubblicati sul n. 7 (2017) di “Punto. Almanacco di poesia“. (Anna Maria Curci)

 

SU BROCCHE DI TERRACOTTA CIRCOLANO LEGGENDE,
narrano che fossero le figlie di alberi,
alberi vetusti, che oggi da lungo tempo
sono campi o pozzi o villaggi.
A quel tempo le brocche crescevano ancora
come zucche sospese tra il fogliame,
un po’ più vicine alla pioggia, un po’ più lontane dalla forza di gravità.
Più simili alle nuvole, eppure più resistenti.
Così c’era qualcosa di fresco nel loro fondo
che non si seccava mai; il polline
era di natura astrale, e quando maturavano
si colmavano di ronzio di miele.
D’inverno, quando le fronde erano volate via,
le brocche erano ancora ardenti come soli.
Quelli che le coglievano, erano pastori e pescatori e contadini.
Davano loro nomi come nostalgia o patria
o bellezza o vita o morte,
assegnavano loro il posto nella casa
e da allora in avanti le consideravano
come proprie figlie.

Oskar Pastior
(traduzione di Anna Maria Curci)

 

VON TONKRÜGEN GEHEN SAGEN UM,
sie seien die Kinder von Bäumen,
uralten Bäumen, die heute längst
Felder sind oder Brunnen oder Dörfer.
Damals wuchsen die Krüge noch
wie Kürbisse hängend im Blattwerk,
etwas näher dem Regen, etwas ferner der Schwerkraft.
ähnlich den Wolken, doch beständiger.
So war etwas Kühles an ihrem Grund,
der nie austrocknete; der Blütenstaub
war sternischer Natur, und zur Zeit der Reife
füllten sie sich mit Honiggesumm.
Im Winter, wenn das Laub fortgeflogen war,
glühten die Krüge noch immer wie Sonnen.
Die sie pflückten, waren Hirten und Fischer und Bauern.
Sie gaben ihnen Namen wie Sehnsucht oder Heimat
oder Schönheit oder Leben oder Tod,
wiesen ihnen den Platz zu im Hause
und betrachteten sie fortan
als ihre Kinder.

Oskar Pastior
(da Gedichte, ora in »… sage du habest es rauschen gehört«, Werkausgabe Band 1, Carl Hanser Verlag 2006, 125)

 

Oskar Pastior nacque a Sibiu (il nome tedesco è Hermannstadt) il 20 ottobre 1927. Appartenente alla comunità di lingua tedesca in Romania, frequentò nella città natale, dal 1938 al 1944, la scuola secondaria, sempre nella lingua tedesca, la lingua che si parlava in famiglia, la lingua dei libri che leggeva. Nel 1945, perché appartenente alla comunità di lingua tedesca, fu deportato nei campi di lavoro forzato dell’Ucraina, dove rimase internato fino al 1949. Al ritorno nella città natale, nel 1955 intraprese il corso di studi in lingua e letteratura tedesca presso l’università di Bucarest. Dopo la laurea, conseguita nel 1960, lavorò come redattore di un programma radiofonico in lingua tedesca. Nel 1968, durante un soggiorno per motivi di studio nella Repubblica Federale Tedesca, decise di non ritornare in Romania. Dopo un breve periodo a Monaco di Baviera, si trasferì a Berlino. Dal 1969 alla morte, avvenuta il 4 ottobre 2006, Pastior ha svolto esclusivamente l’attività di scrittore. Come Georges Perec e Italo Calvino, anche Oskar Pastior ha fatto parte dell’OuLiPo, Ouvroir de Littérature Potentielle, fondato nel 1960 da Raymond Queneau e François Le Lionnais. Tra i premi letterari dei quali fu insignito: nel 1965, in Romania, Premio per la Nuova Letteratura di Romania, nel 1969 Premio Andreas Gryphius, nel 2006, postumo, il Premio Büchner. Nel 1981 soggiornò a Roma, all’Accademia Tedesca di Villa Massimo, in qualità di vincitore di quella borsa di studio che viene annualmente assegnata ai migliori giovani artisti della Repubblica Federale Tedesca. Alcuni titoli: Fludribusch im Pflanzenheim (1960), Vom Sichersten ins Tausendste (1969), Gedichtgedichte (1973), Höricht (1975), An die Neue Aubergine. Zeichen und Plunder (1976), Ingwer und Jedoch (1985), Anagrammgedichte (1985), Modeheft (1987), Kopfnuß Januskopf (1990), Vokalisen & Gimpelstifte (1992), Das Unding an sich (1994), Eine kleine Kunstmaschine (1994), Das Hören des Genitivs (1997), Villanella & Pantum (2000). La casa editrice Hanser ha pubblicato dal 2003 al 2008 l’edizione completa delle sue opere in quattro volumi.

Fabio Strinati, Periodo di transizione (rec. di M. Zanarella)

Fabio Strinati, Periodo di transizione / Perioadă de tranziţie. Testo bilingue. Traduzione in rumeno di Daniel Dragomirescu, Bibliotheca Universalis 2017

Esiste un momento nella vita in cui ci si trova in una sorta di limbo necessario per giungere a un nuovo cambiamento. Questo può succedere anche per la scrittura ed è il caso di Fabio Strinati, poeta marchigiano che ha recentemente dato alle stampe il libro Periodo di transizione, in edizione bilingue italiano/rumeno per «Bibliotheca Universalis».
Ci sono dei passaggi creativi che bisogna saper affrontare, mettendosi alla prova. La transizione indica, infatti, il passaggio da una situazione a un’altra in senso dinamico, quando è in atto un’evoluzione. Possiamo dire che la poesia di Strinati sin dalle prime pagine si manifesta in movimento. C’è un flusso espressivo che indica l’urgenza di liberarsi da uno stato di angoscia. È affidandosi alla bellezza della poesia che il poeta tenta di raggiungere un equilibrio. Il lavoro interiore da compiere è arduo, ma Strinati è consapevole che la forza delle parole supera ogni ostacolo.
Fare chiarezza nel disordine emotivo non è facile: tutto deve avvenire in modo graduale. Si parte dal “groviglio” per iniziare un percorso di riflessione, conoscenza e rivelazione. Il vuoto intorno attanaglia, ed il vento scompare. L’elemento che rappresenta la libertà viene evocato, ma fa fatica e «finisce e straripa». Si sente «privo di se stesso» l’autore, vive una depressione che lo annienta nell’anima come nella mente. Si susseguono tormenti, «l’anima invecchia tra gli alberi» e tutto si fa incerto, provvisorio.
Viene naturale pensare al filone dei poeti maledetti e in particolare a Baudelaire, considerato il dandy dell’angoscia. Il male di vivere che accomuna gli autori francesi è qui la parte buia di Strinati. Anche lui vive una condizione di inadeguatezza e insoddisfazione e si lascia cadere in «nevrotici abbandoni». Il lessico scelto ci fa intuire quanto sia essenziale soffermarsi con attenzione sulle immagini: un buco nero, l’imbuto scuro, i campi spenti. Il nero inghiotte, modifica e trasforma. «Ho l’anima che cerca», scrive Strinati, e il suo andare dentro e oltre le cose è proprio per trovare un lieve approdo di luce. Alla fine il poeta si rende conto che la vita è preziosa ed è la natura stessa a nutrire questo pensiero di speranza. È giusto affrontare le proprie inquietudini, completare un’indagine interiore scendendo in profondità, facendo riaffiorare fragilità, paure, debolezze. La poesia per Strinati assume un valore terapeutico: allevia, alleggerisce. Tutte le ferite del tempo sono meno dolorose, se non si è soli. Il poeta sa di poter contare sulle parole. Ed i versi di questa raccolta sono potenti, spiazzanti, taglienti, hanno l’effetto di un boomerang che, quando ritorna, lascia il segno. Il lettore ha materiale a sufficienza per capire l’importanza del sapersi ascoltare.

© Michela Zanarella (altro…)

Joyce Carol Oates, I ricchi

Joyce Carol Oates, I ricchi (traduzione di Bosetti, Gorla, Pieretti, Reggiani)
Il Saggiatore, 2017; € 18,00, ebook € 8,99

 

Ho a lungo pensato di scrivere un unico pezzo dopo che avessi letto tutti e quattro i romanzi di Epopea americana, di Joyce Carol Oates e pubblicati da Il Saggiatore; ma dopo aver riflettuto ho deciso di scriverne libro dopo libro, trattandosi di quattro storie autonome, così come le ha immaginate Oates. Quattro storie che raccontano l’America, una certa America, certi anni e certe famiglie, ma tra loro profondamente diverse; il punto è in comune è l’America, il punto in comune è il tratto dei protagonisti, il punto in comune è quel genio di Joyce Carol Oates. Comincio, perciò, dal primo che ho letto: I ricchi, che è il secondo romanzo della quadrilogia (gli altri tre sono Il giardino delle delizie, Loro e Il paese delle meraviglie).

Ci trasformiamo in persone di mezza età senza troppa fatica e, da silenziosi che eravamo durante l’infanzia, con la vecchiaia iniziamo a fare un sacco di storie: per il cibo, per le correnti d’aria in arrivo da finestre solo apparentemente chiuse e per i tempi che cambiano.

Questa frase è qui per far capire subito il passo di scrittura che tiene Oates, il ritmo, la scelta dei termini; noi di questa frase percepiamo perfino il suono, ne vediamo il colore. Oates scrive così, non ha eguali, la sua arma migliore non è la dolcezza, la sua arma migliore è la precisione. Con quell’arma può permettersi qualunque carezza, qualunque delitto. La prosa di Oates è come un colpo di fucile sparato da non troppo lontano, da un tiratore fenomenale, non c’è modo di non essere colpiti, non c’è modo di scamparla. E non scamparla significa entrare con lei nel cuore delle cose, guardare l’America – nel caso di questi romanzi – attraverso ogni fessura, muovendosi di spigolo in spigolo; significa passare attraverso le apparenze, significa guardare sotto il tappeto, sotto un tappeto di lusso. Significa far luce con un candelabro pregiato, significa descrivere uno stato d’animo soltanto facendo scendere uno dei personaggi principali da una Cadilllac gialla.

È come guardare la luce di stelle che non ci sono più, che hanno abbandonato le loro orbite misteriose o sono esplose tramutandosi in polvere. L’universo è incrostato della polvere di cose che non sono più qui con noi.

Il narratore di questo libro è Richard, detto Dickie. Il modo che leggeremo è quello del memoir. Richard è molto deciso e netto fin dalle prime parole. Ci fa capire che qualcosa è accaduto durante la sua infanzia, qualcosa di grave: un delitto. Noi lettori non sappiamo che tipo di delitto possa aver commesso un bambino poco più che decenne, ma sappiamo – Oates ce ne convince – che un bambino può essere capace di commettere atti orribili se orribile è il mondo che lo circonda. Se orribile è ciò che lui percepisce. (altro…)

I poeti della domenica #189: Hermann Hesse, Fuga di giovinezza

Giaime Pintor, Nota alla sua traduzione delle poesie di H. Hesse

Fuga di giovinezza

La stanca estate china il capo,
specchia nell’acqua il biondo volto.
Io vado stanco e impolverato
nel viale d’ombra folto.

Soffia tra i pioppi una leggera
brezza. Ho alle spalle il cielo rosso,
di fronte l’ansia della sera
– e il tramonto – e la morte.

E vado stanco e impolverato
e dietro a me resta esitante
la giovinezza, china il capo
e non vuol più seguirmi avanti.

(traduzione di Giaime Pintor)

Jugendflucht

Der müde Sommer senkt das Haupt
und schaut sein falbes Bild im See.
Ich wandle müde und bestaubt
im Schatten der Allee.

Durch Pappeln geht ein zager Wind,
Der Himmel hinter mir ist rot,
und vor mir Abendängste sind
– und Dämmerung – und Tod.

Ich wandle müde und bestaubt,
und hinter mir bleibt zögernd stehn
die Jugend, zeigt das schöne Haupt
und will nicht fürder mit mir gehn.

Christine Lavant, Poesie scelte da Thomas Bernhard

Christine Lavant, Poesie scelte da Thomas Bernhard.
Traduzione di Anna Ruchat, Effigie edizioni, 2016

Torno a proporre oggi, a 102 anni dalla nascita di Christine Lavant, dopo averlo fatto nella rubrica “Dai margini”, qui, e due anni fa, nella ricorrenza del centenario, qui, la sua poesia, autentica, dirompente e diretta, inusuale e carica dell’energia dell’interrogazione incessante. Nella collana “le Meteore”, la casa editrice Effigie ha pubblicato, nella traduzione di Anna Ruchat, le ottantuno poesie di Lavant che Bernhard scelse trent’anni fa, per la precisione nella primavera del 1987, per il suo editore tedesco. Il progetto di Bernhard, coltivato da lungo tempo, era quello di restituire alla conoscenza la poesia di colei che aveva individuato come voce potentissima.
Nel saggio che chiude questa edizione italiana delle poesie di Lavant, Porta via l’ombra del mio angelo, Anna Ruchat riporta le parole di Thomas Bernhard alla redattrice tedesca in uno scritto del 13 aprile 1987: «La nostra poetessa è tra le più interessanti e merita di essere conosciuta nel mondo intero. La Carinzia che rende malinconici, privi di spirito, lontani dal mondo ed estranei a esso, è stata fatale per le due sorelle nella poesia, Bachmann e Lavant […].» Ma «è da questa Carinzia terribile e priva di spirito che le due poetesse sono nate.»
Il riconoscimento della grandezza non è mai adesione acritica e il curatore della raccolta non rinuncia all’espressione del sé, all’acume tagliente del Thomas Bernhard che conosciamo: «Per quanto riguarda la Lavant, tra l’uno e l’altro dei suoi vertici assoluti, […] c’è anche una gran quantità di kitsch e spazzatura […] Il buon Dio mi perdoni se l’ho cacciato via il più possibile dai quattro libri. Tanto lui non smette di far danni, anche nella mia antologia.» Nel presentare l’antologia, Bernhard dichiarava che Lavant era stata «distrutta e tradita dalla propria fede cristiano-cattolica». Le tracce della frequentazione delle Scritture si imprime riconoscibilissima eppure trasfigurata dalla creazione poetica, in una lingua tedesca che acquista nuovo vigore e nuova verità proprio dal suo viaggio nella tensione interrogativa di Lavant.
Le chiavi di lettura sono sparse e talvolta scisse intenzionalmente; non di rado esse vanno cercate e riunite, come nella seconda tra le poesie qui proposte, nella quale si assiste alla separazione di “Schwert”, spada, e “Lilie”, giglio. Riunite insieme da chi legge e cerca indizi, si compone la parola “Schwertlilie”, il termine tedesco per “iris”, simbolo di costanza e fedeltà, spezzate, tradite, da un Dio che Lavant insieme accusa e invoca. E questa coesistenza di accusa e invocazione, di rabbia e di «speranza sfaccettata», è semenza della sua poesia, che sorprende e continua a dare frutti. Ancora oggi.

© Anna Maria Curci

Mentre io, turbata, scrivo,
nel disco della luna piena brilla
la parola che osservo
da quando la colomba mi ha deriso
perché dallo specchio dell’acqua
senza nome, senza sigillo,
entravo nell’arido.
Non fosse cresciuta
la semina dell’osservazione
dovrei uccidere luna e colomba
che sempre m’ingannano
e fanno il nido sul mio albero del sonno
che per questo rinsecchisce.
Spesso una parola s’imprime a fuoco
da sé nella sua corteccia,
e allora mando quel cieco
messaggio, che inutilmente si rigira
aggredendo il tuo sonno
mentre nel disco della luna
è in salvo la risposta. (altro…)

I poeti della domenica #174: Ingeborg Bachmann, Hôtel de la Paix e Esilio

Hôtel de la Paix

Dalle pareti crolla senza far rumore il peso di rose,
e dalla trama del tappeto spuntano fondo e fine.
Si spezza al lume il cuore di luce.
Buio. Passi.
Davanti alla morte si è chiuso a scatto il catenaccio.

Ingeborg Bachmann
(traduzione di Anna Maria Curci) (altro…)

I poeti della domenica #173: Ingeborg Bachmann, Girotondo e Nella bufera delle rose

Girotondo

Girotondo — cessa talvolta l‘amore
nell’estinguersi degli occhi,
e noi vediamo dentro
gli occhi suoi propri spenti.

Fumo freddo dal cratere
ci alita sulle ciglia;
solo una volta il vuoto orrendo
trattenne il respiro.

Gli occhi morti abbiamo
visto e mai dimentichiamo.
Più a lungo di ogni cosa dura l’amore
e mai ci riconosce.

 

Ingeborg Bachmann
(traduzione di Anna Maria Curci)

 

(altro…)

Dulce Maria Cardoso, Sono tutte storie d’amore

Dulce Maria Cardoso, Sono tutte storie d’amore, trad. di Daniele Petruccioli, Voland, 2017; € 15,00

Quasi ogni esistenza darebbe adito a un pessimo libro, per via delle verità assurde di cui si compone.

Mentre leggevo il primo racconto del libro, Questo blu che ci circonda, pensavo continuamente, come in un gioco di sponda, a due scrittori sudamericani che amo molto: Silvina Ocampo e Mario Benedetti; perché contemporaneamente venivo avvolto dalla magia, dallo stupore che accompagna tutta la scrittura di Ocampo e dalla nostalgia, quella malinconia solitaria che impedisce ai personaggi di Mario Benedetti di cambiare le cose, se non per poco. È chiaro che se Cardoso, che non avevo mai letto prima, mi ha fatto pensare a due scrittori meravigliosi fin dalle prime pagine, non potevo far altro che – come in una partita di poker – andare a vedere, e così ho fatto, ma prima devo raccontarvi ancora un paio di suggestioni sul primo racconto (bellissimo, naturalmente). C’è un mare e non è vero che è solo blu ma è anche nero, c’è un mare che circonda un posto piccolissimo, dove chi ci vive si occupa del faro, dove la gente parla poco e se deve sparla. Un mare che accoglie e ricaccia indietro. Un mare che porta ciliegie e cattiveria. Un racconto indimenticabile sulle ossessioni e su come gli esseri umani siano contagiabili nel bene e nel male.

Se qualcuno fosse venuto al faro avrebbe potuto giurare che non era cambiato niente, e quell’autunno e quel principio d’inverno non sono stati diversi da qualsiasi altro autunno e da qualsiasi altro principio d’inverno. Ma in realtà la cattiveria aveva già cominciato a crescere in noi oltre la norma, oltre quel livello che non provoca danni eccessivi e anzi è perfino utile all’esistenza comune, perché fornisce insperati argomenti di conversazione.

Cose così, una prosa così, un po’ Saramago un po’ vento dell’Oceano che spazza le coste del Portogallo, perché Dulce Maria Cardoso, a dispetto delle mie evocazioni, è portoghese, e possiede una magia e un talento della scrittura che sono molto particolari e somigliano alla controra come diciamo a Napoli, o alla siesta come direbbero in Messico. Le sue storie arrivano quando l’aria è ferma, quando è molto caldo, quando ti mancano le forze, quando vorresti dormire, ma poi non accade perché un racconto come si deve ti mette un respiro nuovo nel petto e se ti lascia andare non lo farà per il riposo ma per un viaggio migliore. Cardoso ha scritto storie che tutti abbiamo bisogno di leggere. Allora, come dicevo, sono andato a vedere e non si trattava di un bluff ma di una scrittrice straordinaria e queste storie staranno con me per un sacco di tempo.

Non conosco il portoghese ma provo molta gratitudine nei confronti di Daniele Petruccioli per aver reso in italiano la musica che devono essere le parole di questa scrittrice, il passo sicuro della sintassi, il coraggio della descrizione appena accennata, il tuffo del punto. Il salto.

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Mohsin Hamid, Exit West

Mohsin Hamid, Exit West, trad. di N. Gobetti, Einaudi 2017; € 17,50, ebook € 9,99

 

Non si può scrivere di Exit West, il recente romanzo di Moshin Hamid, senza fare un ragionamento sulla bellezza delle parole e del suono che fanno, ancor prima del significato,  ancor prima che queste siano ricondotte alla trama.

Per parlare di questo romanzo bisogna immaginare l’inizio di qualcosa. La bellezza particolare del primo giorno di scuola delle elementari e poi l’uscita di scuola dopo il primo giorno. La bellezza di un campo nuovo dove si potrà coltivare. La bellezza del luogo in cui si potrà costruire una nuova casa, la propria. Il giardino in cui si potrà piantare un melograno e poi aspettarne i frutti (come dice il poeta Tomada, che questa particolare bellezza la chiama patria). La bellezza che sentono uomini e donne quando si trovano per la prima volta davanti al Giudizio Universale di Michelangelo. La bellezza che si avverte quando si parte per il primo viaggio, e quella che ti investe la prima volta che puoi far ritorno.

Un amico poeta, Stefano Pini, in uno scambio sui social in cui commentavamo una frase di Exit West, ha scritto: “E la persistente sensazione di leggere una favola bella come il soffitto di una cattedrale”. Di questa bellezza sto parlando, di quella particolare bellezza che Stefano coglie con quella frase, di una particolare bellezza che arriva dal futuro, perché è da lì, da quel posto così indeterminato, che Hamid scrive questa storia.

I telefoni erano posati fra loro a schermo in giù, come le rivoltelle di due fuorilegge a colloquio.

Questa frase la leggiamo nelle prime pagine, da qualche parte in un paese arabo, paese che non viene mai nominato – perché il punto non è un luogo, sono i luoghi, perché il futuro arriverà da ogni parte – Saeed e Nadia, che si sono conosciuti a un corso, si incontrano per un primo appuntamento. Si scrutano, si parlano, si raccontano, si piacciono da subito probabilmente, pur essendo molto diversi. Saeed è religioso, Nadia no. Saeed vive con in suoi, Nadia vive sola (situazione difficile da sostenere in quel luogo). Nadia gira coperta da capo a piedi affinché nessuno le rompa le scatole. Impareranno a guardarsi negli occhi, con i telefoni in mano che saranno il ponte con il mondo. Impareranno a toccarsi, e a proteggersi prima ancora di amarsi. Nadi non esiterà mai nel dire quello che sente, Saeed qualche volta lo farà. Nessuno mentirà mai all’altro. La situazione in città sta cambiando, arrivano i miliziani, cominciano i combattimenti e i bombardamenti, cominciano le prese dei quartieri. Ci sarà il coprifuoco, chiuderanno gli uffici. I due ragazzi non sapranno come fare per vedersi. La madre di Saeed muore; Nadia accetta di andare a vivere a casa sua, insieme al padre. Gira voce che esistono delle porte, porte che se si ha il coraggio e la fortuna di attraversarle portano altrove.

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I poeti della domenica #165: Christine Lavant, A ogni osso

Christine Lavant, A ogni osso, trad. di Anna Ruchat, in Poesie,  Effigie 2016

*

A ogni osso della mia spina dorsale
il dito del sole pone una domanda diversa –
io non lo ascolto, abito sotto al giorno
perché al centro delle mie orecchie risuona
uno strato dopo l’altro la campana incorporata a pezzi
e rigetta la salma del tuo nome.
Da tempo invecchia nell’ospizio la mia volontà
sul tetto si scioglie l’ultimo fiocco
del freddo sapere e penetra nel legno.
Le domande sulla sofferenza del raggio di sole
portano alla luce molte cose dal fondo del pozzo.
Lì dentro non guardo mai, guardo nella fossa
del mondo stravolto, dove ci siamo incontrati
e conto gli ossicini del tuo nome
mentre i miei sotto il colpo di sole
si ravvivano. Ognuno arriva a se stesso
e sa quello che è stato ed è, e predice il futuro.
Solo le ossa del cranio schivano ogni cosa
sentono il calore del sole come un puro trivellare
verso il segreto nascosto tra le mie orecchie.

*

An jeden Knochen meines Rückgrats stellt
der Sonnenfinger eine andre Frage –
ich hör nicht hin, ich hause unterm Tage,
denn in der Mitte meiner Ohren gellt
von Schicht zu Schicht die eingesprengte Glocke
und wirft den Leichnam deines Namens aus.
Mein Wille altert längst im Armenhaus,
auf seinem Dach zerschmilzt die letzte Flocke
des kalten Wissens und es sickert ein.
Die Pein-Befragung durch den Sonnenschein
bringt viel zu Tage aus der Brunnenstube.
Ich schau nie hin, ich schaue in die Grube
der Aber-Welt, wo wir zusammenkamen,
und zähl die Knöchelchen an deinem Namen,
während die meinen unterm Sonnenstich
ermuntert werden. Jeder kommt zu sich
und weiß was war und ist, und sagt voraus.
Der Schädelknochen nur weicht allem aus,
er spürt die Sonnenwärme nur als Bohren
nach dem Geheimnis zwischen meinen Ohren.

John L. Stanizzi, Poesie

John Stanizzi, Poesie*
Traduzione di Angela D’Ambra

Foto di © J.L. Stanizzi

 

BRIEF RETURN

They arrive where they intended
and it is good, the greens and yellows
and shadowy blacks, the brown bones
of branch and stem and trunk.
And when they arrive, famished,
they consume the landscape
and sip water from the pond.
And when it is time to depart
they will depart so quietly
that it won’t be until later
that the silence will seem to whisper
They are no longer here.

RITORNO BREVE

Arrivano dove intendevano
ed è bene, i verdi e i gialli
e i neri ombrosi, le ossa brune
di ramo e stelo e tronco.
E quando arrivano, affamati,
consumano il paesaggio
e bevono sorsate d’acqua dallo stagno.
E quando sarà tempo di partire
talmente piano partiranno
che solo molto dopo
il silenzio parrà sussurrare
Non sono più qui.

*

Foto di © J.L. Stanizzi

 

FAWN

A depilated dog would not look well.
Dress up! Dress up and dance at Carnival!
“The Pink Dog”, Elizabeth Bishop

In the carnival of lights and shadows at dawn,
a small bony dog stands in the road,
Elizabeth’s dog, watching me curiously
from the center line, so I slow for her,
and then I see the dabs of softened white.
Her right ear twitches a wary cautious twitch,
and she lopes into the woods, leaving me with
a sense of joy at seeing this tiny fawn.
But just as I am about to leave, I hear
her squawk, and see her just behind the scrub
at the side of the road, where she is watching me,
her wise and fearful eyes too big for her.
What are you doing, I say, and where is your mother?
She hears my voice, and steps back to the road;
looking me straight in the eyes, she bleats a question,
but before I can respond, another car
comes speeding by and off she runs for good,
before I even have the chance to say
that I would lie down near her in the woods
while she slept, sheltered on a nest of leaves,
and when her mother returned, then I would go,
having kept her safe from the likes of me.

 

CERBIATTA

Un cane senza pelo non ha un bell’aspetto.
Mascherati! Mascherati e balla al Carnevale!
“Cane rosa”, Elizabeth Bishop

All’alba, nel carnevale d’ombre e luci,
una cagnolina tutt’ossa se ne sta sulla strada,
il cane di Elizabeth, e m’osserva curiosa
dalla linea spartitraffico, così rallento per lei,
ed è allora che vedo i tocchi di tenue bianco.
L’orecchio destro le freme d’un fremito cauto, circospetto,
e balza via nel bosco, lasciandomi con
un senso di gioia per la visione di quest’esile cerbiatta.
Ma proprio quando sto per ripartire, odo
il suo verso roco, e la vedo proprio dietro la fratta
che costeggia la strada, da dove mi osserva,
gli occhi savi e timorosi troppo grandi per lei.
Che fai qui, le chiedo, e dove è tua madre?
Al suono della mia voce, si muove verso la strada;
guardandomi dritto negli occhi, bela una domanda,
ma prima che io riesca a rispondere, un’altra auto
sfreccia rapida e lei fugge per sempre,
prima ancora che io abbia modo di dire
che vorrei sdraiarmi nel bosco accanto a lei
mentre dorme su un nido di foglie, al riparo,
e che, al ritorno di sua madre, me ne andrei,
dopo averla protetta dai miei simili.

*

SNAKES

It’s August and I haven’t touched the kayak
since early June when I couldn’t leave it alone;
the school year over, summer had begun,
the river up and stocked, the days becoming
warmer and longer. The process of unwinding
was now my job, and every day I worked
to get it right, drifting on the copper
colored river that slowed and grew more shallow
every day. But soon my focus changed,
and I moved on to chores around the house:
unclog the gutter, clean the cellar out,
re-cement the crumbling steps in front.
And before too long the goldenrod appeared
and Sweet Joe Pye was roughing up the wetland.

When I finally flipped the kayak to wash it out,
there you were, the wriggling two of you,
moving in every direction away at once,
nothing like the evil symbolism,
temptation manifest, that we were taught.
You were more like lovers I’d disturbed,
who couldn’t vanish fast enough into
the shade of the weltered bittersweet that grew
up and through the ash tree by the pond,
and so I stood in the wake of your hasty departure
as you rippled off, less like Caril and Charles,
Fred and Rosemary, or even Bonnie and Clyde,
and more like Lancelot and Guinevere,
or Adam and Eve running away from fear
before something happened they could not change.

SERPENTI

È agosto e non ho toccato il kayak
dai primi di giugno, quando lo usavo sempre;
l’anno scolastico era alla fine, l’estate agli inizi,
il fiume in piena e ripopolato, i giorni
più caldi e più lunghi. Il mio lavoro ora era
l’iter di sdipanamento, che ogni giorno m’impegnavo
a fare bene, alla deriva sul fiume
colore del rame, ogni giorno
più lento e meno fondo. Presto l’interesse mutò,
e passai a lavori di cura della casa:
distasare la grondaia, ripulire la cantina,
ricementare i gradini sgretolati all’ingresso.
Non ci volle molto che la verga d’oro apparve
e la canapa acquatica¹ prese a scarmigliare la palude.

Quando infine capovolsi il kayak per ripulirlo,
eccovi là, voi due, a contorcervi,
guizzando all’istante in ogni direzione,
con niente del maligno simbolismo,
tentazione manifesta, su cui siamo stati edotti.
Sembravate più due amanti disturbati,
non abbastanza svelti da svanire dentro
l’ombra dell’intricato celastro cresciuto
in alto lungo il frassino vicino allo stagno,
così me ne stetti lì, nella scia della vostra rapida partenza
mentre a onde ve la filavate, non come Caril e Charles,
Fred e Rosemary, o anche Bonnie e Clyde,
ma piuttosto come Ginevra e Lancillotto,
o Adamo ed Eva in fuga dal terrore
prima che accadesse l’evento per loro immutabile.

¹A Roma: erba di santa Bibiana

*

Foto di ©  J.L. Stanizzi

 

FRONT

Disastrous drought they’re calling it,
nothing more than a trace of rain in two months,
but yesterday’s rumor of showers crackled
over radios and televisions,
and in anticipation, the ordering of things began:
gather up the stray tools, put the tractor away,
tell the geraniums that soon, soon it will be all right,
and go to bed with one ear open, listening
for the sympathetic whisper of rain in the trees,
and the silent sigh of the landscape
and everything hidden there.

Now the pacific hiss of morning rain,
sun held down under clouds and fog,
and the rooms of the house soften with dusky shadows.
May it rain all day long and never brighten,
not even for a moment.
And may the plants lift their faces,
streaked with dusty rain water,
and like children running around the yard,
catch the drops in their open, smiling mouths.

SISTEMA FRONTALE

Rovinosa siccità la chiamano,
niente più d’una parvenza di pioggia in due mesi,
ma ieri la notizia di rovesci crepitava
alla radio e in televisione,
e nell’aspettativa, si iniziano a sistemare le cose:
raccogli gli attrezzi spersi, rientra il trattore,
di’ ai gerani che presto, presto tutto si risolverà,
e vai a letto con un orecchio aperto, ascoltando
il sussurro simpatetico di pioggia negli alberi,
e il silente sospiro del paesaggio
e di tutto ciò che vi si cela.

Ora il sibilo pacifico di pioggia mattutina,
il sole sotto una cappa di nubi e nebbia,
e le stanze della casa soffuse d’ombre scure.
Piova l’intero giorno senza una schiarita, mai,
neppure per un istante.
E le piante sollevino il loro volto,
striato di polverosa acqua piovana,
e come bambini che corrono per il cortile,
catturino le gocce nelle bocche aperte, sorridenti.

*

THE LANGUAGE OF TREES

If the trees speak in the forest
and no one is there
is the language of trees audible,
or do the words drip from the leaves
down the rough lengths of their bodies
and seep into the round,
the roots,
and is that language then
as simple as holding hands in the dark,
never speaking a single word?

LA LINGUA DEGLI ALBERI

Se, nella foresta, gli alberi parlano
e non c’è nessuno,
è la lingua degli alberi udibile,
oppure le parole stillano dalle foglie
giù lungo le ruvide lunghezze dei loro corpi
e s’infiltrano tutt’intorno,
le radici,
ed è, allora, quella lingua
così semplice come tenersi per mano al buio,
senza dire neppure una parola?

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John L. Stanizzi è l’autore della plaquette Windows. Sue raccolte complete sono Ecstasy Among Ghosts, Sleepwalking, Dance Against the Wall  pubblicate da Antrim House Books, After the Bell e Hallelujah Time! Pubblicate da Big Table Publishing Company. Le sue poesie sono apparse su Prairie Schooner, il New York Quarterly, Tar River Poetry, Rattle, Passagges North, The Spoon River Quarterly, Poet Lore, The Connecticut River Review, Freshwater, Boston Literary Review, e molti altri periodici. John ha dato letture in molti luoghi dell’intero Connecticut, tra cui The Sunken Garden Poetry Festival, RJ Julia Booksellers, e l’Arts Cafe Mystic, e la sua opera è stata pubblicizzata su The Writer’s Almanac di Garrison Keillor Almanacco. Al momento è professore a contratto di inglese presso il Manchester Community College. John è attualmente al lavoro su Alleluia Time! -Volume II, il seguito del recente Hallelujah Time!. Vive con Carol, sua moglie, a Coventry, Connecticut.

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*La prima poesia è tratta dalla raccolta di J. STANIZZI, Ecstasy among Ghosts, Antrim House, Tariffville, CT, USA, 2007 © – John Stanizzi. La silloge consta di un proemio e tre sezioni, ognuna delle quali introdotta da un frammento poetico in corsivo: I. you will face; II. quietly now; III. the sun closet around our sorrow. La prima sezione comprende 8 testi; la seconda 11; la terza 24. Le altre poesie sono tratte dalla raccolta di John L. Stanizzi, Dance against the Wall, Antrim House, Simsbury, CT, 2012. Tutti I diritti sono di proprietà dell’autore. La raccolta si articola in 4 sezioni: I. THE ROAD HOME (11 poesie); II. MOWING THE APPLES (15 poesie); III. AFTER ELLIS ISLAND (11 poesie); IV. MORE THAN ENOUGH (9 POESIE).

Sarah Manguso, Il salto

Sarah Manguso, Il salto, trad di Gioia Guerzoni, NN editore, 2017; € 16,00, ebook € 7,99

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Ci sono molti modi di raccontare il dolore, tutti quanti sono personali; è molto probabile che si tratti di racconto parziale, di qualcosa che non riesca né a contenere né a dire tutto. Il dolore è un fatto privato, personale, ed è – per necessità e forza di cose – un racconto limitato. Il dolore poi non è né quello che mostriamo agli altri, né quello che gli altri credono di comprendere dai nostri comportamenti. Il dolore è un’altra cosa.

Il dolore, e malinconia, e nostalgia, può essere certo dell’assenza se parliamo della perdita definitiva di una persona cara, della morte così come accade ne Il salto di Sarah Manguso; oppure può essere rimozione, se si può far finta che non ci sia. Eppure il dolore c’è, va e viene, si nasconde dove vogliamo ma torna quando non ce lo aspettiamo. Possiamo sopportarlo ma non possiamo batterlo.

Se Harris, il protagonista della storia fosse partito invece di saltare sul binario della metropolitana all’arrivo del treno? Partito, così come ha fatto Sarah, la sua più cara amica, che se ne è stata per un anno all’estero. Anno in cui, dopo aver condiviso tutto, non si sono sentiti, cosa sarebbe accaduto? Harris, però, quel salto l’ha fatto e proprio nelle ore in cui Sarah rientrava a New York.

Il dolore che porto con me ora, e che a volte si attenua senza preavviso, non è il suo. Questo dolore è mio, e a differenza del mio amico non cerco di nasconderlo. Lascio che ricopra tutto. Urlo in casa. Piango in metropolitana. Dico a tutti quelli che conosco che il mio amico si è buttato sotto un treno.

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