Traduzioni

Christine Lavant, Poesie scelte da Thomas Bernhard

Christine Lavant, Poesie scelte da Thomas Bernhard.
Traduzione di Anna Ruchat, Effigie edizioni, 2016

Torno a proporre oggi, a 102 anni dalla nascita di Christine Lavant, dopo averlo fatto nella rubrica “Dai margini”, qui, e due anni fa, nella ricorrenza del centenario, qui, la sua poesia, autentica, dirompente e diretta, inusuale e carica dell’energia dell’interrogazione incessante. Nella collana “le Meteore”, la casa editrice Effigie ha pubblicato, nella traduzione di Anna Ruchat, le ottantuno poesie di Lavant che Bernhard scelse trent’anni fa, per la precisione nella primavera del 1987, per il suo editore tedesco. Il progetto di Bernhard, coltivato da lungo tempo, era quello di restituire alla conoscenza la poesia di colei che aveva individuato come voce potentissima.
Nel saggio che chiude questa edizione italiana delle poesie di Lavant, Porta via l’ombra del mio angelo, Anna Ruchat riporta le parole di Thomas Bernhard alla redattrice tedesca in uno scritto del 13 aprile 1987: «La nostra poetessa è tra le più interessanti e merita di essere conosciuta nel mondo intero. La Carinzia che rende malinconici, privi di spirito, lontani dal mondo ed estranei a esso, è stata fatale per le due sorelle nella poesia, Bachmann e Lavant […].» Ma «è da questa Carinzia terribile e priva di spirito che le due poetesse sono nate.»
Il riconoscimento della grandezza non è mai adesione acritica e il curatore della raccolta non rinuncia all’espressione del sé, all’acume tagliente del Thomas Bernhard che conosciamo: «Per quanto riguarda la Lavant, tra l’uno e l’altro dei suoi vertici assoluti, […] c’è anche una gran quantità di kitsch e spazzatura […] Il buon Dio mi perdoni se l’ho cacciato via il più possibile dai quattro libri. Tanto lui non smette di far danni, anche nella mia antologia.» Nel presentare l’antologia, Bernhard dichiarava che Lavant era stata «distrutta e tradita dalla propria fede cristiano-cattolica». Le tracce della frequentazione delle Scritture si imprime riconoscibilissima eppure trasfigurata dalla creazione poetica, in una lingua tedesca che acquista nuovo vigore e nuova verità proprio dal suo viaggio nella tensione interrogativa di Lavant.
Le chiavi di lettura sono sparse e talvolta scisse intenzionalmente; non di rado esse vanno cercate e riunite, come nella seconda tra le poesie qui proposte, nella quale si assiste alla separazione di “Schwert”, spada, e “Lilie”, giglio. Riunite insieme da chi legge e cerca indizi, si compone la parola “Schwertlilie”, il termine tedesco per “iris”, simbolo di costanza e fedeltà, spezzate, tradite, da un Dio che Lavant insieme accusa e invoca. E questa coesistenza di accusa e invocazione, di rabbia e di «speranza sfaccettata», è semenza della sua poesia, che sorprende e continua a dare frutti. Ancora oggi.

© Anna Maria Curci

Mentre io, turbata, scrivo,
nel disco della luna piena brilla
la parola che osservo
da quando la colomba mi ha deriso
perché dallo specchio dell’acqua
senza nome, senza sigillo,
entravo nell’arido.
Non fosse cresciuta
la semina dell’osservazione
dovrei uccidere luna e colomba
che sempre m’ingannano
e fanno il nido sul mio albero del sonno
che per questo rinsecchisce.
Spesso una parola s’imprime a fuoco
da sé nella sua corteccia,
e allora mando quel cieco
messaggio, che inutilmente si rigira
aggredendo il tuo sonno
mentre nel disco della luna
è in salvo la risposta. (altro…)

I poeti della domenica #174: Ingeborg Bachmann, Hôtel de la Paix e Esilio

Hôtel de la Paix

Dalle pareti crolla senza far rumore il peso di rose,
e dalla trama del tappeto spuntano fondo e fine.
Si spezza al lume il cuore di luce.
Buio. Passi.
Davanti alla morte si è chiuso a scatto il catenaccio.

Ingeborg Bachmann
(traduzione di Anna Maria Curci) (altro…)

I poeti della domenica #173: Ingeborg Bachmann, Girotondo e Nella bufera delle rose

Girotondo

Girotondo — cessa talvolta l‘amore
nell’estinguersi degli occhi,
e noi vediamo dentro
gli occhi suoi propri spenti.

Fumo freddo dal cratere
ci alita sulle ciglia;
solo una volta il vuoto orrendo
trattenne il respiro.

Gli occhi morti abbiamo
visto e mai dimentichiamo.
Più a lungo di ogni cosa dura l’amore
e mai ci riconosce.

 

Ingeborg Bachmann
(traduzione di Anna Maria Curci)

 

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Dulce Maria Cardoso, Sono tutte storie d’amore

Dulce Maria Cardoso, Sono tutte storie d’amore, trad. di Daniele Petruccioli, Voland, 2017; € 15,00

Quasi ogni esistenza darebbe adito a un pessimo libro, per via delle verità assurde di cui si compone.

Mentre leggevo il primo racconto del libro, Questo blu che ci circonda, pensavo continuamente, come in un gioco di sponda, a due scrittori sudamericani che amo molto: Silvina Ocampo e Mario Benedetti; perché contemporaneamente venivo avvolto dalla magia, dallo stupore che accompagna tutta la scrittura di Ocampo e dalla nostalgia, quella malinconia solitaria che impedisce ai personaggi di Mario Benedetti di cambiare le cose, se non per poco. È chiaro che se Cardoso, che non avevo mai letto prima, mi ha fatto pensare a due scrittori meravigliosi fin dalle prime pagine, non potevo far altro che – come in una partita di poker – andare a vedere, e così ho fatto, ma prima devo raccontarvi ancora un paio di suggestioni sul primo racconto (bellissimo, naturalmente). C’è un mare e non è vero che è solo blu ma è anche nero, c’è un mare che circonda un posto piccolissimo, dove chi ci vive si occupa del faro, dove la gente parla poco e se deve sparla. Un mare che accoglie e ricaccia indietro. Un mare che porta ciliegie e cattiveria. Un racconto indimenticabile sulle ossessioni e su come gli esseri umani siano contagiabili nel bene e nel male.

Se qualcuno fosse venuto al faro avrebbe potuto giurare che non era cambiato niente, e quell’autunno e quel principio d’inverno non sono stati diversi da qualsiasi altro autunno e da qualsiasi altro principio d’inverno. Ma in realtà la cattiveria aveva già cominciato a crescere in noi oltre la norma, oltre quel livello che non provoca danni eccessivi e anzi è perfino utile all’esistenza comune, perché fornisce insperati argomenti di conversazione.

Cose così, una prosa così, un po’ Saramago un po’ vento dell’Oceano che spazza le coste del Portogallo, perché Dulce Maria Cardoso, a dispetto delle mie evocazioni, è portoghese, e possiede una magia e un talento della scrittura che sono molto particolari e somigliano alla controra come diciamo a Napoli, o alla siesta come direbbero in Messico. Le sue storie arrivano quando l’aria è ferma, quando è molto caldo, quando ti mancano le forze, quando vorresti dormire, ma poi non accade perché un racconto come si deve ti mette un respiro nuovo nel petto e se ti lascia andare non lo farà per il riposo ma per un viaggio migliore. Cardoso ha scritto storie che tutti abbiamo bisogno di leggere. Allora, come dicevo, sono andato a vedere e non si trattava di un bluff ma di una scrittrice straordinaria e queste storie staranno con me per un sacco di tempo.

Non conosco il portoghese ma provo molta gratitudine nei confronti di Daniele Petruccioli per aver reso in italiano la musica che devono essere le parole di questa scrittrice, il passo sicuro della sintassi, il coraggio della descrizione appena accennata, il tuffo del punto. Il salto.

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Mohsin Hamid, Exit West

Mohsin Hamid, Exit West, trad. di N. Gobetti, Einaudi 2017; € 17,50, ebook € 9,99

 

Non si può scrivere di Exit West, il recente romanzo di Moshin Hamid, senza fare un ragionamento sulla bellezza delle parole e del suono che fanno, ancor prima del significato,  ancor prima che queste siano ricondotte alla trama.

Per parlare di questo romanzo bisogna immaginare l’inizio di qualcosa. La bellezza particolare del primo giorno di scuola delle elementari e poi l’uscita di scuola dopo il primo giorno. La bellezza di un campo nuovo dove si potrà coltivare. La bellezza del luogo in cui si potrà costruire una nuova casa, la propria. Il giardino in cui si potrà piantare un melograno e poi aspettarne i frutti (come dice il poeta Tomada, che questa particolare bellezza la chiama patria). La bellezza che sentono uomini e donne quando si trovano per la prima volta davanti al Giudizio Universale di Michelangelo. La bellezza che si avverte quando si parte per il primo viaggio, e quella che ti investe la prima volta che puoi far ritorno.

Un amico poeta, Stefano Pini, in uno scambio sui social in cui commentavamo una frase di Exit West, ha scritto: “E la persistente sensazione di leggere una favola bella come il soffitto di una cattedrale”. Di questa bellezza sto parlando, di quella particolare bellezza che Stefano coglie con quella frase, di una particolare bellezza che arriva dal futuro, perché è da lì, da quel posto così indeterminato, che Hamid scrive questa storia.

I telefoni erano posati fra loro a schermo in giù, come le rivoltelle di due fuorilegge a colloquio.

Questa frase la leggiamo nelle prime pagine, da qualche parte in un paese arabo, paese che non viene mai nominato – perché il punto non è un luogo, sono i luoghi, perché il futuro arriverà da ogni parte – Saeed e Nadia, che si sono conosciuti a un corso, si incontrano per un primo appuntamento. Si scrutano, si parlano, si raccontano, si piacciono da subito probabilmente, pur essendo molto diversi. Saeed è religioso, Nadia no. Saeed vive con in suoi, Nadia vive sola (situazione difficile da sostenere in quel luogo). Nadia gira coperta da capo a piedi affinché nessuno le rompa le scatole. Impareranno a guardarsi negli occhi, con i telefoni in mano che saranno il ponte con il mondo. Impareranno a toccarsi, e a proteggersi prima ancora di amarsi. Nadi non esiterà mai nel dire quello che sente, Saeed qualche volta lo farà. Nessuno mentirà mai all’altro. La situazione in città sta cambiando, arrivano i miliziani, cominciano i combattimenti e i bombardamenti, cominciano le prese dei quartieri. Ci sarà il coprifuoco, chiuderanno gli uffici. I due ragazzi non sapranno come fare per vedersi. La madre di Saeed muore; Nadia accetta di andare a vivere a casa sua, insieme al padre. Gira voce che esistono delle porte, porte che se si ha il coraggio e la fortuna di attraversarle portano altrove.

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I poeti della domenica #165: Christine Lavant, A ogni osso

Christine Lavant, A ogni osso, trad. di Anna Ruchat, in Poesie,  Effigie 2016

*

A ogni osso della mia spina dorsale
il dito del sole pone una domanda diversa –
io non lo ascolto, abito sotto al giorno
perché al centro delle mie orecchie risuona
uno strato dopo l’altro la campana incorporata a pezzi
e rigetta la salma del tuo nome.
Da tempo invecchia nell’ospizio la mia volontà
sul tetto si scioglie l’ultimo fiocco
del freddo sapere e penetra nel legno.
Le domande sulla sofferenza del raggio di sole
portano alla luce molte cose dal fondo del pozzo.
Lì dentro non guardo mai, guardo nella fossa
del mondo stravolto, dove ci siamo incontrati
e conto gli ossicini del tuo nome
mentre i miei sotto il colpo di sole
si ravvivano. Ognuno arriva a se stesso
e sa quello che è stato ed è, e predice il futuro.
Solo le ossa del cranio schivano ogni cosa
sentono il calore del sole come un puro trivellare
verso il segreto nascosto tra le mie orecchie.

*

An jeden Knochen meines Rückgrats stellt
der Sonnenfinger eine andre Frage –
ich hör nicht hin, ich hause unterm Tage,
denn in der Mitte meiner Ohren gellt
von Schicht zu Schicht die eingesprengte Glocke
und wirft den Leichnam deines Namens aus.
Mein Wille altert längst im Armenhaus,
auf seinem Dach zerschmilzt die letzte Flocke
des kalten Wissens und es sickert ein.
Die Pein-Befragung durch den Sonnenschein
bringt viel zu Tage aus der Brunnenstube.
Ich schau nie hin, ich schaue in die Grube
der Aber-Welt, wo wir zusammenkamen,
und zähl die Knöchelchen an deinem Namen,
während die meinen unterm Sonnenstich
ermuntert werden. Jeder kommt zu sich
und weiß was war und ist, und sagt voraus.
Der Schädelknochen nur weicht allem aus,
er spürt die Sonnenwärme nur als Bohren
nach dem Geheimnis zwischen meinen Ohren.

John L. Stanizzi, Poesie

John Stanizzi, Poesie*
Traduzione di Angela D’Ambra

Foto di © J.L. Stanizzi

 

BRIEF RETURN

They arrive where they intended
and it is good, the greens and yellows
and shadowy blacks, the brown bones
of branch and stem and trunk.
And when they arrive, famished,
they consume the landscape
and sip water from the pond.
And when it is time to depart
they will depart so quietly
that it won’t be until later
that the silence will seem to whisper
They are no longer here.

RITORNO BREVE

Arrivano dove intendevano
ed è bene, i verdi e i gialli
e i neri ombrosi, le ossa brune
di ramo e stelo e tronco.
E quando arrivano, affamati,
consumano il paesaggio
e bevono sorsate d’acqua dallo stagno.
E quando sarà tempo di partire
talmente piano partiranno
che solo molto dopo
il silenzio parrà sussurrare
Non sono più qui.

*

Foto di © J.L. Stanizzi

 

FAWN

A depilated dog would not look well.
Dress up! Dress up and dance at Carnival!
“The Pink Dog”, Elizabeth Bishop

In the carnival of lights and shadows at dawn,
a small bony dog stands in the road,
Elizabeth’s dog, watching me curiously
from the center line, so I slow for her,
and then I see the dabs of softened white.
Her right ear twitches a wary cautious twitch,
and she lopes into the woods, leaving me with
a sense of joy at seeing this tiny fawn.
But just as I am about to leave, I hear
her squawk, and see her just behind the scrub
at the side of the road, where she is watching me,
her wise and fearful eyes too big for her.
What are you doing, I say, and where is your mother?
She hears my voice, and steps back to the road;
looking me straight in the eyes, she bleats a question,
but before I can respond, another car
comes speeding by and off she runs for good,
before I even have the chance to say
that I would lie down near her in the woods
while she slept, sheltered on a nest of leaves,
and when her mother returned, then I would go,
having kept her safe from the likes of me.

 

CERBIATTA

Un cane senza pelo non ha un bell’aspetto.
Mascherati! Mascherati e balla al Carnevale!
“Cane rosa”, Elizabeth Bishop

All’alba, nel carnevale d’ombre e luci,
una cagnolina tutt’ossa se ne sta sulla strada,
il cane di Elizabeth, e m’osserva curiosa
dalla linea spartitraffico, così rallento per lei,
ed è allora che vedo i tocchi di tenue bianco.
L’orecchio destro le freme d’un fremito cauto, circospetto,
e balza via nel bosco, lasciandomi con
un senso di gioia per la visione di quest’esile cerbiatta.
Ma proprio quando sto per ripartire, odo
il suo verso roco, e la vedo proprio dietro la fratta
che costeggia la strada, da dove mi osserva,
gli occhi savi e timorosi troppo grandi per lei.
Che fai qui, le chiedo, e dove è tua madre?
Al suono della mia voce, si muove verso la strada;
guardandomi dritto negli occhi, bela una domanda,
ma prima che io riesca a rispondere, un’altra auto
sfreccia rapida e lei fugge per sempre,
prima ancora che io abbia modo di dire
che vorrei sdraiarmi nel bosco accanto a lei
mentre dorme su un nido di foglie, al riparo,
e che, al ritorno di sua madre, me ne andrei,
dopo averla protetta dai miei simili.

*

SNAKES

It’s August and I haven’t touched the kayak
since early June when I couldn’t leave it alone;
the school year over, summer had begun,
the river up and stocked, the days becoming
warmer and longer. The process of unwinding
was now my job, and every day I worked
to get it right, drifting on the copper
colored river that slowed and grew more shallow
every day. But soon my focus changed,
and I moved on to chores around the house:
unclog the gutter, clean the cellar out,
re-cement the crumbling steps in front.
And before too long the goldenrod appeared
and Sweet Joe Pye was roughing up the wetland.

When I finally flipped the kayak to wash it out,
there you were, the wriggling two of you,
moving in every direction away at once,
nothing like the evil symbolism,
temptation manifest, that we were taught.
You were more like lovers I’d disturbed,
who couldn’t vanish fast enough into
the shade of the weltered bittersweet that grew
up and through the ash tree by the pond,
and so I stood in the wake of your hasty departure
as you rippled off, less like Caril and Charles,
Fred and Rosemary, or even Bonnie and Clyde,
and more like Lancelot and Guinevere,
or Adam and Eve running away from fear
before something happened they could not change.

SERPENTI

È agosto e non ho toccato il kayak
dai primi di giugno, quando lo usavo sempre;
l’anno scolastico era alla fine, l’estate agli inizi,
il fiume in piena e ripopolato, i giorni
più caldi e più lunghi. Il mio lavoro ora era
l’iter di sdipanamento, che ogni giorno m’impegnavo
a fare bene, alla deriva sul fiume
colore del rame, ogni giorno
più lento e meno fondo. Presto l’interesse mutò,
e passai a lavori di cura della casa:
distasare la grondaia, ripulire la cantina,
ricementare i gradini sgretolati all’ingresso.
Non ci volle molto che la verga d’oro apparve
e la canapa acquatica¹ prese a scarmigliare la palude.

Quando infine capovolsi il kayak per ripulirlo,
eccovi là, voi due, a contorcervi,
guizzando all’istante in ogni direzione,
con niente del maligno simbolismo,
tentazione manifesta, su cui siamo stati edotti.
Sembravate più due amanti disturbati,
non abbastanza svelti da svanire dentro
l’ombra dell’intricato celastro cresciuto
in alto lungo il frassino vicino allo stagno,
così me ne stetti lì, nella scia della vostra rapida partenza
mentre a onde ve la filavate, non come Caril e Charles,
Fred e Rosemary, o anche Bonnie e Clyde,
ma piuttosto come Ginevra e Lancillotto,
o Adamo ed Eva in fuga dal terrore
prima che accadesse l’evento per loro immutabile.

¹A Roma: erba di santa Bibiana

*

Foto di ©  J.L. Stanizzi

 

FRONT

Disastrous drought they’re calling it,
nothing more than a trace of rain in two months,
but yesterday’s rumor of showers crackled
over radios and televisions,
and in anticipation, the ordering of things began:
gather up the stray tools, put the tractor away,
tell the geraniums that soon, soon it will be all right,
and go to bed with one ear open, listening
for the sympathetic whisper of rain in the trees,
and the silent sigh of the landscape
and everything hidden there.

Now the pacific hiss of morning rain,
sun held down under clouds and fog,
and the rooms of the house soften with dusky shadows.
May it rain all day long and never brighten,
not even for a moment.
And may the plants lift their faces,
streaked with dusty rain water,
and like children running around the yard,
catch the drops in their open, smiling mouths.

SISTEMA FRONTALE

Rovinosa siccità la chiamano,
niente più d’una parvenza di pioggia in due mesi,
ma ieri la notizia di rovesci crepitava
alla radio e in televisione,
e nell’aspettativa, si iniziano a sistemare le cose:
raccogli gli attrezzi spersi, rientra il trattore,
di’ ai gerani che presto, presto tutto si risolverà,
e vai a letto con un orecchio aperto, ascoltando
il sussurro simpatetico di pioggia negli alberi,
e il silente sospiro del paesaggio
e di tutto ciò che vi si cela.

Ora il sibilo pacifico di pioggia mattutina,
il sole sotto una cappa di nubi e nebbia,
e le stanze della casa soffuse d’ombre scure.
Piova l’intero giorno senza una schiarita, mai,
neppure per un istante.
E le piante sollevino il loro volto,
striato di polverosa acqua piovana,
e come bambini che corrono per il cortile,
catturino le gocce nelle bocche aperte, sorridenti.

*

THE LANGUAGE OF TREES

If the trees speak in the forest
and no one is there
is the language of trees audible,
or do the words drip from the leaves
down the rough lengths of their bodies
and seep into the round,
the roots,
and is that language then
as simple as holding hands in the dark,
never speaking a single word?

LA LINGUA DEGLI ALBERI

Se, nella foresta, gli alberi parlano
e non c’è nessuno,
è la lingua degli alberi udibile,
oppure le parole stillano dalle foglie
giù lungo le ruvide lunghezze dei loro corpi
e s’infiltrano tutt’intorno,
le radici,
ed è, allora, quella lingua
così semplice come tenersi per mano al buio,
senza dire neppure una parola?

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John L. Stanizzi è l’autore della plaquette Windows. Sue raccolte complete sono Ecstasy Among Ghosts, Sleepwalking, Dance Against the Wall  pubblicate da Antrim House Books, After the Bell e Hallelujah Time! Pubblicate da Big Table Publishing Company. Le sue poesie sono apparse su Prairie Schooner, il New York Quarterly, Tar River Poetry, Rattle, Passagges North, The Spoon River Quarterly, Poet Lore, The Connecticut River Review, Freshwater, Boston Literary Review, e molti altri periodici. John ha dato letture in molti luoghi dell’intero Connecticut, tra cui The Sunken Garden Poetry Festival, RJ Julia Booksellers, e l’Arts Cafe Mystic, e la sua opera è stata pubblicizzata su The Writer’s Almanac di Garrison Keillor Almanacco. Al momento è professore a contratto di inglese presso il Manchester Community College. John è attualmente al lavoro su Alleluia Time! -Volume II, il seguito del recente Hallelujah Time!. Vive con Carol, sua moglie, a Coventry, Connecticut.

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*La prima poesia è tratta dalla raccolta di J. STANIZZI, Ecstasy among Ghosts, Antrim House, Tariffville, CT, USA, 2007 © – John Stanizzi. La silloge consta di un proemio e tre sezioni, ognuna delle quali introdotta da un frammento poetico in corsivo: I. you will face; II. quietly now; III. the sun closet around our sorrow. La prima sezione comprende 8 testi; la seconda 11; la terza 24. Le altre poesie sono tratte dalla raccolta di John L. Stanizzi, Dance against the Wall, Antrim House, Simsbury, CT, 2012. Tutti I diritti sono di proprietà dell’autore. La raccolta si articola in 4 sezioni: I. THE ROAD HOME (11 poesie); II. MOWING THE APPLES (15 poesie); III. AFTER ELLIS ISLAND (11 poesie); IV. MORE THAN ENOUGH (9 POESIE).

Sarah Manguso, Il salto

Sarah Manguso, Il salto, trad di Gioia Guerzoni, NN editore, 2017; € 16,00, ebook € 7,99

*

Ci sono molti modi di raccontare il dolore, tutti quanti sono personali; è molto probabile che si tratti di racconto parziale, di qualcosa che non riesca né a contenere né a dire tutto. Il dolore è un fatto privato, personale, ed è – per necessità e forza di cose – un racconto limitato. Il dolore poi non è né quello che mostriamo agli altri, né quello che gli altri credono di comprendere dai nostri comportamenti. Il dolore è un’altra cosa.

Il dolore, e malinconia, e nostalgia, può essere certo dell’assenza se parliamo della perdita definitiva di una persona cara, della morte così come accade ne Il salto di Sarah Manguso; oppure può essere rimozione, se si può far finta che non ci sia. Eppure il dolore c’è, va e viene, si nasconde dove vogliamo ma torna quando non ce lo aspettiamo. Possiamo sopportarlo ma non possiamo batterlo.

Se Harris, il protagonista della storia fosse partito invece di saltare sul binario della metropolitana all’arrivo del treno? Partito, così come ha fatto Sarah, la sua più cara amica, che se ne è stata per un anno all’estero. Anno in cui, dopo aver condiviso tutto, non si sono sentiti, cosa sarebbe accaduto? Harris, però, quel salto l’ha fatto e proprio nelle ore in cui Sarah rientrava a New York.

Il dolore che porto con me ora, e che a volte si attenua senza preavviso, non è il suo. Questo dolore è mio, e a differenza del mio amico non cerco di nasconderlo. Lascio che ricopra tutto. Urlo in casa. Piango in metropolitana. Dico a tutti quelli che conosco che il mio amico si è buttato sotto un treno.

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Una frase lunga un libro #100: Roberto Bolaño, Tre

Una frase lunga un libro #100: Roberto Bolaño, Tre, traduzione di Ilide Carmignani, Sur, 2017; € 16,50, ebook € 9,99

*
Al personaggio resta l’avventura e resta da dire: «ha cominciato a nevicare, capo».

Quando ho scritto circa  i libri di Roberto Bolaño mi è capitato di fare riferimento alla geografia, di usare parole come mappa. Ho sempre sostenuto che una delle cose più belle della sua letteratura sia la grossa apertura tra un libro e l’altro, che la sua sia un’opera totale in cui ogni libro insegua e completi quello precedente, in cui ogni personaggio possa essere anticipato solo di profilo in un racconto per poi tornare protagonista in un romanzo, o comparire come un frammento o una visione in una poesia.

Il territorio sul quale si muove l’opera di Bolaño è vasto, è sterminato. Si estende dal Sud America al Nord America, dalla Spagna alla Francia, si apre tra la Germania e l’Italia. Il suo territorio fatto di parole, visioni e ironia, si muove come in preda a un sisma costante tra la dittatura e la letteratura, tra gli scrittori adorati e la fame, tra le letture e i sogni. I romanzi di Bolaño si concludono in altri romanzi o li anticipano, alcuni elementi ritornano continuamente, ossessivamente, con una forza progressiva che li spinge fuori parola dopo parola, libro dopo libro. Torneranno e tornano sempre i padri letterari come Borges o Parra, il ricordo doloroso dei regimi, le fughe, gli esili, il suo essere (per sua stessa definizione) un senza patria. Sempre saranno presenti i detective, e lui sarà uno di questi, e i detective saranno i poeti indimenticabili de I detective selvaggi o quelli veri di 2666. Il detective è lui, Bolaño scrivendo ha sempre indagato, si è spinto nei suoi punti più oscuri e cupi e più limpidi e ci ha mostrato il nostro tempo per quello che è: un groviglio inestricabile di anime perdute, di libri che ci fanno bruciare, di ubriaconi, di torturatori, di puttane, di nazisti, di comunisti, di sognatori, di romantici e  visionari, di killer spietati, di uomini illuminati, di cani e di poeti.

Ed eccoci alla poesia perché è quello il luogo dal quale viene la scrittura se non la vita di Roberto Bolaño.

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I poeti della domenica #152: Johannes Bobrowski, Sempre da definire

Johannes Bobrowski, foto dal sito Alchetron

Sempre da definire

Sempre da definire:
l’albero, l’uccello in volo,
la roccia rossastra, dove il torrente
scorre, verde, e il pesce
nel bianco fumo, quando scende la sera
sulla foresta.

Segni, colori, è
un gioco, sono dubbioso
che non finisca in modo
giusto.

E chi mi insegna
ciò che dimenticai: della
pietra il sonno, il sonno
dell’uccello in volo, degli
alberi il sonno, nel buio
procede il loro discorso?

Ci fosse qui un Dio
e fosse carne
e mi potesse chiamare, andrei
tutto intorno, un poco
aspetterei.

Johannes Bobrowski (9 aprile 1917-2 settembre 1965), da Schattenland Ströme
Traduzione di Anna Maria Giachino, in Poesia tedesca del Novecento, Rizzoli, Milano 1977, p. 229

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Immer zu benennen

Immer zu benennen:
den Baum, den Vogel im Flug,
den rötlichen Fels, wo der Strom
zieht, grün, und den Fisch
im weißen Rauch, wenn es dunkelt
über die Wälder herab.

Zeichen, Farben, es ist
ein Spiel, ich bin bedenklich,
es möchte nicht enden
gerecht.

Und wer lehrt mich,
was ich vergaß: der Steine
Schlaf, den Schlaf
der Vögel im Flug, der Bäume
Schlaf, im Dunkel
geht ihre Rede -?

Wär da ein Gott
und im Fleisch,
und könnte mich rufen, ich würd
umhergehn, ich würd
warten ein wenig.

 

Johannes Bobrowski (Tilsit 9 aprile 1917 – Berlino 2 settembre 1965).
«I titoli delle prime due raccolte poetiche – le uniche pubblicate in vita – di Johannes Bobrowski definiscono immediatamente l’oggetto centrale della sua opera – Sarmatische Zeit (Tempo sarmatico, 1961) e Schattenland Ströme (Terra d’ombre fiumi, 1962). Ciò che viene evocato dai titoli è la terra natale di Bobrowski, ovvero la storica «Sarmazia», regione di «fiumi» tra Vistola e Volga in cui, per citare il poeta, «i tedeschi vivevano in stretta vicinanza assieme a lituani, polacchi e russi, e in cui il numero di ebrei era molto elevato». Ma il paesaggio della Sarmazia è anche e soprattutto «tempo», ovvero storia, e una storia di conflitti, di quelle mortuarie «ombre» che evocano la colpa tedesca nei confronti dei popoli dell’est.
Bobrowski nacque infatti a Tilsit, nella Prussia orientale, nel 1917, e nel 1928 si trasferì assieme alla famiglia a Königsberg. Nel 1943 si sposò con la lituana Johanna Buddrus e pubblicò le sue prime poesie nella rivista “Das Innere Reich”. Nel 1938 la famiglia si trasferì a Berlino, e un anno dopo Bobrowski venne inviato al fronte. Fatto prigioniero dai russi, alla sua liberazione, nel 1949, tornò a Berlino-Friedrichshagen, nella Germania orientale. Svolse lavoro redazionale nell’Altberliner Verlag die Lucie Groszer e poi nello Union Verlag, la casa editrice della CDU, il partito cristiano-democratico di cui Bobrowski era membro. Nel 1955 Peter Huchel pubblicò nella rivista “Sinn und Form” cinque poesie di Bobrowski che presentarono il poeta all’attenzione dei lettori e della critica. All’inizio degli anni Sessanta, anche grazie all’aiuto di scrittori occidentali, uscirono – quasi contemporaneamente a Ovest e a Est – le due raccolte di poesie Sarmatische Zeit e Schattenland Ströme. Nel 1962 ricevette il premio del Gruppo 47 e nel 1963 pubblicò il romanzo Levins Mühle (Il mulino di Levin), in cui delineò la problematica dei conflitti etnici e della specifica questione ebraica. Bobrowski morì nel 1965 in seguito ai postumi di un intervento chirurgico. Subito dopo la morte, nel 1966, uscì la raccolta di liriche Wetterzeichen (Segni del tempo).
Partendo da Hölderlin e Klopstock, ma attingendo soprattutto alla tradizione simbolista, Bobrowski distilla una lingua ermetica, fatta di immagini naturali dal valore mitico-evocativo. Ciò che il poeta in tal modo ricostruisce – testimoniando una fiducia nella poesia come veicolo e deposito di memoria – è un paesaggio di figure leggendarie e di una natura arcaica, ma nella quale sono visibili le tracce indelebili di una immane tragedia storica.»(da: Antologia della poesia tedesca, a cura di Monica Lumachi e Paolo Scotini. Introduzione di Patrizio Collini, E-ducation.it, S.p.A., Firenze 2004, pp. 744-745)

I poeti della domenica #151: Johannes Bobrowski, Il viandante

Il viandante

Di sera,
risuona il torrente,
il greve respiro dei boschi,
cielo, solcato in volo
da uccelli urlanti, lidi
delle tenebre, antichi,
su questi i fuochi delle stelle.

Da umano ho vissuto,
di contare ho scordato le porte,
quelle aperte. A quelle sbarrate
ho bussato.
Ogni porta è aperta.
Chi chiama sta a braccia
distese. Accostati dunque alla tavola.
Parla: risuonano i boschi,
i pesci attraversano in volo
il torrente che respira, il cielo
trema di fuochi.

Johannes Bobrowski, dalla raccolta Schattenland, Ströme (“Paese d’ombre, fiumi”, 1962)
(traduzione di Anna Maria Curci)

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Der Wanderer

Abends,
der Strom ertönt,
der schwere Atem der Wälder,
Himmel, beflogen
von schreienden Vögeln, Küsten
der Finsternis, alt,
darüber die Feuer der Sterne.

Menschlich hab ich gelebt,
zu zählen vergessen die Tore,
die offenen. An die verschlossnen
hab ich gepocht.
Jedes Tor ist offen.
Der Rufer steht mit gebreitenen
Armen. So tritt an den Tisch.
Rede: die Wälder tönen,
den eratmenden Strom
durchfliegen die Fische, der Himmel
zittert von Feuern.

 

Paesaggio amato, quello della natia Prussia orientale e dimensione umana – quasi un bilancio scritto dall’autore allora quarantacinquenne – richiamano l’uno l’altra in questa poesia di Bobrowski, che sceglie un tema caro ai Romantici tedeschi, un ‘universale della poesia’ e lo declina con le parole, le presenze, i versi e i ritmi che caratterizzano la sua produzione lirica. Questa intreccia costantemente le due valenze che la nutrono, la realistica e la simbolica. Oggi, 9 aprile 2017, nel centenario della nascita di Johannes Bobrowski a Tilsit, la mia traduzione è un piccolo omaggio a un poeta che merita di essere letto e tradotto e che, insieme agli altri Naturlyriker anch’essi attivi nella RDT, Peter Huchel e Sarah Kirsch, mostra consonanze con la cosiddetta “linea lombarda” del Novecento italiano, come recentemente osservato da Massimo Bonifazio in Vattene, Musa! Appunti sui passaggi in Italia della poesia di lingua tedesca. Le traduzioni in volume apparse in Italia sono di Roberto Fertonani (Bobrowski, Poesie, a cura di R. Fertonani, Mondadori, Milano 1969) e di Davide Racca (2013). (Anna Maria Curci)

Richard Brautigan, L’autostoppista della Galilea

Richard Brautigan, fonte LitKicks.com

Richard Brautigan, fonte LitKicks.com

L’autostoppista della Galilea, di Richard Brautigan

Introduzione e versione italiana delle poesie di Martino Baldi

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Charles Baudelaire scorrazza per la Galilea  alla guida di una Ford degli anni Venti. Lungo la strada tira su un autostoppista. Si chiama Gesù. Una roba che comincia così non ha bisogno di troppe presentazioni. E infatti L’autostoppista della Galilea è un testo che parla da solo e io mi limiterò a qualche aneddoto per contestualizzarlo. Indicato solitamente nella bibliografia di Brautigan come il suo secondo libro di poesie, in verità non è un libro vero e proprio, ma appena una breve suite di nove brevissimi testi. Né si può dire propriamente che sia il secondo, visto che il cosiddetto primo libro, The Return of the Rivers, di fatto fu ancor meno libro; si trattava infatti della semplice stampa di una singola poesia pubblicata da Leslie Woolf Hedley, il proprietario della Inferno Press (sì, il nome era meraviglioso), come favore personale: cento copie con le copertine e le etichette piegate e incollate a mano dallo stesso Richard con l’aiuto di sua moglie Virginia e di Ron Loewinsohn (l’amico poeta a cui poi dedicherà Pesca alla trota in America).

Lo stesso Leslie Woolf Hedley nel frattempo, a fine 1957, aveva pubblicato anche la plaquette Four new poets, in cui riuniva quattro poesie di Brautigan, insieme a testi di altri tre giovanissimi poeti: Martin Hoberman, Carl Larsen, and James M. Singer. Carl Larsen, a sua volta, aveva pubblicato nell’estate precedente  due poesie di Brautigan sulla rivista Existaria, a Journal of Existant Hysteria. Insomma, era la San Francisco degli anni Cinquanta ed era un gran bel bordello. Per i poeti, un paradiso. È da quel clima comunitario che nasce la pubblicazione dell’Autostoppista.

Andò così: il poeta Jack Spicer (il secondo dedicatario di Pesca alla trota) nella primavera del 1957 iniziò a organizzare in una stanzetta del terzo piano della Biblioteca Pubblica di San Francisco (poi si spostò nei locali del San Francisco State University Poetry Center) un laboratorio di poesia. Era una cosa piuttosto informale. Il workshop ospitava settimanalmente poeti, artisti e studiosi dell’area di San Francisco, e occasionalmente anche qualche ospite della East Coast. Il 9 giugno del 1957 i poeti che vi partecipavano tennero un reading, intitolato Poetry as Magic, e Jack Spicer nei giorni successivi si dovette lasciar sfuggire in compagnia di alcuni dei poeti partecipanti qualcosa del tipo: “Però, cazzo, quanto sarebbe bello pubblicare i testi dei poeti del laboratorio!”. Tra quei poeti c’era Joe Dunn, che doveva essere un tipo piuttosto pratico per essere un poeta e poche settimane dopo si iscrisse a una scuola serale di quattro settimane per imparare a maneggiare una macchina per la stampa (no, non era così facile all’epoca) e cominciò  a lavorare per la litografia della Compagnia degli Autobus di San Francisco. Stampava biglietti, volantini, programmi, orari, ecc. Ora, non è ben chiaro se Joe abbia chiesto il permesso a qualcuno, ma nella litografia della compagnia degli autobus, verosimilmente di notte e durante i fine settimana, Joe Dunn – che nel frattempo aveva fondato la White Rabbit Press – già  a novembre mandava in stampa i primi libretti di poesia e a nell’arco di un anno ne aveva pubblicati già dieci: il primo era di Steve Jonas, il secondo di Jack Spicer, il sesto – nel maggio del 1958 – era L’autostoppista della Galilea di Richard Brautigan.

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