Traduzioni

Luca Benassi, poesie da “La parola del nemico”

 

Luca Benassi pubblica in Macedonia l’antologia Зборот на непријателот – La parola del nemico (PNV Publishing, Skopje, Macedonia 2019), in edizione bilingue italiano-macedone, a cura di Julijana Velichkovska e nella traduzione di Dario Todorovski e Katarina Velichkovska, con una nota critica di Vladimir Martinovski, poeta e professore di letteratura comparata all’Università Cirillo e Metodio di Skopje. Il libro, oltre a far conoscere il poeta romano nei Balcani (sempre nel 2019 la casa editrice Alma ha pubblicato un’antologia delle sue poesia in serbo (Очи и звезда – Gli occhi e la stella, Belgrado, Serbia 2019), offre l’occasione di ripercorrere la sua produzione dal 2005 al 2012, con una sezione inedita di testi scritti fra il 2013 e il 2015. La selezione, curata dallo stesso poeta che ha riorganizzato i testi per nuclei tematici che solo in parte ripropongono la scansione temporale delle pubblicazioni, consente una panoramica complessiva sulla sua poesia.

 

1

Io sbaglio sempre
e forse dovrei tenere un segno
acceso nella carne come un faro
inciderlo sulla mano come una croce
una lettera indecifrabile
dell’alfabeto del dolore
che dica il qui e l’ora
dei miei sbagli:
tu lo sai, mi perdo
(o ci perdiamo entrambi
-ci perdiamo tutti)
smarrisco la via
della nostra quiete
che conduce al bacio
lieve del ritorno.

секогаш грешам
и можеби треба да држам знак
што ќе свети во месото како фар
да го врежам во дланката како крст
како недешифрирано писмо
на азбуката на болката
којшто ќе кажува, ова е времето
на моите грешки:
го знаеш ти тоа, се губам
(или се губиме двајцата
– се губиме сите)
ми се губи патот
на нашиот спокој
што води до нежниот бакнеж
на враќањето.

 

2

Bisogna aspettarli al varco i salmoni
al collo di bottiglia della foce
spauriti, mentre accalcano l’acqua
bisogna tendere la rete dove
la superficie si increspa di pinne
le branchie annaspano quel desiderio
che riproduce il transito di nuove
generazioni. Allora è il momento
di calare la rete, di tendere
alla gola il laccio, l’arpione aguzzo.
All’uscita della metro noi siamo
salmoni ignari verso la mattanza.

Лососите треба да се пречекаат на преминот
на грлото од устието, во тесно,
уплашени, додека во јато ја препливуваат водата
треба да се фрли мрежата
таму каде што површината се препелка со перки,
а жабрите трепетат од внатрешниот порив
да создадат премин за новите
генерации. Сега е моментот
да се фрли мрежата, да се затегне
гајтанот кај грлото, да се забоде остриот харпун.
На излезот од метрото лососи сме
несвесно во колеж што одат.

(altro…)

Bertolt Brecht, Il rogo dei libri/Die Bücherverbrennung

 

Il rogo dei libri

Quando il regime ordinò che in pubblico fossero arsi
i libri di contenuto malefico e per ogni dove
furono i buoi costretti a trascinare
ai roghi carri di libri, un poeta scoprì
– uno di quelli al bando, uno dei meglio – l’elenco
studiando degli inceneriti, sgomento, che i suoi
libri erano stati dimenticati. Corse
al suo scrittoio, alato d’ira, e scrisse ai potenti una lettera.
Bruciatemi!, scrisse di volo, bruciatemi!
Questo torto non fermatelo! Non lasciatemi fuori! Che forse
la verità non l’ho sempre, nei libri miei, dichiarata? E ora voi
mi trattate come fossi un mentitore! Vi comando:
bruciatemi!

(traduzione dal tedesco di Franco Fortini)

 

Die Bücherverbrennung

Als das Regime befahl, Bücher mit schädlichem Wissen
Öffentlich zu verbrennen, und allenthalben
Ochsen gezwungen wurden, Karren mit Büchern
Zu den Scheiterhaufen zu ziehen, entdeckte
Ein verjagter Dichter, einer der Besten, die Liste der
Verbrannten studierend, entsetzt, daß seine
Bücher vergessen waren. Er eilte zum Schreibtisch,
Zornbeflügelt, und schrieb einen Brief an die Machthaber.
Verbrennt mich, schrieb er mit fliegender Feder, Verbrennt mich!
Tut mir das nicht an! Laßt mich nicht übrig! Hab ich nicht
Immer die Wahrheit berichtet in meinen Büchern? Und jetzt
Werd ich von euch wie ein Lügner behandelt! Ich befehle euch:
Verbrennt mich!

 

Bertolt Brecht, Poesie, Einaudi 1992

Nino Muzzi: La sera del poeta (Trakl)

La sera del poeta

C’è un’ora, quella della sera, che contiene per Trakl il momento in cui il mondo appare più vero, pur nella sua crudezza e malinconia.
Trakl, al pari di Hölderlin e di Rilke, ha avuto la ventura di passare sotto l’analisi critica di Heidegger, il quale vi ha trovato quel che vi ha cercato: la lingua (die Sprache, intesa come “la parlata” di un popolo o di una etnia). Con questa impostazione filosofica e filologica ogni poeta incorso appunto nella ventura heideggeriana, si fa oggettivamente portavoce di qualcosa di più grande di lui, di cui lui diventa il tramite inconsapevole.

Una biografia non produce poesia

Rivelare al lettore che un poeta, nato da famiglia agiata e numerosa, si sia invaghito della sorella fino all’incesto, che abbia fatto uso di droghe e sia morto suicida di un’overdose, distendendo il tutto su un tratto di Storia civile (per esempio sul periodo che include la Grande Guerra), non riesce a spiegare quasi niente della sua produzione poetica. La biografia del Nostro purtroppo è stata chiamata troppo spesso in causa per spiegare i moti del suo animo e le sue scelte poetiche, come d’altronde le sue esperienze di guerra sono state prese per cause del suicidio che invece era stato da tempo maturato e annunciato.
D’altronde ogni strada intrapresa dai critici al fine di un’esegesi risolutiva della poesia di Trakl si è conclusa con le parole di Rilke: «Wer mag er gewesen sein?» (Chi mai potrà essere stato?).
Una disamina completa delle varie posizioni critiche su Trakl venne poi intrapresa per il centenario della nascita del poeta da Fausto Cercignani in un convegno organizzato nel 1987 alla Statale di Milano. Cercignani, comunque, dopo aver esposto tutte le posizioni altrui, tentava una sua propria interpretazione evocando la figura di Elis, il fanciullo cantato da Trakl. Sarebbe stata questa l’immagine che ci avrebbe permesso di penetrare nel mondo di Trakl, che era quasi programmaticamente precluso al lettore.
Noi pensiamo di penetrarvi evocando l’immagine della sera.

La sera senza simbologie

La sera ci richiama alla mente il famoso sonetto del Foscolo che ne esplicita – forse fin troppo – i significati simbolici. Noi non pensiamo però che la sera di Trakl si debba interpretare su quella falsariga. Pensiamo piuttosto che il poeta ci abbia regalato delle stupende atmosfere serali che non sono affatto scevre da un carattere naturalistico né da un’aura di reminiscenza personale:

Passeggiata attraverso un’estate morente
accanto a manne di grano ingiallito. Sotto la volta imbiancata,
dove la rondine entra ed esce sfrecciando, bevemmo vino generoso.

Forse non si è riflettuto abbastanza su quanto sia importante certo paesaggio per un occhio austriaco. Basta scorrere le pagine di Musil per capire in che modo quell’occhio legga il paesaggio, al di là della famosa frase dell’autore de L’uomo senza qualità per cui “La montagna d’inverno e il mare in piena estate sono le due grandi prove dell’anima”. Quella particolare lettura di quel certo paesaggio, che in fin dei conti va inteso come terra dei padri, sbocca sempre in una visione filosofica, mentre, al contrario, la visione del filosofo non saprà mai ripercorrere quella lettura partendo dalle sue categorie di pensiero. Per questo la visione heideggeriana rimane esterna alle ragioni poetiche di Trakl. Il poeta parte da un sentimento di esilio che gli nasce dalla visione di un determinato paesaggio urbano, e quindi si definisce “esule”, mentre Heidegger parte dal concetto di “esule” e lo applica a Trakl.
Sentiamo il poeta:

Voi grandi città
costruite di pietra
nella pianura! Così muto segue
il senza-patria
con fronte bassa il vento,
gli alberi spogli sulla collina.

Il poeta risale quindi sempre dall’immagine al concetto:

– Il bosco che disseccato si allarga –
con ombre intorno, come siepi di rovi.
La selvaggina esce tremante dai covi,
mentre un torrente silenzioso sgorga
e fra le vecchie pietre segue felci
e brilla argenteo fra intrecci di foglie.
Tosto il suono in buie gole si coglie –
forse già brillano in cielo le luci.

È chiaro che qui il percorso è quello di cui parlavamo sopra: le siepi, il torrente, le felci, le foglie e tutti gli altri elementi naturalistici -che fanno anche pensare ad un Trakl impressionista- nell’ora della sera vanno trasformandosi in qualcosa di astratto e concettuale, in qualcosa che perde fisicità e diventa sentimento e idea al contempo. Quindi niente di definitorio a priori che poi si vada sciogliendo in immagini poetiche: questo percorso non è di Trakl. (altro…)

I poeti della domenica #394: Antonio Colinas, La Prueba

Premio LericiPea Golfo dei Poeti 2019

 

La Prueba

Mira: a punto estás de penetrar en el bosque. Vas a dejar la casa blanca de la cima,
tan plácida, tan llena de música y sosiego,
y ahí te espera el bosque impenetrable.

Irremediablemente deberás cruzarlo:
el bosque que desciende por ladera escabrosa, el bosque en que no hay nadie
y el bosque en el que puede haber de todo,
el bosque de humedades venenosas,
morada de lo negro,
y de una luz que enturbia la mirada.

Entra en él con cuidado y sal sin prisas,
mas nunca se te ocurra abandonar la senda
que desciende y desciende y desciende.
Mira mucho hacia arriba y no te olvides
de que este tiempo nuestro va pasando
como la hoz por el trigo.
Allá arriba, en las ramas,
no hay luces que te ciegan, si es de día.
Y si fuese de noche,
la negrura más honda la siembran faros ciertos. Todo lo que está arriba guía siempre.

Mira: te espera el bosque impenetrable. Recuerda que la senda que lo cruza
– la senda como río que te lleva -,
debe ser dulce cauce y no boa untuosa que repta y extravía en la maraña.
Que te guíe la música que dejas
– la música que es número y medida – y que más alta música te saque
al fin, tras dura prueba, a mar de luz.

(altro…)

I poeti della domenica #393: Antonio Colinas, Para olvidar el odio

Premio LericiPea Golfo dei Poeti 2019

 

Para olvidar el odio (11 de marzo de 2004)

Acaso lo más duro y lo más cruel
no sea el abrir violentamente lo negro en lo blanco:
en la armonía el caos,
en ojos inocentes un cuchillo de ira,
en los labios más tiernos de juventud
la muerte.
Acaso lo más duro sea el odio:
ese odio que establece diferencias,
ese odio que se mama en pecho de odio,
ese odio que se enseña y que se aprende,
que enarbola banderas como pústulas
y que niega brutalmente el amor.

¿Hasta cuándo en el mundo la dualidad más cruel,
la ausencia de armonía?
Nuestra patria es el mundo
y, en él, nuestros pulmones
inspiran armonía y espiran honda paz,
inspiran honda paz y espiran armonía.
Por eso, hoy sabemos ya muy bien
que, como primavera temprana,
como ojo inocente, como labio muy tierno,
nunca cesa esperanza de germinar: lo hace
con mayor rapidez que las mareas de sangre.

Este jueves de marzo no llovía
lluvia de odio:
llovían manos mansas,
que a todo y hacia todos se tendían,
suavemente,
como marea de música,
sólo para sanar, para sanarnos.

Por nada cambiaremos esa lluvia de manos bondadosas.
Son las manos de un fuego que es amor,
un fuego que no quema.
Son esas manos que siempre se entregan
y que nunca reniegan de palabras, ideas, sentimientos.
Marea del amor, más poderosa
que el odio que se mama y que se escupe,
que la sangre violada.

Muchacha muerta que en la fotografía
levantas dulcemente tu rostro hacia el cielo,
muchacho muerto que pones tu oído en la tierra
como para escuchar sólo música:
estáis, en realidad, durmiendo, durmiendo, durmiendo.
No turbéis más su sueño.
No turbéis más sus sueños.

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Fabio Dainotti, Selected Poems

 

Fabio Dainotti, Selected Poems, Gradiva Publications 2015

Torno volentieri a scorrere le pagine di Selected Poems di Fabio Dainotti (Gradiva Publications, 2015), nell’originale in italiano e nella traduzione in inglese di Rosaria Zizzo.
Composto di diciannove testi di diversa lunghezza, tratti da raccolte che partono addirittura dal Diario poetico del 1965 e si concludono con tre inediti, Selected Poems di Fabio Dainotti è un libro che ebbi modo di leggere e di presentare a Roma qualche anno fa e ne ripercorro i testi partendo dalla quartina di versi della poesia Sera che, ci informa l’autore, è scritta In memoria di nonna Anna Maria.
Sera (dall’omonima raccolta del 1997) racchiude la bellezza e la sapienza compositiva che caratterizza la scrittura di Fabio Dainotti. In quattro endecasillabi essa concentra un universo di letture, con le quali è evidente, senza essere sfacciata, una lunga e quotidiana dimestichezza.
Sono letture di peso, che abbracciano la poesia di tutti i tempi e, in particolare, tutti i secoli della poesia in lingua italiana, a partire da Dante, poeta di cui Dainotti è profondo conoscitore. Tuttavia, questo peso non schiaccia, non affievolisce la originale combinazione di potere evocativo delle immagini e di precisione nella tessitura musicale:

Fitti si richiamavano gli uccelli,
il sole impensieriva dietro gli alberi.
Il vento ti levava dalle braccia
la stanchezza di un giorno: era la sera.

Potere evocativo e precisione del tessuto sonoro sono entrambi restituiti in maniera convincente dalla versione in lingua inglese di Rosaria Zizzo:

In flocks birds recalled each other,
behind the trees the sun grew pensive.
The wind took away from your arms
the strain of a day: it was evening.

È dedicato a Thomas Mann, invece, un altro componimento che dà conto di cifra e consistenza della raccolta e che, come il titolo di un’opera dell’autore tedesco, porta il nome di Cane e padrone. Qui gli endecasillabi si mescolano a settenari e ad altre misure; tutte concorrono a marcare la distanza tra il poeta «nel mezzanino triste”, in volontaria segregazione, osservato dal suo cane che proietta, interrogandosi, l’altro sé dell’io lirico, e la vita fuori, che «celebra/ i suoi fasti in questa/ foresta innaturale». (altro…)

I poeti della domenica #386: Hugo Loetscher, C’era una volta il mondo

C’era una volta il mondo

Là dove un satellite si disintegra
Due costellazioni più avanti
E subito a sinistra –
Questo nel caso
Che voi mi
Cerchiate.

Hugo Loetscher
(traduzione di Anna Maria Curci)

 

Es war einmal die Welt

Wo ein Satellit verglüht
Zwei Sternbilder weiter
Und gleich links –
Dies ist für den Fall
Dass ihr mich
Sucht.

 

Hugo Loetscher, da: Es war einmal die Welt. Gedichte, Diogenes Verlag, Zürich 2004

PoEstate Silva, Reiner Kunze, Variazioni sul tema “Filemone e Bauci”

Reiner Kunze è nato il 16 agosto 1933. Oggi, nel giorno del suo 86° compleanno, proponiamo la lettura di alcune sue poesie tratte dalla raccolta lindennacht (“notte di tigli”), pubblicata nel 2007 dalla casa editrice Fischer. (la redazione)

 

VARIAZIONE SUL TEMA “FILEMONE E BAUCI”

Sarebbe confortante, per secoli ancora
potersi con i rami
toccare a vicenda,
——————-e il tiglio
ti donerebbe

Dell’essere una quercia tuttavia
soffrirei, il midollo del sambuco
lo sento in me

Reiner Kunze
(Traduzione di Anna Maria Curci)

 

VARIATION ÜBER DAS THEMA »PHILEMON UND BAUCIS«

Tröstlich wär’s, jahrhunderte noch
einander mit den zweigen
berühren zu dürfen,
———————und die linde
stünde dir

Am wesen der eiche jedoch
würde ich leiden, das mark des holunders
spür ich in mir

 

 

SECONDA VARIAZIONE SUL TEMA “FILEMONE E BAUCI”

Non dureremo in rami e ramoscelli
oltre noi stessi

Eppure siamo privilegiati

Ancora ci è concesso di vivere fino alla fine
tra alberi

Reiner Kunze
(Traduzione di Anna Maria Curci)

 

ZWEITE VARIATION ÜBER DAS THEMA »PHILEMON UND BAUCIS«

Wir werden nicht in ast und zweig
dauern über uns hinaus

Doch wir sind begünstigte

Wir dürfen noch zu ende leben
unter bäumen

 

Reiner Kunze, da: lindennacht. Gedichte, Fischer Verlag 2007

Robert Adamson, Tre poesie nella traduzione di Angela D’Ambra

Robert Adamson nel 2010, foto di Juno Gemes

 

Robert Adamson, Three Poems

Tre poesie nella traduzione di Angela D’Ambra

 

da Mulberry Leaves [Foglie di gelso]

Reaching Light

Where was we left from?
We say the journey’s up, but maybe

memory sinks deeper.
Our journey so far

has been quiet, the only
incident being that rock dislodged

as he spun around on his heel.
What was that stuff – brimstone?

The first slice of sunlight glanced off
a slab of dark marble that turned to glow.

is back moved ahead of me –
his curls, shoulders,

that neck. What new bone was he inventing
in his shuffling head, what chance

that a doorway would appear and then a house?
The dark supported me, comfortably

behind me, a cradle woven from
demon hair. As I rose

and climbed toward day, his turning head,
those eyes – strips of memory,

silver tides, moons rising over the
rim of the world –

brought back the day we were married,
standing in fine rain, then escaping  from family,

sex by a rolling surf in a high wind, velvet
heavens and the stars omens:

calendars, clocks, zodiacs –
straight, bent signs.

Raggiungere la Luce

Da dove è che partimmo?
Il viaggio, si dice, è verso l’alto, ma forse

la memoria più a fondo s’inabissa.
Il nostro viaggio finora

è andato liscio, unico
contrattempo quella roccia franata

quando lui di scatto si voltò.
Cos’era quella roba – zolfo?

Il primo spicchio di sole rimbalzò
su una lastra di marmo scuro che s’accese.

La schiena di lui si muoveva avanti a me –
i suoi riccioli, le spalle,

quel collo. Quale nuova trovata escogitava
in quella testa irrequieta, che occasione

che una soglia apparisse e poi una casa?
Dietro di me, confortante, il buio

mi sosteneva, una culla ordita con
crini di diavolo. Allorché m’alzai

per la scalata al giorno, la sua testa si volse,
quegli occhi – strisce di memoria,

maree d’argento, lune crescenti
oltre il ciglio del mondo –

mi riportarono il giorno delle nozze,
noi in piedi nella pioggia sottile, poi via dalla famiglia,

sesso nel risucchio dell’onda, vento forte, cieli
di velluto e i presagi di stelle:

calendari, orologi, zodiaci –
segni contorti, diretti.

(altro…)

Schiller, La passeggiata (trad. di Nino Muzzi)

La passeggiata

Ti saluto, monte dalla cima rosseggiante!
Ti saluto, sole che amabile lo rischiari!
Anche te saluto, animato campo, e voi, tigli fruscianti,
e il coro gioioso, che si culla fra i vostri rami,
e anche te, placido azzurro, che infinito ti effondi
intorno all’oscura montagna, sul bosco verdeggiante,
e intorno a me, che, alfin fuggito dalla prigione della stanza
e dall’angustia dei discorsi, presso di te lieto si salva.
La corrente balsamica della tua aria m’inonda di refrigerio
e l’energia della luce ristora la sete del mio sguardo.
Sul prato fiorito risplendono accesi colori cangianti,
ma la fervente gara si scioglie infine in bellezza.
Libero il prato mi accoglie con un ampio tappeto disteso;
attraverso il suo verde cordiale serpeggia un sentiero campestre.
Intorno mi ronza operosa l’ape e con volo insicuro
librandosi va la farfalla sopra il trifoglio rossastro.
Mi coglie rovente il dardo del sole, tace il ponente,
solo un canto d’allodola trilla nell’aria serena.
Ma ora bisbiglia vicino il cespuglio: reclinano a terra le chiome
gli ontani e ondeggia nel vento l’erba argentata;
mi avvolge una notte di ambrosia; nel fresco fragrante
un tetto sfarzoso di faggi ombrosi mi copre.
Nel segreto del bosco scompare d’un tratto il paesaggio
e un serpeggiante viottolo mi porta su in alto.
Sol di soppiatto penetra flebile luce tra sbarre
di rami e attraverso vi occhieggia l’azzurro ridente.
Ma ecco si squarcia il velame. Aprendosi il bosco
mi ridà l’inatteso splendore abbagliante del giorno.
Immensa si stende ai miei occhi la lontananza
e un’azzurra montagna conclude il mondo in sfumato.
Ai piedi del monte che a un tratto di sotto strapiomba
scorre del verde torrente lo specchio che scivola via.
Vedo l’etere incommensurabile, sotto e sopra di me,
guardo lassù con vertigine, guardo laggiù con tremore.
Ma fra quelle altezze eterne ed eterne profondità
una scala a ringhiera conduce, sicuro, laggiù il viandante.
Mi passano accanto ridenti le rive ubertose
e la splendida valle è lode allo zelo gioioso.
Le linee -vedi!- che tagliano le proprietà del villano
Cerere le ha tracciate sulla trapunta del campo.
Scrittura di Legge divina che mantiene l’uomo in vita
dacché dal mondo ferrigno fuggendo l’Amore svanì!
Ma in più libere spire attraversa i campi ordinati,
ora ingoiata dal bosco, ora salendo sui monti,
una linea luminosa, una strada che annoda le terre;
sulla corrente placata le zattere scivolan via.
Spesso risuona il rumore dei focolari dai campi
abitati e l’eco risveglia il canto del solitario capraio.
Vivaci villaggi costeggiano la corrente, spariscono altri
fra i cespugli, giù franano altri dai dorsi del monte,
l’uomo convive ancora in accordo con la campagna,
i campi attorniano calmi il suo rustico tetto;
mansueta la vite rampolla alla finestra più bassa,
con l’abbraccio di un ramo cinge l’albero la capanna.
Felice gente dei campi! Non ridesta alla libertà,
condividi ancora contenta con la terra la ferrea legge.
Il calmo ciclo dei raccolti pone un limite ai tuoi desideri,
come l’opra tua giornaliera, si svolge così la tua vita!
Ma cosa mi ruba ad un tratto questa dolce visione? Un altro
spirito si espande veloce sulla più estranea campagna.
Si scosta scontroso quello che appena ancor vi si univa,
amandola, e il simile è solo quel che si allinea al simile.
Vedo formarsi dei ceti, le stirpi orgogliose dei pioppi
sfilano in pompa ordinata, altolocata e splendente.
La regola diventa tutto, tutto scelta e significato;
questo corteo di valletti mi sta presentando il Signore.
Lo annunciano da lontano le cupole altere lucenti,
dal suo zoccolo roccioso si leva la città turrita.
Ricacciati i fauni del bosco nella natura selvaggia,
la devozione ridona più alta vita alla pietra.
L’uomo si stringe più all’uomo. Ha meno spazio dintorno,
si ridesta più animato, si rovescia più svelto in lui il mondo. (altro…)

Poesie di Alexander Shurbanov tradotte da Francesco Tomada

 

LA LATTAIA DI VERMEER

Le braccia – forti, pulite –
sono scoperte sino ai gomiti.
Una mano sostiene
da sotto il bricco in terracotta,
l’altra lo tiene saldamente
da sopra,
piegandolo appena
sopra una ciotola
posta sul tavolo
fra una pagnotta sferica
in un canestro
e un’anfora rigonfia.
Un sottile rivolo di latte
si allunga dal bricco
alla ciotola,
legando insieme
l’intero dipinto.
A sinistra sta la finestra.
Il capo della giovane
è appena inclinato
sulla sua spalla,
i capelli sono raccolti sotto
la cuffia olandese inamidata
con una falda stretta
e l’altra un poco distesa.
Gli occhi, abbassati,
guardano il latte
che continua a fluire.
Non è questo potere dell’arte
davvero meraviglioso?
I secoli scorrono
oltre il bricco in terracotta
mentre si inclina sopra la ciotola
con un angolo immutato,
le guerre imperversano,
le città vengono distrutte dagli incendi,
le navi affondano
e gli aerei si schiantano al suolo,
i governi, gli stati, le nazioni e le filosofie
vanno e vengono,
il mondo si rinnova,
divenendo irriconoscibile.
Eppure questo sottile rivolo bianco di latte
continua a fluire
dal bricco alla ciotola,
e il bricco è ancora pieno,
e il volto
della giovane che non invecchia
trabocca di quiete.

VERMEER’S MILKMAID
The arms – strong, clean –
are bared up to the elbows.
One hand props
the earthen jug from below,
the other holds it firmly
from above,
tilting it slightly
over a bowl
placed on the table
between a round loaf
in the bread-basket
and a bulging pitcher.
A thin trickle of milk
stretches from the jug
to the bowl,
tying the whole picture
together.
On the left is the window.
The young woman’s head
is slightly tilted
over the shoulder,
the hair is pulled under
the starched Dutch bonnet
with one wing pressed tight
and the other a little spread out
The eyes, downcast,
watch the milk
as it keeps flowing.
Isn’t this power of art
truly wonderful?
Centuries pass
by the earthen jug
as it tilts over the bowl
at an unchanged angle,
wars rage around,
cities are consumed by fire,
ships sink
and planes crash on the ground,
regimes, states, nations, philosophies
come and go,
the world becomes new,
changing out of recognition.
Yet this thin white trickle of milk
keeps flowing
from the jug into the bowl,
and the jug is still full,
and the face
of the unaging young woman
overflows with calm.

(altro…)

I poeti della domenica #338: Claire Beyer, Una poesia

Claire Beyer, foto di  © Iris Bach

 

Una poesia

Una poesia vive di
verità, non di nubi fitte
o raggi di sole
una poesia è l’impronta del piede
nella sabbia, è più che
respiro e
dignità
Una poesia sta appesa in
cortili interni e in segrete di castelli
e sempre è
una ferita del tempo

Claire Beyer
(traduzione di Anna Maria Curci)

 

Ein Gedicht

Ein Gedicht lebt von
Wahrheit, nicht von Wolkendichte
oder Sonnenstrahlen
ein Gedicht ist der Fußabdruck
im Sand, ist mehr als
Atemzug und
Würde
Ein Gedicht hängt in
Hinterhöfen und Schloßkammern
und immer ist es
eine Wunde der Zeit

 

Claire Beyer
(da: C.B., Texte, Lyrik und Kurzprosa, Dillmann Verlag 1989)