Traduzioni

I poeti della domenica #152: Johannes Bobrowski, Sempre da definire

Johannes Bobrowski, foto dal sito Alchetron

Sempre da definire

Sempre da definire:
l’albero, l’uccello in volo,
la roccia rossastra, dove il torrente
scorre, verde, e il pesce
nel bianco fumo, quando scende la sera
sulla foresta.

Segni, colori, è
un gioco, sono dubbioso
che non finisca in modo
giusto.

E chi mi insegna
ciò che dimenticai: della
pietra il sonno, il sonno
dell’uccello in volo, degli
alberi il sonno, nel buio
procede il loro discorso?

Ci fosse qui un Dio
e fosse carne
e mi potesse chiamare, andrei
tutto intorno, un poco
aspetterei.

Johannes Bobrowski (9 aprile 1917-2 settembre 1965), da Schattenland Ströme
Traduzione di Anna Maria Giachino, in Poesia tedesca del Novecento, Rizzoli, Milano 1977, p. 229

.

Immer zu benennen

Immer zu benennen:
den Baum, den Vogel im Flug,
den rötlichen Fels, wo der Strom
zieht, grün, und den Fisch
im weißen Rauch, wenn es dunkelt
über die Wälder herab.

Zeichen, Farben, es ist
ein Spiel, ich bin bedenklich,
es möchte nicht enden
gerecht.

Und wer lehrt mich,
was ich vergaß: der Steine
Schlaf, den Schlaf
der Vögel im Flug, der Bäume
Schlaf, im Dunkel
geht ihre Rede -?

Wär da ein Gott
und im Fleisch,
und könnte mich rufen, ich würd
umhergehn, ich würd
warten ein wenig.

 

Johannes Bobrowski (Tilsit 9 aprile 1917 – Berlino 2 settembre 1965).
«I titoli delle prime due raccolte poetiche – le uniche pubblicate in vita – di Johannes Bobrowski definiscono immediatamente l’oggetto centrale della sua opera – Sarmatische Zeit (Tempo sarmatico, 1961) e Schattenland Ströme (Terra d’ombre fiumi, 1962). Ciò che viene evocato dai titoli è la terra natale di Bobrowski, ovvero la storica «Sarmazia», regione di «fiumi» tra Vistola e Volga in cui, per citare il poeta, «i tedeschi vivevano in stretta vicinanza assieme a lituani, polacchi e russi, e in cui il numero di ebrei era molto elevato». Ma il paesaggio della Sarmazia è anche e soprattutto «tempo», ovvero storia, e una storia di conflitti, di quelle mortuarie «ombre» che evocano la colpa tedesca nei confronti dei popoli dell’est.
Bobrowski nacque infatti a Tilsit, nella Prussia orientale, nel 1917, e nel 1928 si trasferì assieme alla famiglia a Königsberg. Nel 1943 si sposò con la lituana Johanna Buddrus e pubblicò le sue prime poesie nella rivista “Das Innere Reich”. Nel 1938 la famiglia si trasferì a Berlino, e un anno dopo Bobrowski venne inviato al fronte. Fatto prigioniero dai russi, alla sua liberazione, nel 1949, tornò a Berlino-Friedrichshagen, nella Germania orientale. Svolse lavoro redazionale nell’Altberliner Verlag die Lucie Groszer e poi nello Union Verlag, la casa editrice della CDU, il partito cristiano-democratico di cui Bobrowski era membro. Nel 1955 Peter Huchel pubblicò nella rivista “Sinn und Form” cinque poesie di Bobrowski che presentarono il poeta all’attenzione dei lettori e della critica. All’inizio degli anni Sessanta, anche grazie all’aiuto di scrittori occidentali, uscirono – quasi contemporaneamente a Ovest e a Est – le due raccolte di poesie Sarmatische Zeit e Schattenland Ströme. Nel 1962 ricevette il premio del Gruppo 47 e nel 1963 pubblicò il romanzo Levins Mühle (Il mulino di Levin), in cui delineò la problematica dei conflitti etnici e della specifica questione ebraica. Bobrowski morì nel 1965 in seguito ai postumi di un intervento chirurgico. Subito dopo la morte, nel 1966, uscì la raccolta di liriche Wetterzeichen (Segni del tempo).
Partendo da Hölderlin e Klopstock, ma attingendo soprattutto alla tradizione simbolista, Bobrowski distilla una lingua ermetica, fatta di immagini naturali dal valore mitico-evocativo. Ciò che il poeta in tal modo ricostruisce – testimoniando una fiducia nella poesia come veicolo e deposito di memoria – è un paesaggio di figure leggendarie e di una natura arcaica, ma nella quale sono visibili le tracce indelebili di una immane tragedia storica.»(da: Antologia della poesia tedesca, a cura di Monica Lumachi e Paolo Scotini. Introduzione di Patrizio Collini, E-ducation.it, S.p.A., Firenze 2004, pp. 744-745)

I poeti della domenica #151: Johannes Bobrowski, Il viandante

Il viandante

Di sera,
risuona il torrente,
il greve respiro dei boschi,
cielo, solcato in volo
da uccelli urlanti, lidi
delle tenebre, antichi,
su questi i fuochi delle stelle.

Da umano ho vissuto,
di contare ho scordato le porte,
quelle aperte. A quelle sbarrate
ho bussato.
Ogni porta è aperta.
Chi chiama sta a braccia
distese. Accostati dunque alla tavola.
Parla: risuonano i boschi,
i pesci attraversano in volo
il torrente che respira, il cielo
trema di fuochi.

Johannes Bobrowski, dalla raccolta Schattenland, Ströme (“Paese d’ombre, fiumi”, 1962)
(traduzione di Anna Maria Curci)

.

Der Wanderer

Abends,
der Strom ertönt,
der schwere Atem der Wälder,
Himmel, beflogen
von schreienden Vögeln, Küsten
der Finsternis, alt,
darüber die Feuer der Sterne.

Menschlich hab ich gelebt,
zu zählen vergessen die Tore,
die offenen. An die verschlossnen
hab ich gepocht.
Jedes Tor ist offen.
Der Rufer steht mit gebreitenen
Armen. So tritt an den Tisch.
Rede: die Wälder tönen,
den eratmenden Strom
durchfliegen die Fische, der Himmel
zittert von Feuern.

 

Paesaggio amato, quello della natia Prussia orientale e dimensione umana – quasi un bilancio scritto dall’autore allora quarantacinquenne – richiamano l’uno l’altra in questa poesia di Bobrowski, che sceglie un tema caro ai Romantici tedeschi, un ‘universale della poesia’ e lo declina con le parole, le presenze, i versi e i ritmi che caratterizzano la sua produzione lirica. Questa intreccia costantemente le due valenze che la nutrono, la realistica e la simbolica. Oggi, 9 aprile 2017, nel centenario della nascita di Johannes Bobrowski a Tilsit, la mia traduzione è un piccolo omaggio a un poeta che merita di essere letto e tradotto e che, insieme agli altri Naturlyriker anch’essi attivi nella RDT, Peter Huchel e Sarah Kirsch, mostra consonanze con la cosiddetta “linea lombarda” del Novecento italiano, come recentemente osservato da Massimo Bonifazio in Vattene, Musa! Appunti sui passaggi in Italia della poesia di lingua tedesca. Le traduzioni in volume apparse in Italia sono di Roberto Fertonani (Bobrowski, Poesie, a cura di R. Fertonani, Mondadori, Milano 1969) e di Davide Racca (2013). (Anna Maria Curci)

Richard Brautigan, L’autostoppista della Galilea

Richard Brautigan, fonte LitKicks.com

Richard Brautigan, fonte LitKicks.com

L’autostoppista della Galilea, di Richard Brautigan

Introduzione e versione italiana delle poesie di Martino Baldi

*

Charles Baudelaire scorrazza per la Galilea  alla guida di una Ford degli anni Venti. Lungo la strada tira su un autostoppista. Si chiama Gesù. Una roba che comincia così non ha bisogno di troppe presentazioni. E infatti L’autostoppista della Galilea è un testo che parla da solo e io mi limiterò a qualche aneddoto per contestualizzarlo. Indicato solitamente nella bibliografia di Brautigan come il suo secondo libro di poesie, in verità non è un libro vero e proprio, ma appena una breve suite di nove brevissimi testi. Né si può dire propriamente che sia il secondo, visto che il cosiddetto primo libro, The Return of the Rivers, di fatto fu ancor meno libro; si trattava infatti della semplice stampa di una singola poesia pubblicata da Leslie Woolf Hedley, il proprietario della Inferno Press (sì, il nome era meraviglioso), come favore personale: cento copie con le copertine e le etichette piegate e incollate a mano dallo stesso Richard con l’aiuto di sua moglie Virginia e di Ron Loewinsohn (l’amico poeta a cui poi dedicherà Pesca alla trota in America).

Lo stesso Leslie Woolf Hedley nel frattempo, a fine 1957, aveva pubblicato anche la plaquette Four new poets, in cui riuniva quattro poesie di Brautigan, insieme a testi di altri tre giovanissimi poeti: Martin Hoberman, Carl Larsen, and James M. Singer. Carl Larsen, a sua volta, aveva pubblicato nell’estate precedente  due poesie di Brautigan sulla rivista Existaria, a Journal of Existant Hysteria. Insomma, era la San Francisco degli anni Cinquanta ed era un gran bel bordello. Per i poeti, un paradiso. È da quel clima comunitario che nasce la pubblicazione dell’Autostoppista.

Andò così: il poeta Jack Spicer (il secondo dedicatario di Pesca alla trota) nella primavera del 1957 iniziò a organizzare in una stanzetta del terzo piano della Biblioteca Pubblica di San Francisco (poi si spostò nei locali del San Francisco State University Poetry Center) un laboratorio di poesia. Era una cosa piuttosto informale. Il workshop ospitava settimanalmente poeti, artisti e studiosi dell’area di San Francisco, e occasionalmente anche qualche ospite della East Coast. Il 9 giugno del 1957 i poeti che vi partecipavano tennero un reading, intitolato Poetry as Magic, e Jack Spicer nei giorni successivi si dovette lasciar sfuggire in compagnia di alcuni dei poeti partecipanti qualcosa del tipo: “Però, cazzo, quanto sarebbe bello pubblicare i testi dei poeti del laboratorio!”. Tra quei poeti c’era Joe Dunn, che doveva essere un tipo piuttosto pratico per essere un poeta e poche settimane dopo si iscrisse a una scuola serale di quattro settimane per imparare a maneggiare una macchina per la stampa (no, non era così facile all’epoca) e cominciò  a lavorare per la litografia della Compagnia degli Autobus di San Francisco. Stampava biglietti, volantini, programmi, orari, ecc. Ora, non è ben chiaro se Joe abbia chiesto il permesso a qualcuno, ma nella litografia della compagnia degli autobus, verosimilmente di notte e durante i fine settimana, Joe Dunn – che nel frattempo aveva fondato la White Rabbit Press – già  a novembre mandava in stampa i primi libretti di poesia e a nell’arco di un anno ne aveva pubblicati già dieci: il primo era di Steve Jonas, il secondo di Jack Spicer, il sesto – nel maggio del 1958 – era L’autostoppista della Galilea di Richard Brautigan.

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Mladen Blažević, Poesie

foto di Mirjam Gostinčar

foto di Mirjam Gostinčar

Mladen Blažević, Poesie
Traduzione di Michele Obit

*

Akomodacije, refrakcije, kabrioleti

kad sjedim pred staklom pogled mi odluta u zelenilo
što se nalazi u lijevom kutu
zbog nakošenog vrata
i nošenja torbe u desnoj ruci

ali nekad se slova što vise
i suše se
razlete u roju oko mene
i zabiju u kičmu
kao čavli

tad stavim naočale da ih povežem u riječi

i dogodi se nešto na subatomskoj razini
što ne razumijem
izgubi se u naprezanju očnog živca
ili trzaju širenja zjenica

možda da je više svjetlosti
da živim u kući bez krova
više je svjetlosti u kući bez krova

kad se prozorima odnesu škure
i ne trebaju sklopke
i osigurači
danju je dan
noću je noć

samo stvari
razbacane po kući
nekad su bile žive

ne mogu ih pokopati pod zajedničkim imenom

.

Accomodamenti, rifrazioni, cabriolet

quando siedo di fronte al vetro lo sguardo si smarrisce nel verde
che sta nell’angolo a sinistra
per via del collo inclinato
e del portare la borsa con la destra

a volte però le lettere che penzolano
e si asciugano
svolazzano via in sciame attorno a me
e si ficcano nella colonna vertebrale
come chiodi

allora mi metto gli occhiali e le unisco in parole

e accade qualcosa a livello subatomico
che non comprendo
si perde nello sforzo del nervo oculare
o nel sussulto della dilatazione delle pupille

magari ci sarebbe più luce
se vivessi in una casa senza tetto
in una casa senza tetto c’è più luce

quando si tolgono le persiane alle finestre
non c’è bisogno di frizione
di valvole
di giorno è giorno
di notte è notte

solo gli oggetti
sparpagliati per la casa
un tempo sono stati vivi

non posso seppellirli sotto un nome comune

*

knjiga Djeca kapetana Granta Julesa Vernea
progutala me s cipelama
dok sam bio dječak
hodao sam po šumovitom tropskom otoku Tristan de Cuhna
igrao se s crnim, dlakavim praščićima
velikih, obješenih ušiju

Verne nije spominjao naseljene
nisu mu trebali za daljnju plovidbu
a moreplovcima u njegovu romanu
trebale su samo svježe namirnice

trideset godina kasnije
listanje starih časopisa
slika male ljudske zajednice
lažan smiješak pred fotoaparatom
odaje zajednički gen
nemiješan generacijama
odavno ne naseljavaju svježe osuđenike
s doživotnom robijom

magla skriva blato
šuma je posječena za brvnare i ogrijev
teška je klima
hladne struje Antarktike
ne daju na more

National geographic Studeni, 1986.
naslovnica i nekoliko strana

zašto sam ga uzeo u ruke

.

il libro I figli del capitano Grant di Jules Verne
mi ha inghiottito con le scarpe
quando ero ancora bambino
camminavo per i boschi dell’isola tropicale Tristan da Cuhna
giocavo con i maiali pelosi neri
dalle grandi orecchie pendenti

Verne non aveva citato i coloni
non ne aveva bisogno per la traversata successiva
nel suo romanzo i marinai
volevano solo alimenti freschi

trent’anni più tardi
la spulciatura dei vecchi giornali
la foto di una piccola comunità di uomini
il sorriso falso davanti alla macchina fotografica
svela un gene comune
non mescolato per più generazioni
da tanto tempo non ci abitano nuovi condannati
al carcere a vita

la nebbia cela il fango
il bosco viene abbattuto per mobili e legna da ardere
il clima è pesante
le fredde correnti dell’Antartico
non permettono il mare

National geographic, novembre1986.
la copertina e alcune pagine

perché l’ho preso in mano (altro…)

Una frase lunga un libro #90: Mercè Rodoreda, Quanta, quanta, guerra…

guerra

Una frase lunga un libro #90: Mercè Rodoreda, Quanta, quanta, guerra…, traduzione di S. M. Ciminelli, La Nuova Frontiera, 2016; € 16,50

*

Sono nato a mezzanotte, in autunno, con una macchia sulla fronte non più grande di una lenticchia. Quando facevo arrabbiare mia madre, lei, girata quasi di spalle, diceva, sembri un Caino. Josep aveva una cicatrice sulla coscia sinistra, nella parte interna, a forma di pesce, che faceva ridere. Rossend, il figlio dello straccivendolo che ci prestava l’asino e la carretta per portare i garofani al mercato, aveva la punta del naso rossa e faceva ridere. Ramon, il figlio del macellaio, aveva le orecchie appuntite e faceva ridere. Io non facevo ridere neanche un po’.

Questo libro ha un prologo. In quelle pagine Mercè Rodoreda spiega da dove sia arrivata l’idea di questo romanzo e allo stesso tempo la difficoltà di scriverlo. Due tipi di difficoltà, la prima riguarda la vera e propria narrazione dell’argomento. La guerra, in molti l’hanno raccontata e lo hanno fatto benissimo, si dice Rodoreda e allora pensa ad altro, pensa a una storia che attraversi la guerra, che dentro la guerra nasca e che dalla guerra ritorni; senza però che la guerra venga quasi mai nominata. A Rodoreda interessa raccontare l’effetto della guerra sulla gente, sul paesaggio, sulle emozioni, sulle rimanenze che sono le vesti strappate, i morsi della fame, qualche notte stellata, una stretta di mano, un addio, una pena, un pezzo di pane raffermo, un ragazzo, un uomo, una bambina, una gallina, una vecchia orribile, una ragazza bellissima, un camino acceso, una coltello. La guerra. La seconda difficoltà di cui parla Rodoreda riguarda il tempo e l’uso della lingua. Le occorre tempo per scrivere, le occorre trovare le parole giuste, le occorre accartocciare parecchi fogli. Ne occorrono 700 per farne 400; e così scrive:

È lontano il tempo in cui pensavo che per scrivere un romanzo bastasse conoscere il catalano e saper battere a macchina.

È saggia Rodoreda, ma questa frase è una lezione che va bene per tutti, anche per il più giovane degli scrittori. Poi viene il romanzo.

Siamo in Spagna, da qualche parte c’è la guerra, una guerra senza nome, una guerra che distrugge il paese, tutti partono, nessuno sfugge alla guerra. Per alcuni è un desiderio, per altri è un dovere, per altri è un modo di andarsene dai piccoli paesi, dai luoghi in cui nulla pare accadere. La guerra, mentre distrugge, permette a chi non lo conosce la prima scoperta del mondo. La guerra a cui ragazzini non hanno accesso, salvo poi parteciparvi quando perdono qualcuno, se vengono bombardati, se restano senza un braccio, senza una gamba. E poi c’è un ragazzino che si chiama Adrià, un ragazzino che sogna di vivere libero, senza terra, senza patria, senza soldi, senza casa. Adrià sogna di andare e non importa dove, di andare ovunque, e allora la guerra è una scappatoia, una prima scusa. Adrià si unisce ad alcuni ragazzi più grandi di lui e lascia il suo paese per andare in guerra. Ma la guerra è una scusa per Adrià, è qualcosa che avviene intorno, lui vuole solo muoversi. E si muoverà con un passo che sta a metà tra realtà e sogno, come in un eterno dormiveglia attraverserà luoghi e incontrerà persone. E in ogni incontro ci sarà dolore e in ogni incontro ci sarà magia; e ogni incontro nascerà da un colpo di fucile sparato non molto distante, esploso magari il giorno prima.

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Claude Royet – Journoud, Le nature indivisibili

nature

Claude Royet – Journoud, Le nature indivisibili, trad. Domenico Brancale, Effigie 2016, € 12,00

*

 

Sezione La storia in serie

*

affinché ciò resista

 

lei accoglie l’indistinto

 

non avrei mai voluto

si fanno i conti nel buio
un calore senza fine

tavolo era la parola
——
un nodo racchiude il fuori
altri raggiungono il tavolo per morire

——

il silenzio è una forma

——

aria che definisce impercettibile
nessuna separazione
l’area dell’animale

——

verticalità della fame
madre più vicina

——
una manciata di blu nell’angolo

——

è nella stanza che respira

 

a dirla tutta
l’aria lascia una macchia rossa

un po’ di febbre nell’intersezione
la fine dell’evento

s’impossessa di colui che è solo
——

il punto che designa il margine
la prossimità dell’acqua
——

scrivevo la parola paura

——

senza staccare lo sguardo dal tuo nome

——

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Una frase lunga un libro #87: Charles Wright, Italia

Una frase lunga un libro #87: Charles Wright, Italia, a cura di Moira Egan e Damiano Abeni, Donzelli 2016; € 18,50

*

Non una parola s’è mai dissolta in gloria, non una.
Continuiamo a mandarle in alto, comunque,
così come il sole piove giù.

Not one word has ever melted in glory not one.
We keep on sending them up, however,
As the suns rains down.

*

Ci sono libri che vengono da molto lontano, un lontano costruito negli anni e sugli anni; libri che sono la somma di altri libri, di parole pensate e scritte nell’arco di decenni; libri che raccontano molte storie, che ne ricordano altre; libri che accompagnano, che costruiscono un mondo  dopo averne osservato un altro. Libri fatti di viaggi e residenze, libri di suoni e desinenze, libri che hanno un passo classico e un occhio moderno. Libri che portano il nome di un luogo e che quel luogo reinventano. Uno di questi libri è lo straordinario volume di poesia Italia di Charles Wright, curato nell’edizione italiana da Moira Egan e Damiano Abeni, ma costruito dai traduttori insieme al poeta americano, libro che Wright sognava di realizzare da molti anni, sogno che comprendiamo bene dopo aver finito di leggere il libro. Poesie queste che sono uscite dagli anni sessanta in avanti, in vari volumi, negli Stati Uniti (si rimanda alla nota bibliografica in coda all’edizione italiana) e che ora stanno magnificamente insieme sia per i lettori nordamericani sia per quelli italiani. Nell’ultima parte di Italia Egan e Abeni spiegano le gioie e la fatica di queste traduzioni e poi accennano alle difficoltà di trovare un editore che desse loro casa; sono dovuti passare, infatti, circa sei anni dalla fine del lavoro dei curatori prima che i versi italiani di Wright venissero accolti da un editore italiano. Vista l’indiscutibile bellezza e l’importanza del volume mi sento di ringraziare Donzelli editore, del cui catalogo ricordiamo altri formidabili raccolte di autori nordamericani, come Simic, Gallagher, Strand.

Da:

 

Omaggio a Ezra Pound

Oltre San Sebastiano, oltre
Ognissanti e San Trovaso, lungo
Le Zattere e a sinistra
al di là del ponte scalinato fino a dove
—discosta sulla destra, seminascosta—
la Dogana Vecchia brucia al sole primaverile:
è così che ci si arriva.

Questa è la strada in cui abita Pound,
un vicolo cieco
di anfratti catarrosi e pietra sbrecciata,
al cui imbocco le acque
si radunano, i gabbiani stridono;
qui dentro—muto, immoto—lui aspetta,
cernendo gli affetti freddi del sangue.

*

Past San Sebastiano, past
The Ogni Santi and San Trovaso, down
The Zattere and left
Across the tiered bridge to where
– Off to the right, half-hidden –
The Old Dogana burns in the spring sun:
This is how you arrive.

This is the street where Pound lives,
A cul-de-sac
Of rheumy corners and cracked stone,
At whose approach the waters
Assemble, the gulls cry out;
in here – unspeaking, unturned – he waits,
Sifting the cold affections of the blood.

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Valeria Luiselli, La storia dei miei denti

luiselli

 

Valeria Luiselli, La storia dei miei denti, traduzione di E. Tramontin, La Nuova Frontiera, 2016, € 16,50

di Martina Mantovan

*

La storia dei miei denti  di Valeria Luiselli è la messinscena della vita del più grande banditore d’asta del mondo, della verità vagamente distorta per eccesso di una vita amplificata dalla narrazione. La storia dei denti di Gustavo Sánchez Sánchez è la storia della vita di Gustavo Sánchez Sánchez, detto Autostrada, dei suoi denti, e di coloro che vi masticarono in precedenza. La storia dei denti di Autostrada è la storia delle storie che risuonarono fra quei denti: è la storia del puzzle narrativo che si fa insieme, che prende corpo dispiegandosi nel fluire di un racconto straripante di vita. L’autobiografia dentale è la conclusione, la sintesi, l’ultima storia di un uomo che dell’esuberanza narrativa ha fatto il suo motivo di vita: nominando, designando, assegnando a ogni singola cosa la sua dimora nel regno del discorso letterario.

Questa è la storia dei miei denti: il mio trattato sui pezzi da collezione, i Collezionabili, come li chiamo io, sui nomi propri, e sul riciclaggio radicale. Prima viene l’Inizio, poi il Centro, e poi la Fine, come in un qualsiasi altro racconto. Il resto, come dice un mio amico, non è altro che letteratura: paraboliche, iperboliche, ellittiche, allegoriche e circonlocuzioni. Non so cosa venga dopo. Probabilmente l’ignominia, la morte, e infine, la fama post mortem. Ma a quel punto non toccherà più a me parlarne in prima persona. Sarò allora un uomo morto, felice e invidiabile.

Valeria Luiselli, come il suo protagonista, colleziona e compone storie: al centro della scena vi è lui, il banditore per eccellenza; l’eccellente Autostrada che si fa oggetto e narrazione, per fondersi con la sua collezione, per aggiungere valore alla sua cattedrale di storie, per dimenticarsi di sé e rendersi indimenticabile, fantasma tra i fantasmi. Come in una Wunderkammer del riciclo, residui di vite si riconvertono e prendono corpo nel linguaggio, nelle parole di Autostrada; nella sua bocca, che mastica e tracima storie, prende vita l’inanimato. I collezionabili, stivati e raccolti con perizia, denotano l’attenzione al dettaglio, alle minuzie spesso invisibili, agli invisibili, come lui; allo stupore celato tra gli avanzi della realtà. La smania di raccogliere e catalogare, di dare dignità a ogni singolo pezzo della collezione è il tentativo di tenere insieme i cocci di una vita frammentata, segnata dalla perdita. Nel territorio della finzione Autostrada può essere ciò che vuole, può essere re di una fortuna narrabile, di una ricchezza che solo in apparenza si trova a portata di mano: l’arte affabulatoria e l’esigenza del narrare rendono l’esistenza dell’uomo memorabile, se non addirittura fantastica.

«Sono Gustavo Sánchez Sánchez» dissi. «Sono l’impareggiabile Autostrada. E io sono i miei denti. Li vedete ingialliti e un po’ rovinati, ma vi assicuro che questi denti un giorno sono appartenuti a nientedimeno che Marilyn Monroe, che non ha bisogno di presentazioni né di iperboli. Se li volete, non dovete prendervi anche me.» Non aggiunsi altre spiegazioni. Non elaborai altre iperboliche.
«Chi offre di più?» dissi, con un tono sereno e quieto.
Non so se posso attribuire alla mia fortuna ciò che accadde in seguito. Posso dire, questo sì, che trentadue denti non riescono a tenere a bada una lingua. «Chi offre di più?» ripetei davanti a un pubblico imperturbabile. Una mano si alzò. Successe esattamente ciò che io avevo previsto. Per la cifra di 100 pesos, Siddhartha mi comprò.

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Vittorio Sermonti traduce G. E. Lessing

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Nathan il Saggio
di Gotthold Ephraim Lessing

 

Questa è la traduzione-riduzione di Nathan der Weise, capolavoro teatrale di G. E. Lessing (1729-1781) o, come usa dire, architrave della drammaturgia tedesca. Che la traduzione sia in versi, si vede, ed è probabilmente per questa prerogativa accessoria che le resto affezionato. Per la messinscena (Teatro Stabile di Torino, stagione ’75-’86, regia: Mario Missiroli, Nathan: Roberto Herlitzka, Salah ed-Din: Gigi Angelillo), ho operato una riduzione abbastanza imponente, nel tentativo di recuperare a un italiano di ieri (e magari anche di oggi) un’opera insigne, ma che risulta spesso attardata da una cerimoniosità sentimentale che ha fatto il suo tempo e da un puntiglio raziocinante oramai un po’ risaputo. Così mi sono permesso di ridurre cinque atti ponderosi a undici quadri «da corsa», e 3283 pentapodie tedesche (Fünffüßler, per gli amatori del ramo) a 2400 endecasillabi circa (li ho contati tre volte e mi son venuti tre risultati diversi). Cionondimeno amerei esser riuscito in un modo o nell’altro a restituire il passo logico-analitico e il registro angolosamente colloquiale che caratterizzano la versificazione teatrale di Lessing; e se qualcuno mi obbiettasse a ragion veduta che la caratterizzazione dei personaggi risulta, rispetto all’originale, lievemente accentuata, e qualche volta addirittura inventata (lievemente inventata), gli direi che ha ragione, e che l’ho fatto apposta.

 

NATHAN

[…]

Ma tu, Sultano, mi consentiresti
di raccontarti prima una storiella?

SALAH ED-DIN
Perché no? Le storielle mi son sempre
Piaciute assai, se raccontate bene.

NATHAN
Raccontar bene, ahimé, non è mai stato
il mio forte….

SALAH ED-DIN
Riecco l’arroganza della modestia!
Racconta! Racconta!

NATHAN
Fa mill’anni, in Oriente, un tale aveva
un anello di pregio inestimabile,
dono di mano amica. La pietra era un opale,
che sprigionava mille
colori, e aveva la virtù segreta
di render caro agli uomini e al Signore
chi, credendoci, lo portasse al dito.
Niente di strano, se quel tale non
se lo sfilava mai: provvide invece
a che restasse a casa su per sempre.
Con che sistema? Lasciandolo al figlio
prediletto, e imponendogli lasciarlo
al prediletto fra i suoi figli, in modo
che, trascurando l’ordine di nascita,
traverso le generazioni, capi
di casa, e solo in forza dell’anello,
fossero sempre i figli prediletti,
– Mi segui?

SALAH ED-DIN
Certo, che ti seguo. Avanti!

NATHAN
Così di figlio in figlio questo anello
giunse un bel giorno al padre di tre figli;
gli eran devoti tutti e tre del pari,
tanto che il padre non poteva esimersi
dall’amarli del pari tutti e tre.
Salvo che, capitandogli di tempo
in tempo di trovarsi ora con questo,
ora con quello, ora col terzo, soli
– di volta in volta o questo o quello o il terzo
gli era sembrato meritorio più
degli altri, ed era incorso nella pia
sciocchezza di promettergli l’anello.
– Finché durò, durò. Ma viene il giorno
di morire, e il buon padre è nelle peste.
Di tre che contan sulla sua parola,
umiliare due figli, lo amareggia
troppo. – Che fare? Convoca in segreto
un orefice, e gli ordina due anelli
sul modello del suo, raccomandandogli
di non badar né a spese né a fatica,
purché vengano identici. Il brav’uomo
fa del suo meglio – del suo meglio a segno
che, quando si presenta con gli anelli,
il padre stesso non distingue il primo
dagli altri. In gran letizia chiama a sé
i figli, uno per uno – uno per uno
li benedice – gratifica uno
per uno dell’anello che si merita,
e muore. – Ascolti? (altro…)

Una frase lunga un libro #79: Rick Moody, Hotel del Nord America

moody

Una frase lunga un libro #79: Rick Moody, Hotel del Nord America, trad. di Licia Vighi; Bompiani, 2016, € 18,00.

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All’epoca in cui i Culture Club, il gruppo pop inglese, erano all’apice del successo, io mi stavo specializzando in sociologia e, non me ne vogliate, ma mi piaceva canticchiare il pezzo che li aveva resi famosi , “Do You Really Want to Hurt Me?”. Tuttavia, diffondere ogni giorno questa canzone, insieme a “Boys Don’t Cry” e “Should I Stay or Should I Go?”, in versione jazzata, dalle casse della sala da pranzo significa andare in cerca di guai. Katherine Salk era convinta che fosse stato il brano dei Culture Club a farle esplodere l’emicrania, ma potevano anche essere stati i mobili gialli.

Come si può raccontare la vita delle persone? Come si descrivono? Come si inventa un personaggio? Come si costruiscono un ambiente narrativo e un paragrafo? Come si fa salire la tensione? In che modo bilanciare la risata alla malinconia? Come mostrare la solitudine, o la voglia di fuga, o la ricerca di compagnia? O ancora: come creare una struttura nuova dentro la quale metterci la vita degli americani; e sì, di tutti gli americani? Forse sono queste alcune delle domande che si è posto Rick Moody prima di cominciare a scrivere questa storia, o più semplicemente gli interessava sul serio esplorare il mondo dei recensori degli hotel. Il recensore, però, chiunque sia, è sempre una persona. Col trolley si porta dietro la sua vita, i suoi dolori, le sue idiosincrasie. Il postatore seriale che, a volte seriamente a volte meno, riempie le pagine di siti come Trip Advisor, facendoci provare curiosità o terrore nei confronti di un semplice Bad & Breakfast.

Reginald Edward Morse (scelta di nome e cognome strepitosa) è un collaboratore del sito ValutaIlTuoSoggiorno.com, un semplice recensore. Reginald di viaggio in viaggio, si muove molto per il suo lavoro di oratore motivazionale (in precedenza è stato anche operatore finanziario), attraversa il Nord America, e non solo (leggeremo anche un paio di recensioni di hotel italiani, un agriturismo pugliese, un Hotel di Londra) e recensisce, ma che cosa? E questo il punto ed è questo il fulcro del romanzo di Moody.

Hotel sperduti nel Connecticut, motel di Tulsa, minuscole stanze in Ohio, nello stato di New York. Lampade con cui non vorremmo mai avere niente a che fare. Cimici nei letti. Trucchi per fuggire dopo aver scoperto che l’hotel non è come vorremmo che fosse, o che è troppo caro per quello che è. Finte Jacuzzi, bagni troppo lontani dalle camere. Colazioni indimenticabili, colazioni da dimenticare. Wifi, frigobar, canali porno, tv satellitare, assenza di tv. Carta da parati. Eccesso di beige, eccesso di giallo. Qui sono spesso gli oggetti a parlare, come succede nella vita, o in narrativa, o in poesia; o come ci insegnano saggi bellissimi come La vita delle cose di Remo Bodei (Laterza, 2010). Ma sono orologi, televisori, saponette che non appartengono a nessuno, per questo possono raccontare la storia di una comunità insieme a quella di un singolo. E poi Scortesia e gentilezza. Parcheggi attraverso i quali scappare, parcheggi dentro i quali finire a dormire.

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Nataša Sardžoska, tre poesie

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Nataša Sardžoska, Tre poesie
(traduzione dal macedone a cura dell’autrice)

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NON HANNO NOME QUELLE STRADE

Ho imparato i nomi di tutte le vie che hai preso per venire da me;
mentre ti cercavo le donne dei panifici mi sorridevano
e nemmeno i senzatetto scappavano dal rumore dei miei stivali
nella metro
sono diventata
assassina

il mio profumo lo sentivano tutti e il tuo dentro di me;
ma tu eri al di sopra di tutto ciò – incostante, sporadico;
e ti cercavo nei nostri posti, vagabondavo nei bar,
mangiavo solo formaggio di capra e salmone affumicato,
perdendomi nelle strade senza nome;

e lì per lì ho capito amaramente che nessuno ti capisce quando stai da solo
e che non esiste peggiore solitudine di quella quando cerchi qualcuno che è impresso in te –
e che il dolore è solo tuo, e cosi ti venerano come se fossi un re solitario;

non so cosa sia più selvaggio – il cielo livido tra i rami sotto cui non ci sei tu,
oppure i rami lividi nel petto che tu hai spogliato e ti sei infiltrato

Nella tua cucina
Ho morso l’arancia

Sono le sei e la notte è sorda;
io nella tua maglietta bianca
tu ti guardi su di me
mentre Parigi ci sorvola
come un mostro carnivoro
una volta per sempre

ho sputato dentro di te il seme

ho ancorato il mio orecchino d’argento tra le tue mani.
perché io fossi li per sempre anche quando tu non ci sarai

ma tu, tu
tu mi hai salvata

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Cristóvão Tezza, La caduta delle consonanti intervocaliche

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Cristóvão Tezza, La caduta delle consonanti intervocaliche, Fazi, 2016, pp. 237,  € 17,50, ebook  € 9,99; traduzione di Daniele Petruccioli

di Giulietta Iannone 

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Cristóvão Tezza, brasiliano, classe 1952, professore universitario, scrittore, ai più credo dirà poco o nulla, a meno che non siate amanti e cultori della letteratura latinoamericana, allora sì, tra quella nicchia ristretta e orgogliosa di appassionati di letteratura in lingua portoghese è un nome noto, stimato, autore di racconti brevi, romanzi (ben 14) e saggi le cui traduzioni si contano sulle dita di due mani, nel 2008 la Sperling & Kupfer portò avventurosamente in Italia O Filho Eterno, con traduzione di Maria Baiocchi. Il portoghese è una lingua difficile (quale lingua non lo è), non massivamente diffusa, ma affascinante. Una lingua letteraria, nata dallo spagnolo (proprio con la caduta delle consonanti intervocaliche), con cadenze genovesi (popoli marinari dopotutto). Una lingua che si presta al gioco filologico e Cristóvão Tezza sembra aver fatto sua questa filosofia di pensiero nel suo La caduta delle consonanti intervocaliche, l’ultimo romanzo in ordine cronologico da lui scritto, ormai nel 2014, e tradotto in italiano da Daniele Petruccioli (le cui soluzioni interpretative si susseguono brillanti e imprevedibili).

O Professor, titolo originale, ma il titolo italiano ancora meglio rispecchia lo spirito del libro, (un plauso per chi l’ha scelto), ci porta di peso, quasi voyeuristicamente, nella vita di un professore settantenne, anzi in un giorno della sua vita, (una manciata di ore ad essere pedantemente precisi) come tra l’altro la tradizione letteraria europea alta impone, quando si vuole sincopare tramite il flusso di coscienza un’ intera esistenza, come fece eroicamente Joyce o perché no, la nostra tanto amata Virginia Woolf.
Heliseu da Motta e Silva, professore brasiliano di filologia romanza, è il nostro eroe, o meglio antieroe, (in un noir meriterebbe di diritto questo ruolo) che in uno sfoggio narcisistico di autocompiaciuta arguzia si sveglia un mattino (assalito dalla catena delle angosce mattutine) e si prepara. Prepara un discorso da recitare (lui ormai in pensione) a una platea di colleghi (che lo disprezzano, o per lo più ridono alle sue spalle), in un anfiteatro universitario, per graziosamente accettare un’ onorificenza a lui attribuita che in un certo senso chiude in gloria la sua onorata carriera di studioso.
Quale occasione migliore per raggrumare il bilancio di una vita, al sicuro delle pareti della sua casa, (vegliato dalla fidata e materna dona Diva e dal suo rassicurante caffè del mattino, una delle tante attenzioni gentili di una domestica affezionata) dove poter scegliere a cosa dare risalto e cosa omettere, in un susseguirsi di riscritture mentali [Miei cari (no, non direi mai così; detto da me fa subito carnevalesco, una maschera alla Groucho Marx) (…) Amici miei (no; così è troppo invasivo) (…) Cari colleghi (nemmeno – c’è un che di possessivo, una piccola macchia)]. Ricostruendo quasi il proprio passato a misura della propria adattabile e selettiva (se non autoindulgente) memoria. Mônica aveva le gambe storte – no, di questo non parlerà, decise Heliseu. È irrilevante.

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