Traduzioni

Rainer Malkowski, Cerimonia

A Rainer Malkowski, morto il 1* settembre 2003, Poetarum Silva ha dedicato un articolo con la traduzione inedita di una poesia, Stelle, nel decennale della morte. Oggi, 1° settembre 2018, è ancora con la traduzione di una sua poesia, tratta dalla raccolta Hunger und Durst (“Fame e sete”) che Poetarum Silva esprime l’omaggio a un poeta che sorprende per la ‘complessa semplicità’ del suo dire.

 

Cerimonia

Questi rumori secondari,
quando l’uomo sbagliato
apre la bocca.

Acciottolare, fischiare.
Le parole
fanno resistenza.

Tolleranza, libertà, l’arte –

L’aria nella sala
si sente male
per respiro contaminato.

Suda solerte
il quartetto d’archi.

Rainer Malkowski
(traduzione di Anna Maria Curci)

 

Festakt

Diese Nebengeräusche,
wenn der falsche Mann
den Mund öffnet.

Es scheppert, es pfeift.
Die Worte
wehren sich.

Toleranz, Freiheit, die Kunst –

Der Luft im Saal
wird es schlecht
von unreinem Atem.

Beflissen schwitzt
das Streichquartett.

 

(da: Rainer Malkowski, Hunger und Durst. Gedichte. Suhrkamp 1997, p. 70)

Irmtraud Morgner, da “Trobadora Beatriz”

Irmtraud Morgner nacque il 22 agosto 1933. Poetarum Silva ha dedicato alla figura di questa scrittrice, che meriterebbe di essere conosciuta maggiormente, una puntata della rubrica “Gli anni meravigliosi”, qui. Oggi, a 85 anni dalla nascita di Irmtraud Morgner e a 45 anni dalla data posta dall’autrice stessa a conclusione del brano che segue, pubblico nella mia traduzione l’incipit del romanzo Leben und Abenteuer der Trobadora Beatriz nach Zeugnissen ihrer Spielfrau Laura – “Vita e avventure della trobadora Beatriz secondo testimonianze della sua musicante Laura”. (Anna Maria Curci).

 

Propositi

Naturalmente questo paese è un luogo di eventi prodigiosi. È quello che mi passò per la testa allorché una donna mi si fece incontro. Nella mia via. Una mattina d’aprile. La sconosciuta mi chiese se avessi soldi. Siccome sono poco incline a conversazioni a stomaco vuoto, restituii il saluto e tirai dritto. Ero pure di fretta, stavo andando all’asilo. La donna, anche lei tirata per la mano sinistra da un bambino, mi raggiunse, mi costrinse a prendere con la destra un pacco e disse: «Cinquemila». Ci fissammo reciprocamente. I bambini si divincolarono. Richiamai alla mente la cifra che avevo udito. Quando ne ebbi coscienza, cercai di disfarmi del peso. Ma la donna indietreggiò e affondò le mani nelle tasche del cappotto, la cui copiosa ampiezza era riempita completamente. Quel corto capo di vestiario non faceva affatto scorgere le ginocchia, a malapena si intravedevano i polpacci. Sebbene avessi tutte le buone ragioni per carpire delle scuse a quella donna invadente, fui io a scusarmi. Lasciai che i suoi occhi marroni tondi come bottoni mi squadrassero il volto. Tollerai, chissà perché, il peso non richiesto. Solo quando avvertii che lo spago che legava il pacco mi stringeva le punte delle dita, mi apprestai a usare la parte posteriore di una vettura parcheggiata come vano d’appoggio. «Tremila», disse la donna. Poi estrasse dalla tasca del cappotto un fazzoletto di cellulosa e si strofinò gli occhi. Subito dopo il naso. Il mio mi prudeva per l’acqua piovana che defluiva dalla scriminatura. I riccioli non naturali della donna si erano sfatti e ridotti a uno stadio tale da far pensare alla lana di un calzino marrone scucito. Tre singhiozzi. Avevo già dimenticato la fatica di portarmi appresso quel pacco. Ero in devota attesa di chissà chi, di chissà che cosa. Quando la carta da pacchi, bagnata fradicia, era ormai buttata via, appoggiai il naso per sentire l’odore. «Un’opportunità unica», disse subito la donna in pianto, «la sua grande occasione, la colga al volo.». L’idioma sassone si accordava armoniosamente con l’espressione del viso rotondo, coperto di efelidi. «Fama», riattaccò in questo idioma avvicinandosi cautamente e infilando un pingue dito indice nel pacco, «fama mondiale, glielo garantisco, lei scrive, non è vero?». Seguì una descrizione dettagliata di una conversazione con il macellaio del Konsum di qui, conversazione che a suo dire l’aveva portata a conoscenza della mia professione. I bambini si conoscevano probabilmente dal parco giochi. Da quando era sposata, purtroppo non poteva più aspettarsi con certezza un posto all’asilo. Il che significava: prospettive incerte per la sua effettiva professione. L’altra, di professione, era andata perduta con la morte della sua amica. Nel caso in cui avessi ancora esitato ad accettare l’offerta, non si sarebbe potuta comprare una pietra tombale a questa donna meravigliosa. Espressi il mio cordoglio. Impaziente di conoscere la reazione. La donna, tuttavia, improvvisamente tacque. Guardai con indifferenza verso il cielo, ulteriormente oscurato da una nube proveniente dalla centrale del gas. (altro…)

PoEstate Silva #49: Reiner Kunze, gioventù viennese prima del concerto

Reiner Kunze, foto di ©Jürgen Bauer, da qui

 

GIOVENTÙ VIENNESE PRIMA DEL CONCERTO

Sul podio dormono i contrabbassi,
pingui burattini, i fili
al di sopra del ventre,

e le tavole del palcoscenico sotto le sedie dei fiati
sono ancora nauseate dall’ultima volta

Ma loro, figlie e figli della loro città, tengono
i posti più convenienti tra quelli più a buon mercato
già occupati
come una fortezza espugnata

Reiner Kunze
(traduzione di Anna Maria Curci)

(altro…)

Cinque poesie di Bertolt Brecht tradotte da Federica Giordano

brecht

foto da standupandspit.wordpress.com

Le poesie qui selezionate delineano un arco temporale che va dal 1933 al 1947. “Tempi duri per la lirica”, scrive Brecht. In questi versi, si materializzano immagini minime eppure di grande potenza, animate dall’amore del vero. Il messaggio che viene fuori con perentoria irruenza, nonostante esso venga custodito e protetto da un’armatura di delicatezza, è che l’autore ha un legame così profondamente intimo con la parola e con la storia, da fare della sua poesia uno strumento di lotta politica. Più precisamente, emerge quanto l’attenzione agli uomini e alle loro cose non possa che sfociare, nella sua più alta declinazione, in una sfera di politicità.

 

Tempi duri per la lirica  (1939)

Lo so bene. Solo chi è felice
è amato. Volentieri
si ascolta la sua voce. Il suo viso è bello.

L’albero contorto nel cortile
indica un terreno marcio, ma
i passanti lo insultano”storpio”
e hanno ragione.

I battelli verdi e le vele serene del Sund
non le vedo. Di tutto
vedo soltanto la rete strappata dei pescatori.
Perché parlo solo
della bracciante di quarant’anni che cammina tutta curva?

I seni delle ragazze
sono caldi come un tempo.

Nel mio canto una rima
mi suonerebbe insolente.

In me si scontrano
l’entusiasmo per il melo che fiorisce
e l’orrore per i discorsi dell’imbianchino.

Solo il secondo però
mi spinge di forza alla scrivania.

 

Schlechte Zeit für Lyrik (1939)

Ich weiß doch: nur der Glückliche
Ist beliebt. Seine Stimme
Hört man gern. Sein Gesicht ist schön.

Der verkrüppelte Baum im Hof
Zeigt auf den schlechten Boden, aber
Die Vorübergehenden schimpfen ihn einen Krüppel
Doch mit Recht.

Die grünen Boote und die lustigen Segel des Sundes
Sehe ich nicht. Von allem

Sehe ich nur der Fischer rissiges Garnnetz.
Warum rede ich nur davon
Daß die vierzigjährige Häuslerin gekrümmt geht?
Die Brüste der Mädchen
Sind warm wie ehedem.

In meinem Lied ein Reim
Käme mir fast vor wie Übermut.

In mir streiten sich
Die Begeisterung über den blühenden Apfelbaum
Und das Entsetzen über die Reden des Anstreichers.
Aber nur das zweite
Drängt mich zum Schreibtisch. (altro…)

Djelloul Marbrook, Tre poesie

Djelloul Marbrook, Tre poesie tradotte da Angela D’Ambra

 

Ambizioni grandi più di quelle d’Alessandro.[1]

Ho ambizioni più grandi di quelle d’Alessandro.
Voglio che gli specchi mi cedano i loro segreti
perché si fidano di me, voglio
spazzare via la cagione per cui
tu brilli di luce intermittente e non
di luce fissa. Voglio vedere,
in un istante, le sfaccettature tutte del gioiello,
voglio includere nella misura in cui sono incluso,
voglio sapere il sapore di ogni elisir
prima che raffini i suoi elementi, voglio
peccare in questo modo assurdo, e ricevere
perdono perché faccio ridere creature aliene
al punto che la loro sostanza segreta
cade e noi vediamo orrori troppo gloriosi
per negarli, questo voglio spiegare ad Alessandro
in un modo tale che lo ispiri ad astenersi
dai rimpianti per avere incenerito Persepoli[2].

[1] Questa è la prima delle poesie ricevute dall’autore. È inclusa nel libro Nothing True Has a Name, Leaky Boot Press, UK, pubblicato 15 gennaio 2018
[2] http://www.lastampa.it/2012/07/18/cultura/alessandro-non-troppo-magno-piu-barbaro-dei-barbari-BrLsv7zFcUwHMw1MPlTlxN/pagina.html

Ambitions larger than Alexander’s

I have ambitions larger than Alexander’s.
I want mirrors to give up their secrets
because they trust me, I want
to wipe away the matter that causes
you to twinkle instead of emitting
steady light. I want to see
all the facets of the jewel at once,
I want to enclose as much as I am enclosed,
I want to know how each elixir tastes
before it ennobles elements, I want
to sin in this preposterous way
and be forgiven for making alien creatures
laugh so hard their stealth material
falls off and we see horrors too glorious
to deny, I want to explain this to Alexander
in a way that inspires him to forego
his regrets about burning Persepolis down.

 

Providence, 1959

Versami questi ricordi nella testa,
fingi che ci sia uno scopo,
turba il sonno dei morti:
il naso sventrato di Frank Cahill,
il foro nel cuore di Armin Meisner,
Judy malconcia alla nostra porta,
e Amy dalla mano sanguinosa.
Bambini che allevano bambini –
ci ha aiutati tutti, Dio,
nella pioggia di Providence?
ci ha aiutati, noi che profittavamo
della birra Narragansett,
dolore post-partum e pezzi omaggio
per i nostri catorci?
Dio benedica l’Esercito della Salvezza
per abiti e mobilia
e la Marina per la mia quiescenza –
versami questi ricordi nella tomba,
rimestali con urina in un giorno d’inverno
poi guardami risorgere e svanire.

 

Providence, 1959[1]

Pour these memories into my head,
pretend there is a purpose,
trouble the sleep of the dead:
Frank Cahill’s gutted nose,
the hole in Armin Meisner’s heart,
battered Judy at our project door,
and bloody-handed Amy.
Children raising children—
did God help us all
in the rain of Providence,
help us who helped ourselves
to Narragansett beer,
post-partum grief and cumshaw parts
for our jalopies?
God bless the Salvation Army
for clothes and furniture
and the Navy for my see-ya pay—
pour these memories into my grave,
stir them with piss on a wintry day
and watch me rise and blow away.

[1] N.A. This poem is from Even Now The Embers, Leaky Boot Press, UK, published February 18, 2018.

 

Tredici versi nudi

per Susan Aberth

Cantare a lungo non posso, né a lungo restare
ma nella radura di cerchi intersecati
da dietro un frassino ho guardato i riti sacri
dei nostri compagni e so quanto molto dipenda
dalla tolleranza degli stolti
Questa è la terra dell’eclisse parziale
dove eventi più di sigizie strani
ci sfuggono da sotto i piedi e le parole
rifiutano d’esser squartate sulla ruota e liquidate
e nessuno che ha retto la luce del sol niger
sarà mai ancora attratto
da profumo d’umano
Cantare a lungo non posso o rimanere affranto.

 

Thirteen naked lines[1]

for Susan Aberth

Can’t sing for long can’t stay for long
but in the glade of interlocking circles
from behind an ash I’ve watched the sacred rites
of our companions and know how much depends
on the tolerance of fools
This is the land of partial eclipse
where stranger than syzygy events
spin out from under our feet and words
refuse to be broken on the wheel and sold
and no one who has stood in sol niger light
will ever be drawn to the scent
of a human again
Can’t sing for long or stay forlorn

[1] N.A. Thirteen Naked Lines is from the book, Other Risks Include, Leaky Boot Press, UK, to be published March 15, 2018.

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Nato ad Algeri nel 1934, Djelloul Marbrook è un poeta e scrittore americano in lingua inglese. È cresciuto a Brooklin, West Islip, e Manhattan dove ha frequentato la Dwight Preparatory School e la Columbia University. Veterano e redattore di giornali in pensione, vive nella mid-Hudson Valley con sua moglie Marilyn.
Il suo libro Far from Algiers (2008, Kent State University Press) ha vinto il premio Stan & Tom Wick Poetry 2007 e l’International Book Award 2010 per la poesia.
Djelloul ha anche ricevuto il premio letterario Literal Latté 2008 e quattro menzioni d’onore per la narrativa da New Millennium Writings.
È autore di nove libri di poesie e sei di narrativa. Le sue poesie sono state pubblicate in riviste quali American Poetry Review, Barrow Street e in raccolte antologiche quali l’antologia New Millennium 2017, Red Sky (l’antologia Sable Books 2016 sulla violenza contro le donne) e Dove Tales, l’antologia Writing for Peace 2016.
È prevista per il 2020 la pubblicazione della traduzione francese, realizzata da Jean-Yves Cotté, di quattro libri di Djelloul Marbrook: tre di fiction e la raccolta poetica Brash Ice.

Ben venga maggio.

 

COMPAGNI MINATORI VE LO DICO QUI

Compagni minatori ve lo dico qui,
Questo mio canto è vano se voi non avete ragione

Se l’uomo ha da morire prima d’avere il suo bene
Bisogna che i poeti siano i primi a morire.

P. Éluard, da Une leçon de morale, 1949, pubblicata in P. Éluard, Poesie, traduzione di F. Fortini, Einaudi, 1966

 

WELDY «IL DURO»

Mi convertii e mi diedi una calmata, allora
mi diedero un lavoro nella fabbrica di scatolette,
e ogni mattino dovevo riempire di benzina
la cisterna del cortile
che alimentava i bruciatori nei capannoni
per riscaldare i saldatori.
E io salivo una scala traballante per poterlo fare,
trasportando secchi pieni di quella roba.
Una mattina, come io stavo lì a versare
l’aria si fermò e sembrò sollevarsi
e come la cisterna esplose io fui sparato in alto
e piombai giù con le gambe spezzate,
e i miei occhi crepitarono come due uova al tegamino,
a causa di qualcuno che aveva lasciato acceso un bruciatore,
e qualcosa aveva risucchiato la fiamma nella cisterna.
Il giudice distrettuale disse che era stato
uno che stava lavorando con me, e così
il figlio del vecchio Rhodes non mi doveva un soldo.
E io mi sono seduto sul banco dei testimoni,
ero cieco, come Jack il violinista, e continuavo a dire,
«Io non lo conoscevo per niente».


MICKEY M’GREW

Successe come al solito nella mia vita:
qualcosa fuori di me mi trascinò giù,
le mie forze non mi hanno mai abbandonato.
Ecco il perché, ci fu la volta che avevo i soldi
per poter andar via a studiare
e all’improvviso mio padre ebbe bisogno di aiuto
e fui costretto a dargli tutto.
È successo proprio così che io sono diventato
un uomo tuttofare a Spoon River.
Allora quando finii di pulire la torre dell’acquedotto,
e mi tirarono su a settanta piedi di altezza,
mi slegai la fune dalla vita,
e ridendo aprii di scatto le mie braccia gigantesche
sopra il liscio orlo di acciaio della punta della torre –
ma scivolarono sopra la melma traditrice,
e io giù, giù, giù mi tuffai
dentro l’oscuro rimbombo!

da: E. Lee Masters, Antologia di Spoon River, Traduzione di Antonio Porta, Il Saggiatore, 2016

 

*
Le ore sei sono l’inizio della nostra giornata
noi siamo l’inizio di tutti i giorni
inizia il giro delle ore sulla trafilatrice
che mi aspetta con la bocca spalancata
inizia la mia danza il mio spettacolo
in certe ore entra nel reparto una chiazza di sole
e lo sporco nostro è schiarito come nelle immagini dei santi
rubo il tempo per una fumata che raspa nella gola
spio i minuti sul quadrante dal grande occhio
e tutto ad un tratto ci scuote l’urlo della sirena
ci attende il riposo per la sveglia di domani
la suoneria che entra dentro i sogni esplodendoli
ed ecco un nuovo giorno della mia esistenza
con l’allegria fuori della mia ragione.

Da: Luigi di Ruscio, Poesie operaie, Ediesse 2007

 

I poeti della domenica #254: Cees Nooteboom, Pomeriggio

Pomeriggio 

A volte non ci vuole poi molto.
Un pomeriggio di ore levigate
che non si adattano l’una all’altra,
e lui spezzato da se stesso,
seduto su diverse sedie
e dappertutto un’anima o un corpo.

In una parte della stanza è notte
da un’altra parte passato, vacanza e guerra.
Sul soffitto il mare sfiora la luminosa spiaggia,
e non c’è mano a guidare tutto questo,
né maestro di stalla né computer
solo lo stesso stesso, lui,
qualcuno, lo smembrato,
l’uomo non unificato,
in dialogo con se stesso, sognando e pensando,
presente, invisibile.

Uno che se ne sarebbe poi andato a mangiare e a dormire.
Uno con un orologio e le scarpe.
Uno che se n’è andato.
Uno che avrebbe dovuto andarsene.

Uno che è rimasto ancora un po’.

Cees Nooteboom, da Luce ovunque. 2012-1964. Traduzione di Fulvio Ferrari, Einaudi, Torino 2016, p. 169

Middag

Soms niet zoveel nodig.
Een middag van gepolijste uren
die niet bijg elkaar passen,
en hijzelf door zichzelf verbroken,
zittend in verschillende stoelen
met overal wel een ziel of een lichaam.

In een deel van de kamer is het nacht.
Ergens anders verleden, vakantie en oorlog.
Op het plafond raakt de zee aan het lichtende strand,
en geen hand die dit alles bestuurt,
geen stalmeester, geen computer,
alleen maar dezelfde de zelfde, hij,
iemand, de uit elkaargenomen,
niet verenigde man,
in gesprek met zichzelf, dromend en denkend,
aanwezig, onzichtbaar.

Iemand die later zou gaan eten en slapen.
Iemand met een horloge en schoenen.
Iemand die wegging.
Iemand die weg zou gaan.

Iemand die nog wat bleef.

Cees Nooteboom, da Open als een schelp, dicht als een steen (Aperto come un guscio, chiuso come una pietra), 1978

I poeti della domenica #253: Fernando Pessoa, Di nuovo ti rivedo

… Di nuovo ti rivedo,
città della mia infanzia spaventosamente perduta…
Città triste e allegra, eccomi tornato a sognare!
Io? Ma sono lo stesso che qui è vissuto, che qui è tornato,
e che qui è tornato a tornare, e a ritornare,
e di nuovo a ritornare?
O siamo, tutti gli Io che qui sono stato o sono stati,
una serie di grani-enti legati da un filo-memoria,
una serie di sogni di me di qualcuno fuori di me?

Una volta ancora ti rivedo,
col cuore più lontano e l’anima meno mia.

Una volta ancora ti rivedo –  Lisbona e Tago, e tutto -,
viandante inutile di te e di me,
straniero qui come dappertutto,
casuale nella vita come nell’animo,
fantasma errante in sale di ricordi,
al rumore dei topi e delle tavole che scricchiolano
nel castello maledetto del dover vivere…

Fernando Pessoa, da Poesie di Álvaro de Campos
(traduzione di Antonio Tabucchi)

Questi versi sono riportati in esergo da Ermanno Rea nel suo romanzo Napoli Ferrovia.

Outra vez te revejo,
Cidade da minha infância pavorosamente perdida…
Cidade triste e alegre, outra vez sonho aqui…
Eu? Mas sou eu o mesmo que aqui vivi, e aqui voltei,
E aqui tornei a voltar, e a voltar.
E aqui de novo tornei a voltar?
Ou somos todos os Eu que estive aqui ou estiveram,
Uma série de contas-entes ligados por um fio-memória,
Uma série de sonhos de mim de alguém de fora de mim?

Outra vez te revejo,
Com o coração mais longínquo, a alma menos minha.

Outra vez te revejo – Lisboa e Tejo e tudo -,
Transeunte inútil de ti e de mim,
Estrangeiro aqui como em toda a parte,
Casual na vida como na alma,
Fantasma a errar em salas de recordações,
Ao ruído dos ratos e das tábuas que rangem
No castelo maldito de ter que viver.

Dalla biografia di Rudi Dutschke

 

Cinquanta anni fa, l’11 aprile 1968, l’attentato a Rudi Dutschke, leader del Movimento Studentesco Socialista (SDS, letteralmente “lega socialista tedesca degli studenti”), una settimana dopo l’assassinio di Martin Luther King, avvenne a un mese di distanza dagli scontri di Valle Giulia a Roma e un mese prima del maggio parigino. Le manifestazioni degli studenti in Germania e in altre città europee contro il ferimento di “Rudi il rosso” indicarono il mandante, chi aveva mosso la mano dell’attentatore Josef Bachmann, nella campagna di diffamazione a mezzo stampa orchestrata dalla casa editrice Springer. Rudi Dutschke sopravvisse all’attentato, ma morì nel 1979 per cause che a quell’attentato risalivano. Di seguito riporto, nella mia traduzione, le pagine relative all’11 aprile 1968, tratte dalla biografia di Rudi Dutschke scritta dalla moglie di lui, Gretchen. (Anna Maria Curci)

L’11 aprile 1968, giovedì santo, una settimana dopo l’assassinio di Martin Luther King negli Stati Uniti, Rudi Dutschke fu steso a terra, in mezzo alla strada e sotto gli occhi di tutti, dai colpi sparati da Josef Bachmann, un fanatico hitleriano aizzato dalla campagna di stampa del gruppo editoriale Springer. Con una certa sconsideratezza, Rudi aveva creduto di essere invulnerabile.
Malgrado fosse stato colpito al cervello e al volto, Rudi ebbe modo, in seguito, di serbare ricordi del tentato omicidio di cui era stato vittima: «Nell’aprile del 1968, aspettare sul Ku’damm rappresentava per me un certo rischio. Ma la furia della campagna diffamatoria era scemata già a marzo, e soprattutto dovevo uscire per andare a prendere qualcosa per Ho, nostro figlio allora neonato. Naturalmente in una situazione del genere ci si guarda intorno più volte, senza dare nell’occhio in misura significativa. Dopo 10-15 minuti che stavo seduto sul sellino della bicicletta qualcosa attirò la mia attenzione, un uomo era sceso da un auto che si era appena piazzata nella parte centrale del Ku’damm, quella destinata al parcheggio, di fronte all’ingresso della sede dell’SDS*; l’uomo si allontanava sempre di più dalla sua auto, restava nella striscia centrale, si avvicinava a me, senza che io capissi, che comprendessi che questa persona voleva mettere le mani proprio su di me, per uccidermi, per tentare di farlo. Dopo un tempo che durò da quattro a cinque minuti ci trovammo uno di fronte all’altro, tra di noi c’era soltanto la strada. Dopo che fu passata l’ultima ondata di automobili, attraversò la strada, mi passò accanto a una certa distanza con fare rilassato e dal marciapiede si rivolse direttamente a me, chiedendomi: “Lei è Rudi Dutschke?”, io dissi: “Sì”; cominciarono gli spari, io mi butto automaticamente su di lui, cominciano ad aprirsi gli spazi vuoti nel cervello sui minuti e sulle ore successivi, con brevi intervalli di istanti […]». – «Comunque, come mi fu confermato in seguito, il mio ultimo grido quell’11 aprile 1968 sopraggiunse, quando avevo già percorso circa 70 metri con le pallottole nella testa, sulla panchina davanti alla porta dell’SDS; nessuno, comprensibilmente, mi fece  più entrare: “Mamma, mamma”, dalla mia bocca non uscirono più altre parole.»**
Di presentimenti ne avevo avuti a sufficienza.
Era pomeriggio, stavo chiacchierando con Cano, amministratore del condominio dai Gollwitzer, dove all’epoca alloggiavamo in via provvisoria. Rudi era andato in bicicletta in città per comprare gocce per il naso per il piccolo Hosea, che aveva il raffreddore. Invece di cercare una farmacia lì vicino, si era recato in quella che si trovava accanto alla sede dell’SDS. Lì infatti voleva prendere del materiale su Praga per Stefan Aust. Quando arrivò, la farmacia era chiusa per la pausa pranzo e Rudi dovette aspettare.
Nel frattempo si presentò a casa nostra Stefan Aust. Voleva passare a prendere un articolo di Rudi sulla situazione nell’Unione Sovietica, destinato a “Konkret”. Come al solito, Rudi non lo aveva preparato per tempo. All’improvviso sentii un dolore lancinante all’addome. Faceva così male, che dovetti interrompere bruscamente la conversazione con Cano e Stefan. Poco dopo arrivò una telefonata. Uno sconosciuto mi chiedeva se Rudi era a casa. Non sospettando niente, dissi di no. Quello mormorò che qualcuno era stato steso a terra da colpi di pistola davanti alla sede dell’SDS sul Kurfürstendamm, che poteva trattarsi di Rudi. Mi spaventai. L’uomo disse: «No, no, mi dispiace, non sapevo che Lei non sapesse nulla. Forse non si trattava affatto di Rudi. Volevo soltanto sapere se lui era lì.» Riattaccò. Disperata afferrai il mio bambino, come se Hosea avesse potuto scongiurare lo spavento.

(da: Wir hatten ein barbarisches schönes Leben. Rudi Dutschke. Eine Biographie von Gretchen Dutschke, Kiepenheuer & Witsch, Köln 1996, pp. 197-198; traduzione di Anna Maria Curci).

 

* SDS è il Sozialistischer Deutscher Studentenbund, la lega socialista tedesca degli studenti.
** Rudi Dutschke al redattore della rivista “stern” Claus Lutterbeck, in un’intervista del 4 settembre 1977.

Mario Quintana, Poesie tradotte da Emilio Capaccio

Mário Quintana (Alegrete, 30 luglio 1906 – Porto Alegre, 5 maggio 1994) è stato un poeta, scrittore, giornalista, traduttore; uno tra i più amati artisti brasiliani. Soprannominato “il poeta delle cose semplici” per la capacità di fare della sua poesia una continua confessione autobiografica, traendo ispirazione dalle piccole cose quotidiane, pubblica i suoi primi versi, su una rivista di Porto Alegre, già all’età di tredici anni. Tra le sue raccolte più significative si ricordano: O Aprendiz de Feiticeiro (1950), Espelho Mágico (1951), Caderno H (1973), Apontamentos de História Sobrenatural (1976), A Vaca e o Hipogrifo (1977), Esconderijos do Tempo (1980), Baú de Espantos ((1986), Preparativos de Viagem (1987), A Cor do Invisível (1989), Velório sem Defunto (1990).

Come traduttore si devono a lui le pubblicazioni in lingua portoghese di oltre centotrenta opere, tra le quali: Parole e Sangue di Giovanni Papini, Alla ricerca del Tempo Perduto di Marcel Proust, Mrs. Dalloway di Virginia Woolf, Lord Jim di Joseph Conrad.

Traduzioni di Emilio Capaccio

 

NO SILÊNCIO TERRÍVEL DO COSMOS

No silêncio terrível do Cosmos
Hà de ficar uma última lâmpada acesa
Mas tão baça
Tão pobre
Que eu procurarei, às cegas, por entre os papéis revoltos,
Pelo fundo dos armários,
Pelo assoalho, onde estarão fugindo imundas ratazanas,
O pequeno crucifixo de prata
— O pequenino, o milagroso crucifixo de prata que tu me deste um dia
Preso a uma fita preta.
E por ele os meus lábios convulsos chorarão
Viciosos do divino contato da prata fria …
Da prata clara, silenciosa, divinamente fria — morta!
E então a derradeira luz se apagarà de todo …

(O Aprendiz de Feiticeiro, 1950)

NEL SILENZIO TERRIBILE DEL COSMO

Nel silenzio terribile del Cosmo
Deve restare un’ultima lampada accesa.
Ma così tenue,
Così povera
Che cercherò, alla cieca, fra le carte sparse,
Sul fondo degli armadi,
Per la soffitta, dove staranno fuggendo immonde pantegane,
Il piccolo crocifisso d’argento
— Il piccolissimo, il miracoloso crocifisso d’argento
Che mi hai dato un giorno
Attaccato a un nastrino nero.
E per lui le mie labbra convulse piangeranno
Viziate dal divino contatto dell’argento freddo …
Dell’argento chiaro, silenzioso, divinamente freddo — morto!
E allora l’ultima luce si spegnerà del tutto …

 

(altro…)

Da Todavia la sangre di ROMINA CAZÓN, traduzioni di Federica Volpe

Todavia la sangre

I

A volte quando il pianto mi sveglia tutta moribonda, mi avvicino alla finestra
e muovo la tenda per vedere se qualcuno abbia gli stessi aghi conficcati negli
occhi, per vedere se qualcuno abbia lo stesso sangue. Ed é quando abbraccio timidamente
la tela, come se l’atto rappresentasse dimenticare un paese, ma è assurdo confidare
nella mia memoria, è assurdo dire che mi strapperò la testa se torno a ricordare.
Lo feci per tanti anni che già non credo nelle vocali che la mia bocca espelle. Credo solo
negli dei e nessuno di loro mi ha concesso il desiderio e nonostante questo, io li
perdono.

A veces cuando el llanto me despierta toda desahuciada, me acerco a la ventana
y muevo la cortina para ver si alguien tiene las mismas agujas clavadas en los
ojos, para ver si alguien tiene la misma sangre. Y es cuando abrazo tímidamente
al lienzo, como si el acto representara olvidar a un país, pero es absurdo confiar
en mi memoria, es absurdo decir que me arrancaré la cabeza si vuelvo a recordar.
Lo hice tantos años que ya no creo en las vocales que mi boca expulsa. Sólo creo
en los dioses y ninguno de ellos me ha concedido el deseo y sin embargo, yo los
perdono.

(altro…)

I poeti della domenica #226: Nikos Kavvadias, Marabù

Marabù

Raccontano di me i marinai
che sono uomo ruvido e perverso
che le donne disprezzo in modo truce
e che non me le porto mai a letto.

Che fumo marjuana e tiro coca
che mi possiede orribile passione
che una rete di tratti repulsivi
mi copre ogni centimetro di pelle.

Quei marinai raccontano menzogne
tremende, esagerate, immonde, assurde,
quello che mi ferì fino a morirne
né dissi io, né alcuno capì mai.

Ma mentre cala l’ombra tropicale
e nel grecale volano gli stormi
mi preme riversare, nero inchiostro,
quest’eterna segreta mia ferita.

Viaggiavo in prova, al tempo, su un postale,
tra il Nilo e il meridione della Francia,
lì la conobbi che sembrava un fiore
e un solo sguardo ratto ci comprese.

Sottile, melanconica, elegante,
figlia d’un ricco che s’era ammazzato,
portava il suo dolore con sé in viaggio
sperando le accadesse di scordare.

Leggeva il libro della Baskirceva
e adorava d’Avila la Santa,
citava versi di quei maledetti
e stava a lungo a contemplare il mare.

Io conoscevo solo le puttane
e il cuore mio, da tanto mare affranto,
la gioia ritrovava dell’infanzia
nell’ascoltarne estatico la voce.

Le misi al collo una graziosa croce
lei mi donò un portafoglio in pelle
e mi sentii assai triste quando al porto
giungemmo: non l’avrei mai più rivista.

Ma la pensavo sempre nei miei viaggi,
quasi la mia custode protettrice,
era un sollievo la sua foto a prua,
un’oasi nell’oceano deserto.

Dovrei fermarmi qui, e farei bene,
la mano trema, l’afa mi stordisce,
un afrore di fiori tropicali
sale dal fiume, gracchia un marabù. (altro…)