Poesia italiana

Nota di lettura: Anna Maria Curci, Nei giorni per versi

Per le ciliegie c’è un proverbio apposito – che una tira l’altra. È molto più facile finire un pacco di cioccolatini che non una tavoletta di cioccolato intera. A un aperitivo è semplice spazzolare una ciotola di tarallini anche se si ha sì e no la fame per un morso a un tramezzino. Si possono leggere quattro, cinque racconti, la sera prima di dormire, quando con un romanzo non si sarebbero superate le tre pagine.
La forma delle poesie di Anna Maria Curci inviterebbe appunto a piluccarle una dopo l’altra, ma ci si rende immediatamente conto davanti alla prima che ognuna di loro è talmente densa di significato, così densa, che bisogna procedere con calma. Non hanno bisogno di una chiave, ma di capacità tutta oculare di strecciarle e di distenderne le pieghe.
La perizia chiama il verso ben cesellato, il rimbombo delle assonanze, e capire diventa un’arte orientale assai vicina alla meditazione. Ma cosa comunicano, una volta dispiegate, queste poesie?
Anna Maria Curci vive nella vita e da essa, come i guerrieri più pronti alla combattimento, si lascia scoraggiare, così che lo scoraggiamento sia inizio della battaglia. Si lascia ferire dalle brutture nella volontà di propagare la bellezza, che divulga anche, per chi conosce la sua attività di traduttrice, prediligendo testi ancorati a una ferma volontà civile.
E di volontà civile sono colorati anche i più intimi componimenti, fino alla raffinata pasquinata, se mi si passa la rima, dei sentimenti scambiati per altro, dell’approssimazione etica ed emotiva, del non immaginare di essere “pesci rossi” in una boccia e non orgoglioso centro dell’universo tra le glaciazioni. Sono sferzate di umiltà, di presa di coscienza del proprio sentire. A volte e volutamente l’endecasillabo inciampa, a un anfibraco si fa spuntare un dattilo. Ed è come una protesta, contro il fraintendimento del mondo, un’accusa verso la poca cura, la scarsa attenzione, il vero delitto secondo queste poesie che narrano e chiedono un sentimento di fratellanza, un occhio aperto verso il bene e il bello del mondo.

© Giovanna Amato

 

XVIII

Se le frontiere diventano ponti,
scorre limpida l’acqua a dissetare,
la fionda e cerbottana sono un gioco,
David smette di imitare Golia.

 

LI

Devozionale è la tua traduzione
che vai limando con le guance accese.
Lo so: cerchi rifugio dall’orrore,
ma l’imboscata, quella, sa aspettare.

 

CXLIV

Sfonda la mano la cortina torva
si aggrappa a quel prodigio inconsistente
la forma fragilissima e tenace
di arrendersi ed esistere. Disfatta.

 

CLXX

Resistere ogni giorno, vita attiva
soccorre la memoria bersagliata.
In questa città aperta, piaga e porta,
si leva il canto di liberazione.

Francesco Filia, L’ora stabilita

orastabilitacover ritaglio

 

Ci sono
promesse da mantenere
davanti
a questo specchio davanti
al cupo
orizzonte dei tuoi occhi
a questo
giorno che non ha più inizio.

 

 

Non so
se
ci incontreremo
in fondo
a questa fiaba senza lieto fine
se il dolore sarà
solo un ricordo
o la spina sotto pelle
che ci rende ancora vivi,
mortali.

 

 

C’è stato dato
il tempo
di un lampo negli occhi
il tempo di gioire in silenzio
di ricucire i labbri
di qualche ferita, l’attimo
per capire che nessuno
attraverserà la sua ombra.

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Via Crucis, di Francesco Scarabicchi

scarabicchi

La voce in altra lingua

di Angelo Vannini

 

Giorni fa, di passaggio ad Ancona, ricevo un libricino in dono. È una Via Crucis, scritta da Francesco Scarabicchi e pubblicata nel 2018 dalla casa editrice L’arcolaio di Gian Franco Fabbri, con una prefazione di Vincenzo Consolo e la postfazione di Diego Conticello. Quaranta pagine appena, che sfoglio e leggo mentre cammino.
Reca, questo libro, una data sicura: sono poesie composte tra il 1992 e il 1994. Un cammino di tre anni, nella brevità delle sue tappe. Tappe? Piuttosto sussulti, un improvviso quanto effimero riprendere del fiato. Una via che non ha sosta alcuna, se non nella caduta. Una via in anni che bruciano, dal sapore – sempre vecchio, sempre nuovo – della guerra. Allora non resta che percorrere la terra, per trovare rifugio lungo «vie private», spazi solitari e appartati in direzione del sogno. La ricerca di una lingua sconosciuta, mai parlata da nessuno. Una lingua auspicata per la nostra lingua. Una voce, se non tace.
Da dove viene la voce, e quando? Tre anni, in quindici sussulti. Penso alla durata, al tempo impiegato da Francesco. Suoni che restano nell’aria per meno di un secondo, brevi fiati. Parole che passano e scompaiono, al tempo stesso della loro pronuncia. Parole che invece durano perenni. Quali?
A caratterizzare questa Via Crucis è la Passione di cui si tratta, che non è religiosa, non è teologica, ma storica. Ecco allora La condanna: eterna è la parola se non concede uscita. (altro…)

I poeti della domenica #359: Gabriella Leto, Io so che cosa è il male

Gabriella Leto
18 marzo 1930 – 19 maggio 2019

 

Io so che cosa è il male
il suo affondo spietato
il calcolo venale
di violenza e di frode
e il suo perversare.
Ma il peccato – che muta
nei tempi e nelle mode
le sue passioni amare
non so che sia – lo ignoro
certo è vita vissuta
forse senza decoro.

 

da Aria alle stanze, Einaudi 2003

Nanni Balestrini, De Cultu Virginis

Nanni Balestrini (in una foto di Dino Ignani)

De Cultu Virginis

Prima di posare sul sagrato si libra ad ali tese
negli specchi di luce bagnata, rotti da un piede verde;
al Malcontento Bar ferisce mortalmente uno sconosciuto
scambiandolo per il suo seduttore.

Altri esempi: torri nel pozzo di San Giminiano, l’amo
al luccio, la rossa in buca. Perciò se al diavolo di Cartesio
(riviviamo il brusco atterraggio che ci lasciò sabato tutti
confusi nelle nostre tenebre

con una gamba ingessata, la penna che macchiò in volo la giacca)
all’ultimo gioco si strappò la membrana – sul Palazzo della Ragione
rivola, proprio quando impugnando l’unica stecca buona
rivinsi al Duca di Sessa

l’abiura. Spesso preghiamo che Dio ci dia una mano
(un cilindro di carta d’amaretto, dateci fuoco in cima,
attenti ! la cenere sale, su quasi fino al soffitto!)
e i bambini imparano che

sbocciano immobili giorni in cui non ricevono doni,
a non calpestare i fiori, strappare ali a gialle farfalle
o fidarsi di uomini che in tasca nascondono molte chiavi
e mutano in una fonte. Un uccello

bianco ogni tanto lacera aquiloni nel sole. TEOREMA:
Francesco Petrarca era forse infelice di non avere il caffè?

 

Nanni Balestrini (2 luglio 1935 – 20 maggio 2019)

Nella sezione Triassico della raccolta Come si agisce (1963), De Cultu Virginis fu pubblicata per la prima volta nel 1957 sul «Verri».

Sottendendo un noi: Giorgio Ghiotti, Costellazioni

Giorgio Ghiotti, Costellazioni, Empirìa 2019

 

Con una scrittura di grazia dalle maglie allargate e tanto lontana dalle fastidiose involuzioni che a volte si incontrano leggendo (di) poesia, Giorgio Ghiotti ragiona – verrebbe da dire, chiacchiera – della generazione di poeti degli anni’90 e dei contemporanei che rischiano un’attenzione poco proporzionata al loro valore. Il libro è uscito da poco, Costellazioni, per i tipi di Empirìa, e non è canone, non è strettamente saggio: è creativa presa d’atto di una costellazione di punti all’interno di una generazione che è disposta “a tutto per scovare sugli scaffali più nascosti di qualche libreria indipendente un libro di poesia ormai introvabile, ritrovandosi con la testa piena di versi, la [sua] camera – spesso di fuorisede – zeppa di libri e poco o niente antologie, le tasche leggere”.
Una costellazione che si impunta su un cielo diverso, dove Specchi e Bianche e Poesie garzantiane “perdono l’aura” e spazi fisici e online crescono come luoghi di ragionamento. Una rete che al “silenzio” oppone non il rumore ma il “dialogo”, e pronunci il pronome noi senza alcuna contrapposizione ma solo mutuo, intellettuale ed emotivo, riconoscimento.
Ghiotti scrive per rovistare in un presente oberato di stimoli, insomma, cercando di separare il grano dalla pula, non dall’alto di una voce onnipotente ma come esercizio di ricerca di bellezza. E scrive per ribadire la voce di chi, in un presente appena un po’ passato, non ha ricevuto sufficiente attenzione “per difetto di critica, pigrizia dei lettori e una certa dose di caso”; è il caso di Attanasio, Bultrini, Caporali, De Santis, Paola Febbraro, Scartaghiande, Sicari, Toni, Zanghì, di cui vengono antologizzati dei brani sotto il bellissimo titolo di sezione I sommersi salvati. Il libro è poi arricchito da saggi brevi, su Frabotta, Ortese e la possibile specificità della voce femminile in poesia.
E davvero il breve, denso libro funziona come bussola. L’ideale della critica poetica è un paragone di omerica lunghezza con un bambino che si arrampica a cercare un oggetto che gli hanno detto di non toccare. Mettendo in chiaro che “il fine di ogni lettore non è salire sulla sedia, ma riconoscere l’oggetto misterioso”. C’è una monade importante in questo passo: il riconoscimento, per Ghiotti, è chiamare, comprendere il funzionamento dell’oggetto, ma non accedere al suo cuore profondo, “mitologico”. Nella critica, nella storia, nella politica, nella capacità di fare (Benjamin) costellazione di ciò che deve restare, il critico sa che della materia della poesia resta inconoscibile la scintilla, come per la creatura di Frankestein, dice ancora Ghiotti, resta inconoscibile la vita che va oltre la somma degli arti rappezzati.

© Giovanna Amato

Festival della Letteratura Verde 2019. Programma

FESTIVAL DELLA LETTERATURA VERDE 2019
IIa Edizione

7 aprile, 10-19 – Villa Correr Dolfin, Porcia (Pn)
a cura di Alessandro Canzian e Maria Milena Priviero

Per il secondo anno all’interno della manifestazione Orti in Villa la Pro Porcia e Samuele Editore propongono il Festival della Letteratura Verde. Un’intera giornata di incontri con autori, incontri con editori, letture, discussioni tra poesia, narrativa, racconti e laboratori per ragazzi, con 29 autori e artisti tra cui (tra gli altri): Gian Mario Villalta, Giacomo Vit, Maura Picinich, Alessandra Cimatoribus, Piero Guglielmino, Roberto Cescon, Monica Guerra, Fabio Franzin, Giovanni Fierro, Roberta D’Aquino, Yuleisy Cruz Lezcano, Gianpietro Barbieri, Francesco Sassetto, Silvio Ornella, Alejandra Craules Breton, Kristina Jan Valleri, Baret Magarian, Matteo Melchiorre. Un’edizione speciale dedicata a Livio Sossi, ospite eccellente della prima edizione venuto a mancare nei primi mesi del 2019. Il tutto nello stupendo sfondo del parco di Villa Correr Dolfin di Porcia sotto tre grandi alberi per ritrovare il gusto del verde, del paesaggio, dello stare assieme all’insegna del dialogo. E al termine della giornata una lettura conclusiva sulla scalinata della Storica Villa.

A PRANZO CON L’AUTORE

A mezzogiorno quattro isole per quattro grandi autori con i quali poter continuare a discutere, a confrontarsi, bevendo e mangiando al Pranzo con l’Autore (regolamento e iscrizioni su http://www.samueleeditore.it).

INCONTRO CON L’EDITORE

Durante tutta la giornata, a orari predefiniti, gli autori potranno incontrare un Editore a scelta e proporre la propria opera. 15 minuti di incontro per parlare direttamente con chi leggerà e forse curerà il vostro prossimo libro (regolamento e iscrizioni su http://www.samueleeditore.it).

OPEN MIC

Dalle dieci di mattina alle sette di sera appuntamenti ogni mezz’ora con open mic al termine di ogni incontro (regolamento e iscrizioni su http://www.samueleeditore.it). Per ascoltare e farsi ascoltare dall’autore più amato.

FIERA DEL LIBRO

All’interno del Festival Editori e Librerie proporranno in esposizione e vendita le loro migliori novità. Per scoprire un nuovo libro e leggerlo subito, tra un incontro e l’altro, nel verde del Parco della Villa.

LE TUE POESIE AL PARCO

Durante tutta la manifestazione saranno regalate le più belle poesie e riflessioni pubblicate nell’evento facebook del Festival (regolamento e iscrizioni su http://www.samueleeditore.it) nella forma di fogliettini stampati. Per scoprire e leggere anche gli autori che non potranno essere fisicamente presenti.

 

PROGRAMMA
7 aprile

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I poeti della domenica #343: Annamaria Ferramosca, Capitano son capitano

Frida Kahlo, Autoritratto con scimmie, 1943
immagine tratta dal libro Trittici dotcomPress 2016
riprodotta su concessione Alinari

 

capitano son capitano
in bianca livrea    una dea
e la ciurma è
ipnotizzata invaghita
mi assorbe mi brancica
occhi carbone all’unisono persi
sul mio profilo irriducibile

non si replica un visoabisso
labbra serrate sul non detto
nell’umore di foresta nel
fogliame largo che mi sfolgora
la bella carne e l’effimero
che tormenta      vela
di lontananza le pupille

negra corona sul capo intrecciata
in forma d’infinito schiavo amore
negro tetto di ciglia sovrappensiero
occhiuragano impenetrabili

 

© Annamaria Ferramosca, da Trittici, dotcomPress 2016

Luigi Di Ruscio, Poesie scelte 1953-2010

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Luigi Di Ruscio, Poesie scelte 1953-2010, Marcos y Marcos, 2019; 20 €

La voce è tutto, è un intero destino. Massimo Cacciari, in una conferenza svoltasi a Vignola per Poesia Festival nel 2017, affermava che la poesia, se è tale, mostra l’abisso di ogni parola ed è per questo che spesso appare oscura la poesia, perché lo è necessariamente, avendo a che fare con la radice ultima della parola, che appunto è abisso. In fondo, secondo il filosofo, nessuna parola indica per davvero la cosa; la poesia mostra se stessa quindi attraverso l’enigma che il linguaggio incarna nel miracolo della voce. La voce di un poeta come Luigi Di Ruscio, nato in povertà a Fermo nel 1930, emigrato a 27 anni in Norvegia per lavorare una vita in fabbrica a Oslo, è «frontale, diretta, mirata alla esclusiva verità della propria testimonianza». Così scrive Massimo Raffaeli nell’introduzione.
È un libro importante, questo, prezioso. Un libro che fa dire: finalmente. L’edizione per la collana Le Ali di Marcos y Marcos, curata benissimo da Massimo Gezzi, vede la copertina di Luca Mengoni, splendida nel restituire il ritratto del poeta.
La voce, dunque. Dunque il corpo, e il lavoro: per Luigi Di Ruscio il lavoro è stato essere operaio. E con questo, dentro la sua speciale parabola esistenziale, diventare, essere poeta.
Franco Fortini, in “Verifica dei poteri” (esattamente in “Astuti come le colombe”) scriveva: «m’è sempre parso che la contemplazione affascinata d’una condizione operaia vista tutta nel rapporto fra uomo e macchina, e l’altra dilettazione incantata, del calarsi nella “oggettività”, fossero due tipici errori, o uno solo, del materialismo non dialettico». Nel caso di Di Ruscio, lo scrittore è l’operaio – mentre Fortini vedeva lo scrittore come l’intellettuale artefice di una praxis rivoluzionaria intesa come automutamento coincidente con il cambiamento ambientale. Operaio-scrittore, ecco: tutta la soggettività dell’autore è dentro questa relazione e nel rapporto uomo-macchina.
Dice bene Gezzi, dopo aver illustrato al meglio le modalità con cui Di Ruscio è intervenuto (riscrittura, taglio, spezzatura e asciugatura dei versi) nell’arco di più di cinquant’anni (dal 1953 fino alle ultime modificazioni intervenute nel 2010): «queste Poesie scelte sono sì un’autoantologia ma, in buona misura, sono anche un altro libro». E fa capire che si tratta qui di affrontare un viaggio. Lo dice con parole perfette: «i lettori (…) attraverseranno la rabbia, la fatica, la protesta e la fiducia testarda nella scrittura che promanano da questi versi». Quindi, se il lavoro operaio ha rappresentato la condizione fissa e immutata, l’automutamento per lui è avvenuto necessariamente con il lavoro di poeta dentro quella condizione.
È tutto un atto di esistenza-resistenza, titanico, quello che Di Ruscio ha testimoniato con la scrittura, con la sua voce.
La forza è tutta nel dato materiale. Stupisce – veramente – come sia stato questo a nutrire per intero la sua poesia, istruendone i contenuti e dettandone il ritmo. Come indica giustamente Raffaeli: è una poesia (fortunatamente, aggiungo io) in controtempo.
Ecco un testo del 1966, eccezionale per intensità di ritmo, stile, visione. Ricorda il grande Pavese. Sono versi che sentiamo ancora vicini e attuali, proprio perché in controtempo, così arcaici, archetipici, primari:

Mangia in estate pomidori in inverno patate
conosce la carne alle feste comandate
o quando mietono o battono
i porci li para tirando pietre precise sulle groppe
correndo sul campo dei foraggi
scopre i nidi degli uccelli e delle serpi
mette i lacci sui fossi per gli uccelli assetati
alla sera sta silenzioso con gli occhi pieni di sonno
sente i discorsi dei grandi
e certi pensieri li fissa nel cervello
l’ulivo è come l’uomo
soffre il caldo in estate e in inverno la tramontana
e pensa metà nel sonno all’uomo e all’ulivo
all’olio che sta tra le parti del pomodoro
in cui inzuppa la mollica del pane
scacciando le mosche stancamente perché è l’ora del sonno
appoggia sulla coscia della madre la testa
dove ora le mosche possono fermarsi
non hanno più la mano veloce che le prende a volo
e gli stacca le ali per farle continuare a vivere
come un verme che la gallina becca. (altro…)

Tutti i post di Natale #8: Variazioni sulla cenere, di Fabio Pusterla

Dal 24 dicembre 2018 al 6 gennaio 2019, tranne che per le giornate del sabato e della domenica con le loro rubriche settimanali, riproporremo alla lettura alcuni contributi già apparsi su Poetarum Silva, sui quali desideriamo richiamare l’attenzione. Il nome di questa serie di post trae ispirazione dal titolo del racconto di Heinrich Böll nella sua traduzione in italiano: Tutti i giorni Natale. (la redazione)

v-s-c

Fabio Pusterla, Variazioni sulla cenere, Amos Edizioni, 2017, € 12,00

Diciannove poesie, divise in due sezioni: le dodici variazioni di Cenere, o terra e i sette movimenti di Brasé. Pubblicate a settembre del 2017 per le bellissime edizioni Amos, nella collana A27, le Variazioni sono dominate dal tema del fuoco («c’è brace, brace sotto questa cenere», p. 39). Ed è l’esperienza di vita a esserne il motore. Pusterla scrive in perfetta sintonia di mente e cuore, cerca ancora e trova – molto felicemente – parole scolpite nella compresenza di asprezza e luce, per riprendere il titolo di una precedente sua plaquette, uscita per Coup d’idée nel 2015.
«Cenere, o terra che secca si cavi / d’un color fòra col suo vestimento»: Dante, nel Purgatorio, per descrivere la veste dell’angelo sceglie questa metafora. Pusterla se ne innamora, colpito dall’emistichio iniziale, quel Cenere, o terra tanto potentemente smosso dalla virgola incastonata lì in mezzo. Parole che, isolate, assumono nella sua mente nuovi significati, che conducono ai quattro elementi: abbiamo il fuoco quindi, e la terra; poi ci sarà l’aria, ci sarà l’acqua. Queste dodici poesie, infatti, si legano in modo molto stretto ai quattordici frammenti usciti qualche tempo prima, nel marzo del 2016, per le altrettanto splendide edizioni di Carteggi Letterari: gli Ultimi cenni del custode delle acque.
Prestiamo orecchio in particolare all’inizio del quinto frammento di questi Cenni: «Non ti basta, lo so. Vorresti altro. / Non ti basta, fiume, il mio ascolto, / né ora per te è il momento di ascoltare». Sono i versi che ci introducono in Libellula gentile, il documentario che Francesco Ferri ha realizzato su di lui e sulla (non solo sua) poesia. Versi che all’inizio del film ci portano sulle acque dell’Adda, là dove tutto il “racconto” è partito, tra Canonica e Vaprio, tra le province di Bergamo e Milano, seguendo la suggestione offerta in quel periodo dalla “Casa del custode delle acque”.
Come e quanto compiutamente si comporranno alla fine i quattro elementi lo vedremo nel libro intitolato proprio Cenere, o terra, in uscita per Marcos y Marcos a settembre.
Per le Variazioni, il poeta, un po’ alla maniera dell’OuLiPo francese, ha scelto una contrainte, o meglio una serie di condizioni che si è voluto imporre per creare, per arrivare a risultato. Dodici sono le lettere che compongono “cenere, o terra”, dodici le poesie; dalla prima alla sesta di queste poesie la posizione dell’emistichio dantesco scende dal primo al sesto verso per poi risalire dalla settima alla dodicesima, fino a ritrovarsi nuovamente al primo verso nell’ultimo componimento.
C’è sì di quest’uomo, tra le pagine, il peso del taglio che il tempo ha fatto sulla carne degli anni, ma c’è meno inquietudine adesso. Quest’uomo, amico fraterno, sembra ora lasciarsi prendere, lasciarsi toccare. Si lascia ora toccare benevolmente dal tempo, voglio dire. (altro…)

La poesia di Carlo e Massimo Bardella

Quando la poesia resiste: Roma, i luoghi e la storia nella poesia di Carlo e Massimo Bardella

Nell’archivio dell’ANPI, nel lungo elenco dei partigiani a Roma, leggiamo queste annotazioni: Carlo Bardella, nato il 4 novembre 1903, partigiano combattente, periodo 8 settembre 1943 – 5 giugno 1944, nelle file del partito socialista di unità proletaria. È uno degli appigli che la memoria storica ci offre per partire per un viaggio di ricognizione nell’opera di due poeti romani, il padre, Carlo Bardella, e il figlio, Massimo Bardella. Mi piace pensare, addirittura, che l’impegno nella resistenza romana di Carlo Bardella possa aver ispirato lo scrittore Filippo Tuena per uno o più personaggi nel suo romanzo, ambientato nella Roma dei mesi successivi all’armistizio Badoglio, Tutti i sognatori.
Un altro, per me fondamentale, appiglio è quello donato dalla mediazione di amici, conoscenti, esperti di poesia, in particolar modo di poesia romanesca. La storia dell’incontro con i testi dei due poeti Bardella è per me la storia di mediazioni appassionate, documentate e, come sempre avviene in questi casi, feconde. Per questo secondo appiglio il cammino è inverso, dal figlio al padre, da Massimo a Carlo. Tutto inizia in un pomeriggio di primavera, nel 2010, in una biblioteca della periferia romana, per la precisione al Villaggio Giuliano-Dalmata, allorché viene presentato il libro, curato da Michele Battafarano e dall’amico e collega Claudio Costa, Il carteggio Pio Spezi – Paul Heyse.  In questo pomeriggio all’insegna di una Roma plurilingue e di due interpreti di rilievo della poesia di Giuseppe Gioachino Belli, il suo “profeta” Pio Spezi e il suo strepitoso traduttore in tedesco, il premio Nobel Paul Heyse, si distingue tra i partecipanti, per la vivacità dei suoi interventi e il tono arguto della testimonianza, il poeta Massimo Bardella. Da quel pomeriggio, il filo della comunicazione – alla vecchia maniera: conversazioni telefoniche e corrispondenza postale – non si è mai interrotto.
Come ben racconta Claudio Costa nel contributo Quando la poesia nasce adulta in età adulta (apparso sulla rivista “Il 996” e successivamente in Poesie d’amore corte, di Massimo Bardella, edizioni Settimo Sigillo 2017), ho cominciato anch’io a ricevere da Massimo questi originalissimi e sostanziosi doni di «un artigianato manuale e intellettuale che si fonde con l’arte poetica» che sono le sue raccolte, stampate in trentatré esemplari su carta finissima e accompagnate da una sua opera figurativa, distribuite con generosità a chi con Massimo Bardella condivide la passione per una poesia in cui il creativo e il quotidiano si fondono con l’esercizio della cura e della pazienza, del rispetto per cose, luoghi, persone.
Quell’amicizia poetica, nata nel segno dell’apertura della poesia romanesca ad altre lingue, non poteva che esprimersi, da parte mia, nella frequentazione più assidua della sua poesia e nella resa in lingua tedesca, la mia seconda lingua della poesia, di alcuni componimenti di Massimo Bardella.
È stato così che nell’aprile 2013, in occasione di un incontro dedicato alla poesia di Carlo e Massimo Bardella, organizzato da Vincenzo Luciani presso un’altra biblioteca della periferia romana, la biblioteca “Gianni Rodari”, ho avuto modo di avvicinarmi, anche alla poesia di Carlo Bardella, di scoprirne affinità e differenze con quella del figlio Massimo.
Eccomi dunque a presentare entrambi i poeti, il padre e il figlio, in questo volumetto che ne raccoglie testi particolarmente significativi. Questa breve presentazione intende indicare alcune direttrici: il rapporto con la tradizione della poesia romanesca, le innovazioni e le conservazioni stilistiche, il dialogo con la storia, e, infine, quella particolare forma di sprezzatura costituita dal romanesco ssere “scanzonato”. (altro…)

Giovanna Amato, Poesie da “L’inizio della scrittura”

È appena uscito L’inizio della scrittura, silloge di poesie d’amore di Giovanna Amato edita da FusibiliaLibri, ed ecco per voi tre poesie in anteprima. Per tutte le altre informazioni, visitare qui. Buona lettura intanto da Poetarum Silva!

 

È come possedere una città. Poi una legione
divampa. Fa il suo ingresso. Ad uno ad uno
soldati disarcionano le torri
annientano difese sbigottite
si estendono alle porte delle case,
pulsanti; fino all’ultimo, il tedoforo,
che silenzioso avanza dalla breccia.
Non reputo rovina
il cremisi che si agita tra i sassi
mentre i granai stipati vanno al rogo
e l’invasore svetta a colpi d’ascia
la testa dei feticci sull’altare.

L’amore è una battaglia non campale,
come un assedio visto alla finestra.
Ed è la quiete, come il sacerdote
che spazza il tempio; quiete come il vinto
che lustra lo schiniere al vincitore.

 

Roma, marzo, Chiesa del Gesù

Alziamo gli occhi per festeggiare un trionfo
alla volta affrescata di un trigramma.
Ma per chi di noi sa vedere, la gloria è un angelo di stucco,
tortile e sporgente dal soffitto.
Possiamo interrogarci su chissà quale impalcatura
(l’opera umana che assidera la gravità)
alzata in tempi remoti, quando bambina, mia bambina,
c’era chi provava per quel cristogramma
e per quel marmo da curvare con le mani
la bruciatura dei primi martiri che io
provo per te.
Ho una voce d’organo nel petto.
Le ali di stucco dell’angelo non possono vibrare
ma il brusio degli altari mi parla, mi parla,
stordisce ogni pensiero che non ti riguarda
mio agnello mia colomba.
Usciamo all’aria.
La guida alza la voce per coprire
la sirena di un’ambulanza di passaggio,
vita che prosegue
anche se io sono innamorata di te.

 

Rispondo con una domanda al merlo
che mi interpella dal suo davanzale.
Rinunceresti forse alla fiammata
del sole quando plani in un mattino
freddissimo e invernale, per restare
sicuro che la bora non ti spiumi
non ti disperi e abbatta e squassi e mieta?
Lui mi risponde con un cenno muto.
Lascia che accada, lasciami l’ustione
come lo sfregio resta sulle mani
di chi ha cavato da qualche miniera
Dio con le dita.

 

Giovanna Amato, L’inizio della scrittura, FusibiliaLibri, 2018