Poesia italiana

Ernesto Murolo, Poesie

Ernesto Murolo, Poesie, Casa Editrice Bideri, 1942

*

Accade che mio padre un paio di settimane fa mi regali il libro che vedete in foto, proprio nell’edizione del 1942; per me questo dono è una vera gioia, postare qui qualche poesia è il mio modo di gioirne con voi. (gm)

*

E femmene

Quanno ‘e vvote essa traseva,
già da n’ora i’ ero venuto.
‘Na resata, nu saluto,
po’, ammentanno, me diceva:

«Ch’ ‘o marito èva saputo…
o ch’ ‘a messa mai feneva…
ch’ ‘o cavallo, che curreva
ncopp’ ‘a scesa era caduto…»

E sbatteva ncopp’ ‘o lietto,
cu ‘na mossa ‘e dispettosa
mantellina e cappelletto.

Po’ redeva… E cu’ ‘e manelle
se spuntava ‘a vita rosa
chiena ‘e nocche e nucchetelle…

*

Rosa d’ ‘o Munastero ‘e San Martino!
Loggia ca ‘ncielo fravecata sta!

Nuie ce affacciàimo, mentre, a mmatutino
‘e cchiese già sunavano;
e nuvole e calore se sperdevano
e se scetava Napule d’està!

E Ammore, Ammore!…
Tremmaie stu core tuio ‘ncopp’ ‘a stu core…
E quanno, ‘a ll’ onne chiare,
vediste ‘o sole ca spuntava a mmare,
tu… te vasaste Napule,
tu te vasaste a me!

*

Maggio. Quanno stu mese
fa ll’aria cchiù addurosa
passaie p’ ‘o vico, oi Rosa,
pe’ ffa pace cu’ tte…

E avette pe’ risposta
na resatella amara,
n’ucchiata ‘a na cummara
e… sta canzone a mme:

Chi canta vo’ ammore antico
perde ‘a voce e ‘a serenata:
quann’ammore vota strata,
nun se torna arreto cchiù!…

*

© Ernesto Murolo

Omaggio a Giorgio Bàrberi Squarotti

2009 14 bàrberi squarotti gli affanni

Giorgio Bàrberi Squarotti, 14 settembre 1929 – 9 aprile 217

Sul balcone

Sul balcone è rimasto salvo solo
un geranio rosato al suo ritorno
dopo le settimane d’altre stelle
esanime e la luna troppo accesa
sopra i canali incerti e il soffio, forse,
di un fiume in mezzo a monasteri e chiese
e i fremiti di canne e di campane.
Un po’ piegata, nuda nel candore
veemente del mattino, le tettine
dolcemente tremanti, la poca acqua
versava impietosita e molto erronea
sulla terra brulla, ma più ancora
sull’indorato seno e sui capezzoli
induriti, fino alle cosce subito
nervose. Sui capelli, aridamente
le cadde un petalo dal cielo, e giunsero
allora merli e passeri e colombi
a beccarle per allusione e gioco
la pelle desiderata; ed appena
qualche piccolo segno rosso, dopo,
le rimaneva, come un dono ironico
o un avvertimento del suo tempo
che si è fatto troppo breve, e allora
non si allontani dalla tanta luce
della sua nudità della ringhiera,
che la fa rabbrividire e ridere.

Torino, 19 giugno 2003

*

Sul Tanaro, Afrodite

Sul Tanaro? Afrodite? e chi può credere
che davvero nell’ampia conca, al margine
delle rocche di tufo (ed è profonda
l’acqua e cupa, ma la fa viva il verde
delle foglie dei pioppi cge, leggere,
si agitano nel lentissimo vento)
ci sia la grande conchiglia rosata
che la corrente minima trasporta
dall’una all’altra riva, e sopra, nuda,
la ragazza bionda con i capelli
inanellati che allontana a tratti
dal volto con la mano, imbarazzata
e sorridente? E una lunga ed esigua
nuvola nera all’orlo del vigneto
nel primo culmine di una collina
sia un giovane rosso in viso, grasso,
e, sboccato, guardi attento ed avido
nell’attesa che la ragazza sbarchi
nella golena, dove sono salici
e pietre tonde e una sabbia banchissima,
fine, e più in là le more violacee
come i dritti capezzoli, e un serpente
che sollevi la testa e, incuriosito,
la contempli? C’è sempre una vicenda
che si rinnova altrove, dove meno
è inevitabile: la dea che ora un vento
animato sospinge nelle acque
infine infinitamente ampliate,
come un mare, canuto, un poco ondoso.

Torino, 9 gennaio 2004

.

da Gli affanni, gli agi e la speranza, L’arcolaio, 2008

#Bolle (di #SamueleFioravanti)

copertina

Bolle.
Se Walt Disney scrivesse poesie in italiano

 

Se, per un gioco di affinità, i cartoni animati della Disney dovessero essere paragonati a poesie italiane – no, l’eventualità è persino troppo difficile da immaginare. È pur vero che Winnie the Pooh compare in un testo di Alba Donati (Tv, in Idillio con cagnolino, 2013) e che Raboni, com’è noto, definì Delio Tessa «il poeta che amava Walt Disney» (“Corriere della Sera”, 10 maggio 1958), tuttavia il connubio tra la poesia italiana e l’animazione statunitense non è dei più sentiti. Persino Raboni sceglieva Proust quando Patri­zia Valduga si dedicava alla lettura di Topolino.
Certo, Paolo Zanotti ambienta a Genova almeno il romanzo postumo Il testamento Disney (2013), ma proprio a Genova era fallito trent’anni prima il progetto di una Disneyland italiana (“la Repubblica. Ge­nova”, 12 dicembre 1984). Dora Markus possiede un topolino d’avorio bianco che purtroppo non è Topolino e, sebbene Dino Buzzati straveda per il buon Paperone (prefazione a Vita e dollari di Paperon de’ Paperoni, 1968), non ha dedicato nemmeno un verso al pennuto.
La collana “Classici della letteratura Disney” ha recentemente ripubblicato tutte le felicissime interpre­tazioni a fumetti del canone poetico nostrano (l’Inferno, l’Orlando, la Gerusalemme), eppure i poeti italiani contemporanei non sembrano ansiosi di ricambiare il favore.
Sì, Anna Banti riscontrava una certa somiglianza tra i personaggi di Calvino e i disegni di Walt Disney (Italo Calvino, in “Paragone-Letteratura”, III, 28, aprile 1952), ma si trattava pur sempre di testi in prosa perché invece, per quanto riguarda la poesia, la sagoma di Topolino compare appena in un verso di Magrelli (Sul nome di un’utilitaria della DDR che in tedesco significa «satellite», in Didascalie per la lettura di un giornale, 1999) – e compare oltretutto come documento dell’«ingenuità estetica» promossa dall’immaginario cute (Carpi, Nota sul cute nella poesia di Valerio Magrelli, in “Sincronie”, XII, 23, gennaio-giugno 2008).
Lo sforzo di rintracciare qualche altro caso di interazione fra i poeti e i cartoni –fosse anche un caso isolato o magari un po’ più lusinghiero– sarebbe comunque vanificato dall’ombra lunga delle condanne pronunciate da Salvatore Settis (Se Venezia muore, 2014) e da Vanni Codeluppi (Lo spettacolo della merce, 2000) nei confronti dei parchi a tema. Disney World è tacciato non solo di esoso consumismo ma di es­sere, a tutti gli effetti, il perverso rovesciamento del centro storico di Venezia o dei passages parigini.
La prosa italiana, insomma, fa del suo meglio e del suo peggio; la poesia pressoché tace.
Con l’articolo E Topolino inventò la letteratura (“Topolino Story”, allegato al “Corriere della Sera”, 30 mar­zo 2005), Paolo Di Stefano ha rilevato quanto siano diffusi gli abitanti di Topolinia nella narrativa ita­liana contemporanea (Veronesi, Mari, Nove…) mentre Giorgio Fontana ha dedicato a Paperopoli un intervento al Festival della Letteratura di Mantova 2016. La maggior parte dei poeti, al contrario, sem­bra evitare il confronto con la Disney. Persino Guido Catalano, che pur non si risparmia nulla, ma pro­prio nulla, liquida paperi e sorci sputando su «un cazzo di film di merda di Walt Disney». (altro…)

Non ti curar di me se il cuor ti manca (2): nota di lettura

 

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Sono autori vari. La prefazione è di Fabio Franzin, la postfazione e la cura di Roberto Ferrari, e a legare le venti poesie del volume c’è la volontà di vocazione del grande Malessere della mente, secondo lo spirito, come dice Fabio Franzin nella sua prefazione, di un poeta come «medium che riesce a dar voce ai sommersi».
Il titolo recita Non ti curar di me se il cuor ti manca (2), commistione di un verso dantesco e del motto sull’asso di spade delle carte trevisane. La deflagrazione di due sentenze sprezzanti e aggressive – non ti curar di loro, e non fare affidamento su un’arma se non hai il coraggio di usarla – crea invece la dolcezza di una preghiera al contrario, un invito ad avere cuore per predisporsi all’ascolto e alla vera cura.
Poeti come medium, quindi, ma non solo. Mi salivano alla mente, leggendo, alcune considerazioni che hanno a che fare con l’uso della lingua, con la malattia, con il bisogno generale (nei poeti, con la necessità estrema) di dare nome a quello che è inabissato. (altro…)

Coriandoli a Natale #16: Mario Luzi, “Notte, la notte d’ansia e di vertigine…”

Giotto: Adorazione dei Magi, Cappella degli Scrovegni, Padova

Giotto, Adorazione dei Magi, Cappella degli Scrovegni, Padova

Notte, la notte d’ansia e di vertigine
quando nel vento a fiotti interstellare,
acre, il tempo finito sgrana i germi
del nuovo, dell’intatto, e a te che vai
persona semiviva tra due gorghi
tra passato e avvenire giunge al cuore
la freccia dell’anno… e all’improvviso
la fiamma della vita vacilla nella mente.

Chi spinge muli su per la montagna
tra le schegge di pietra e le cataste
si turba per un fremito che sente
ch’è un fremito di morte e di speranza.
In una notte come questa,
in una notte come questa l’anima,
mia compagna fedele inavvertita
nelle ore medie
nei giorni interni grigi delle annate,
levatasi fiutò la notte tumida
di semi che morivano, di grani
che scoppiavano, ravvisò stupita
i fuochi in lontananza dei bivacchi
più vividi che astri. Disse: è l’ora.
Ci mettemmo in cammino a passo rapido,
per via ci unimmo a gente strana.

.                                            Ed ecco
il convoglio sulle dune dei Magi
muovere al passo dei cammelli verso
la Cuna. Ci fu ressa di fiaccole, di voci.
Vidi gli ultimi d’una retroguardia frettolosa.
E tutto passò via tra molto popolo
e gran polvere. Gran polvere.
Chi andò, chi recò doni
o riposa o se vigila non teme
questo vento di mutazione:
tende le mani ferme sulla fiamma,
sorride dal sicuro
d’una razza di longevi.
Non più tardi di ieri, ancora oggi.

 

da Onore del vero (1957)

Coriandoli a Natale #12: Cristina Campo, Biglietto di Natale a M.L.S.

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Biglietto di Natale a M.L.S.

Maria Luisa quante volte
raccoglieremo questa nostra vita
nella pietà di un verso, come i Santi
nel loro palmo le città turrite?

La primavera quante volte
turbinerà i miei grani di tristezza
dentro le piogge, fino alle tue orme
sconsolate – a Saint Cloud, sulla Giudecca?

Non basterà tutto un Natale
a scambiarci le favole più miti:
le tuniche d’ortica, i sette mari,
la danza delle spade.

“Mirabilmente il tempo si dispiega…”
ricondurrà nel tempo questo minimo
corso, una donna, un atomo di fuoco:
noi che viviamo senza fine.

Come un cristallo o una scoria. La poesia, per Guido Mazzoni

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A volte i libri “scappano”, non si leggono appena escono. Colpevolmente forse; così si cerca di recuperare, e basta un monito, un consiglio. Con I mondi di Guido Mazzoni è stato così: uscito nel 2010 da Donzelli, l’ho letto solo recentemente. E di lì poi è stato naturale recuperare anche il suo Sulla poesia moderna, pubblicato nel 2005 per il Mulino.
Già Francesco Filia aveva saputo leggere molto attentamente gli elementi portanti di quest’opera che oggi mi appare importantissima: il sentire come fondazione del mondo, della realtà. Sentire con stupore e sgomento continui l’errore caotico che è la vita, e come la nostra si specchia incessantemente nei frammenti delle altre intorno, nel quadro di una come di tutte le città in cui viviamo. Di qui, dal «vedere se stessi come una cosa estranea» (Kafka, in esergo al libro), “i mondi” s’intravedono, le «monadi» si toccano e, in un elastico incessante tra io e noi, si allacciano.
Ora, procedendo per estrapolazione, evidenziando le parti, i frammenti, i passaggi più importanti, il mio tentativo oggi è cercare l’appoggio giusto per provare a dire cosa è, se ancora è e ha vita (ossia se ancora c’è spazio per) la poesia. Un percorso di lettura che, si vedrà, finisce in luce e in solitudine. Un percorso – felicemente, a questo punto – ritardatario e personale, quasi l’intenzione fosse adesso di “ricreare” il libro: attraversarlo nel mio sguardo unendone diversamente i punti.
Per verificare se la poesia è in grado di raccogliere in sé, oggi, lo spirito del tempo.

Da I mondi:

«Tutto così unito,/ così insieme in un unico/ astro straniero -»

«il mondo che esiste senza la mia vita»

«Altre vite/ ci esplodono intorno»

«dell’accadere, mie persone che siete/ solo sagome, ora, nella nube che si chiude»

«la felicità di essere qualcosa […] per prolungare la vita, la stessa che ti percorre, leggera e irreversibile»

«il mondo inciso dentro di te come un cristallo o una scoria»

«Era l’idea di essere vivo»

«Era un istante di assoluto straniamento e io cercavo di prolungarlo»

«Entriamo fra le cose legati a un corpo, a un tempo, ad aggregazioni di esseri che ci preesistono»

«grazia e significato all’orizzonte»

«che la vita esiste e non significa»

«una cosa senza peso, solo il nostro/ frammento ancora mi appartiene/ e la sua pace è il nulla che difendo»

«le monadi che ci proteggono, le loro trame nel disordine»

«una storia che lo circonderà per sempre»

«Ogni vita/ è solo se stessa: questa luce»

«per diventare solo solitudine».

Il mondo in poesia, eccolo, inciso dentro di te, dentro di noi. Questo è il significato della «lunga durata»: un concetto essenzialmente storiografico, utilizzato da Mazzoni per dire (rifacendosi ad Adorno) quanto tra le forme dell’arte la poesia in particolare sia «la meridiana di una filosofia della storia». Lo afferma con la consapevolezza di chi sa che l’arte ha il potere di registrare la storia degli uomini più e meglio dei documenti storici in senso stretto.
E ci viene in soccorso Montale, con due passaggi estratti dal discorso pronunciato per l’assegnazione del Nobel, il 12 dicembre 1975: «esistono in coabitazione due poesie, una delle quali è di consumo immediato e muore appena è espressa, mentre l’altra può dormire i suoi sonni tranquilli» (…) «quella che sorge quasi per miracolo e sembra imbalsamare tutta un’epoca e tutta una situazione linguistica e culturale, allora bisogna dire che non c’è morte possibile per la poesia».
Così è con Mazzoni. Ci fa dire che c’è spazio ancora per la poesia, quella autentica; che c’è sempre una ripartenza possibile pronta a nascere, innocentemente, nello spirito del tempo, dallo stupore e dalla meraviglia.

Cristiano Poletti

Poesie di Alfredo de Palchi

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Poesie di Alfredo de Palchi

nel giorno del suo novantesimo compleanno

 

da La buia danza di scorpione
(1947-1951)

*

In mano ho il seme
nero del girasole –
so che la luce cala dietro
l’inconscio / ma altre nebule
avanzano
.                     e ho questo seme
da trapiantare
come unico dei sistemi
sconosciuti

.

*

Il lepidottero barcolla ai vetri –
mi alzo dai fogli dove sono
insicuro ed apro la finestra

fuori di sé insiste a frenarsi
squama alla luce – io fuori di senno
persisto la buia danza
di scorpione

.

*

Mi condannate
mi spaccate le ossa ma non riuscite
a toccare quello che penso di voi:
gelosi della intelligenza e del neutro
coraggio aggredito dal cono infesto
delle cimici

– io, ricco pasto per voi insetti,
oltre l’ispida luce
vi crollo addosso il pugno

.

*

Fra le quattro ali di muro
circolo straniero a pugno
serrato – non ho amicizie
non mischio occasionali smanie
con chi le persiste
e siccome ognuno impone
il proprio mondo a chi perde
non si chieda cosa avviene:
la parola è nella bocca dei forti

.

 

(altro…)

Per Jolanda Insana

Jolanda Insana si è spenta pochi giorni fa, il 27 ottobre scorso. Sulle prime ho provato a scrivere qualcosa a caldo, ma più scrivevo e più capivo che ripetevo qualcosa che comunque avevo già scritto nel 2009, quando il volume Tutte le poesie, pubblicato da Garzanti, mi aveva permesso di attraversare l’allora trentennale parabola di questa splendida e fuori dal coro voce poetica italiana.
Riproporlo qui, dopo averlo riproposto in via quasi privata, vuole essere un omaggio. fm

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Jolanda Insana è certamente uno dei nomi più importanti tra i poeti italiani; malgrado ciò fatica a trovare casa ogni volta che viene pubblicata un’antologia che si proponga di disegnare il panorama attuale italiano. Fortunatamente per altre strade ha trovato consenso e ammirazione, a partire da Giovanni Raboni, il primo sicuramente a riconoscerne la grandezza e lo spessore sin dalla sua prima raccolta data alle stampe.
A dispetto del titolo questo volume degli “Elefanti-Garzanti” non raccoglie “tutte le poesie” di Jolanda Insana; bensì tutte le poesie che la poetessa messinese ha voluto entrassero a costituire il suo canone. Per sua stessa ammissione rimangono fuori «poesie anteriori al 1977, o posteriori o non incluse nei libri pubblicati e dunque extravagantes, così come [poesie] della raccolta di Epigrammi» (p. 9); resta fuori principalmente una vasta produzione di libri inediti dei quali la Insana riporta i soli titoli e le date: Rota alienata (1965), Soltanto inventariare (1966), Camera di combustione (1973), Il maledetto inattaccabile (1975). Titoli e date sono sufficienti comunque a fornire i primi dati di un percorso poetico assolutamente originale e sé stante nel panorama italiano degli ultimi trent’anni.
Jolanda Insana di sé ebbe a scrivere che «conobbe la guerra e i fichi secchi, e dunque predilige parole di necessaria sostanza contro il gelo e i geloni»; così nell’Autodizionario degli scrittori italiani, curato da Felice Piemontese, per i tipi di Leonardo (Milano, 1990), la Insana designava i propri contenuti e confini: tutto quanto non rientra nella rappresentazione, diciamo pure, a pelle della realtà non entra nella sua poesia. Allo stesso tempo il rifiuto di ogni sorta di abbellimento del lessico e dei versi, o accostamento a correnti a lei coeve o comunque tradizionali nella storia della poesia italiana, nel porre un netto distinguo tra lei e i “maggiori” di ogni tempo metteva altresì questo suo modo di scrivere in stretta relazione con certi “minori”, che non essendo in verità tali sono invece i «grandi poeti dell’anima», come li definì Raboni, ossia autori di quelle produzioni che si pongono ai margini dei canoni letterari. Il plurilinguismo della Insana, coi suoi frequenti eccessi dialettali, il ricorso a espressioni scurrili, ricordano non solo Dante, ma ancor più Jacopone, Pulci, Folengo, Michelangelo Buonarroti e, più vicino alla poetessa, Giovanni Testori.
Dagli esordi delimitati dalle due raccolte arrabbiate, Sciarra amara (1977) e Fendenti fonici (1982), fino a quello che potremmo considerare il suo vertice, ossia La stortura (2002), la poesia di Jolanda Insana è cresciuta tra giochi d’invenzioni lessicali e veementi attacchi frontali ai mali che attanagliano l’uomo e la società. Se le invenzioni lessicali che non di rado sfociano in neologismi sono l’indice riconosciuto d’un’espressione necessariamente fisiologica, poiché «quel che linguisticamente è masticato le [alla Insana] diventa suo cibo e se non trova da masticare, inventa» (sempre dalla pagina dell’Autodizionario già ricordata), è altrettanto necessario il mantenimento di una tonalità monocorde per questa poesia, presentatasi tale sin dal suo tardo esordio e ripropostasi nelle tappe successive senza avere mai smorzato i toni.
Del resto già nel 1982 Nadia Fusini notava come la Insana lavorasse «esattamente nella ferita che si apre nella sciarra come nell’ironia. Lavora cioè in quella fenditura che scava una distanza tra l’io e la vita, distanza del resto irreparabile» (il brano è riportato nell’antologia critica che chiude il volume). In Niente dissi, componimento che apre Fendenti fonici, dice: «mi specchio e sgravo con dolore/ figliando famiglie di parole/ immagini pargolette e sorelline maggiori// lo specchio sono io/ sono io il mio stesso io/ e tu ci sformi [..] e a chi mi vuole spogliare svergognare/ e pubblicare/ io dico/ ti do la lana non la pecora» (frammenti 4 e 19, pp. 119 e 123). Non c’è quindi una proiezione verso l’esterno atta a cercare un rimedio al male; c’è semmai una lotta continua con sé e per sé, per mantenersi pura contro le contraddizioni esterne, l’ipocrisia diffusa, l’abbassamento morale. (altro…)

Giovanni Parrini, “Valichi”: una nota di lettura

Giovanni Parrini, Valichi, Moretti&Vitali 2015, euro 12

Giovanni Parrini, Valichi, Moretti&Vitali, 2015, € 12,00

 

Alla voce Valico, l’enciclopedia Treccani recita: «Depressione dei contrafforti montuosi attraverso i quali passano vie di grande comunicazione». La mia memoria invece mi riporta un valico in particolare che attraversavo spesso in macchina da bambina, un passo tra i Monti Lattari che diventa trivio prima di ridiscendere a fondovalle, e che risalito dalla strada costiera presenta all’improvviso, quando la pendenza riprende, la sagoma del Vesuvio sdraiata sulle case dell’Agro e, in lontananza, il mare. Quando mi capitava di attraversarlo di mattina presto, accoccolata nel mio sedile di passeggero, aspettavo con emozione il giro della curva per essere schiaffeggiata dal contorno della montagna grigia sulle strisce di luce elettrica delle città.
Dico tutto questo perché le poesie di Giovanni Parrini, e specialmente alcune distribuite con controllata cadenza nella sua raccolta Valichi (Moretti&Vitali 2015, premio Giuria Viareggio 2015 e premio Pisa 2015) creano la stessa sensazione di trabalzo di una strada che si apre su un panorama inaspettato che è, nell’economia del viaggio, ragione più fondamentale di ogni partenza e arrivo.
Valichi è un libro dall’accurato percorso: due sonetti aprono altrettante sezioni, il sentiero si svolge in un paesaggio vicino all’immaginario tutto moderno del cantiere, del ritorno a casa dal lavoro, della camminata tra il supermercato e la città, dei giri di chiave alla porta; è una dimensione di lamiere e neon, alberi e ruspe dove i dettagli aprono spaccature di tempo e meditazione, «quanto basta a sentire in questa poca esistenza l’infinito di un’altra». (altro…)

I poeti della domenica #102: Cesare Garboli, da Sei poesie

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I

Non lo so e non lo sai nemmeno tu:
sarebbe come chiedersi
quale colore ha il vento. Eppure
sì, gli anni e le ore
di una vita sbagliata forse è giusto
che li calcoli un cieco
oste confuso, e che s’imbrogli
scarabocchi leccando la matita
numeri con dolcezze, conto illogico
che non torna, zoppi versi…
La vita può pagarlo, può permetterselo,
la vita così tanto più eccentrica
dell’arte, o come l’arte.
……………………Chi
dentro il mucchio di tenere bisce,
nel cesto di anguille, nell’antro
fragrante di ostriche, polipi, spelonca
di noi come umide
alghe, semi, salive, chi nel mostruoso
sputo vede, sa?
…………………….‘Tuo padre mi prendeva, nel sole
a chiazze sopra i tavoli dell’osteria,
ma non era tuo padre, aveva i baffi,
il sigaro e una camicia bianca a righe’.
‘Ma mio padre li aveva’, e perché fuggi
spaventata − rido − perché corri, t’arresti,
e perché tremi?
………………………Dunque tra le crepe
e i ruderi assolati, celle, spalti
di vestiboli e camere regali
è questo che irrompe cielo
e implora vivo e timido, l’antilope si slancia,
altera cresce e impavida l’erba.

.

© Cesare Garboli, da Sei Poesie, in «Paragone», Anno XVIII, Numero 200/20, Ottobre 1966.

Eugenio Montale, Lettera a Bobi

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Lettera a Bobi

A forza di esclusioni
t’era rimasto tanto che tu potevi
stringere tra le mani; e quello era
di chi se n’accorgeva. T’ho seguito
più volte a tua insaputa. Ho percorso
più volte via Cecilia de Rittmeyer
dove avevo incontrato la tua vecchia madre,
constatato de visu il suo terrificante amore.
Del padre era rimasto il piegabaffi e forse
una bibbia evangelica. Ho assaggiato
la pleiade dei tuoi amici, oggetto
dei tuoi esperimenti più o meno falliti
di creare o distruggere felicità coniugali.
Erano i primi tuoi amici, altri
ne seguirono che non ho mai conosciuto.
S’è formata così una tua leggenda
cartacea, inattendibile. Ora dicono
ch’eri un maestro inascoltato, tu
che n’hai avuti troppi a orecchie aperte
e non ne hai diffidato. Confessore
inconfessato non potevi dare
nulla a chi già non fosse sulla tua strada.
A modo tuo hai già vinto anche se hanno perduto
tutto gli ascoltatori. Con questa lettera
che mai tu potrai leggere ti dico
addio e non aufwiedersehen e questo
in una lingua che non amavi, priva
com’è di Stimmung.

.

(da Diario del ’71 e del ’72 in Eugenio Montale, L’opera in versi, Torino, Einaudi, 1980; p. 454)