Poesia italiana

Salvatore Ritrovato, La casa dei venti (rec. di Gianni Iasimone)

La casa dei venti di Salvatore Ritrovato

Il titolo del nuovo lavoro, in forma di elegante plaquette, La casa dei venti (Il Vicolo, 2018) di Salvatore Ritrovato, nato in Puglia nel 1967 ma da decenni urbinate di adozione, che ha al suo attivo molte pubblicazioni in poesia – solo per ricordare le ultime: L’angolo ospitale, (La Vita Felice, 2013), Questa strana pace (Esta extraña paz), Progetto cultura, 2016, Cercando l’isola, (Fiorina, 2017) –, a differenza di tutti i lavori precedenti, più vicini a uno stile fortiniano del primo periodo, straniato e solitario in una incessante ricerca di un “angolo ospitale” dove si possa trovate una improbabile quiete, sembra rimandare a un’immagine di sospensione, a una condizione di dolorosa “esposizione”: ai venti, alle ambasce ma anche alle sorprese, alle meraviglie che permeano un’esistenza del nostro tempo malconcio, sempre più esposta a imput mediatici e superficiali, che sovente vincono facile sui richiami più profondi e millenari, più significativi, necessari.
In tale non scontata prospettiva, in questa piccola raccolta “in verticale” l’esperienza poetica di Ritrovato apre nuove finestre di senso, con riferimenti – pur velati da un colto pudore – alla tradizione del nostro migliore Novecento, un nome per tutti: Volponi e il suo umanesimo letterario e non solo, ad esempio, ma occasione e quadro insolito (precario?) di un detto collettivo non gridato, sempre amaramente sensibile e strutturalmente retorico, lirico, ancorché anti realistico, anti simbolico. Squisitamente moderno e coinvolgente. E se la lettura inizia con una dichiarazione programmatica anti io, dove l’autore scopre subito le sue carte e si apre, squaderna l’io lirico come nevrotico e problematico, come «sentimento mortale di queste pagine», come «padrone in lungo e in largo del suo deserto / di ogni piega o vena di verità che lo ha piagato», come un vecchio (saggio?)e nuovo pater all’interno e fuori delle dinamiche epifenomeniche dell’esperienza, man mano che scorrono agili le pagine della plaquette viene chiara e forte un’immagine più completa di questo autore che qui trova uno dei momenti più ispirati e creativi introdotti dall’esatta, geometrica poesia Bagatelle di viaggio, risolta in otto quartine in cui le assonanze e le rime non penalizzano la resa della sostanza drammatica, esistenziale: «Un uomo in treno, disperato» che «non può urlare», e «un giorno nessuno più lo chiama / ma gli chiede dove sei stai bene? […]».
Ma è più avanti che il nostro “commesso viaggiatore” dell’anima «[…] come le rondini che volentieri fabbricano il loro nido fra le rovine» (Ippolito Nievo, Le confessioni d’un italiano, in esergo alla sezione Vuoto a perdere, e altro da me) trova il massimo delle possibilità espressive nelle stanze di volta in volta abitate per viaggi di piacere o di lavoro, sempre vissute come il proprio nido, nonostante la consapevolezza della propria “erranza”, la certezza della inevitabile ri-partenza: «[…] Grande la colpa di chi è nato. / In ogni stanza il silenzio stringe le ombre / a scomparse stagioni, ad antenati senza nome […]», così inconsolato e fraterno “scrive ancora” Salvatore Ritrovato nella bellissima Lasciando Grodek. (altro…)

Stefania Di Lino, La parola detta

Stefania Di Lino, La parola detta. Poesie. Prefazione di Cinzia Marulli, La Vita Felice, Milano 2017

Perfettamente consapevole che, una volta pronunciata, la parola ha corsi, percorsi, ricorsi e vicende dotati di autonomia e di una vita propria, Stefania Di Lino consegna,  a chi legge La parola detta, un’opera densa, carica di pathos e di razionalità, con manifestazioni e risoluzioni non di rado originali dei conflitti e delle confluenze di questi principi regolatori opposti. Se i destini della «parola detta» non sono certamente preconizzabili, perché, per dirla con le parole di Emily Dickinson riportate in esergo, la parola comincia a vivere solo nel momento in cui essa viene detta, alle sue sorti successive al ‘congedo’, al ‘commiato’, partecipano in misura rilevante non solo tutti coloro che le ricevono come testimonianza e come lascito, ma anche coloro che le hanno pronunciate. Si delinea dunque una precisa responsabilità di chi quelle parole formula e lascia che intraprendano il loro cammino; è, questa, una evidente assunzione di impegni (o, quanto meno, una chiara indicazione di ambiti e compiti) da parte di chi scrive poesia.
Nel segno del riconoscimento di ruoli e peculiarità dei poeti, la poesia di Stefania Di Lino manifesta anche nella sua veste grafica un interessante intreccio di ragionamento e musica. I versi non sono separati, infatti, da “a capo”, ma fatti scorrere, fluire nella melodia di ciascun componimento, con le barre oblique singole o doppie ⁄⁄a dare indicazioni sulle pause del respiro; inoltre i componimenti si concludono con una virgola, mai con un punto fermo. Qualche volta, tuttavia, “a capo” e barre oblique si presentano associati; qualche volta, ancora, inserti in corsivo, per lo più tra parentesi quadre, introducono fecondi ‘a parte’: considerazioni e riflessioni e istruzioni a futura memoria della voce poetica, che con un ossimoro mi permetto di definire sommessamente sonora. È una voce che si nutre e nutre – insisto su questo punto – della consapevolezza circa equipaggiamenti, circostanze e obiettivi della poesia nel tempo e nelle esistenze; è una voce oltremodo interessante, che invito ad ascoltare.

© Anna Maria Curci

pianta casuale caduta dal cielo / negli interstizi angusti di una crepa / tra sassi inerti / depositati tra rotaie / che stringono attorno / come fosse lapidazione / eppure in alto va / eppur si muove nell’atto leggero del volare / che non si adegua al passo greve della terra / se orizzontale è il gesto largo della semina /orizzontale fui io /e mi feci letto e mi feci sponda  / pronta ad accogliere il seme

orizzontale dunque fui / e parallela alla terra /ma verticale è la pianta nata / che in alto il suo stelo tende / ed è albero che come mani / in alto allunga i suoi rami / infinita ingenuità c’è nel crescere / e nel portarsi avanti con la vita / una gentilezza tenera e sacrale / una proiezione che si nutre del domani / e nel domani crede e spera,

 

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Natascia Tonelli, “Premessa” da “Sulla famiglia Bertolucci” (Ensemble)

Siena ospitò un anno fa, nei giorni 3 e 10 maggio 2017, nell’ambito di #Ciclomaggio, un breve ma importante ciclo di incontri dedicati ai tre illustri Bertolucci: Attilio, Bernardo e Giuseppe. Ora, a un anno di distanza, quell’esperienza ha dato vita a un volume pubblicato lo scorso 18 maggio: Sulla famiglia Bertolucci. Scritti per Attilio, Bernardo e Giuseppe (Ensemble 2018), un volume collettivo, curato da Giada Coccia, Mariantonietta Confuorto, Fabiana Di Mattia, Irene Martano, Francesca Santucci, che intende non solo fissare un punto sull’arte dei Bertolucci, ma pure indicare le nuove e possibili direzioni di lettura delle rispettive produzioni. La Premessa firmata da Natascia Tonelli, pubblicata qui di seguito per concessione dell’editore, risalta immediatamente per il suo valore di necessario viatico alle pagine dei critici coinvolti, dieci figure di tutto rilievo, che si spartiscono le tre parti del libro: Paolo Lagazzi, Fabio Magro, Giacomo Morbiato, Gabriella Palli Barone (per Attilio); Francesco Ceraolo, Tarcisio Lancioni (per Bernardo); Gabriele Biotti, Andrea Martini, Arianna Salatino, Giacomo Tagliani (per Giuseppe).
Come scrive Natascia Tonelli, nelle prime battute della sua Premessa, dalla lettura di questi interventi «ricaviamo un senso netto di consonanza serrata» che si fa «eredità di codici espressivi» passati dal padre ai figli semplicemente mutando di segno. Perciò non deve assolutamente lasciare perplesso il lettore l’assenza di una conclusione che unisca i tre Bertolucci sotto un’unica lente e penna, in un tentativo di analisi che tutto inglobi: non è necessaria dal momento che tutti i dieci contributi dialogano tra di loro creando un ipertesto capace di fornire e restituire al lettore le fitte connessioni tra le tre distinte parabole artistiche. (fm)

Premessa

A leggere di seguito i dieci interventi che compongono questo volume – i primi quattro dedicati al poeta, gli altri sei relativi all’attività filmica di Bernardo e di Giuseppe –, ne ricaviamo un senso netto di consonanza serrata. Potremmo pensare che il comune denominatore, l’appartenenza a una medesima famiglia, consanguineità che si estrinseca in un’eredità di codici espressivi – costituiti dalla poesia e dalla critica d’arte per Attilio, fattisi terzo idioma, quello del cinema, nei figli –, ne sia il presupposto esclusivo.
Certo, la ‘comunione dei beni familiare’ è anche questo: un retaggio di conoscenze letterarie e di perizie tecniche che si trasfonde e dirama dalla prima alla seconda generazione, come si tocca con mano in molti degli articoli, che evidenziano come tale patrimonio sia trasmesso dal genitore e ricevuto, nonché declinato dai due fratelli, ciascuno secondo un suo proprio linguaggio.
Si prenda per esempio lo studio di Francesco Ceraolo, dedicato al rapporto tra spazio interno e spazio esterno nella filmografia di Bernardo. Rilevandone il critico il duplice nesso coi due contrapposti sistemi diegetici della tradizione operistica – la macchina verdiana che mette in scena una vicenda individuale, la quale si confronta inevitabilmente con l’esterno della Storia (modello su cui procede per esempio Novecento), e l’opposta concezione wagneriana di una asfittica e intima avventura antropica, che alla Storia si sottrae (falsariga su cui sono concepiti Ultimo tango a Parigi, o L’ultimo imperatore) –, comprendiamo distintamente quanto anche il regista si sia formato nel solco di quella «iniziazione a Verdi fra i sette e gli otto anni» (ma anche a tutto il melodramma romantico e decadentistico) che se è fase propedeutica per Attilio, espressamente rievocata dal poeta nel Capriccio verdiano di Aritimie, capitolo esistenziale che si ripropone anche nel curriculum vitae del figlio. Si tratta di uno specifico bagaglio di conoscenze che viene a essere di nuovo investigato nel saggio di Tarcisio lancioni su Strategia del ragno, film letto con lucida intelligenza in chiave strutturalista (poiché pellicola che si confronta con lo scibile strutturalista del proprio tempo), dove l’uso della musica verdiana (Rigoletto e Attila) si concretizza in una funzionalità da Leitmotive wagneriani, a segnalare a uno spettatore di buona cultura operistica che assista al percorso agnitivo di Athos Magnani figlio, messosi sulle tracce del passato del genitore omonimo, il ‘tema del teatro’ o il ‘tema del padre’.
Sempre di eredità concreta, fatta di un immaginario condiviso, poiché identico è l’Heimat che fa da sfondo ai casi vissuti e narrati, ma anche consistente propriamente in una profonda padronanza degli scritti paterni da parte dei due cineasti, possiamo parlare a proposito di Novecento (opera di Bernardo, a cui collabora anche il fratello minore). Come non raffrontare, dopo aver letto l’intervento di Ceraolo di seguito al saggio che Fabio Magro rivolge alla Capanna indiana (da intendersi, precisa lo studioso, come il singolo poemetto composto tra il 1948 e il 1950, ma anche come il libro che dal poemetto eponimo trarrà il titolo, tanto nella sua prima redazione del 1951, quanto in quella ampliata e ristrutturata del 1955), il microcosmo della fattoria Berlinghieri – luogo chiuso ove si compie il Bildungsroman di olmo e Alfredo fanciulli, poi apertisi alla Storia nel loro crescere – col fondale del poemetto? Compiere il passo successivo, ossia ipotizzare riguardo ai due misteriosi protagonisti della Capanna – spesso, come nota Magro, semplicisticamente identificati con Attilio ed il fratello ugo, o con la susseguente replicata coppia dei figli del poeta –, che si tratti di compagni di giochi, appartenenti ai due milieu diversi di cui si compone una cascina padana («rustico» e «civile»), nonché di fanciulli vissuti in un indefinito tempo anteriore (interrogato al riguardo, Attilio parlava di «ragazzi già morti»), diviene possibile, allora, proprio in grazia di questo comune retroterra, fatto di memorie familiari: ricordi che agiscono in tutti e tre i Bertolucci, le cui individuali rivisitazioni del medesimo ‘capitale collettivo’ possono dunque aiutare a intendere anche le fabulae altrui. (altro…)

Manuel Cohen, A mezza selva #8: Emilio Rentocchini

Manuel Cohen, A mezza selva #8: Emilio Rentocchini

Il posto riservato alla poesia di Emilio Rentocchini è in prima linea o fila, nell’ideale parterre o Pantheon della produzione italiana contemporanea. Se in alcuni casi di autori neodialettali è dato di cogliere una differente qualità o tenuta tra versione in lingua e testo in neo-dialetto, nel caso dell’autore di Sassuolo le due versioni si eguagliano per congruità di lingua, di ritmo e accenti. Il fatto è riscontrabile anche a livello di sonorità; le due versioni hanno dunque pari dignità come accade per i migliori neodialettali del Novecento: Pasolini, Scataglini, Baldini. Possiamo dunque affermare che Rentocchini opera nell’ambito di una sostanziale, costitutiva diglossia. Non casualmente l’autore assembla le proprie raccolte ponendo su di uno stesso livello di pagina le due versioni (in alcuni casi sono speculari, o specularmente concatenati o intercambiabili, e, in un gioco di specchi e rispecchiamenti, dialogano anche alternandosi con alcune prose o semiprose, come accade ad esempio in Giorni in prova), non lasciando in basso, come da prassi, la versione in lingua ai margini della versione princeps in dialetto. Questo va sottolineato per il lettore, poiché in questa sede, per esigenze di impaginazione e tipografiche si è stati costretti a ridurre la parte in lingua in corsivo ai piedi del testo. A memoria, si annoverano rari, rarissimi esempi di autori che nell’ultimo secolo hanno praticato l’ottava: uno, sicuramente, su tutti, è stato Sanguineti, abilissimo nel riuso e rivelatosi ottimo rimatore. La parte più considerevole del lavoro di Rentocchini, fatta eccezione per alcuni testi delle plaquette iniziali, e per Del perfetto amore interamente scritto in sonetti, è infatti costituita da un coerente corpus di ottave, i cui riferimenti e le cui ascendenze, va da sé, vanno più indietro nel tempo. Richiamano infatti a memoria l’ottava di tradizione ariostesca, autore accomunato da una medesima radice emiliana: ovvero un’ottava epica e poematica; e possiamo in tal senso leggere Ottave come un tentativo di poema, concettualmente almeno, o come poema concettuale (che attraversa le epoche tutte e gli ismi del Novecento, che apre pagine su attualità e realia, che sfida la forma-pensiero, e il pensiero poetante, che si fonda sull’immanenza dei nomi e delle cose, e tuttavia riguarda l’impermanenza delle esistenze e dei destini, individuali e collettivi, privati e pubblici) dal momento che le ottave del nostro non sono narrative, ma rievocano una più arcaica morfologia di ottava lirica (o assoluta). La scommessa di Rentocchini va in direzione del riuso della forma chiusa, e nella pratica di una infinita potenzialità, e variazioni, possibili all’interno di una gabbia metrica e strofica. Autore tra i più raffinati, Rentocchini lavora incessantemente sulla lingua. Un laboratorio fruttuoso e sorprendente di procedimenti e soluzioni; si pensi al ricorso all’iterazione e alle catene allitteranti, che si risolve spesso in un cantabilissimo, eufonico bisticcio a forte unità tonale: si leggano, qui di seguito, le ottave 1, 9, 12 e 38. Ma non si tratta tanto di abilità esibita, quanto piuttosto di ricerca continua, in direzione di un affinamento di suoni e di sguardo, nell’ottica di una naturalezza classica e adamantina della voce, da conquistare attraverso la più feriale delle parlate: quella locale, dialettale, innestata a una cultura letteraria alta e altra. (altro…)

Nel tempo e nell’urto, di Alessandro Bellasio

a.bellasio

Alessandro Bellasio, Nel tempo e nell’urto,
LietoColle, Como 2017, pp. 68, € 13

 

La tragica sorte della parola nella poesia di Alessandrio Bellasio

di Lorenzo Babini

 

Nel tempo e nell’urto rappresenta l’esordio poetico di Alessandro Bellasio, una voce di rara forza espressiva che sembra scaturita dalle braci delle più estreme, forti e radicali esperienze post-simboliste europee (Celan, Benn, Esenin).
L’evidente frammentazione del verso mediante il ricorso a misure minime, disposizioni a scaletta, frequenti separazioni strofiche, corsivi e spaziature interne realizza e incarna sulla pagina quello che può essere considerato come uno dei temi centrali della raccolta, cioè quello di una parola ferita e incrinata, tragicamente consegnata al dominio della morte e del nulla: «scheggia di purezza/ senza protezione,/ giunta da un altrove/ invocante luce –/ ultima, assiderata dea/ dei tuoi inchiodati:// notturna, polverizzata/ parola
A partire dal titolo della prima delle tre sezioni che compongono la raccolta, Alfabeto del nulla, Bellasio riconosce come unica possibilità di espressione quella che sappia portare in sé la cifra del proprio fallimento e della propria impossibilità, rimanendo esposta alla pervasiva minaccia di una totale disintegrazione: «Canto/ che non è canto/ ma vento venuto via dal petto// atomo di freddo, graffio nella pietra/ patria congelata// rovo/ della mente// spina,/ sterpo,/ quasi/ niente.»
Il motivo, mutuato da Heidegger, dell’uomo come essere-per-la-morte viene tradotto sulla pagina in versi lucidi e struggenti che, posti in posizione terminale, assumono la funzione di sentenza ultima e definitiva: «il buio, il nulla/ incide/ in noi la sua testimonianza»; oppure: «è questa la morte/ questo il regno cui dobbiamo ubbidire.» Anche la parola è irreparabilmente danneggiata, consegnata a questo implacabile destino, ma, prima di rassegnarsi e tacere, nell’attimo prima di precipitare, sa farsi incandescente e raggiunge gli esiti più alti di tutta la raccolta: «e tu/ prendi fuoco, tu/ sei il fuoco divampi/ alla tua coscienza d’incendiato.»
Mentre la figura del poeta si eclissa, identificandosi sempre più come colui che scompare dentro il suo silenzio per non ritornare, la parola continua a scavare e a lanciare scintille, a trovare forse, per sottrazione e negazioni successive, in un contesto in cui è abolito persino il principio di non contraddizione («Non è/ tempo il tempo,/ non/ pensiero il pensiero»), una feroce e disperata affermazione dell’esistenza; parola-chiave, questa, dell’ultima sezione della raccolta, intitolata Il sangue delle date. La non rassegnazione ad essere un puro nome che scompare nella morte e la timida, eppure forte e significativa, affermazione di un’evidenza dell’esistere si esprimono in versi di grande originalità e forza espressiva: «Qui ci accadde, addosso,/ l’esistere come in mezzo a una slavina»; «Non vi sarà parola, nome, data/ vita che non sarà scontata –/ tutto è scritto, per sempre, su questo/ referto senza verità.» La lotta incessante e senza tregua tra l’esistere e la sua fine conduce ad un inquietante e pacato finale in cui, forse sotto il segno di Pascoli (Nebbia) o di Montale (Forse un mattino andando…), la vita appare in termini di illusione e ignoranza e questo traguardo rappresenta una sosta fragile e provvisoria, in attesa che si riapra la partita, oppure l’ultimo, soffuso, silenzioso movimento di una caduta a precipizio nel buio.

Lorenzo Babini

I poeti della domenica #233: Alida Airaghi, Dove sarai, mi chiedo, in quale tempo

fotografia di Doria Angeli

Dove sarai, mi chiedo, in quale tempo
e spazio fuggita, nascosta al mio bene
divenuto insopportabile? Partita senza dirmelo,
che era l’ultima volta e davvero, stavolta.
Se l’avessi saputo, avrei preparato un addio
come si deve, e non il saluto di sempre,
e ti avrei imparato a memoria, il vestito,
le scarpe, le parole taciute. Storia
della mia vita, non può essere che senza
preavviso, senza ripensamenti, tu sia finita.

© Alida Airaghi, da Omaggi, Einaudi 2017

Anticipazioni: Simone Consorti, Le ore del terrore

È in uscita per la casa editrice L’arcolaio la raccolta di Simone Consorti Le ore del terrore. Pubblichiamo qui in anteprima la prefazione e una scelta di poesie. Buona lettura!

La poesia di Simone Consorti è poesia dotata di grammatica e di struttura rigorose nel gioco serissimo di rime e sberleffi, di citazioni e di osservazioni lasciate e lanciate, sassi nello stagno e sassi a memoria, con apparente noncuranza. È un tratto che unisce sapienza (e se non certo la sapienza dei libri sapienziali, senz’altro quella delle scritture smascherate e spogliate di intenti manipolatori e di controllo) e creatività.  Sapienza e creatività duettano anche in questa raccolta, spogliate, non francescanamente, ma con un understatement intenzionale e irridente, di qualsiasi retorica, e per questo ancora più incisive.
Sono testi nei quali Consorti fa conversare la “grammatica della fantasia” di Rodari con lo spiazzamento elevato a metodo di conoscenza, lo spiazzamento perseguito e realizzato magistralmente da autori svizzeri di lingua tedesca, Friedrich Dürrenmatt in primis, con il suo rovesciamento di miti, eroi e credenze – La morte della Pizia, Il Minotauro –, e, accanto a Dürrenmatt, Peter Bichsel e Hugo Loetscher, narratori sublimi di aneliti e piccoli tragicomici fraintendimenti quotidiani l’uno, esploratori dell’ignobile e ineludibile sostrato dell’esistenza –  si pensi a L’ispettore delle fogne – l’altro). Di Dürrenmatt e Loetscher, poi, va menzionata in questa cornice di familiarità anche la produzione in versi: penso, in particolare, a passaggi di Salmo svizzero dell’uno e alla poesia Abbraccio dell’altro, testi che possono essere letti in traduzione italiana nell’antologia pubblicata da Crocetti nel 2013 e curata da Annarosa Zweifel Azzone Cento anni di poesia nella Svizzera tedesca.
Simone Consorti opta per un dettato comprensibile, smussa le punte, o meglio cela asperità e rudezze di storie e luoghi dietro un fluire piano, senza tumulti, con la grazia immediata di un nursery rhyme. Solo che il suo rovesciamento in “Nursery Cryme”, per dirla con il titolo di un celebre album dei Genesis, attende al varco, dopo essersi appostato tra le pieghe dei singoli versi, per manifestarsi apertamente nella chiusa. Questa, a sua volta, invita a ripercorrere l’intero testo di ogni componimento, perché fa luce su ulteriori possibili sentieri interpretativi. È il caso, per fornire un esempio concreto, proprio della prima poesia della raccolta, Alla frontiera, che accoglie termini ricorrenti, lo specchio, il volto, lo schermo, la curiosità tanto morbosa quanto volatile e volubile degli altri, l’estraneità: «La guardia di frontiera/ ha detto che non sono io/ e che nemmeno mi assomiglio/ tanto meno mi potrei spacciare/ per mio padre o per mio figlio/ Mi intima di restare fermo/ e per convincermi/ mi mostra uno schermo/ che qui chiamano specchio/ Gli altri passano e mi guardano/ facendo di no con la testa/ Devo essere una brutta persona/ se sono l’unico che resta/ Mi studio di nuovo sul mio documento/ ma la guardia mi spiega che è vecchio/ e lo straccia/ fissandomi con la mia faccia».
Le tre sezioni che compongono la raccolta, la prima, Le ore del terrore, che dà il nome a tutto il volume, la seconda, Preghiere e bestemmie sincere, la terza, Spoon River Italia, sviluppano in continuità stile e struttura dei testi poetici di Consorti, ampliando lo spettro di temi e di punti di vista dai quali catturare un’immagine, un evento, un incontro. Catturare, cogliere un istante e da quello ricostituire significato: se il gesto iniziale può essere affiancato alla pratica fotografica, nella quale Consorti si distingue – basti pensare all’e-book Finestra d’Italia pubblicato sul sito LaRecherche.it -, quello successivo, ma non certo subordinato al primo, si volge alla costruzione del ‘sense’ anche attraverso l’apparente ‘nonsense’.  La pregnanza, non di rado l’originalità delle immagini è inserita all’interno di una costruzione che cresce e sposta man mano i suoi confini su più livelli, a partire dai piani fonologico e metrico; è una costruzione, altresì, che rinuncia a qualsiasi gruccia data dalla punteggiatura: in mancanza di segni di interpunzione, sono le maiuscole a evidenziare le pause del respiro. (altro…)

I poeti della domenica #200: Cristina Alziati, È salita sui prati, ti diranno

È salita sui prati, ti diranno
che è morta, non dispera.
A volte se ne va per la sassaia
di versi accartocciati, lungo un greto
bianchissimo, che acceca.
Osserva rotolare dentro l’acqua
mille tracce, di quanto non annota
e scorda. Quando si incagliano in un’ansa
prende uno stecco e le sospinge un poco.
Tuffa a caso le mani.
Fa conca con i palmi, chiude gli occhi, beve.

da Cristina Alziati, Come non piangenti, Marcos y Marcos, Milano 2011

I poeti della domenica #199: Guido Gozzano, L’intruso

Le tre sorelle dalla tela rozza
levano gli occhi sbigottite, poi
che una voce pervade i corridoi
come d’uno che irride o che singhiozza.
Il vento in casa! Il vento cresce, cozza,
sibila, mugge come cento buoi.
Ogni sorella pensa ai casi suoi,
l’altra chiamando con la voce mozza.
In breve dai soppalchi al limitare
discacciano il nemico, nell’assedio
invocando a gran voce tutti i santi.
Ognuna torna poi ad agucchiare,
ed accompagna il ritmo del suo tedio
all’orchestra dei tremoli svettanti.

#PoEstateSilva #34: Katia Olivieri, poesie da Piove col sole

Questione di tempo

Non dire mai
a nessuno
quanto tu
ti senta sola
e vecchia.
Né quanto tu
sia stata
coraggiosa,
giovane e bella.
Non ti daranno
un giorno in più
per ringiovanire
né un giorno in meno
per ricordare.
Puoi dirlo ai pochi
che non hanno
tempo da sputare.
Ma non ai tanti
che si trastullano
tutto il tempo
con il tuo tempo
ancora
più prezioso.

* (altro…)

Ancora su Annamaria Ferramosca, Andare per salti

fotografia di Dino Ignani

Se la sfida è cercare, nell’andare per salti, un filo conduttore, ebbene la sfida è raccolta.
La raccolta di Annamaria Ferramosca, Andare per salti (Arcipelago itaca edizioni 2017), delicatissima nella scrittura quanto visionaria nelle immagini, dà l’impressione a lettura conclusa di aver ruotato senza mai perdere l’orientamento attorno a un tema preciso. Un tema assieme sconsolato e amorevole, perché Annamaria Ferramosca non si limita a puntare il dito contro la stortura che il suo occhio sensibile denuncia, ma ne fornisce alcune ipotesi di medicina. La stortura è quella forma di cocciutaggine autodistruttiva che quello che l’autrice chiama homo insipiens si ostina a mettere in atto contro se stesso, consegnandosi a un isolamento mascherato da ipersocialità, e contro il pianeta, con forme attive come la guerra ma anche più passive quali una progressiva, stolida indifferenza, un’incapacità a essere parte armonica di un tutto naturale. Le medicine sono semplici, e per questo estremamente credibili. Sono la comunione, l’ascolto, il passaggio di testimone di una sapienza che a volte può anche risalire le generazioni, come accade con le poesie a Nicole, oltre che discenderle. E la poesia, di cui questo libro dà una magnifica definizione: «un chiamarsi tra loro – pianissimo – delle cose// e quella nostra stramba contentezza/ nell’ascoltare».
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L’opera poetica di Vincenzo Luciani

L’opera poetica di Vincenzo Luciani

Si può leggere in molti modi l’opera poetica di Vincenzo Luciani, schietto editore e schietto poeta. Si può leggere, innanzitutto, come ininterrotto canzoniere di vera poesia, plurale e plurilingue – tante voci, tanti luoghi, tanti idiomi, tante storie – e, tuttavia, con una salda e riconoscibile unità; si può leggere, ancora, dal punto di vista della geocritica, giacché i luoghi, la nativa Ischitella innanzitutto, poi Torino, ovvero delle vie e delle fabbriche, e Roma dalle periferie permeano i componimenti, li ‘impolpano’ e li riempiono di toni cromatici e percezioni, anche olfattive.
Una lettura che suggerisco è quella di un romanzo di formazione in versi. Il mio accostamento può sembrare bizzarro, forse perfino azzardato. Esso nasce – scopro subito le carte – non soltanto dalla mia insofferenza a qualsiasi analisi che sia inficiata dalla smania di catalogazione, dalla convinzione che una mera lettura per generi letterari sia inadeguata a contemplare l’ampiezza della gamma espressiva e che, per contro, mettere in comunicazione, nell’indagine critica come nell’atto creativo, più ambiti giovi all’ampliamento dell’orizzonte e all’intenzione di cogliere, di un’opera, tutti gli aspetti, ivi compresi quelli, preziosissimi ai miei occhi, intertestuali, ma anche dalla convinzione che l’opera poetica di Vincenzo Luciani abbia alcuni tratti in comune con il romanzo di formazione. Cerchiamo di individuarli e di enunciarli esplicitamente: l’esistenza vista come continua formazione, dalle fonti più disparate, dai maestri (Petrine Paradise), dagli incontri, dalle lotte, in una parola, dalla vita; il piglio dinamico, con l’evidenziazione, anche fuori di metafora, del continuo cammino; il costante e ironico ‘understatement’ che deriva dal vedersi, in perfetto equilibrio di toni tra bonario, malinconico e pungente, non sconfitto, certamente, ma ridimensionato e ‘sballottato’ dal dipanarsi dell’esistenza; infine, proprio come nel prototipo del romanzo di formazione, Gli anni di apprendistato di Wilhelm Meister di Goethe, l’origine e l’evoluzione, divertente e divertita, della “vocazione teatrale”.
Il principio di questo breve viaggio è, non a caso, proprio la poesia Attore di prosa, nella quale Vincenzo Luciani narra spiritosamente dei suoi entusiasmi giovanili (in realtà siamo al giardino d’infanzia, alla scuola materna) per un futuro sul palcoscenico.
Del 1985 è la raccolta di poesie, con la prefazione di Diego Novelli, Il paese e Torino, nella quale trovano espressione i nuclei tematici della poesia tutta di Vincenzo Luciani: l’emigrazione, il ritorno, la ripartenza, il senso di estraneità e di familiarità che si contendono il primo posto, l’osservazione attenta di luoghi e persone, il ricordo, gli affetti, l’amore (o meglio, nel pudore del Sud, “il bene”), il combattimento in perdita con il tempo che scorre. (altro…)