poesia italiana del Novecento

I poeti della domenica #278: Dario Villa, “tra la veglia del mondo…”

villa_insolubili

tra la veglia del mondo
e il sonno della luna
pulsa un arto staccato
un polso di natura sconosciuta

è alta l’urna notturna
è strappata l’atavica livrea
del buio che ci serviva è sepolta
viva la dubbia fedeltà dell’ombra

l’occhio che qui covava un sogno basso
di mondo è schiuso adesso a un’altra sete
sugge lacrime agli incubi
beve spilli puntati nella rètina

sputa l’estraneità delle pupille
incuba sogni d’uova
e concubine i cubi che scovava
non consentono nuove costruzioni

la notte mura visioni e cubicoli
favolosi cavilli
stroncati in boccio simboli abortiti
in grembo al limbo embrioni d’alcova

Dario Vlla, Abili insolubili, Marsilio 1995

I poeti della domenica #277: Dario Villa, “o ci eravamo forse…”

villa_insolubili

o ci eravamo forse
conosciuti sull’istmo, sulla
lingua terrestre che parla
e pronuncia due mari: zone
di tutti i giorni, costola
di significati sassosi, passaggio
frustato dalle correnti:
ma certo in mare aperto
tutto sarebbe parso più sicuro,
meno complesso, ma intricato e oscuro:
qui però mi sentivi inammissibile,
risfolgoravo a tratti nelle tenebre,
ero il vecchio lampione che delucida
sintassi impenetrabili, ombrosissime,
di viali e deviazioni, vuoti e incroci
improvvisi: e che io ti cercassi
non era cosa che si concernesse
più del sale bruciante nell’aria
marina popolata di carcasse
non impreviste ma significative

Dario Villa, Abiti insolubili, Marsilio 1995

I poeti della domenica #268: Roberto Carifi, Sarà un anno, o due…

occidente

 

Sarà un anno, o due, che hanno portato la notizia.
Uno afferrò il tuo braccio, un altro la mia mano,
insieme afferrammo il legno della morte,
insieme facemmo un fuoco nel giardino
illuminammo tutto, tutto fino al buio.
Sarà un anno, o due, che una voce ci disse è stato,
che un’altra ci disse è primavera,
che una mano ci mostrò la sera
dove respirano le ombre.
Non so da quanto una lacrima entrò nelle parole
e imparammo a scrivere a singhiozzi.

 

da Occidente, Crocetti, 1990

 

I poeti della domenica #267: Roberto Carifi, Parlano ancora della periferia…

occidente

 

Parlano ancora della periferia
dell’abbandono e dei polacchi,
i miserabili polacchi che giocano da soli.
Sono dei fuoriusciti, profughi come le cose,
tutto il marciume che abbiamo intorno ai letti,
tutte le malattie. Di fuori ricchi e dentro il gelo,
un gelo da polacchi, da gente in fuga.
Le chiamano Case delle bambine Ebree
e noi cristiani creduti in patria,
noi destinati alla prova vera,
a un cenno disfatto sulla bocca.

 

da Occidentei, Crocetti, 1990

 

I poeti della domenica #266: Mario Baudino, Non guardare le carte

 

Non guardare le carte, il lampo degli specchi
pensa alla pioggia, a quelle lacrime inumane
che ti scivolano accanto nello splendore del tempo
l’ombra della tua fronte è ancora corta

Non guardare le nuvole, non importa
se si gonfiano di tenebra in questo scorcio d’autunni
se muovono in silenzio, se forse un poco sfrarinano nel sogno
il cielo è un sogno nel sogno
bagnato dal sonno del vento

Rivolgersi al proprio destino è essere eterni
ti sussurra una voce impronunciata, un suono d’acqua
come una fungaia d’anemoni nella sera
e galeoni mai visti solcano il velo
per non tornare, fradici, ubriachi
di lontani rintocchi: le campane
già nuotano in quest’ora fra le alghe

da Anatre, notte, in Anni ’80. Poesia italiana, Jaca Book, 1993

I poeti della domenica #265: Mario Baudino, Di tutte le partenze..

 

Di tutte le partenze, una resta impigliata nell’anima
e tu non sai se sia un volo dell’acqua
o un’alga che ti afferri
per stringerti la gola nella nebbia
con una grazia feroce e inevitabile, come
un gatto che giocando t’impedisca di scrivere
strappi via la penna
faccia a brandelli la carta
ne porti un pezzo lontano tra le labbra
per costruirne un topo simulato
una caccia sognata, un gioco preciso e ribelle
un giro più lungo fra la tua mente e le mani
profonde nelle tasche in questo mattino di treni
fischi, vapori, officine faustiane

Questa stazione non assomiglia più a nulla
forse è un dedalo di tracce cancellate
un terminale per gite oziose
a leggere un libro a dormire cullati dal treno
in viaggio turistico verso il passato prossimo
come un bistrot funereo, magari sepolcrale
un bar di cena, un museo… (altro…)

I poeti della domenica #264: Giovanni Giudici, Eutanasia

Eutanasia

Ma non sarà così.
Un conto è scriverlo, un conto che sia vero.
Il trabiccolo che sul breve e basso orizzonte
Guardano alcuni meravigliati che arranca
S’infosserà lui pure in un punto qualsiasi.
Morto in Libia – dicevano.

Poco probabile che ci sarà dolore.
Non hai idea di cosa vuol dire
E se l’avessi – non è
Roba che si racconta.
Loro faranno tutt’al più una smorfia
Come a un ciclone molto lontano da qui.

Sì, c’è un personaggio femminile nella storia
Che dovrà pronunciare battute
Press’a poco di questo tenore – quante
Lacrime inutili, quando spaccarsi i nervi
Per cose già successe, nulla
Di nuovo.

Il maschio è meno drammatico.
Finalmente padrone di sé
Scoprendosi pancia e pace comunica
All’amico che ha fatto lo stesso sentiero:
È proprio vero, avevi ragione tu,
Fanfaluche.

da Il male dei creditori (Mondadori, 1977)

 

I poeti della domenica #263: Giovanni Giudici, Corpo

Corpo

Corpo – io non ignoro
la tua pietà.
Io – che senza posa esploro
il tuo pensarti e pensare.
E al fondo dell’immenso mare
paragono il tuo fondo:

quel che in te e di te
viaggia oltre questo apparente
esser fermo in un luogo o su un letto
e si modifica – sostanza del tuo aspetto
oltre questa apparente
tua identità.

Corpo – di odore e calore,
di fuoco, di luce e di vapore.
Corpo – votato alla cenere
e all’inconscienza solitaria di sé.
Tu che per darti non puoi non bruciarti.
Tu che non puoi aggrapparti all’attimo che ti ama.

Corpo – curiosità
animalmente inerme che si fruga
in un gioco di bambini fra le siepi.
Corpo – che in altro corpo si verifica
e in esso è bramoso di specchiarsi,
di stamparsi con un’impronta di tremore.

Corpo – chiusa monade
se spranghi le porte e finestre dei tuoi sensi.
Corpo – spogliato e illuminato.
Corpo – di luna e di sole.
Corpo – silenzioso e paziente.
Corpo – che nessuno sguardo ha ricordato.

Corpo – quando deborda
oltre gli stretti confini della mente
e naviga verso la sua propria distruzione.
E per un’ombra, una ruga minima sul ventre
o un tratto sgraziato del piede dichiara
la sua melanconia irrimediabile.

Corpo – offeso e adorabile.
O puro spirito.

da O beatrice (Mondadori, 1972)

 

I poeti della domenica #262: Edoardo Sanguineti, #3 (da “Stracciafoglio”)

stracciafoglio-poesie-1977-1979

3.

vivo da topo: (vivo da vero topo): (che si mastica le
.                              croste): (con le sue dure
gengive): (che si smaltisce, di questi tempi, questo
.                              plateau Settecento, non so,
tra Restif e Rousseau):
.                              e in data 8 c.m., ci risalta lì fuori,
.                              un’altra volta, il problema
della felicità: ritorno a predicarti per il precetto è:
.                              nuotare naturalmente dentro
la storia: (ossimoricamente detto, dunque): (come quel
.                              giorno che ti ho perduto a Pisa,
alla stazione): (in quella prefigurazione patetica): (con
.                              te tra i giovinastri,
tra gli addii):
.                  (così, tra il principio del piacere e la
.                              razionalizzazione, tra
il desiderio e la falsa coscienza): ma ancora naturalmente
.                              (cioè secondo natura
umana): (cioè secondo il lavoro): (nel quotidiano):
.                                                                            ti ho
.                               sentito molto emozionato,
una domenica mattina, al telefono: (eccessivamente
                               emozionato): (eccessivamente, per me,
emozionante): (e: me ne posso andare, mi sono detto):
.                                (e a te ho detto, invece: ma su,
coraggio): (navigando nell’inconcevable labyrinthe):
.                                (e tutto questo da un Duomotel
di Milano): (du coeur humain):
                                            (e ho parlato con Maria,
.                                 poco fa): (al telefono): (evoco,
invoco): (durante una cena solitaria): (e: soffro di
.                                 solitudine, se vuoi saperlo, da
sempre): (e: per sempre): (e: mastico e sputo):
.                                                                     (mi aspetta,
                                 me lo sento, la mia trappola):
(di quella da cantina, con il chiodo, per il cranio):
.                                                                          (e lì,
.                                  così, poi, zàc, cràc):

da Stracciafoglio (Poesie 1977-1979), Milano, Feltrinelli, 1980

I poeti della domenica #261: Edoardo Sanguineti, “in te dormiva come un fibroma asciutto…”

opus metricum

in te dormiva come un fibroma asciutto…

in te dormiva come un fibroma asciutto, come una magra tenia, un sogno;
ora pesta la ghiaia, ora scuolte la propria ombra; ora stride,
deglutisce, orina, avendo atteso da sempre il gusto
della camomilla, la temperatura della lepre, il rumore della grandine,
la forma del tetto, il colore della paglia:
.                             senza rimedio il tempo
si è rivolto verso i suoi giorni; la terra offre immagini confuse,
saprà riconoscere la capra, il contadino, il cannone?
non queste forbici veramente sperava, non questa pera,
quando tremava in quel tuo sacco di membrane opache

da Erotopaegnia, in Opus metricum, Rusconi e Paolazzi, 1960

I poeti della domenica #251: Giancarlo Pontiggia, Celeste è la lince


Giancarlo Pontiggia, Celeste è la lince…

Celeste è la lince, e il dio
dei tonni e dei tuoni lascia la casa
inabitabile, parte, e il mare
amoroso diventa vuoto, nuota, perde pesci e
liquide flore, semina venti, finché ir-
rompono le ondine viaggiatrici, e tagliano
l’arco saldo, e i lunghi cervi che temi, e
le viole ai voli delle betulle leggere,
mentre frana la trama delle fate
e corrono le zattere ai desideri del molo.

Da La parola innamorata. I poeti nuovi 1976-1978, Feltrinelli, Milano, 1978, p. 120

I poeti della domenica #250: Eugenio Montale, Il sogno del prigioniero

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Il sogno del prigioniero

Alba e notti qui variano per pochi segni.

Il zigzag degli storni sui battifredi
nei giorni di battaglia, mie sole ali,
un filo d’aria polare,
l’occhio del capoguardia dallo spioncino,
crac di noci schiacciate, un oleoso
sfrigolìo dalle cave, girarrosti
veri o supposti – ma la paglia è oro,
la lanterna vinosa è focolare
se dormendo mi credo ai tuoi piedi.

La purga dura da sempre, senza un perché.
Dicono che chi abiura e sottoscrive
può salvarsi da questo sterminio d’oche;
che chi obiurga se stesso, ma tradisce
e vende carne d’altri, afferra il mestolo
anzi che terminare nel pâté
destinato agl’Iddii pestilenziali.

Tardo di mente, piagato
dal pungente giaciglio mi sono fuso
col volo della tarma che la mia suola
sfarina sull’impiantito,
coi kimoni cangianti delle luci
scironate all’aurora dai torrioni,
ho annusato nel vento il bruciaticcio
dei buccellati dai forni,
mi son guardato attorno, ho suscitato
iridi su orizzonti di ragnateli
e petali sui tralicci delle inferriate,
mi sono alzato, sono ricaduto
nel fondo dove il secolo è il minuto –

e i colpi si ripetono ed i passi,
e ancora ignoro se sarò al festino
farcitore o farcito. L’attesa è lunga,
il mio sogno di te non è finito.

 

da La bufera e altro, in L’opera in versi. Edizione critica a cura di Rosanna Bettarini e Gianfranco Contini, Torino, Giulio Einaudi editore, “I millenni”, 1980, pp. 268-69