poesia italiana del Novecento

I poeti della domenica #172: Neri Pozza, I cani

I CANI

Nella caverna della notte
il latrato fumante dei cani
e le catene che corrono sul ghiaccio,
il vento nero che scampana.

Tu chiami ancora vaneggiando
rosse, bianche bocche di cani,
denti come spettri di colonne,
fauci scarlatte dell’orco sulla neve.

Ninna nanna di cani per dormire
e le catene al vento che scampana.
In bocca ai cani taglienti colonne,
bave sul sangue come fiumi di melma;
il pianto tuo ululato,
il tuo fiato di morte.

.

© da Stagioni del carcere. Seconda (1944-1945), ora in Neri Pozza Opere complete, poesia a cura di Fernando Bandini, Vol. II, Vicenza, Neri Pozza, 2011.

La poesia di Gadda (di Daniel Raffini)


La poesia di Gadda
di © Daniel Raffini

Nel panorama della letteratura novecentesca esiste un particolare gruppo di scrittori che potremmo definire poeti insospettabili. Si tratta di autori conosciuti per la loro opera narrativa, ma che praticarono anche la poesia, in molti casi quasi di nascosto. In questa categoria rientrano, tra gli altri, Paolo Volponi, Italo Calvino, Luigi Pirandello, Lalla Romano e, per l’appunto, Carlo Emilio Gadda. Nel nostro immaginario Gadda e la prosa sono una cosa sola per via della rivoluzione nell’uso della lingua, delle strutture narrative e delle tematiche portata avanti dallo scrittore. Ci stupisce allora scoprire che l’autore del Pasticciaccio fu anche poeta, e anzi fu poeta ancora prima che narratore. Sfogliando il catalogo delle sue opere troviamo infatti un volumetto di Einaudi dal titolo Poesie pubblicato nel 1993 a cura di Maria Antonietta Terzoli, che riunisce 25 componimenti. La produzione in versi di Gadda va dal 1910 al 1963, ma la maggior parte delle poesie risalgono ai primi anni Venti e quelli più tardi sono spesso rifacimenti di quelli giovanili. L’autore non pubblicò mai le proprie poesie in volume, ma esse apparvero occasionalmente in rivista o rimasero allo stato di manoscritto. Alcune ci sono arrivate solo grazie alla dettatura fatta dallo stesso Gadda all’amico Roscioni. Per questo Terzoli nell’introduzione al volumetto parla di una forma di autocensura dell’autore nei confronti della propria produzione in versi.
L’esigua mole del corpus ci permette un percorso agevole in questa produzione. La poesia è veramente precoce in Gadda, tanto che il primo componimento risale del 1910, quando lo scrittore ha solamente diciassette anni. Egli stesso ammise nel 1954 al settimanale «Epoca» che l’iniziazione alla scrittura e alla poesia è ancora precedente: «Molti i conati, dai tredici anni in poi. Endecasillabi e prosa. Ottave infinite. Copiose terza rima. Ebbi rima facilissima, di tipo “estemporaneo”». Sembra dunque assodato che la prima ispirazione gaddiana fu sotto forma di versi; versi che si avvalgono di forme desuete, metri che già nel 1910 dovevano apparire come un rimasuglio, un avanzo della storia. Parlando del primo componimento Gadda scrive ancora: «Mi ero proposto di occupare il sonetto con un unico periodo sintattico, disdegnando l’enunciazione franta e per così dire disossata, non sorretta da un’impalcatura didattica di tipo conforme: (scheletri dei grandi vertebrati nei musei)». L’autore attribuisce a questa prima prova poetica una ricerca formale tesa a dimostrare – per usare un’espressione che gli sarà cara – la presenza di uno studio. La dichiarazione attesta la ricerca di una struttura che contenga la realtà, progetto tipico della scrittura gaddiana, pur nella consapevolezza che la realtà troverà sempre un modo per strabordare dall’esile struttura della scrittura. Non che Gadda fosse già consapevole di tutto ciò quando scriveva il suo primo sonetto a diciassette anni; tuttavia rimane il fatto che l’autore a distanza di anni, parlando dei propri esordi sul settimanale «Epoca», carichi questa prima prova di un’intenzionalità formale già così ben definita. Altro elemento importante del sonetto è l’ambientazione padana. La poesia si configura come visione dall’alto della pianura che si perde nella nebbia e appare un riferimento alle erme di quelle ville brianzole che tanto peso avranno nell’immaginario dell’autore. La poesia è in effetti composta – a dircelo è ancora Gadda – proprio nella villa della famiglia dell’autore a Longone. Per quanto riguarda le ascendenze letterarie di questo e degli altri componimenti di questi anni, lo scrittore ci informa della sua precoce frequentazione con Dante, Ariosto, Orazio e Virgilio e conclude che nella poesia «arieggia vagamente un ipotetico impasto Carducci-Petrarca» e contiene vari rimandi a Leopardi, Pascoli, d’Annunzio, Gozzano. Ci troviamo insomma di fronte a un componimento di ispirazione tardo ottocentesca per quanto riguarda tematica e lessico e ancora più tradizionale nella forma, un sonetto con il più classico degli schemi di rima. Sempre nell’articolo di «Epoca» Gadda afferma: «Ho lasciato il testo senza virgole, come usa Apollinaire», a dimostrazione della misurata tensione tra tradizione e sperimentazione che caratterizza l’esordio poetico dell’autore.
A questo primo componimento seguono altre poesie nello stesso tono. È proprio il tono l’elemento che cambia improvvisamente nel quarto componimento. Ci sembra di trovarci all’improvviso di fronte al Gadda giocoso e riflessivo della produzione successiva. La poesia è un’immaginaria invocazione al «buon genio, divino ed umano, aereo Ariel», a cui il poeta non chiede verità metafisiche o filosofiche assolute, ma «la nozione compiuta dei bisogno del mio spirito/ la nozione della necessità». Un incipit fortemente connotato, che rimanda formalmente e concettualmente a quella linea dell’abbassamento delle pretese della poesia e dell’impossibilità di dire le alte cose che sarà molto feconda nella poesia italiana della prima metà del Novecento. Quella di Gadda sembra una dichiarazione di intenti del giovane uomo e del giovane scrittore all’inizio della propria vita, che chiede al suo genio benigno di non essere sommerso dal fiume rabbioso, «che il mio cuore sia franco,/ che sia duro il polso e il bicipite, e guizzante la mano». Leggiamo in questa invocazione la volontà di dire le cose del mondo, quelle che nessuno direbbe, ciò che farà il Gadda scrittore: «Fa’ che mi piaccia il discutere a lungo, con animazione/ Su quello che ci vorrebbe e nessuno vuole,/ Su quello che bisognerebbe fare e che nessuno fa,/ Su quello che vorrebbero dare e nessuno dà./ Fa’ che mi piacciano le elucubrazioni e le investigazioni inutili». In questa poesia, che è un precoce manifesto di intenti, il poeta conosce già i soggetti del prosatore futuro: «Fa che io trovi in ogni imbecille il tipo perfetto dell’uomo,/ In ogni analfabeta un bieco aristòcrate,/ In ogni maestrina che à letto i Miserabili di Victor Hugo una apostolessa del Bene futuro,/ In ogni scettico una persona di spirito, in ogni canaglia una persona “navigata nella vita”». Si noti infine la forma della poesia, una sorta di poème en prose, e la grande libertà linguistica, anche rispetto ai componimenti precedenti. La vena, riflessiva e scherzosa allo stesso tempo, e il carattere programmatico rendono questa poesia una tappa importante nella formazione e nella produzione del giovane Gadda.
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Omaggio a Carlo Michelstaedter

Un autoritratto di Carlo Michelstaedter

Omaggio a Carlo Michelstaedter a 130 anni dalla nascita

Il 3 giugno 1887 nasceva a Gorizia Carlo Michelstaedter. Il nostro omaggio si manifesta oggi con un passaggio da un saggio di Rosita Tordi del 1981, nel quale la studiosa riflette su La Persuasione e la Rettorica di Michelstaedter, che pubblichiamo qui insieme a una scelta di poesie dello scrittore goriziano.

E tuttavia quando il fine perseguito è di decostruire l’insieme dei procedimenti regolamentati, non può essere più consentito il linguaggio piano della sicurezza, della ‘padronanza’: il Michelstaedter sceglie infatti la tessitura polimorfa della scrittura frammentaria, aforistica, moltiplica le metafore, a testimoniare la pluralità dei punti di vista, coi quali deve ‘giocare’ chi cerca la verità.
Si direbbe allora che se lo stile è un mezzo per tenere a distanza i lettori inadatti, l’abuso che il Michelstaedter si concede di citazioni dal greco, l’assiduità con cui ricorre a grafici, formule chimiche o espressioni algebriche, sono il segno inequivocabile della sua volontà di prendere le distanze dal lettore ‘comune’. I suoi interlocutori privilegiati sono quanti, sottrattisi all’ottica ‘borghese’, «(…) cercano angosciati una tavola di salvezza, un punto saldo (mentre) tutto si scompone, tutto cede, fugge, s’allontana e tutto domina il ghigno sarcastico: uùuùuùuùu… niente, niente, non sei niente, so che non sei niente». E all’uomo braccato dai ‘mostri’, il Michelstaedter suggerisce di ‘permanere’, stabilire un ‘punto fermo’ da cui affacciarsi sull’orlo dell’abisso ‘senza accusare vertigini: è allora che si misura la distanza tra l’uomo ‘rettorico’ e il ‘persuaso’, ché mentre il primo non riesce a sottrarsi alle lusinghe di falsa ‘sicurezza’ che continuano a pervenirgli da una società dove di fatto «(…) ognuno violenta l’altro (…) ognuno schiavo e padrone ad un tempo (…). Così gli uomini che hanno accettata la cambiale della società, vi si tengono colle dite rattrappite (…) è questa la loro gravità d’istrumenti d’orchestra che perché soffiano e vengono soffiati si sentono l’autorità del compositore»; il secondo al contrario, il ‘persuaso’ non si lascia distrarre, non si volta indietro.
Ancora una volta è l’immagine mitica di Orfeo che il Michelstaedter perché il suo linguaggio acquisti la sua massima persuasività: «Euridice che gli dei infernali concessero ad Orfeo, era il fiore del suo canto, del suo animo sicuro. Quando egli nell’aspra via e oscura verso la vita si volse, vinto dalla trepida cura, già Euridice non era più».
La tensione del Michelstaedter verso un linguaggio che recuperi la sua originaria forza figurativa mediante la ricostituzione di quella unità concreta e indivisa di parola-arte-mito, che è all’origine del linguaggio artistico, spiega la suggestione esercitata su di lui dai drammi di Sofocle, dai dialoghi socratici di Platone, dalle liriche di Simonide e ancora dall’opera di Lucrezio, Vico o Leopardi, da quelle opere cioè dove massima è l’attenzione verso il recupero della straordinaria forza suggestiva del mito e dove la componente del mistero, della complessità e indecifrabilità della natura umana e del mondo trova il massimo ascolto.
[…] Il senso di angoscia che deriva dalla perdita delle certezze, dalla constatazione della inservibilità degli abituali strumenti conoscitivi, in una realtà divenuta inaspettatamente priva di segnali comprensibili – «Per le vie della terra l’uomo va come in un cerchio che non ha fine e che non ha principio, come in un labirinto che non ha uscita» – raramente ha trovato nella letteratura italiana del primo ’900 una rappresentazione altrettanto lucida e intensa.
Lo stesso Debenedetti riconosce al Michelstaedter stati «(…) di una veggenza complessa e tentacolare del rapporto tra i fenomeni che salgono alla superficie e gli strati più profondi della coscienza (…). Egli osserva con un prisma che, nel deviare i raggi, affina e separa le qualità particolari, senza confonderle in nuove vibrazioni di luce e di colore». Tuttavia per il Debenedetti si tratterebbe soltanto di pause, impreviste e per il lettore e per l’autore, nelle quali fortuitamente sarebbe consentito al Michelstaedter di realizzarsi ‘poeta’, ché subito dopo l’arida nomenclatura dei guasti che derivano all’uomo dall’uniformarsi al ‘sistema’ riprenderebbe implacabile.
Ma in questo modo si rischia di concedere ancora credibilità ai bilanci crociani di poesia e non poesia, sempre inadeguati e mistificanti, ma tanto più inefficaci per La Persuasione e la Rettorica che è opera certamente insolita e non facilmente definibile secondo l’abituale sistema dei ‘generi’: in essa filologia, erudizione, filosofia e poesia concorrono in un equilibrato insieme di sostegni e di spinte al quale non è estranea la stessa esperienza di disegnatore e pittore che il Michelstaedter è andato intensamente svolgendo negli anni 1908-1910. E se gli esiti a cui la sua riflessione è pervenuta richiamano altre singolari esperienze che si sono venute svolgendo, particolarmente nell’ambito del pensiero negativo, tra ’800 e ’900 – Schopenhauer e Nietzsche – è vero che i punti di differenziazione sono molteplici: la vita ‘persuasa’ è condizione estremamente precaria, che, una volta acquisita, deve essere costantemente difesa dalle insidie della ‘rettorica’: «Chi vuole la vita veramente, rifiuta di vivere in rapporto a quelle cose che fanno la vana gioia e il vano dolore degli altri (…). La sua vita è il rifiuto e la lotta contro tutte le tentazioni degli illusori soddisfacimenti, e non disperdendosi nell’atto delle continue correlazioni (possessi illusori) si afferma e prende forma e si crea da sé stessa».
E proprio questa critica del ‘politico’ come sintesi dei bisogni irrazionali dell’individuo, l’abbandono di ogni prospettiva teleologica, il rifiuto di consolanti utopie e piuttosto l’accentuazione della componente di sofferenza e di lotta che inerisce alla condizione del ‘persuaso’, l’attento ascolto prestato a quanto di insondabile e misterioso è nella natura, determinano la specificità e singolarità dell’opera del Michelstaedter nella cultura italiana del primo Novecento.

Rosita Tordi, Tensioni tra ‘pubblico’ e ‘privato’ nell’opera di Carlo Michelstaedter, in: eadem, Il diadema di Thoth. Itinerari per una ‘diversa esplorazione’ del reale nella letteratura italiana del primo Novecento, Edizioni dell’Ateneo s.p.a., Roma 1981, pp. 75-78.

Che ti valse la forte speranza, che ti valse la fede che non crolla
che ti valse la dura disciplina, l’ansia che t’arse il core
o mortale che chiedi la tua sorte, se dopo il tormento diuturno
se dopo la rinuncia estrema – non muore la brama insaziata
la forza bruta e selvaggia, se ancora nel tedio muto
insiste e vivo ti tiene; – perché tu senta la morte
tua ogni istante nell’ora che lenta scorre e mai finita
perché tu speri disperando e attenda ciò che non può venire
perché il dolore cieco più forte sia del dolore che vide
la stessa vanità di sé stesso? – Tu sei come colui nella note
vide l’oscurità vana ed attese da dio chiedendo la divina luce
e d’ora in ora il fiero cuor nutrendo
di più forte volere e la speranza
esaltando più viva, quando il giorno
con la luce pietosa
alla vita mortale
ogni cosa mortale riadulava
non ei si scosse che con l’occhio fiso
vedeva pur la notta senza stelle. –
Come il tuo corpo che il sole accarezza
gode ed accoglie avido la luce
perché non anche l’animo rivolgi
ai lieti e cari giochi? Vedi intorno
fin dove giunge il guardo, la campagna
ride alla luce amica

.

Giugno

Tutta la forza dal tuo seno, o terra,
il sole ha tratto che salendo avvampa,
e l’estate trionfa.
Due volte l’erba ti recise avaro
il prudente bifolco, e già le fronde
onde tutta t’ammanti,
per il continuo ardor si fan perdute;
ed alla notte gli astri all’orizzonte
per i vapor rosseggiano più grandi,
quasi la vita per più forza gravi
come un’aura di morte.
Ma se i fiori onde prossima l’aurora
del giorno estremo
anelava l’adolescente Aprile,
vento estivo ha dispersi,
sotto le fronde si matura il frutto,
e il bifolco gioisce.
Ahi, la promessa della primavera in
questo picciol frutto si rinserra,
ed il tempo procede per il giro
d’altri inverni e di nuove primavere.

Ma alla notte sui vertici ricolmi
passa il nembo e pel cielo s’accavalla
la nera massa delle nubi, e lungi
livida luce rompe la tenebra
e pei piani rivela in nuovo aspetto
messi ondeggianti e alberi ricurvi,
e pei monti corruschi nuove forme
ed in cielo più mondi e nuova vita
ogni volta diversa, mentre lungi
nuova voce rimbomba e intorno e in alto
si spande e ancor dai monti riecheggia.
E a destra e a manca e presso e da lontano
riappar la nuova luce, e come il cielo
nel diverso bagliore si trasmuta,
così la terra la livida faccia
in nuova congiunzion sembra mutare,
mentre presso e lontano, oscuro o chiaro,
romba il nuovo fragore senza posa.

Qual nuova speme, anima solitaria,
qual si ridesta
al diffuso baglior speme sopita?
Dal diffuso baglior verra la Luce
mai veduta? e dal rombo vorticoso
la Voce squillerà che non udisti?
Ecco la terra ancora si congiunge
coi nuovi mondi in alto,
e la striscia di fuoco ecco dirompe
la tenebra, ed io stesso abbacinato
nel vortice di fuoco sono avvolto.
Sospesa a quella luce è la mia vita
un attimo o un tempo senza fine
– chè fra il lampo ed il tuono non si vive.
… Ora scoppia la vita, e s’apre il frutto
del mio tanto aspettar, ora la gioia
intera e il possesso dell’universo,
ora la libertà che non conosco,
ora il Dio si rivela, ora è la fine!
Ma scroscia il tuono che m’assorda… Io vivo
e famelico aspetto ancor la vita.
Altri lampi altri tuoni…. Ed il mistero
in benefica pioggia si dissolve.

.

Non è la patria
il comodo giaciglio
per la cura e la noia e la stanchezza;
ma nel suo petto, ma per suo periglio
chi ne voglia parlar
deve crearla. –

.

da Carlo Michelstadter, Poesie, a cura di Sergio Campailla, Adelphi, Milano, 1987

I poeti della domenica #156: Piera Badoni, È subito detto un anno

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È subito detto un anno
ma un anno è fatto di mesi
e i mesi son fatti di giorni
e i giorni son lunghi da vivere
son faticosi da vivere
uno per uno
senza nemmeno un tuo segno
felicità, che pure esisti.

.

da Felicità, che pure esisti [1948], ora in “Poesia”, n. 325, Aprile 2015

I poeti della domenica #155: Piera Badoni, Qui conosco le case…

Piera Badoni (Christa Moering, olio su tela, 1955; collezione privata)

Piera Badoni: particolare (Christa Moering, olio su tela, 1955; collezione privata)

Qui conosco le case ad una ad una,
ogni luce del giorno e della notte,
ogni curva dei monti ed ogni macchia,
i colori del cielo,
le nuvole di tutte le stagioni.
So dove sorge il sole e da che parte
solitamente si vede la luna.
Qui riconosco il vento che si leva
nelle notti d’inverno,
la pioggia nuova della primavera,
gli acquazzoni d’estate,
ogni rumore della mia città
e più noto di tutti, nella notte,
il martello che batte solitario
e mi rincuora più delle campane.

.

da Felicità, che pure esisti [1948], ora in “Poesia”, n. 325, Aprile 2015

I poeti della domenica #154: Alda Merini, Ogni mattina il mio stelo…

Ogni mattina il mio stelo vorrebbe levarsi nel vento
soffiato ebrietudine di vita,
ma qualcosa lo tiene a terra,
una lunga pesante catena d’angoscia
che non si dissolve.
Allora mi alzo dal letto
e cerco un riquadro di vento
e trovo uno scacco di sole
entro il quale poggio i piedi nudi.
Di questa grazia segreta
dopo non avvrò memoria
perché anche la malattia ha un senso
una dismisura, un passo,
anche la malattia è matrice di vita.
Ecco, sto qui in ginocchio
aspettando che un angelo mi sfiori
leggermente con grazia,
e intanto accarezzo i miei piedi pallidi
con le dita vogliose di amore.

.

© da La Terra Santa [1984], ora in Alda Merini, Il suono dell’ombra. Poesie e prose 1953-2009, Mondadori, 2010

I poeti della domenica #153: Daria Menicanti, Vento e vino

Vento e vino

Di nuovo il vento. In corsa via dal fondo
di via Tadino insaziabile snida
le foglie spente
e lettere e giornali
dando una vita di farfalla a cose
finite;
si insacca con un gemito
lungo le trasversali.
Rieccolo. Furtivo
come un amante rade alle pareti
di questa valle stretta
di pietre e vetrine
di lampade inquiete,
allarga fischiettando le persiane
che esclusero da poco
il buio vivo a manciata di stelle.

Poi quella forma tenera di vecchio
solo, ubriaco. Teso incontro al vento
con amicizia (ha trovato nei vini
l’esilio da se stesso)
cammina.
Ha un repertorio
di tre parole che ripete a breve
scadenza tra gli scoppi della voce.
Il giulivo paléo del suo discorso
gli rimbalza davanti di continuo
tra i muti applausi croscianti.
È un vecchio solo. Un felice.
.       Delle stanze
nel caldo buio dignitosi e tetri
noi, a gara coi respiri,
vigilando aspettiamo la luce.

novembre 1961

.

© da Città come [1964], ora in Daria Menicanti, Il concerto del grillo. L’opera poetica completa, Mimesis, 2013

I poeti della domenica #150: Angelo Maria Ripellino, Apologo

Apologo

Signori, odora di trucco la vita!
Quando, attraverso fragili orizzonti,
mi spruzza d’improvviso sulle guance
la risata omerica del mare,
quando una rana scoppia nel pantano,
quando dagli astri sgorga sangue d’oro,
nell’aria annuso il trucco, la nebbia
perlacea della scena, la colla e il cartone.
Dietro le quinte incrostate di muffa,
come nel guercio cavallo di Troia
si nascondono turbe di parole,
bambole e le larve vocali che un giorno,
rinchiuse in globi di fiamma,
volarono dal grido degli attori.
I suoni, cuciti con fili di paglia,
con rossi legacci, con strisce fangose,
privi di parte, spogli di conflitto,
gelidi stanno tra le umide quinte,
pronti al Giudizio Finale.
Nei tempi del pretempo, oltre il diluvio,
dormivano i suoni in un letto di crine,
ma con pennelli e scatole di trucco
venne una rosa a destarli, giuliva,
seguìta da perfide trombe. Una rosa.

ignori.

da Non un giorno ma adesso [1960], ora in Angelo Maria Ripellino, Poesie prime e ultime, Nino Aragno Editore, 2006

Ritratto inedito di de Libero, ‘la poesia si fa coi ritagli del macellaio’

Libero de Libero, questo “ciociaro dai baffi di ferro e dalla sensibilità di velluto”, nato a Fondi all’inizio del 1900, ha scritto molto e molto è stato scritto su di lui, sicuramente meglio di quanto saprò fare io, che proverò a tracciarne un ritratto da semplice lettrice dei suoi diari, dei suoi romanzi ma soprattutto delle sue poesie, che egli definisce “pulci che io cerco di togliermi dagli orecchi per aver requie”: quelle che parlano di fiumi, di aranci, di cicale, e quelle del dopoguerra, che narrano fatti di cronaca nera e avvenimenti storici. Era piccolo di statura e aveva occhi vivacissimi, con lampi di dolcezza infinita per gli amici e di durezza incredibile per chi non gli andava a genio. Aveva un “carattere fumantino”. Così si racconta: «Con me era facile arrivare al bisticcio, al litigio, alle recriminazioni: la mia vita risentiva gli affanni di lunga data, le offese e i patimenti subiti sin dalla infanzia, la sua incomunicabilità, il suo bisogno di sostituire continuamente una cosa all’altra».
Qualcuno lo ha paragonato a Giovanni Pascoli, per la serie di luttuosi eventi verificatisi nella sua famiglia, riassunti in queste parole tratte dal suo diario:

Nato e vissuto in una famiglia karamazofiana: sbattuto, sin dalla nascita, tra morti e miserie, in una famiglia incapace a difendersi e a lottare; con mia madre tutta la vita disperata nel suo inutile amore per mio padre; con mio padre tutta la vita dilaniato dalla sua onestà e dai politicanti; con mio fratello assassinato per trecento lire [«aveva un pugnale fra le spalle»]; e bisogna dire le angosce di me adulto a dieci anni, e la vita che s’affolla insospettata con tanti mali e tanti beni, con danni e doni; e lo sforzo di comprendere subito quanto è intorno universale e mediocre e la lotta e un eterno, disingannato amore; e la disperazione di non riuscire uguale alle mie ambizioni?

La sua numerosa famiglia (Libero era il quarto di otto fratelli) si trasferisce a Patrica, dove il padre ricopriva l’incarico di segretario comunale. Frequenterà le scuole a Velletri, poi a Ferentino e infine il liceo ad Alatri, finché nel 1927 arriva a Roma per gli studi di Giurisprudenza: è in ritardo di qualche anno, per motivi familiari. Ma gli studi di Giurisprudenza non li porterà a termine. La vita nella Capitale è difficile per un giovane privo di mezzi; comincia subito a pubblicare racconti sul «Popolo di Roma», e «L’Ambrosiano di Milano».¹
Incontra Luigi Diemoz e per merito suo conoscerà “gli autori che già ammira e gli artisti che gli piacevano”, frequentando assieme a lui la saletta riservata del caffè Aragno, famoso ritrovo di artisti oggi scomparso. «Diemoz, che voleva entrare nel giornalismo, ebbe in dono 20 marenghi dalla madre, e con me creò nell’ottobre 1928 un quindicinale di letteratura e arte, «L’Interplanetario» e noi direttori, lui scriveva articoli di fondo e corsivi polemici, e io cronache d’arte, le prime». Di questa rivista usciranno 8 numeri: esauriti i marenghi della signora Diemoz, le difficoltà ricominciano; de Libero continua le sue “cronache d’arte” su «L’Italia Letteraria» diretta da G. B. Angioletti e in altre riviste. «Quando arrivava qui a Fondi «L’Italia Letteraria» era per noi un grande avvenimento», racconta il pittore Domenico Purificato, «allora non vi erano i mass-media, le fonti di informazione che ci sono adesso; De Libero era il tramite attraverso il quale riuscivamo a conoscere quello che avveniva al di qua del confine provinciale e al di là del confine nazionale.»
A Roma c’è anche Anton Giulio Bragaglia, altro ciociaro, fondatore del Teatro degli Indipendenti dove si rappresentavano opere di autori italiani contemporanei. Qui, nel gennaio 1929 viene rappresentata una commedia di de Libero, Frangiallo, che suscita scandalo. Al caffè Aragno incontra Ungaretti, che nel 1934 gli fa pubblicare la prima raccolta di poesie, Solstizio. (altro…)

I poeti della domenica #141: Giorgio Caproni, Marzo

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Marzo

.  Dopo la pioggia la terra
è un frutto appena sbucciato.

.  Il fiato del fieno bagnato
è più acre – ma ride il sole
bianco sui prati di marzo
a una fanciulla che apre la finestra.

.

da Come un’allegoria (1932-1935), ora in Giorgio Caproni, L’opera in versi, Mondadori, “I Meridiani”, 1998

1 2 3 Penna! #3: Quarant’anni e non sentirli?

20170115_122755Quarant’anni fa, il 21 gennaio 1977, moriva a Roma, nell’appartamento di Via della Mole dei Fiorentini, ma sarebbe più corretto dire nella sua camera da letto, Sandro Penna. Da più parti, e a più riprese, si è cercato di definire l’eredità della sua poesia nelle generazioni successive, e in un paio di casi, Saba e Mon­tale, si è scandagliata la sua presenza nella poesia a lui contemporanea.
Ora, se guardo all’eredità penniana in senso materiale, riscontro soltanto l’assenza nelle librerie italiane di Poesie, ossia del volume garzantiano che a partire dalla prima edizione del 1989 per almeno tre lustri ha permesso ai lettori, come me nati agli inizi degli anni Settanta del Novecento, di avvicinare la sua opera per non abbandonarla più, o per rifiutarla in blocco. Sì!, Penna può essere rifiutato in blocco sia per questioni di gusto (e uso “gusto” come l’usava Giovanni Nencioni quando cercava di definire il suo approccio alla poesia di Albino Pierro), sia per questioni morali. Se invece penso all’eredità morale della sua poesia, qui si aprono infinite finestre.
Alcuni giorni fa un mio amico catalano mi chiedeva come fosse possibile guardare a Sandro Penna senza vedere in lui non solo l’innamorato eterno dell’amore, ma pure una sorta di strenuo difensore della pede­rastia, che vista con i nostri occhi sfiora o a volte coincide con la pedofilia? Non posso nascondere di essere sobbalzato sulla sedia nel sentirmi porre questa domanda, perché rite­nevo la questione chiusa e risolta da anni. In Penna non c’è traccia di peccato, non c’è morbosità e so­prattutto non esiste una ma­schera che nasconda agli occhi della gente la sua vera natura:[1] Penna e la sua poesia sono là dove sappiamo di poter trovare entrambe. Nella domanda dell’amico si ripete un cliché antico; un cliché che non consi­dera alcuni aspetti che stanno alla base e della poesia penniana e della poesia europea del primo Nove­cento: agisce in Penna il Rilke del “fanciullo divino” (nonché il Rilke dell’angelo tremendo e dell’angelo neces­sario) che è superamento di ogni stereotipo; è la proiezione del desiderio d’amore che supera la carnalità, pur presente nella poesia del perugino. E Penna era consapevole di ciò – junghianamente consapevole? forse –, dal momento che ha sempre cercato di tenere tra le carte nascoste quelle poesie che egli sentiva “oscene”, e che cominciò a pubblicare solo quando, sopraggiunta la maturità anagrafica, entrò nella sua poesia anche quel velo di malinconia che impone di guardare tutta la sua opera non più soltanto nell’ab­bagliante luce, bensì in controluce. (altro…)

Coriandoli a Natale #4: Mario Luzi, I pastori

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Ritratto di Mario Luzi, di Nino Lupica

I pastori

E ora dove avrebbero
                     brucato quelle abbacinate pecore?
dove le spingevano i montoni?
                                                       Non c’era
erba a quella altitudine.
                                            Ce n’era
assai più in basso
                                  ma lì non ne volevano, era pesta
                                   e attossicata
                                   erba quella,
                                                         ormai 
                                    desideravano altro.
E loro erano fatti tutti profeti e angeli,
di che? – non lo sapevano –
imminente?
                   accaduto già?
                                        Così
                                  li aveva fatti
ben dentro il plasma umano
flagrando
                quella profetizzata
                                     e temuta natività
che essi vedevano e adoravano
                                                perduti
nella raggiante oscurità.

 

© da Frasi e incisi di un canto salutare (1990)