poesia italiana del Novecento

I poeti della domenica #374: Vittorio Bodini, I pini della Salaria

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I pini della Salaria

Attento. Ogni poesia
potrebbe esser l’ultima.
Le parole s’ammùtinano.
Comincia un insolito modo
con le cose di guardarsi
d’intendersi
scavalcando le parole
in una vile dolcezza.
Ahi, e avevo un cuore
che voleva abbaiare
tutte le notti
alla luna e alle pietre.
Sì, i cappellini d’edera
dei lampioni notturni,
le coppie che s’abbracciano
nelle macchine ferme…
Che posto troverò per voi
nella memoria,
per voi e per le colme cupole
che ammaìna Roma nell’ombra?
I pini della Salaria
non hanno pigne
da far scoppiare al fuoco,
pigne calde da mettere
nel cavo petto dei morti.

 

da Tutte le poesie, Besa editrice

I poeti della domenica #373: Vittorio Bodini, Tutto ciò che ti dono

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Tutto ciò che ti dono

Tutto ciò che ti dono
non t’interessa.
Guardi le grandi siepi
gialle,
e il ponticello senz’acqua
o la grottesca ira del pungitopo,
e pensi a un cielo più alto,
non quello su cui corrono
pattinando i miei occhi,
o le gare fra case e erba, e i gialli
e rossi dei suoi fiori.
Un contadino catafratto spruzza
d’azzurro le sue viti:
se ne tinge il vento
capelli e dita per gioco.
E non è bello? E dunque? Non viviamo
assieme da tanti anni,
e non posso sapere
cos’è che ti rattrista,
che respingi ogni cosa:
se è l’orgoglio e i belletti del piacere
o se il dispetto di non essere eterno.

 

da La luna dei Borboni e altre poesie, ora in Tutte le poesie, Besa Editrice

Bustine di zucchero #3: Attilio Bertolucci

In una poesia – in ogni poesia – si scopre sempre un verso capace di imprimersi nella mente del lettore con particolare singolarità e immediatezza. Pur amando una poesia nella sua totalità, il lettore troverà un verso cui si legherà la sua coscienza e che lo accompagnerà nella memoria; il verso sarà soggettivato e anche quando la percezione della poesia cambierà nel tempo, la memoria del verso ne resterà quasi immutata (o almeno si spera). Pertanto nel nostro contenitore mentale conserviamo tanti versi, estrapolati da poesie lette in precedenza, riportati, con un meccanismo proustiano, alla superficie attraverso un gesto, un profumo, un sapore, contribuendo in tal senso a far emergere il momento epifanico per eccellenza.
Perché ispirarsi alle bustine di zucchero? Nei bar è ormai abitudine zuccherare un caffè con le bustine monodose che riportano spesso una citazione. Per un puro atto spontaneo, non si va a pescare la bustina con la citazione che faccia al proprio caso, è innaturale; si preferisce allora fare affidamento all’azzardo per scoprire la ‘frase del giorno’ a noi riservata. Alla stessa maniera, quando alcuni versi risalgono in un balenio alla nostra coscienza, non li prendiamo preventivamente dal cassettino della memoria. Sono loro a riaffiorare, da un punto remoto, nella loro imprevista e spontanea vividezza. (D.Z.)

Old Crumpled Paper

C’è una chiarezza pittorica nei versi di Attilio Bertolucci che sembrano ricordare Marzo, la poesia di Giorgio Caproni che apre la raccolta Come un’allegoria: «Dopo la pioggia la terra/ è un frutto appena sbucciato.// Il fiato del fieno bagnato/ è più acre – ma ride il sole/ bianco sui prati di marzo/ a una fanciulla che apre la finestra». Scopriamo una parola in comune nei versi dei due poeti, ed è ‘fiato’, con la differenza che per Bertolucci è il «fiato nebbioso dell’aria», per Caproni quello «del fieno bagnato», riconducibile alla terra, ma comunque un fiato diventato umido grazie alla pioggia, (notevole, nel caso di Caproni, l’allitterazione che fiato stabilisce con fieno e ‘bagnato’). Troviamo, inoltre, le figure della ragazza e della fanciulla, colte in due azioni diverse; nei versi di Bertolucci è la ragazza attardata, in corsa, in quelli di Caproni è una fanciulla nell’atto di aprire la finestra, quindi due attimi o movimenti, due differenti dinamicità capaci di conferire ancora più delicatezza al dipinto che intendono restituire. Certi poeti hanno il dono di scrivere versi ariosi, recitativi, lievi e profondi insieme, discreti e intimi, così com’è la loro vocazione a osservare la vita, lieve e profonda, discreta e intima. Quest’osservazione si traduce, in Bertolucci, in una spinta a narrare, rubando i fotogrammi di una giornata o di un luogo (la giornata, il luogo a volte inosservati, spogli di qualsiasi gesto significativo o tangibile). L’arte di vedere si sedimenta in uno stato meditativo e meravigliato e reca in sé un sentimento di amorevole corrispondenza verso la realtà cui il poeta stesso è legato (Parma nel nostro caso). Al poeta non sfuggono le caratteristiche delle persone e dei luoghi, diventano anzi terreno florido della sua riflessione. La poetica di Bertolucci, nel destare in poesia un presentimento di fatti e cose in procinto di accadere, partendo dalla realtà a lui più vicina, insegue, rincorre, afferra un guizzo, una rievocazione, un luogo remoto e tuttavia collettivo, un luogo serbato in ognuno di noi.

Bibliografia in bustina
A. Bertolucci, Lettera da casa, 1951; ora in A. Bertolucci, Le poesie, Milano, Garzanti, 1990 (2014), p.129.
G. Caproni, Come un’allegoria, Genova, Degli Orfini, 1936; ora in G. Caproni, Tutte le poesie, Milano, Garzanti, 1983, p.13.

I poeti della domenica #372: Luciana Frezza, Bisenso

Luciana Frezza by Dino Ignani

BISENSO

Il rogo ardente di Mosè era quasi
certamente un pozzo di petrolio
il petrolio è il prelievo
dai buchi dell’anima per farne poesia

il petrolio è pericolo
il petrolio è vicinissimo a Dio
da un capo della storia
ora dall’altro.

 

da Agenda [1994], ora in Comunione col fuoco. Opera poetica, EIR, 2013, p. 498

I poeti della domenica #371: Luciana Frezza, Una poesia

Una poesia

Una poesia
è un pensiero trovato
come un fungo mangereccio
sotto le foglie fradice;

è la notte che imbianca
il mandorlo difronte al davanzale
o affastella la neve
sui rami e le ringhiere,

è la passeggiata in cui fummo
più felici – nel gelo
o in riva al mare,
il ricordo
che meno si stanca.

 

da La farfalla e la rosa [1962], ora in Comunione col fuoco. Opera poetica, EIR, 2013, p. 113

I poeti della domenica #370: Rocco Scotellaro, Carità del mio paese?

Carlo Levi, Rocco Scotellaro

Carità del mio paese?

Da questo poggio, le viti ancora
ci soverchiano e grappoli e fronde,
risentiremo il subbuglio del paese
soffiare dalle trombe delle case.

Alle finestre illuminate corrono
le tristi campane delle chiese.

E d’alti uccelli neri gorgogliare.

Battono colpi nelle mascalcie.
L’allarme del primo gallo alla Badia.
Dalle fosse supini
con noi quanto nostri fratelli
li collocammo dirimpetto
per darci a vicenda conforto,
faranno di sentire le tue voci
nel vento dei pini!

Ma non ce ne importa più
a me e alla mia amica
se insistono le voci all’asta pubblica
e fosca a noi si sente
la tromba del fornaio nelle case.

Intricato è qui contare i caduti
che hanno perduto le poste.

Andiamo con la mia amica
mettendo i piedi sui viali
attono alla tua morte, paese,
attorno al tuo furore,
sapendo il fosso ove pestarti il cuore.

 

da È fatto giorno (1940-1953), Arnoldo Mondadori Editore, 1954

I poeti della domenica #369: Rocco Scotellaro, Suonano mattutino

Carlo Levi, Rocco Scotellaro

Suonano mattutino

La processione è cominciata
già nella notte.
Vedo la fila dei mietitori
toccano la stessa
l’unica rimasta
in cima alla strada tortuosa.
Nel mio viottolo lungo budello
i ferri dei muli sulle selci
suonano mattutino.

(1948)

 

da È fatto giorno (1940-1953), Arnoldo Mondadori Editore, 1954

I poeti della domenica #364: Maria Occhipinti, Ogni fiore quand’è il tempo

 

Ogni fiore quand’è il tempo
apre il suo boccio
e dà il suo profumo
a chi lo vuole.
Si aprì il mio cuore,
palpitò e tremò
nella sua purezza.
Ma tu volgesti
lo sguardo altrove.

 

All’interno dell’articolo di Giuseppe Marchiori, All’insegna del rettangolo d’oro, in «Terraferma. Lettere e arti», Anno II, n. 2, Venezia, marzo-agosto 1946

I poeti della domenica #363: Vincenzo Cardarelli, Non basta morire

 

Hanno i defunti un tempo
ulteriore nei cimiteri.
Vi compiono adorni
di fiori e d’illusioni,
per diventare presto
della città silente
comuni abitatori.
Ma una pietà indistinta li consola
anche allora che, privi d’ogni cura,
esposti ad ogni ingiuria,
trapassati da troppo lungo evo,
di lor neglette sepolture ornate
con gusto d’altri tempi,
s’avviano ad esulare
nella fossa comune.
«Qui giace», è scritto,
ma il lor giacere non dura.
Troppo han brillato e furono onorati
questi poveri morti
dimenticati,
che han da morire ancora,
che hanno ancor da soffrire
in questo fango che non ha mai fine.

 

In «Terraferma. Lettere e arti», Anno II, n. 2, Venezia, marzo-agosto 1946

I poeti della domenica #362: Bartolo Cattafi, Mare

Mare

Messo dentro tutto
in ordine piegato
la barca i remi il mare
liscio crespo turbato
tinte chiare e cupe
i venti leggeri dell’estate
quelli più pesanti per l’inverno
corri a prendere il treno
spacca in due la folla
arriva issati parti
perdilo
fa lo stesso
siediti a terra
e viaggi lo stesso
è tutto mare
altissimo mare,
te la sogni la terra.

 

da Bartolo Cattafi, Tutte le poesie. A cura di Diego Bertelli. Introduzione di Raoul Bruni, Le Lettere 2019

I poeti della domenica #361: Bartolo Cattafi, Forse i Greci avevano ragione

Forse i Greci avevano ragione

E che ne sai
se fai saltare le mattonelle azzurre
il disegno dei pesci e delle alghe
le pietruzze smaltate tipo parete di pescheria
che c’è sotto?
Chi ha il batiscafo
il vetro spesso il riflettore d’abisso
il dono di flottare
già nell’eternità?
Forse i Greci avevano ragione
forse Scilla e Cariddi sono spie
faville emerse a vincere
ad annerire il sole di mezzogiorno.

da Bartolo Cattafi, Tutte le poesie. A cura di Diego Bertelli. Introduzione di Raoul Bruni, Le Lettere 2019

I poeti della domenica #360: Nanni Balestrini, da “Blackout”

 

1
di fronte a un panorama di immensa bellezza
che si apre sui ghiacciai

la vista è incomparabile col bel tempo ma è
spesso offuscata dalla nebbia

panorama superbo sui seracchi e i crepacci del
ghiacciaio sulla vallata e le montagne circostan-
ti

panorama grandioso sull’immenso ghiacciaio e le
cime scintillanti che lo dominano

con una vista meravigliosa sull’Aiguille du Midi
che appare vicinissima e sulla vallata e le mon-
tagne a O. e a N.

fino alla pianura lombarda a Milano e agli Ap-
pennini e dal lato opposto fino a Lione e alle
Cevenne

avvolto dall’immenso silenzio e dall’abbagliante
splendore del ghiacciaio sotto l’azzurro nitido
del cielo

increspato da onde di ghiaccio e da seracchi co-
me un fiume che discende nella vallata

lo sguardo distingue le cime dell’Oberland da un
lato e le alpi marittime da quello opposto

lo sguardo sprofonda a picco da una parte e dall’
altra sui due versanti

colori nitidissimi sagome sfrangiate di nuvoloni
carichi di pioggia sprazzi di azzurro

un azzurro fiume di jeans

 

© Nanni Balestrini