poesia italiana del Novecento

I poeti della domenica #414: Mario Luzi, Diana, risveglio

 

DIANA, RISVEGLIO

Il vento sparso luccica tra i fumi
della pianura, il monte ride raro
illuminandosi, escono barlumi
dall’acqua, quale messaggio più caro?

È tempo di levarsi su, di vivere
puramente. Ecco vola negli specchi
un sorriso, sui vetri aperti un brivido,
torna un suono a confondere gli orecchi.

E tu ilare accorri a contraddirci
in un tratto la morte. Così quando
s’apre una porta irrompono felici
i colori, esce il buio di rimando

a dissolversi. Nascono liete immagini,
filtra nel sangue, cieco nel ritorno,
lo spirito del sole, aure ci traggono
con sé a esistere, a estinguerci in un giorno.

 

da Un brindisi (1946)

I poeti della domenica #413: Vittorio Sereni, Diana

 

DIANA

Torna il tuo cielo d’un tempo
sulle altane lombarde,
in nuvole d’afa s’addensa
e nei tuoi occhi esula ogni azzurro
si raccoglie e riposa.

Anche l’ora verrà della frescura
col vento che si leva sulle darsene
dei Navigli e il cielo
che per le rive s’allontana.

Torni anche tu, Diana
tra i tavoli schierati all’aperto
e la gente intenta alle bevande
sotto la luna distante?

Ronza un’orchestra in sordina;
all’aria che qui ne sobbalza
ravviso il tuo ondulato passare,
s’addolce nella sera il fiero nome
se qualcuno lo mormora
sulla tua traccia.

Presto vien giugno
e l’arido fiore del sonno
cresciuto ai più tristi sobborghi

e il canto che avevi, amica, sulla sera
torna a dolere qui dentro,
alita sulla memoria
a rimproverarti la morte.

 

da Frontiera (1941)

Bustine di zucchero #20: Primo Levi

In una poesia – in ogni poesia – si scopre sempre un verso capace di imprimersi nella mente del lettore con particolare singolarità e immediatezza. Pur amando una poesia nella sua totalità, il lettore troverà un verso cui si legherà la sua coscienza e che lo accompagnerà nella memoria; il verso sarà soggettivato e anche quando la percezione della poesia cambierà nel tempo, la memoria del verso ne resterà quasi immutata (o almeno si spera). Pertanto nel nostro contenitore mentale conserviamo tanti versi, estrapolati da poesie lette in precedenza, riportati, con un meccanismo proustiano, alla superficie attraverso un gesto, un profumo, un sapore, contribuendo in tal senso a far emergere il momento epifanico per eccellenza.
Perché ispirarsi alle bustine di zucchero? Nei bar è ormai abitudine zuccherare un caffè con le bustine monodose che riportano spesso una citazione. Per un puro atto spontaneo, non si va a pescare la bustina con la citazione che faccia al proprio caso, è innaturale; si preferisce allora fare affidamento all’azzardo per scoprire la ‘frase del giorno’ a noi riservata. Alla stessa maniera, quando alcuni versi risalgono in un balenio alla nostra coscienza, non li prendiamo preventivamente dal cassettino della memoria. Sono loro a riaffiorare, da un punto remoto, nella loro imprevista e spontanea vividezza. (D.Z.)

Primo Levi - Copia

In principio fu il poeta. La notorietà di Primo Levi è di certo legata a opere come Se questo è un uomo e La tregua. Tuttavia la dimensione poetica scaturisce, sebbene in misura minore in termini di quantità, con una tensione vertiginosa (ne Il sistema periodico narra che, dopo il suo ritorno dai campi di concentramento, scriveva «poesie concise e sanguinose») in anticipo sul narratore. Nonostante le due uniche pubblicazioni – L’osteria di Brema è del 1975, edito da Scheiwiller, e Ad ora incerta (che raccoglie le poesie della prima raccolta più quelle scritte fra il 1978 e il 1984) è del 1984, pubblicato da Garzanti – e qualche poesia degli anni 82-87 apparsa su La Stampa di Torino, Levi ha coltivato una lunga fedeltà alla scrittura in versi dal 1943 fino a pochi giorni prima della morte, una fedeltà vissuta nella discrezione e nell’understatement (G. Tesio). Una poesia “a margine”, intermittente, non ostentata, donata al lettore con diretta semplicità («conosco male le teoria della poetica»). Levi, dal profondo della sua esperienza, anche in veste lirica sceglie la chiarezza, confermando così la sua avversione «per gli angoli torbidi della coscienza» (C. Segre), preferendo l’ordine al caos, la ragione all’ambiguità. Come un marinaio coleridgiano, Levi racconta il dramma perché non se ne perda la memoria; un dramma che, prima, è Auschwitz, per poi dilatarsi fino a comprendere una dimensione persino cosmica. Nel principio – il titolo riprende le prime parole del libro della Genesi (Bereshit barà Elohim, “In principio Diò creò”) e quindi l’origine della creazione biblica –, definita un «piccolo capolavoro di cosmogonia materialista» (E. Zinato), denota un’aggiunta sul piano tematico, all’argomento concentrazionario di inflessione parenetica si affianca quello della materia generatrice, del Big Bang da cui tutto s’è irradiato, violenza generatrice e annientatrice insieme, da cui non è esclusa l’umanità, gli animali. Eppure il moto di distruzione dell’uomo ad opera dell’uomo non può non riportare ancora in filigrana l’esperienza, mai cancellata nel ricordo di Levi, della Shoah. Il poeta, con lucidità ma non senza sgomento, ha guardato nel gorgo del mondo, considerando inaccettabile quel limite oscuro, «il pozzo buio dell’animo umano». Riscopriamo, fra le finalità della poesia, quella di testimoniare, puntare il dito sui momenti tragici, sugli abissi terribili e ripugnanti della storia, diventando così un’antenna per cogliere i segni della degradazione umana.

Bibliografia in bustina
Primo Levi, L’osteria di Brema, All’insegna del pesce d’oro, 1975.
Primo Levi, Ad ora incerta, Garzanti, 1984, p. 37.
G. Tesio, Primo Levi tra ordine e caos, in Primo Levi: un’antologia della critica, a cura di E. Ferrero, Einaudi 1997, p. 49.
C. Segre, Introduzione a Primo Levi, Opere, II vol. Romanzi e poesie, a cura di C. Segre, Einaudi, 1988, p. VII.
E. Zinato, Primo Levi poeta-scienziato: figure dello straniamento e tentazioni del non-senso, contenuto in E. Zinato, Letteratura come storiografia? Mappe e figure della mutazione italiana, Quodlibet, 2015, p. 149-163.

I poeti della domenica #404: Andrea Zanzotto, Dove io vedo (II)

 

DOVE IO VEDO

II

Troppo scarsi occhi per tanta ricchezza,
o cuore troppo lento per tanto amore,
per tutto il sole, mia voce
soltanto umana

Infinito letargo e spasimo,
contestato dominio
– montes exsultastis –
e barbaglio di fiori
più che la mia mente
palpitanti, gemebondi
più che di vita,
fiori che mai l’inverno calmerà
che mai lacrime scioglieranno,
troppo tremore per il mio chiuso corpo

Messa a fuoco è l’ansia nell’augusta
profondità dell’ora nona,
e settembre per sempre
nell’azzurro fruttuosi cieli
apre al genio inquieto del sole.

 

da Vocativo, in © Andrea Zanzotto, Tutte le poesie, Mondadori, 2011

[qui la prima parte]

I poeti della domenica #403: Andrea Zanzotto, Dove io vedo (I)

 

DOVE IO VEDO

I

Favore, aroma appena
fiatato, estate che scuotesti
dal seno aperto di settembre
spighe ed erbe su tutta la terra
ed eccitasti l’immaturo sole
e il sudore benigno
e il pigro verdeggiare
d’uve tra argille e nubi,
breve fervore in cui mi riconosco
sopravvissuto, ovunque, ovunque l’occhio
mio già lebbroso accendi?
Non su tutta la terra,
non dovunque ma solo
dove oggi mi rinvenni,
dove scelse il mio cuore.
Tenerissima valle
che un filo di frescura apre a ricetto
di fragole e di gocciole,
alluso lume di mattina,
tu animato Soligo
poveri specchi e povere penombre:
dove sei che davanti a te e nel tuo
sottile definirti io sto per sempre e invano
ed invano ti parlo mio solo nutrimento?
Ma oggi qui accadesti, oggi dalie e campanule
e pioppi e astri sfarfallano
sui mellificanti paesaggi,
oggi trepidamente
guardo la valle
che per sempre amerò. Torrido e debole
settembre s’allunga dentro il nord
tra pomi azzurri, fino ai pomi azzurri.
Sovrabbondano i colli.

 

da Vocativo, in @ Andrea Zanzotto, Tutte le poesie, Mondadori, 2011

[qui la seconda parte]

I poeti della domenica #402: Mario Luzi, Come deve

 

Che vuoi che vieni da così lontano
ed entri a volo cieco nella nebbia
fin qua dove gli uccelli anche di nido
da ramo a ramo perdono la traccia?

La vita come deve si perpetua,
dirama in mille rivoli. La madre
spezza il pane tra i piccoli, alimenta
il fuoco; la giornata scorre piena
o uggiosa, arriva un forestiero, parte,
cade neve, rischiara o un’acquerugiola
di fine inverno soffoca le tinte,
impregna scarpe ed abiti, fa notte.

È poco, d’altro non vi sono segni.

 

da Onore del vero (1957)

I poeti della domenica #401: Mario Luzi, “Al giogo della metafora…”

 

Al giogo della metafora –
così ci sovvengono
esse. Scioglile dal quel giogo,
lasciale al loro nome
le cose che nomini,
.                              è sciocco
confermarle
in quella servitù.
.                          Superflua
è quella grammatica.
La metafora è già.
Sei tu la metafora.
.                             Lo è l’uomo
e la sua maschera.
.                             Lo è
il mondo
.              tutto
.                       da quando è.
Coagula e disperde
l’alba questi pensieri –
e la vita si cerca dentro di sé…

 

da Per il battesimo dei nostri frammenti

I poeti della domenica #400: Eugenio Montale, Siria

Siria

Dicevano gli antichi che la poesia
è scala a Dio. Forse non è così
se mi leggi. Ma il giorno io lo seppi
che ritrovai per te la voce, sciolto
in un gregge di nuvoli e di capre
dirompenti da un greppo a brucar bave
di pruno e di falasco, e i volti scarni
della luna e del sole si fondevano,
il motore era guasto ed una freccia
di sangue su un macigno segnalava
la via di Aleppo.

 

 

da La bufera e altro
Edizione commentata da Ida Campeggiani e Niccolò Scaffai
Con scritti di Guido Mazzoni, Gianfranco Contini e Franco Fortini
Mondadori, “Lo Specchio”, 2019

I poeti della domenica #399: Eugenio Montale, Gli orecchini

 

Gli orecchini

Non serba ombra di voli il nerofumo
della spera. (E del tuo non è più traccia).
È passata la spugna che i barlumi
indifesi dal cerchio d’oro scaccia.
Le tue pietre, i coralli, il forte imperio
che ti rapisce vi cercavo; fuggo
l’iddia che non s’incarna, i desiderî
porto fin che al tuo lampo non si struggono.
Ronzano èlite fuori, ronza il folle
mortorio e sa che due vite non contano.
Nella cornice tornano le molli
meduse della sera. La tua impronta
verrà di giù: dove ai tuoi lobi squallide
mani, travolte, fermano i coralli.

 

da La bufera e altro
Edizione commentata da Ida Campeggiani e Niccolò Scaffai
Con scritti di Guido Mazzoni, Gianfranco Contini e Franco Fortini
Mondadori, “Lo Specchio”, 2019

I poeti della domenica #390: David Maria Turoldo, Vedrai

 

Vedrai

Anima mia, non pensare
male di Lui: gli è impossibile
fare altro.

.               E – vedrai! –
il Male non vincerà.

 

da © David Maria Turoldo, Canti ultimi, Garzanti 1991

I poeti della domenica #389: David Maria Turoldo, Epilogo provvisorio

 

Epilogo provvisorio

Gloria alla tua fatica di essere,
di essere sempre, di continuare ad essere!

Ma è per il Nulla che sei te stesso,
senza il Nulla Tu saresti ogni cosa
e tutto sarebbe indistinto e immobile.

.                    * * *

Vera tua onnipotenza
è che il Nulla non vinca
e l’universo non abbia mai fine.

 

da © David Maria Turoldo, Canti ultimi, Garzanti 1991

Bustine di zucchero #9: Attilio Zanichelli

In una poesia – in ogni poesia – si scopre sempre un verso capace di imprimersi nella mente del lettore con particolare singolarità e immediatezza. Pur amando una poesia nella sua totalità, il lettore troverà un verso cui si legherà la sua coscienza e che lo accompagnerà nella memoria; il verso sarà soggettivato e anche quando la percezione della poesia cambierà nel tempo, la memoria del verso ne resterà quasi immutata (o almeno si spera). Pertanto nel nostro contenitore mentale conserviamo tanti versi, estrapolati da poesie lette in precedenza, riportati, con un meccanismo proustiano, alla superficie attraverso un gesto, un profumo, un sapore, contribuendo in tal senso a far emergere il momento epifanico per eccellenza.
Perché ispirarsi alle bustine di zucchero? Nei bar è ormai abitudine zuccherare un caffè con le bustine monodose che riportano spesso una citazione. Per un puro atto spontaneo, non si va a pescare la bustina con la citazione che faccia al proprio caso, è innaturale; si preferisce allora fare affidamento all’azzardo per scoprire la ‘frase del giorno’ a noi riservata. Alla stessa maniera, quando alcuni versi risalgono in un balenio alla nostra coscienza, non li prendiamo preventivamente dal cassettino della memoria. Sono loro a riaffiorare, da un punto remoto, nella loro imprevista e spontanea vividezza. (D.Z.)

bustina chiara - Zanichelli

«Attilio Zanichelli è nato a Parma nel 1931 dove vive tuttora. Da Guanda ha pubblicato una raccolta di poesie Giù fino al cielo (1973).» – così recita la quarta di copertina della bianca Einaudi di Una cosa sublime (1982). Nel 1980 uscirono i testi di Orsa minore, sempre per Einaudi, in Nuovi poeti italiani 1. La raccolta Una cosa sublime riporta alcuni testi di Orsa minore, fa notare Danilo Mandolini, leggermente modificati rispetto alla precedente silloge. Il poeta venne a mancare prematuramente nel 1994. Zanichelli fu amico di Fortini, cui è dedicata una poesia («Brulle ossa senza nome/ calati nella festa siamo noi/ a sparire nel buco della storia» A Franco Fortini, p. 28). Fra l’autore del Foglio di via e Zanichelli è possibile riscontrare delle affinità, fra cui un’idea di poesia vicina alla vita quotidiana («[…] ma non è fuga/ dalla vita la poesia che arde nella tua anima!», Poesia, p. 11) e una riflessione sulla condizione umana, rappresentata dalla figura dell’operaio (il poeta parmigiano lavorò per anni come meccanico alla Bormioli: «Chi ha paura di essere chiamato al destino/ di ogni giorno come io operaio alla Bormioli/ Rocco e figli che vanta al capitalismo un secolo/ di lacrime?», Fabbrica, p. 32). Zanichelli provò a rispondere all’umana disperazione con la poesia, chiamata da lui cosa, e lo fa tessendo una riflessione metapoetica perché è la «cosa più temibile perché non si vede/ non è più che un segno sulla carta, l’ombra/ della vita». I versi come ombra della vita e che quindi la seguono da dietro le spalle. L’amore per la poesia è spesso richiamato nella raccolta (Poesia, Una cosa chiamata poesia, Una cosa sublime), scende in profondità reiterandone l’alto grado di bellezza. Non è un caso che il titolo della raccolta riprenda il titolo della sezione finale del libro ripreso, a sua volta, dal titolo della poesia all’interno dell’omonima sezione. Come scatole cinesi, quest’adorazione per la “cosa sublime” si moltiplica nell’intento di rimarcare un messaggio, per cui scrivere poesia è la soglia, l’ingresso da cui iniziare per comprendere, nonostante la sua inafferrabilità e il suo dolore, la vita.

Bibliografia in bustina
A. Zanichelli, Una cosa sublime, Torino, Einaudi, 1982, p. 11.
D. Mandolini, Del vivere come in fuga dalla vita. Sulla poesia di Attilio Zanichelli. Il breve saggio è consultabile a questo link.
L. Ariano, Attilio Zanichelli. La nota critica è consultabile a questo link.