paolo triulzi

Paolo Triulzi, Filosofia barbara #3

*

Seconda parte

Appena la vedemmo ci fu chiaro cosa era successo. Cioè come aveva fatto. Non c’era ancora nessuno così potemmo consentire alle ginocchia di cedere. Trovammo due seggioline pieghevoli per sederci e restammo lì. Non so quanto tempo passò, tutto era silenzio. Noi non ci guardammo mai e non scambiammo una parola. Guardavamo lei, o guardavamo per terra. Tutto era già troppo evidente di per sé e non lasciava niente da aggiungere. Poi arrivarono le persone di famiglia e noi, sempre senza dire una parola, ci alzammo e andammo fuori.

Fuori era una bella giornata. Il cielo azzurro, la campagna intorno, il sole tiepido. Il cortile dell’ospedale iniziò a riempirsi di altra gente. Molti li conoscevamo. Ogni tanto qualcuno entrava e dopo un po’ usciva con la faccia stravolta. La famiglia era rimasta dentro per tutto il tempo. La mattinata passava, la gente era tutta in piedi nel cortile. Inevitabilmente si chiacchierava. Poi uno mi venne davanti e disse: io non ce la faccio a entrare, vai tu per me. Andiamo insieme, gli dissi.

Ci abbracciammo e andammo davanti alla porta. All’ultimo momento il tizio mi molla, si sfila dall’abbraccio, e mi butta dentro. La famiglia era ancora lì. Tutti nella stessa posizione in cui li avevamo visti tre ore prima. Zitti e fermi, in piedi. Solo la madre aveva trovato una delle seggioline e si era seduta proprio di fianco a lei. Quando entrai io le stava pettinando i capelli, facendo intanto un lamento basso e continuo. Le ginocchia stavano per cedermi di nuovo quando mi arrivò addosso un altro tizio che conoscevo.

Mi abbraccia e appoggia la faccia sulla mia spalla. Andiamo via, portami via, dice e mi trascina fuori. Poco dopo anche la famiglia uscì e ce ne andammo via tutti. Una ragazza ci disse che non se la sentiva di guidare e se poteva venire con noi. In auto volle ascoltare della musica perché diceva di essere troppo triste per sopportare il silenzio. Accesi la radio, ma la tizia voleva anche scegliere cosa ascoltare. Rino Gaetano sarebbe l’ideale, disse. A quel punto iniziai a odiarli tutti, indiscriminatamente. Tutti.

(altro…)

Paolo Triulzi, Filosofia barbara #2

Paolo Triulzi

*

INFERNO GIALLO

 

Aprii gli occhi con la radio sveglia. Davano Condemnation dei Depeche Mode. Avevo dimenticato di abbassare le tapparelle e la stanza era piena di una luce gialla. La musica mi prese allo stomaco, non riuscivo a ricordarmi che giorno fosse. Avrei detto domenica, anche per via della nausea. Se la sveglia suonava però non poteva essere, era programmata per non accendersi la domenica.

Mentre familiarizzavo con l’idea che probabilmente non era domenica, quella luce gialla mi confondeva e faceva paura. Poi, dato che la radio continuava a suonare, mi girai a guardarla. Erano le sette, del mattino. Ricordai che non lontano da casa uno stabilimento aveva preso fuoco di recente. Il giorno prima forse, non avrei saputo dire.

C’era una luce da incendio, infatti, come quando le colonne di fumo coprono il sole. Aprii la finestra. Non si sentiva niente. Il silenzio più assoluto. Un odore di detriti nell’aria, quello però capita spesso d’estate nelle zone limitrofe di Milano. Pensai che forse, mentre dormivo, il mondo era finito, che forse erano tutti morti. Feci una doccia, mi vestii con giacca e cravatta e uscii per andare in ufficio. Da casa alla stazione del treno non incontrai nessuno.

Sceso a Cadorna il sole, grosso e potente, mi colpì in faccia. Misi i miei Persol nuovi e abbassai la testa. Avviandomi verso l’altro lato della piazza notai che la mia ombra era stesa per terra davanti a me. Controllai di nuovo che il sole fosse di fronte e infatti c’era. Camminando piano in mezzo alle corsie che tagliano la piazza mi guardai intorno. Le cose buttavano ombre in ogni direzione. I lampioni tutti a destra, le persone un po’ a caso.

La luce non era più gialla ma bianca, bianchissima. Qualche giorno prima ero a pranzo con Davide. Gli avevo chiesto se non gli sembrava che ci fosse sempre meno gente in giro. Ne parlammo, lui non era d’accordo. Dove avrebbe dovuto essersene andata la gente? Anche quella mattina non c’era in giro nessuno. Poche auto, poche persone. Mi sembrava Gorizia una notte che c’ero stato nei primi anni duemila: una città fantasma. Lì però si sapeva la gente dove se n’era andata.

Su Facebook i miei post avevano sempre meno like. Anche i miei contatti che di solito avevano un sacco di like ne avevano sensibilmente meno. Altri poi non pubblicavano neanche più da non avrei saputo dire quando. Spariti. Camminando per una via che portava fuori dalla piazza mi guardai nei vetri di un’auto parcheggiata per accertarmi di avere i capelli in ordine. Non vidi niente. Né la mia faccia, né altri riflessi. Solo una specie di arcobaleno da benzina.

Erano le lenti dei miei nuovi Persol, secondo me. Quando li indossavo non vedevo un sacco di cose. Neanche dentro gli schermi dei telefoni o delle pubblicità vedevo. Solo arcobaleni della benzina. Ne avevo parlato con Fabrizio una notte, qualche settimana prima. Hanno le lenti di vetro, gli spiegai. Non plastica, vetro. Cazzo me ne frega se hanno le lenti di vetro, disse. Neanche lui era d’accordo con me. Sono pericolosi, disse. Non avevo capito in che senso.

Fino al lavoro non incontrai più nessuno. Mi tolsi i Persol prima di entrare e mi specchiai nella porta a vetri dell’ingresso. Timbrai il cartellino e salii le scale. Tutti erano già ai loro posti, piegati sulle scrivanie o catatonici dentro al monitor del pc. Di quelli, a differenza di tanti altri, non ne scompariva mai neanche uno. Arrivai nel mio ufficio e la luce era di nuovo gialla. Rimisi i Persol, controllai in giro, li tolsi di nuovo.

Subito dopo di me entrò nella stanza il capo. Si mise a parlarmi, a parlarmi molto. Misi a posto la borsa e appesi la giacca alla gruccia e lo guardai. Non avrei saputo dire di cosa stesse parlando, forse mi aveva fatto una domanda. Non risposi niente. Considerai se rimettermi i Persol e cercare di far scomparire anche lui. Non lo feci. Accesi il computer, la stampante e la fotocopiatrice. Quando finalmente alzai gli occhi e lo guardai si interruppe e mi osservò strizzando gli occhi. Che faccia da cazzo hai? Mi chiese.

(altro…)

Paolo Triulzi, Filosofia Barbara #1

foto di Paolo Triulzi

PANTALONI CHIARI

Indossavo dei pantaloni chiari comprati un paio di anni prima e già andati fuori moda. La cosa mi metteva a disagio. Passavo il tempo a guardare compulsivamente i pantaloni chiari degli altri. Consideravo di non essere mai riuscito a somigliare a niente. Quando compro le cose che vedo in giro, poi su di me fanno sempre un’altra figura. Il risultato non raggiunge mai l’effetto desiderato.

È il punto di vista soggettivo che cambia la prospettiva. Mi ostinavo a cantilenarmi in testa questo. La settimana precedente l’avevo trascorsa considerando se suicidarmi, il problema di questa erano i pantaloni.

Mi misi in coda a uno dei bancomat presenti in stazione per prelevare cinquanta euro. Mentre ero in coda venivo pian piano avvolto dall’odore di alcol economico e fumo rancido dei barboni che campeggiavano sotto le tettoie della stazione. La mattina si mettevano a far colazione con birra e sigarette seduti sulle sedie smaltate di verde all’interno. Investivano con le loro folate quelli che arrivavano dai tornelli dei binari.

Presi i soldi dalla fessura di metallo e me li infilai in tasca. Me ne andai reprimendo un conato di vomito. Un barbone grasso con una gran barba nera, dopo essersi seduto a due metri da me, si era tolto le scarpe.

Uscito sul piazzale della stazione considerai se bere un caffè, ma avevo la gola sigillata dalla nausea. Soffiava finalmente un venticello fresco. Mentre attraversavo la piazza mi aspettavo che qualcuno mi fermasse per parlarne. Erano tre settimane che faceva costantemente un caldo afoso e impossibile e la gente non parlava d’altro. Ora che stava smettendo non fregava più a nessuno.

Attraversai la strada cercando il mio riflesso nelle vetrine circostanti. Volevo controllare ancora come mi stavano i pantaloni. Di merda, mi sembrava. Considerai se comprare un pacchetto di sigarette.

Arrivai in ufficio con dieci minuti in anticipo, la palazzina era vuota. Subito arrivò anche il mio collega. Non hai la cravatta, mi disse per prima cosa. L’ho dimenticata. Andiamo a bere un caffè, mi disse per seconda cosa. Al bar mi informò che il capo non ci sarebbe stato. Manco a farlo apposta, risposi. Programmi? Ho un paio di cose da sbrigare, per il resto pensavo di farmi i cazzi miei. Benissimo, risposi.

Dopo quattro ore ero di nuovo nella piazza della stazione. Volevo mangiare un panino. Forse un gelato. Camminai piano fino al centro della piazza, dove c’erano degli alberi e dei tavolini pubblici con le sedie.

A uno dei tavolini stava seduto un barbone piegato in due. Lui era seduto sul sedile mentre la sua faccia stava appoggiata al tavolo. Non si capiva se era vivo o morto. Inoltre fra la sua faccia e il tavolo c’era una pizza. Una pizza da asporto dentro un cartone aperto. Evidentemente la stava mangiando quando qualcosa era successo e lui ci era finito dentro con la faccia. In testa aveva ancora un cappello con la visiera.

Mi fermai a guardare la scena, domandandomi se l’uomo fosse vivo o morto. Considerai se non fosse il caso di chiamare il 118. Poi vidi che come me c’erano diverse persone in piedi intorno ai giardinetti a guardare.

Pensai, come probabilmente chiunque in quel parchetto, che l’ambulanza l’avrebbe potuta chiamare qualcun altro. Mi misi a studiare i dettagli della scena. Tipo quanti morsi mancassero dalla pizza. Oppure il grado di penetrazione della visiera nello strato di formaggio. Incredibile come il cappello fosse rimasto perfettamente calzato sulla testa. Mi distrassi un paio di volte sui pantaloni chiari di un tizio lì a fianco.

Poi il barbone tirò su la testa di scatto. Dei filamenti di formaggio gli pendevano dalla faccia rossa. Prese una gran boccata d’aria e starnutì. Le palpebre gli rimasero a mezz’asta. Tutti se ne andarono via.

Mi avviai verso la vetrina in cui mi ero specchiato la mattina. I pantaloni mi stavano ancora una merda. Forse  la settimana successiva forse avrei ricominciato a pensare al suicidio.

(altro…)

I me medesimi n. 25: Antonio Cerantola

parigi foto gm

parigi foto gm

 

Si presenta elegante, per uno che dorme al parco Sempione. Con quel maglioncino da donna nero indossato al rovescio sul petto nudo. Oggi dev’essere passato da qualche bagno perché è tutto bello pettinato e sbarbato. Non lo vedi arrivare perché non è uno di quelli che si trascinano da un cestino a un altro. No, lui va in giro senza borse, con il suo maglioncino da donna al contrario. Una camminata piratesca, da vascello.

Ti arriva davanti e ti dice: guardi che io non ho mica fame sa? Cosa gli vuoi rispondere a uno così? Ha forse sete? gli chiedi. Ti sorride come uno che ha trovato finalmente qualcuno con cui intendersi. Se ha gentilmente un euro mi prendo un bicchiere di vino, e indica il baracchino lì a tre metri. Tu sei seduto ad aspettare che ti facciano il panino, lo guardi e non ti passa neanche per l’anticamera di fare la solita sceneggiata del no no no.

Non ti vuol vendere niente, non ti chiede neanche l’elemosina. A lui, che ti arriva lì davanti, con la sete dei santi bevitori, e te lo dice pure, voglio dire: un bicchiere di vino glielo offri senza fiatare. Sull’unghia. L’euro scivola, animato di vita propria, dalla tua tasca alla sua mano. È un compare che cerca compari. Non gli vuoi essere compare? La stagione è bella e lui s’è fatto il bagno. Stare all’aperto a bersi un bicchiere. C’è di meglio?

Grazie, dice lui. Poi si fanno due parole di cortesia e lui si scusa ma adesso andrebbe a prendersi il suo bicchiere. Va verso il baracchino. Ma torno, assicura. Poi aggiunge: se posso. Ma certo, gli dici, la aspetto. Hai visto che era un compare? Solo i pirati camminano così. Ci si dà del lei certo: siamo gentiluomini, anche se di fortuna. Lei aspetta il panino? Ti grida. Gli fai sì con la testa. Aspetti che vedo a che punto siamo.

Poi torna con il bicchiere. Mi scusi, continua a dire. Prego, gli rispondi sempre. Tutti e due tic. Oggi sembra in forma. Bella giornata, continua a dire e si scusa se si ripete. Ha un accento milanese forte radicato nel naso, con le parole che sgocciolano agli angoli della bocca, in fondo alle mandibole. Ha sessantatre anni e da dieci dorme al parco Sempione, se piove: al Teatro Strehler. Conosco tutti gli attori e i registi, quando escono all’una alle due, io sono lì.

(altro…)

I me medesimi n. 24: Serpenta

Parigi, foto gm

Parigi, foto gm

Poverina, dice il collega, quello intelligente: è prigioniera. Di chi? Chiedono le altre, quelle che la chiamano bradipa o sfinge: quelle stronze. Di se stessa, risponde l’intelligente, guardatela: sembra il dipinto sul proprio sarcofago, avete presente?

Certo che anche lui, deve sempre fare l’intelligentone per ‘sti due libri che ha letto. L’ha detta giusta la collega anziana, la vecchia segretaria, quando l’ha chiamata: la serpenta. Oltre al fatto che è lunga e dritta, mica magra: solo senza forma, e bianchiccia, con una pelle che non sai che età darle, ha la faccia come se trattenesse in bocca un uovo. Così dice la vecchia, di quella generazione che ancora un po’ di campagna se la ricorda.

La serpenta le è rimasto. Non è mica schiva lei, anzi te la trovi sempre tra i piedi. Arrivi in mensa ed è lì seduta con gli altri. Inviti tre colleghe a bere il caffè e quando sei al bancone che ordini ti accorgi che c’è anche lei. Non è neanche vero che non parla, perché se le parli risponde e poi a volte ti punta quegli occhietti da serpente addosso e ti fa le domande. Quando le rispondi ti sorride, ma sembra sempre una cosa dipinta. La faccia non si muove.

Ogni giorno va tre volte in bagno e ci resta un quarto d’ora. Quindici minuti precisi ogni volta, qualcuno li ha misurati. Cosa ci fa in quei tre quarti d’ora? Le teorie si sprecano, figurarsi. Qualcuno ha provato a fare delle insinuazioni zozze, ma la serpenta che fa cose zozze non se la immagina nessuno. Allora prende psicofarmaci, forse è stitica, forse piange. Poi una delle colleghe stronze l’ha seguita, è rimasta fuori dalla porta e ha origliato. La serpenta si chiude in bagno a telefonare.

Altro giro di teorie allora. Non è che si sappia bene con chi viva la serpenta, per esempio. Qualcuno dice la madre, ma forse è solo facile immaginare che una così sia una zitellona. A parte che si fatica anche a darle un’età. Con quella pelle bianca e tesa, lievemente avvizzita e floscia ma senza una ruga. Potrebbe non aver preso mai un raggio di sole. Sposata non credono, le colleghe. È che tutti parlano sempre dei fatti loro, non c’è bisogno di chiedere.
(altro…)

I me medesimi n. 23: Vittorio

Berlino, foto gm

Berlino, foto gm

La mano sulla testa l’aveva appena sentita che già, la testa, gliela avevano messa sotto. Nel cesso. Nel cesso del pub. Dalla sorpresa Vittorio non aveva fatto in tempo a contrarre i muscoli della schiena per resistere. Fottuti cessi senza chiave che ci entra chi vuole. Poi quelli dovevano essere almeno in due. Sicuramente.

Quando, appoggiando a malincuore le mani sulla tazza, Vittorio si tirò in piedi quelli erano spariti. Questo lo fece imbestialire. Almeno si fossero fermati, quei senza palle. Almeno si fossero fermati a vedere la reazione. Almeno avessero rischiato un minimo che Vittorio reagisse. Invece niente, avevano paura dello scontro diretto. Vittorio lo sapeva, non era di lui che avevano paura ma solo dello scontro, del confronto. Del guardarsi negli occhi e leggere la reciproca rabbia, il reciproco disprezzo, guardarsi negli occhi con la testa alta e pulsante, il cuore da tener giù, e assaporare la tensione che cresce, la violenza. Avevano paura quelli, erano gente da agguato alla cieca, dei caga sotto. Glielo aveva anche detto una sera.

Lui era da solo, mezzo ubriaco che era anche facile, volendo, buttarlo giù. Loro erano in dieci e nessuno che si facesse sotto. Erano in dieci a prendersi gli insulti di Vittorio che li insultava proprio perché sapeva che non avrebbero mosso un dito e allora ci aveva preso gusto a tirargli merda su merda. Era nata allora la questione delle birre. Era per quello che adesso qualcuno gli spingeva la testa dentro all’acqua del cesso, ne era sicuro. Erano stati loro, quei senza coglioni.

Con un balzo Vittorio era fuori dal bagno. Chi è stato, gridava. Il locale era ammutolito, persino la radio. Allora? Domandò Vittorio. Lo so che siete i soliti senza palle, gridava Vittorio. Venite fuori se siete uomini, ma non lo siete, siete insetti, urlava Vittorio aggirandosi per il locale con la testa bagnata. Dai, chi è stato? Uno contro uno, magari vinci pure… Fammi solo vedere che hai le palle per guardarmi in faccia, solo quello…
(altro…)

I me medesimi n. 22: Giancarlo

 

berliino, foto gm

berlino, foto gm

Sua moglie gli ha detto al telefono: ti ho comprato un maglione color caramella. Che colore sarebbe il color caramella? Vedrai.

È rosa, ha detto Giancarlo. Non è rosa, ha risposto la moglie. Al massimo ciclamino. Mi hai preso un maglione rosa? Ha ripetuto Giancarlo. Ma guarda che sui polsini e alla vita è profilato in azzurro. Ah beh, fa Giancarlo. Tocca il maglione ed è morbido. Ma insomma ti piace o no? Gli chiede la moglie. Giancarlo capisce che sta per offenderla allora si infila il maglione in fretta e senza neanche guardarsi allo specchio dice: ma sì che mi sta bene.

La moglie ride. Te l’ho preso per mettere un po’ di colore in quel posto dove lavori. Il posto è tutto grigio, infatti. Tutti sono grigi, anche quelli che entrano solo per una mattinata diventano grigi. Giancarlo, figurarsi, lavora lì da quindici anni. Altro che ciclamino. Anche con addosso il maglione la faccia che gli è venuta mica cambia. Sembra un pesce dietro il vetro dello sportello informazioni.

Capelli grigi, occhiali grigi, persino le orecchie e la bocca hanno una piega che fa subito pensare grigio. Sopra il maglione ciclamino fanno un effetto strano, come se il maglione fosse una strisciata di evidenziatore sopra i caratteri imprecisi di un foglio fotocopiato. I colleghi lo guardano e alzano le sopracciglia. Giusto quello che tanto sono grigi pure loro e non si prendono la briga manco di sfottersi.

D’altra parte prova tu a non diventare grigio a girare tutta questa carta, a controllare le somme, le cifre, i riferimenti normativi. Poi arrivavano gli utenti in fila fin dal mattino e la fila fino fuori in strada. C’erano quelli che non sapevano niente e tu gli dovevi spiegare tutto e quelli non capivano e finivano per arrabbiarsi. C’erano i vecchietti soprattutto, tanti tantissimi vecchietti.

(altro…)

I me medesimi 21: Chiara

Parigi, museo Rodin, foto gm

Parigi, museo Rodin, foto gm

Di lei ho saputo poco. Solo che si chiamava Chiara. Ci siamo incontrati una sera a un concerto. La calca della gente aveva sfregato i nostri corpi uno contro l’altro. Quando l’ho guardata in faccia mi ha sorriso. Tutto il viso le si illuminava quando sorrideva. Alla fine del concerto mi ha chiesto: tu cosa fai nella vita? Risposi: la prossima volta che ci vediamo te lo racconto. Ma io abito in un’altra città, replicò lei. Poi mi scrisse il suo numero di telefono sul braccio e se ne andò fra la folla.

Ci scrivemmo dei messaggi. Mi fece sapere che nel fine settimana sarebbe stata di nuovo dalle mie parti. Cercammo di combinare un incontro, lei mi sistemò nell’ultima mezz’ora prima di prendere il treno. Appuntamento alla stazione. Arrivai in ritardo di un quarto d’ora. Mi rimproverò ironica: ormai puoi giusto accompagnarmi al binario. Io balbettai qualche scusa e salimmo su di una scala mobile continuando a guardarci. Improvvisamente non mi veniva più in mente niente da dire. Restavo lì a guardarla sorridere, con tutto il viso che si illuminava.

Allora lei chiese: tu cosa fai nella vita? Voleva proprio sapere quella cosa lì, come l’altra volta. Sentii l’obiettivo di una cinepresa che si chiudeva su di noi. Mi parve che qualcosa nella luce scurisse. Iniziai schernendomi, poi, visto che tanto ero senza risorse, glielo dissi annoiandomi al suono delle parole che stavo pronunciando. Poi le chiesi: e tu? Non ricordo cosa rispose.

Ci trovammo di nuovo zitti, ormai davanti al vagone. Ancora non trovavo nulla da dire. Lei mi guardava sempre con quel sorriso ipnotico e gli occhi che pulsavano. Non so come mi venne l’idea di baciarla, ma così feci. Lei indietreggiò ridendo. Sei troppo in ritardo per baciarmi, disse sempre ridendo e salì sul treno. Io restai a guardarla attraverso il finestrino, lei si sedette e riprese a guardarmi come prima: luminosa e felina.

(altro…)

I me medesimi n. 20: Nando

belino foto gm

 

I me medesimi n. 20: Nando

Dormì in auto con la radio accesa. Alla mattina si svegliò in mezzo al traffico, la batteria era esaurita e lui decise di bruciare i propri documenti. Era pulito adesso. Non c’erano più macerie nel suo spirito. La polvere soffiata via dalla brezza notturna. Nessun sintomo di tristezza ad appesantirgli i movimenti delle mani. Era pronto ad ammazzarsi. Adesso sì.

Adesso non era neanche più un pensiero. Non era un chiodo fisso né un’idea intermittente. Adesso quello di ammazzarsi era un proposito certo. Certo come la certezza che si metteranno le calze prima delle scarpe o che si aprirà l’ombrello in caso di pioggia. Un movimento stabilito, un gesto preciso, familiare. Come aprire il cartone del latte o preparare il caffè. Come alzarsi alla mattina.

Uscì dall’auto e si stirò. Considerò quanto fosse bella quella giornata di sole. Le altre auto gli passavano di fianco e la gente che camminava sul marciapiedi non lo guardava. Lui sorrise con la bocca aperta, mentre sbadigliava. Si passò la mano fra i capelli e infilò la giacca. Chiuse l’auto e andò a pigliare un caffè con lo stesso spirito con cui si fanno le cose nei giorni di vacanza.

(altro…)

I me medesimi n. 19: Rosy

San Paolo, foto gianni montieri

San Paolo, foto gianni montieri

Rosy si siede sempre allo stesso posto, vicino al finestrino. Anche il suo signorino si siede sempre allo stesso posto, di fronte a lei ma in diagonale. È lei che glielo tiene, perché sale a capolinea quando il treno delle 6.53 è vuoto. Allora può fare quello che vuole. Butta il suo giaccone, nero e corto, sul sedile del suo signorino e non ci fa sedere nessuno.

Una mattina, un paio di fermate dopo, c’era uno che insisteva per sedersi lui. Rosy s’è alzata, davanti a questo che diceva di spostare il giaccone. Era la metà di lui ma l’ha guardato in faccia e gli ha detto: ma che minchia vuoi? Ma vatti a sedere di là! Quello ha sbuffato però è andato.

Poi sale il suo signorino. Lei sa la fermata, lo aspetta. Sa anche che sale sempre dalla stessa porta e, se lo trova libero, si siede sempre allo stesso posto. Proprio come lei. A tutti e due piace sedersi sempre allo stesso posto. Allora lei glielo fa trovare libero, sposta la giacca un attimo prima che lui arrivi così lui non deve neanche chiedere se è libero ma si siede e basta.

Rosy è felice di vederlo arrivare e sedersi così, senza neanche alzare lo sguardo. Poi lui inizia a leggere il suo giornale e lei se lo può guardare in pace fino all’altro capolinea. E brava che anche stamattina ce l’hai fatta, si dice. Lui non si è accorto di niente. Che vergogna se si accorgesse! Se dovesse un giorno chiederle se può sedersi lì e lei dovesse spostare la giacca. Gli darebbe dello scimunito e lui cambierebbe posto per sempre.

(altro…)

I me medesimi n. 18: Paolo

Amsterdam, foto gm

Amsterdam, foto gm

Paolo sale sull’autobus, si siede e apre il libro. Guarda fuori dal finestrino, sta per piovere. C’è un cielo nero. Va a cena da un amico e non aveva voglia di guidare. Prima della fine di questa serata prenderò l’acqua, pensa. Il bus è quasi vuoto. Un posto indietro, sull’altro lato, c’è una ragazzina. Le dà un’occhiata, avrà sedici anni. Paolo si mette a leggere fra gli scossoni e il rumore del traffico. Pochi secondi dopo sente la ragazzina alzarsi rumorosamente. La vede passargli di fianco, andare a sedersi nella parte davanti dell’autobus. Paolo non ci fa caso, continua a leggere. Poi sente la ragazzina parlare a qualcuno, ha la voce nervosa. Alza la testa e vede la ragazzina e una signora che lo guardano. La signora ha una faccia strana, gli fa gli occhi brutti. Paolo si guarda dietro, non c’è nessun altro, poi si rimette a leggere. Sente la signora che parla con l’autista. L’autobus continua fino a capolinea e si ferma.
Paolo finisce di leggere il paragrafo e scende. La ragazzina e la signora sono già scese, anche l’autista è andato. Fuori piove. Giù dall’autobus, sotto la tettoia della fermata c’è la ragazzina con due amici. Altri ragazzini, con la giacca a vento e le teste rasate. C’è anche l’autista in piedi che fuma. Parlano tutti insieme. Quando vedono Paolo smettono di parlare e lo fissano. L’autista fa no con la testa.
Paolo si chiude la giacca, tira su il cappuccio e si avvia sotto la pioggia. L’amico sta lì vicino. Poco dopo sente dei passi dietro di lui. Con l’acqua per terra fanno rumore. Qualcuno quasi corre per stargli dietro. Porco! Sente. Porco! Ehi porco? Dicono le voci di due maschi. Ma ce l’hanno con lui? Porco oh? Ti fermi? Paolo si ferma e si gira. Sono gli amici della ragazzina e c’è anche lei. Sei un porco di merda! Gli dice. Ma che cazzo volete? Fa Paolo. I due ragazzini gli sono addosso. Uno lo spinge. Paolo perde l’equilibrio, barcolla. L’altro gli tira un pugno in faccia. Paolo inciampa e cade. La ragazzina gli sputa addosso e tutti e tre corrono via. Bastardi, vorrebbe gridare Paolo ma la voce non viene. Si alza e va a casa dell’amico.

(altro…)

I me medesimi n. 17: Remigio

Amsterdam, foto gm

Amsterdam, foto gm

Da casa esce alle sei. Un pacco di carte sotto al braccio. La moglie gli ha regalato un trolley ma lui non ha ancora avuto il tempo di aprirlo e riempirlo. Automobile, traffico. Detta nel viva voce un paio di lettere. Ascolta programmi radio del mattino. Suona il clacson forte ma senza cambiare espressione, né gridare. Alle otto è in studio. Molla il pacco di carte, lo divide in due. Una metà la mette sullo scaffale, l’altra se la tiene sulla scrivania. Va dalla segretaria, le dà la registrazione di quello che ha dettato in macchina e le chiede un caffè. Rilegge le carte sulla scrivania. Controlla due cose. Beve il caffè. Riprende le carte sotto il braccio e va in tribunale. Ha tre udienze, su due piani diversi. In una c’è da aspettare parecchio, lascia lì il suo praticante. Dice di mandargli un messaggio quando tocca a loro. Lui va al settimo piano. La controparte non è ancora arrivata. Il giudice lo chiama, Remigio entra e dice: signor giudice… Quello gli dice tornate fra mezz’ora, quando ci siete tutti. Torna al primo. Entra nella terza udienza, è in ritardo. Lì c’è un sacco di gente in piedi e un giudice che sgrida tutti. Entra e dice: devo oppormi, colleghi, signor giudice lo dica anche lei… Il giudice gli dice: ma lei chi è? Remigio si presenta, il giudice verbalizza e dice tornate tutti fra tre ore. Tutti guardano male Remigio. Torna di corsa al settimo piano, la controparte è arrivata. Entrano dal giudice e immediatamente si mettono tutti a urlare. Il giudice dice: la farò accompagnare dalla forza pubblica. Anche Remigio urla: signor giudice lo dica lei, lo dica lei! Gli altri hanno torto ma se lascia urlare solo loro poi finisce che il giudice per farli stare zitti gli dà il contentino e lui, Remigio, ci perde qualcosa. Allora deve urlare anche lui. Non sa bene cosa ma sa che certe volte si deve urlare e allora urla. Quando esce dalla stanza è passata più di un’ora. Ci sono quattro messaggi sul telefono. Due della segretaria, uno del praticante, uno della moglie. A quello della moglie non saprebbe cosa rispondere.

(altro…)