Paolo Triulzi, Chip

 

Parigi, foto gianni montieri

Chip

Io in media ho tre erezioni al giorno. Intendo, tre erezioni importanti, di quelle insopprimibili. Di solito la prima arriva a metà mattina, la seconda dopo pranzo e la terza alla sera. Quando il pene diventa duro, è risaputo, si annebbia un po’ la testa, l’intelletto. L’erezione porta in sé la necessità di soddisfazione, sfida con la sua durezza estrema e imperterrita la dissimulazione che la circonda.

Ora, il problema non è che la verga mi diventi spontaneamente dura, anzi ne vado anche abbastanza orgoglioso, quanto piuttosto quello della soddisfazione. Solo una delle mie tre impellenze quotidiane mi è infatti possibile consumarla con la mia legittima compagna, e per di più quella meno certa, meno pertinace, quella serotina. I nostri dottori aziendali mi assicurano che col tempo non avrò più di questi problemi. Intanto che aspetto pazientemente i primi disturbi alla prostata mi consigliano, i dottori, di farmi due passi in cerca di distrazione. Sono bravi questi dottori e soprattutto sono aziendali. Non è un caso infatti che all’interno del cortile della nostra azienda, che è grande, sia ospitata tutta una serie di negozi.

All’interno del perimetro aziendale si trova un asilo nido, peraltro utilissimo, un servizio di lavanderia, un centro fitness, uno spaccio di alimentari, una farmacia. Un’azienda che pensa al benessere e alle esigenze del dipendente, insomma. Anzi l’azienda ci pensa così tanto, al dipendente, che volentieri lo vizia. Così, senza dover uscire e affrontare il traffico ed il caos della città, noi possiamo usufruire di un negozio di dischi e libri, di una boutique, di un calzaturificio, di un bazar di articoli da tempo libero, dal golf all’automobilismo, di un’agenzia viaggi. Tutti questi esercizi offrono a noi, e solo a noi, i propri servigi a prezzi di favore. Questo è il modo dell’azienda di farci sentire privilegiati e, nella gran parte dei casi, riesce nell’intento.

Tutto questo lo dico perché così si capisca come io sia arrivato a convincermi che a questo mondo ci venga richiesto, non solo di produrre, ma principalmente di consumare. Se uno fosse in grado di spendere senza guadagnare, ad esempio, andrebbe bene lo stesso. Malissimo invece il contrario: accumulare senza mai scucire. Quindi la morale è che più importante di creare è distruggere. E certa gente, come i dottori aziendali, è totalmente persuasa, e vuole convincere anche noi, che distruggendo stiamo in realtà creando.

Lasciate perdere il discorso delle erezioni, allora. Ciò che capita a me personalmente importa poco. Quel che dovrei dire è che dieci anni or sono un tale, Brian Sweeney Fitzgerald, vinse un doppio Nobel, sia in matematica che in economia. La scoperta consisteva in una formula di calcolo in base alla quale in un sistema capitalistico e concorrenziale perfetto ogni singolo deve spendere una cifra X al mese perché il mercato prosperi e non entri mai in crisi. In sostanza la formula calcolava quella X.

Tutto ciò, per quanto risultasse lievemente astratto per l’uomo della strada, creò una piattaforma sulla quale i governi delle maggiori economie mondiali potessero cominciare ad ordire la grande trama che ci avrebbe portato al chip. Devo però spiegare: dopo che il lavorio diplomatico dei grandi Stati fu a buon punto, anche quelli piccoli si coinvolsero nel progetto. L’obbiettivo era creare le condizioni perché il sistema Fitzgerald si potesse applicare, ossia la creazione del mercato perfetto: : cioè globale.

Il lavoro fu lungo, certo. Si trattò di convincere uno a uno i Governi più riottosi del pianeta a superare le desuete e manichee ideologie storiche e affidarsi invece al freddo ma imparziale calcolo matematico di una formula che chiunque di loro poteva verificare. La sigla di un gran numero di trattati politico-economici portò allo smorzamento di molti conflitti violenti e di alcuni annosi flagelli dell’umanità. Bisogna dire che il Mondo diventò un posto migliore.

Tutto sembrava rose e fiori e i Capi di Stato giù a farsi complimenti quando successe l’impensato. Una piccola crisi si consumò nel giro di una settimana ma gelò tutti dal momento che nessuno più si aspettava fenomeni del genere. Successe come ai vecchi tempi: uno scandalo finanziario, un crollo azionario in borsa, sfiducia dei correntisti nelle banche, sfiducia delle banche nei debitori e il conseguente effetto a catena che portò le perdite a ripercuotersi su tutto un settore del mercato.

Di base, il buco economico della multinazionale in questione era stato coperto da bugie dei dirigenti, i quali al processo dichiararono puerilmente di non aver avuto il coraggio di affrontare la cosa. Sì perché il clima, planetario addirittura, era così bello e fiducioso che non se l’erano sentita di raccontare che: Houston, abbiamo un problema! La verità che venne allora a galla fu che anche in un mercato perfetto l’economia perfetta non era a prova di bomba.

In un sistema perfetto, infatti, il postulato dice che tutti gli operatori devono agire in maniera razionale. Dopo che gli Stati si erano accordati per spartirsi equamente e proporzionalmente le materie prime e le multinazionali avevano adottato politiche aziendali solidali e differenziate, tutto secondo le linee guida del modello Fitzgerald, la comunità internazionale si domandò cosa vi fosse rimasto di irrazionale nel sistema.

Venne composto un gruppo di ricerca con le più brillanti menti del pianeta. Venne naturalmente interpellato anche Brian Sweeney Fitzgerald, il quale però rifiutò seccamente. E qui va aperta una parentesi. Fitzgerald rilasciò un’intervista alla rivista Science, che viene tutt’oggi caricata e rimossa in continuazione su Wikipedia, prima di trincerarsi dietro il totale silenzio. Le battute più clamorose di quell’intervista scioccarono il mondo e Fitzgerald fu bollato come scienziato pazzo.

Fitzgerald rinnegava la propria invenzione e non voleva ulteriormente partecipare allo sviluppo del proprio sistema. Si provò a inchiodarlo alle sue responsabilità verso la comunità scientifica che l’aveva insignito di ben due premi Nobel, ma lui rispose: “E chi era poi questo Nobel? Uno che inventò la dinamite!”.

Il gruppo di ricerca lavorò ugualmente bene ed in breve arrivò alla soluzione. L’elemento irrazionale e non controllabile, perciò destabilizzante, fu presto individuato. Se la produzione, la distribuzione e il capitale potevano essere, e lo erano, perfettamente assoggettati, l’unico fattore economico rimasto era rappresentato dal consumo. In parole povere, il problema erano i consumatori. La gente.

L’umanità, nell’interesse della quale il sistema Fitzgerald doveva essere applicato, nella realtà non collaborava. Il consumatore non è un uomo razionale. Venne realizzata una ricerca e si scoprì che, in effetti, una scarsa fetta di pubblico rispettava i canoni economici nella gestione dei propri soldi. La maggior parte della gente, risultò, spende tutto ciò che guadagna senza risparmiare nulla, in modo tale da inflazionare l’offerta e non creare scorte monetarie per gli investimenti. Venne alla luce anche il fenomeno contrario, cioè coloro che risparmiano tutto e spendono il minimo indispensabile, questi privano di energie la domanda e in genere, non essendo amanti del rischio, non investono neppure.

Anche nel normale acquisto di beni si evidenziarono ovunque sprechi, mala gestione dei patrimoni, scarsa lungimiranza. Così dicevano le statistiche: chi fa scorte alimentari esagerate, senza badare all’abbigliamento; chi spende continuamente in tecnologia e trascura le attività di tempo libero. E così via. Il sistema non si poteva certo reggere su consumi così assurdi e imprevedibili. I governanti di tutto il mondo, in un documento comune, espressero un sentimento di biasimo e delusione verso la generalità dei loro governati.

Il dibattito si spostò dunque sul cittadino. Si valutarono attentamente tutte le influenze che possono formare l’individuo e la sua coscienza. Dato che non era stato sufficiente creare un sistema perfetto perché la gente spontaneamente facesse la sua parte, diventò indispensabile uno sforzo teso alla creazione del consumatore razionale. Nell’interesse comune, per il bene di tutti, vennero finanziate ricerche e studi sull’istruzione e sulla pubblicità: le due potenze in grado di formare e guidare l’individuo nella sua vita di homo oeconomicus.

Dev’essere stata coniata in uno di quei convegni internazionali la famosa frase: “Li costringeremo ad essere felici!”. Mi pare l’abbia detta un senatore americano.

Ed eccoci ai nostri giorni. I giorni del chip. Ora ai bambini mettono il chip appena nati. Le sperimentazioni dicono che non fa nulla di male alla salute. Qualche adulto, parecchi per la verità, si offre per farselo impiantare già adesso. Lo slogan è: “Il futuro ora”, la motivazione è per un mondo migliore, un mondo che funzioni, e, per farlo funzionare, ognuno faccia la sua parte. Ma come si fa a sapere cosa fare esattamente? Basta un chip nella testa e spontaneamente sapremo.

Il chip dialoga con i tuoi conti correnti e tiene sotto controllo quella famosa cifra X dell’algoritmo di Fitzgerald. È tutto un sistema di banche dati e codici stampati sul denaro, che ora sarebbe lungo da spiegare, ma il chip sa quanto ti entra al mese e sa quanto devi spendere per essere in linea col sistema. Se tu spontaneamente non spendi la cifra X, il chip fa in modo che tu acquisti qualcosa e ti metta in pari. Non saprei davvero dire come, anche se un’idea sta iniziando a balenarmi nella testa.

Infatti a questo punto devo tornare alle mie questioni erettili.

Mi è venuto un pensiero mentre pagavo un paio di scarpe acquistato al negozio aziendale. Delle scarpe di cuoio chiaro, che sarebbero state benissimo con i miei pantaloni color cannella che a loro volta avrei potuto abbinare con quella giacca nuova presa in saldo l’altra settimana. Che se poi, tra parentesi, avessi comprato anche la camicia esposta nella vetrina di fronte avrei potuto creare un outfit perfetto. Allora chissà che figura che avrei fatto entrando la mattina al passaggio davanti alle segretarie, magari col cappotto un po’ aperto e la sciarpa, in tinta con i pantaloni, svolazzante.

Dicevo che una volta pagato il mio paio di scarpe mi resi conto di averne già cinque paia e tutte pressappoco fatte con lo stesso cuoio di quelle appena prese. Allora mi stupii della mia leggerezza nell’acquisto. Uscii dal negozio un po’ mortificato con me stesso ma subito entrai in quello dirimpetto e ammetto non riuscii a non comperare quella camicia di cui sopra. Dopo aver consegnato il denaro del secondo acquisto sentii un poco di stanchezza. Avrei voluto bere un the prima di tornare in ufficio, ma poi decisi che non ne avevo bisogno e non spesi più un centesimo fino alla fine del mese.

È il caso che lo dica, a questo punto, che il chip nella testa me lo sono fatto mettere anch’io. In un primo momento tutta questa storia che ho raccontato l’avevo solo letta distrattamente sui giornali, come tutti. Ultimamente mi sono informato un po’ meglio. A me il chip è stato proposto, anzi: raccomandato. Da chi? Dai dottori aziendali naturalmente. Il mio caso, dopo avermi visitato la prima volta, è stato tenuto sotto osservazione e la prima intemperanza da parte mia è stata subito rilevata.

Dunque, torniamo finalmente alle erezioni. Noi, alla nostra azienda, di pausa pranzo abbiamo un’ora e mezza. Così si può mangiare con calma, bere il caffè in uno dei tre bar aziendali e poi, per digerire, fare due passi fra i negozi. Ebbene, io non abito molto lontano dal posto di lavoro. Impiego circa quindici minuti a tornare a casa, mezz’ora ad andare e tornare. Se volessi tornare a casa a pranzo avrei un’ora intera a disposizione.

Si da il caso che la mia compagna, due giorni alla settimana, lavori solo di pomeriggio. Se io arrivo a casa all’ora di pranzo e lei mi ha già preparato qualcosa, io mangio in quindici minuti al massimo e poi ci restano tre quarti d’ora, che è un tempo abbondante, per fare l’amore. Così mi organizzai, dopo aver constatato che i giretti prescritti dai dottori aziendali erano un fallimento come terapia per smorzare le erezioni pomeridiane. Anzi, quei giretti, mi facevano venire voglia di fornicare con le colleghe e poi di cercare pornografia in internet.

Non essendo io un traditore, né un pornografo, ho ritenuto più onesto, sano e soddisfacente tornare a casa a scopare con la mia donna. Ho creato il mio sistema insomma.

Due giorni alla settimana erano sufficienti anche a placare le erezioni pomeridiane degli altri tre o quattro giorni lavorativi. Quando tornavo in ufficio da casa, poi, ero rinfrancato e più attivo. Mi sentivo più produttivo. La direzione aziendale evidentemente non l’ha pensata come me. Per due giorni alla settimana, per circa due mesi, io non strisciai la banda magnetica del mio cartellino nella fessura della mensa. La banca dati della azienda registrò l’evento, chi teneva sott’occhio la mia situazione notò la frequenza dell’avvenimento, io venni convocato in direzione.

In direzione c’era il responsabile del personale, che ci lasciò subito soli dopo avermi pregato di non allarmarmi, e il mio dottore aziendale. Appena rimasti a tu per tu, raccontai al dottore del mio sistema e di come il problema delle erezioni fosse brillantemente risolto. Lui diede un colpetto di tosse e disse che era lieto che fossimo già arrivati al dunque e si complimentò con me per la mia consapevolezza. Io pensai che non è il caso complimentarsi con uno perché scopa sua moglie.

Rientrò a questo punto il responsabile del personale. Anche lui si complimentò e disse che ci vorrebbe più gente come me. Gente che collabora, gente che sa da che parte sta l’interesse di tutti e a che posto mettere il proprio. Io francamente ringraziai e loro dissero che il chip è la risposta. Io chiesi a che cosa. Loro mi dissero: “Ma, caro amico, ai suoi problemi!”. E io risposi che io, i miei problemi, credevo di averli risolti di già.

Loro dissero: “Ma Lei, ha richiesto il nostro aiuto, è venuto a farsi visitare, dunque è consapevole di avere un problema. Noi, da parte nostra, non potevamo che studiarlo. Poi Lei ci cronicizza così…” “Cosa usciva a fare invece che andare in mensa con gli altri?”, chiese il responsabile del personale. “A questo siamo già arrivati”, interruppe il dottore. “Ah, bene bene”, commentò il responsabile. Allora parlai io.

“Ma scusate, dov’è il problema se due volte la settimana io decido di non mangiare in mensa ma a casa?”. La parola la prese il responsabile del personale, poi si alzò e uscì. “Vede, Lei non striscia il badge per due volte alla settimana. Che fanno otto volte al mese, che fanno ventiquattro euro in più al mese che Lei prende in busta paga. In più Lei non esce a consumare, ma esce e torna a casa. Inoltre abbiamo notato che Lei da quando ha adottato, diciamo, questo regime effettua l’ottanta percento in meno di acquisti presso i negozi della nostra azienda”. “E con ciò?”, dissi io. Ma quello uscì e rimase per rispondermi solo il medico. “Lei è certamente a conoscenza del sistema Fitzgerald”, disse. Io abbozzai. “Ognuno deve fare la sua parte”, l’espressione del dottore si fece solenne, “la nostra grande azienda non può che sostenere il sistema, ma Lei, del resto, mi capisce, visto che si è così sinceramente denunciato”. Io, incerto, aspettavo il verdetto del dottore. “Perché non si impianta un chip? Un chip Fitzgerald! La nostra azienda li impianta gratuitamente, del resto: è un programma governativo”.

E così mi feci impiantare il chip. Certo che obbiettai che, io, i problemi miei, li avevo risolti. Ma loro sembravano sapere già che non li avevo risolti bene. E poi cosa si può dire davanti alla motivazione del bene di tutti? Del pianeta, dell’umanità!

Feci l’operazione, breve e indolore. Sembrava non fosse cambiato nulla, ma quelle tre, forti, insopprimibili erezioni quotidiane… erano sparite. A stento ne sopravviveva una: quella serotina: più effimera, meno pertinace. In compenso, notai, che avevo sempre una gran voglia di comperare cose. Portavo spesso la mia ragazza, che intanto era diventata veramente mia moglie, a cena fuori, o a passare il week-end in albergo, a fare turismo. Acquistavo per me e per lei ogni cosa mi passasse per la testa.

Mi accorsi del cambiamento, soprattutto grazie al crollo della libido. Così mi misi a studiare e cominciai proprio dal sistema Fitzgerald e dal chip. Quello che scoprii lo riporto qui di seguito:

Fin dai tardi anni cinquanta del novecento la pubblicità scoprì che associando un qualunque prodotto ad un concetto sessuale, questo prodotto vende di più. L’applicazione di detta scoperta venne via via sofisticata. I rimandi divennero col tempo sempre più espliciti e le immagini sempre più disinvolte. Si imparò che il nudo femminile poteva essere accostato a qualunque prodotto, dalla lavastoviglie al dopobarba. La vera scoperta fu quella che la soddisfazione maschile procede per accumulazione e quella femminile, invece, per imitazione. Dunque il nudo femminile attraeva sia uomini che donne verso i prodotti reclamizzati. Nonostante che, per seguire il passo dei tempi, le immagini pubblicitarie si facessero sempre più audaci ed eccitanti si riscontrarono comunque, nei vari settori, crisi dei consumi. La sovraesposizione sessuale aveva ingenerato nel pubblico indifferenza, da una parte, ed un’ossessiva attenzione alle proprie esigenze erotiche, dall’altra. In questo modo si bruciavano miliardi nello sterile mercato della sessualità.

Con l’applicazione del chip si comprese finalmente che non era il modo di offrire i beni ad essere sbagliato, ma lo era il modo di recepire il messaggio da parte del consumatore. Non era insistere sul sesso il problema, ma bensì il modo di eccitarsi del consumatore medio. Perciò, e anche per ciò che io riscontro nel mio caso, credo che la funzione del chip sia quello di smorzare la libido fino a che non si è consumata la cifra X e poi di scatenarla. Infatti chi fa all’amore, dopo, non pensa a nulla, non ha bisogno di nulla, al mondo chiede solo dei panorami romantici e un clima clemente. Invece, provocando una ritenzione della libido, quella parte di soddisfazione per la vita che il sesso fornisce, viene sfogata “naturalmente” negli acquisti. E meno si scopa e più si compera qualunque cosa e, pagando, per un momento si prova l’orgasmo.

In fondo, credo, l’acquisto rappresenta un misto di violenza e, lo dice la parola, acquisizione a sé. Dimostrazione di questo è che, se raggiungo la cifra X prima della fine del mese, per i restanti giorni tornano le famose tre erezioni a tormentarmi. Ma che dolce tormento! Quasi forzo la mano al chip, cercando di spendere tutto quello che devo il prima possibile, così da poter tornare presto quello che ero: perché a me, fare all’amore mi è sempre piaciuto. Poi, comunque, col tempo il chip si calibra e lascia a ogni cosa i giusti spazi, diventa un silenzioso controllore del benessere mondiale sulle nostre spalle, una specie di angelo custode. E tutto va per il meglio, si è liberi di fare quel che si vuole, ma soprattutto liberi dal pensare a ciò che si vuole: tanto verrà in mente da solo, al momento, come per istinto. Grazie al chip.

Ed ora non so più perché sto raccontando tutto questo. È arrivata la pausa pranzo, ed io non vedo l’ora di aver terminato di mangiare per andare nella nostra agenzia viaggi a prenotare un week-end al mare, poi prenderò due tubetti di crema abbronzante, antivesciche e antietà in farmacia e un nuovo costume da bagno al negozio di abbigliamento. Mia moglie, vedo già la sorpresa nei suoi occhi, e ne sono certo, mi amerà di più, e poi, pensa ai colleghi, quando tornerò abbronzato e mi chiederanno: ma ti sei fatto le lampade? e io li farò crepare d’invidia mostrando loro le foto che farò con la macchina fotografica subacquea che ho visto esposta all’emporio di articoli per il tempo libero. E proposito: non mi serviranno anche un paio di pinne nuove?

 

© Paolo Triulzi

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