Paolo Triulzi, Filosofia barbara #3

*

Seconda parte

Appena la vedemmo ci fu chiaro cosa era successo. Cioè come aveva fatto. Non c’era ancora nessuno così potemmo consentire alle ginocchia di cedere. Trovammo due seggioline pieghevoli per sederci e restammo lì. Non so quanto tempo passò, tutto era silenzio. Noi non ci guardammo mai e non scambiammo una parola. Guardavamo lei, o guardavamo per terra. Tutto era già troppo evidente di per sé e non lasciava niente da aggiungere. Poi arrivarono le persone di famiglia e noi, sempre senza dire una parola, ci alzammo e andammo fuori.

Fuori era una bella giornata. Il cielo azzurro, la campagna intorno, il sole tiepido. Il cortile dell’ospedale iniziò a riempirsi di altra gente. Molti li conoscevamo. Ogni tanto qualcuno entrava e dopo un po’ usciva con la faccia stravolta. La famiglia era rimasta dentro per tutto il tempo. La mattinata passava, la gente era tutta in piedi nel cortile. Inevitabilmente si chiacchierava. Poi uno mi venne davanti e disse: io non ce la faccio a entrare, vai tu per me. Andiamo insieme, gli dissi.

Ci abbracciammo e andammo davanti alla porta. All’ultimo momento il tizio mi molla, si sfila dall’abbraccio, e mi butta dentro. La famiglia era ancora lì. Tutti nella stessa posizione in cui li avevamo visti tre ore prima. Zitti e fermi, in piedi. Solo la madre aveva trovato una delle seggioline e si era seduta proprio di fianco a lei. Quando entrai io le stava pettinando i capelli, facendo intanto un lamento basso e continuo. Le ginocchia stavano per cedermi di nuovo quando mi arrivò addosso un altro tizio che conoscevo.

Mi abbraccia e appoggia la faccia sulla mia spalla. Andiamo via, portami via, dice e mi trascina fuori. Poco dopo anche la famiglia uscì e ce ne andammo via tutti. Una ragazza ci disse che non se la sentiva di guidare e se poteva venire con noi. In auto volle ascoltare della musica perché diceva di essere troppo triste per sopportare il silenzio. Accesi la radio, ma la tizia voleva anche scegliere cosa ascoltare. Rino Gaetano sarebbe l’ideale, disse. A quel punto iniziai a odiarli tutti, indiscriminatamente. Tutti.

Ero l’unico che si era messo un vestito nero, delle scarpe nere, una camicia bianca e una cravatta scura. Così come avrebbe fatto Johnny Cash. Cosa pensavano di essere venuti a fare, gli altri? Uno non riusciva a entrare, uno non riusciva a uscire, un’altra non riusciva a guidare ma neanche a stare in silenzio. Chiunque avesse un problema quel giorno mi si buttava in braccio. Bastava il vestito a fargli pensare che fossi un super eroe? Perché non se ne mettevano uno anche loro e provavano a salvarsi da soli?

La giornata prosegui con altre due tappe. Ci muovemmo tutti da una all’altra con le auto, in mezzo alla campagna. I tempi furono lunghi. Non capivo perché ci mettessero così tanto. Molti si lamentarono, eppure nessuno voleva veramente che finisse. Una volta finita sarebbe finita per sempre, si sarebbe chiuso un capitolo e quindi se ne sarebbe dovuto aprire un altro. Come quando nei romanzi c’è una pagina bianca e poi la scritta: SECONDA PARTE. Tutto il resto della vita sarebbe stata una seconda parte e poi, per molti di noi, ne sarebbero venute anche una terza e una quarta. La fine della prima parte a lungo andare avrebbe assunto un’importanza relativa, nell’economia dell’intero romanzo, seppellita dietro qualche altro centinaio di pagine.

Continuai a stare al gioco e non dissi niente. Quella giornata era iniziata con il silenzio e le seggioline pieghevoli. Le avevamo trovate appoggiate a un muro, come a caso. Come se qualcuno le avesse dimenticate là. Ci si erano piegate le ginocchia e a pensarci bene c’era anche uno strano odore nell’aria, dolciastro. Anche quello ci aveva chiuso la bocca, oltre a tutto il resto. Era una giornata iniziata con un bel po’ di schiaffi in faccia. Seguita a una settimana di altrettanti schiaffi e anche calci nel culo.

Alla fine, appena fu possibile, ce ne andammo. Non avevamo mangiato niente, non avevamo bevuto niente, per tutto il giorno. Io non sopportavo più nessuno. Non i loro discorsi e neanche i loro vestiti. Qualcuno poi lo rividi, in seguito. Per la maggior parte non li rividi più. In auto mi allentai la cravatta e basta. Non accendemmo neanche la radio e fu ancora silenzio per un paio d’ore, fino a casa. Volevo che la pagina bianca durasse il più possibile. L’idea di cominciare la seconda parte mi distruggeva.

Poi una volta a casa: via tutto. I costumi di scena aiutano anche a capire, quando li togli, che la recita è finita. Puoi uscire dal personaggio, andare al ristorante.

*
© Paolo Triulzi

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...