Paolo Triulzi, Filosofia Barbara #1

foto di Paolo Triulzi

PANTALONI CHIARI

Indossavo dei pantaloni chiari comprati un paio di anni prima e già andati fuori moda. La cosa mi metteva a disagio. Passavo il tempo a guardare compulsivamente i pantaloni chiari degli altri. Consideravo di non essere mai riuscito a somigliare a niente. Quando compro le cose che vedo in giro, poi su di me fanno sempre un’altra figura. Il risultato non raggiunge mai l’effetto desiderato.

È il punto di vista soggettivo che cambia la prospettiva. Mi ostinavo a cantilenarmi in testa questo. La settimana precedente l’avevo trascorsa considerando se suicidarmi, il problema di questa erano i pantaloni.

Mi misi in coda a uno dei bancomat presenti in stazione per prelevare cinquanta euro. Mentre ero in coda venivo pian piano avvolto dall’odore di alcol economico e fumo rancido dei barboni che campeggiavano sotto le tettoie della stazione. La mattina si mettevano a far colazione con birra e sigarette seduti sulle sedie smaltate di verde all’interno. Investivano con le loro folate quelli che arrivavano dai tornelli dei binari.

Presi i soldi dalla fessura di metallo e me li infilai in tasca. Me ne andai reprimendo un conato di vomito. Un barbone grasso con una gran barba nera, dopo essersi seduto a due metri da me, si era tolto le scarpe.

Uscito sul piazzale della stazione considerai se bere un caffè, ma avevo la gola sigillata dalla nausea. Soffiava finalmente un venticello fresco. Mentre attraversavo la piazza mi aspettavo che qualcuno mi fermasse per parlarne. Erano tre settimane che faceva costantemente un caldo afoso e impossibile e la gente non parlava d’altro. Ora che stava smettendo non fregava più a nessuno.

Attraversai la strada cercando il mio riflesso nelle vetrine circostanti. Volevo controllare ancora come mi stavano i pantaloni. Di merda, mi sembrava. Considerai se comprare un pacchetto di sigarette.

Arrivai in ufficio con dieci minuti in anticipo, la palazzina era vuota. Subito arrivò anche il mio collega. Non hai la cravatta, mi disse per prima cosa. L’ho dimenticata. Andiamo a bere un caffè, mi disse per seconda cosa. Al bar mi informò che il capo non ci sarebbe stato. Manco a farlo apposta, risposi. Programmi? Ho un paio di cose da sbrigare, per il resto pensavo di farmi i cazzi miei. Benissimo, risposi.

Dopo quattro ore ero di nuovo nella piazza della stazione. Volevo mangiare un panino. Forse un gelato. Camminai piano fino al centro della piazza, dove c’erano degli alberi e dei tavolini pubblici con le sedie.

A uno dei tavolini stava seduto un barbone piegato in due. Lui era seduto sul sedile mentre la sua faccia stava appoggiata al tavolo. Non si capiva se era vivo o morto. Inoltre fra la sua faccia e il tavolo c’era una pizza. Una pizza da asporto dentro un cartone aperto. Evidentemente la stava mangiando quando qualcosa era successo e lui ci era finito dentro con la faccia. In testa aveva ancora un cappello con la visiera.

Mi fermai a guardare la scena, domandandomi se l’uomo fosse vivo o morto. Considerai se non fosse il caso di chiamare il 118. Poi vidi che come me c’erano diverse persone in piedi intorno ai giardinetti a guardare.

Pensai, come probabilmente chiunque in quel parchetto, che l’ambulanza l’avrebbe potuta chiamare qualcun altro. Mi misi a studiare i dettagli della scena. Tipo quanti morsi mancassero dalla pizza. Oppure il grado di penetrazione della visiera nello strato di formaggio. Incredibile come il cappello fosse rimasto perfettamente calzato sulla testa. Mi distrassi un paio di volte sui pantaloni chiari di un tizio lì a fianco.

Poi il barbone tirò su la testa di scatto. Dei filamenti di formaggio gli pendevano dalla faccia rossa. Prese una gran boccata d’aria e starnutì. Le palpebre gli rimasero a mezz’asta. Tutti se ne andarono via.

Mi avviai verso la vetrina in cui mi ero specchiato la mattina. I pantaloni mi stavano ancora una merda. Forse  la settimana successiva forse avrei ricominciato a pensare al suicidio.

L’ULTIMO DI DAVID BOWIE

Quella mattina usciva l’ultimo di David Bowie. Considerai se comprarlo su iTunes o in cd, o magari aspettare che qualcuno lo caricasse su YouTube e ascoltarlo, prima di spenderci dei soldi. Siccome però lo volevo sentire immediatamente e gratis, lo cercai su Spotify. Anche se in mezzo c’erano le pubblicità, anche se mi facevano sentire i pezzi in ordine casuale. Considerai che la qualità è sacrificabile alla curiosità. Come la pace dei sensi al prurito.

Camminai fino alla stazione senza riuscire a sentire nemmeno uno dei pezzi nuovi. Spotify voleva farmi fare l’abbonamento, ma io avevo le mie bestemmie. Le dissi e chiusi l’applicazione. Poi sulla banchina, il treno era in ritardo, ci riprovai. Questa volta l’algoritmo si era disciplinato e cominciò a suonarmi quello che volevo io. Salii sul treno e tirai fuori una rivista.

Dopo una fermata si liberarono due posti davanti a me. Mi avventai su quello più vicino. Due vecchie arrivarono per seconde sul sedile rimasto libero e una delle due rimase in piedi. Considerai se alzarmi e lasciarle il posto. Decisi di no, che non ne avevo nessuna voglia. Rimasi seduto, ascoltando David Bowie. Aprii la mia rivista e ci fissai sopra gli occhi per meglio ignorare la vecchia in piedi di fianco a me.

Cercavo di leggere questi racconti giapponesi, in particolare uno che parlava di un tizio che si immaginava di essere a casa a farsi una sega mentre invece stava in ascensore al lavoro. Pensavo anche a David Bowie che ogni due album mediocri faceva un capolavoro rimescolando tutte le buone idee abbozzate in quelli precedenti. Dopo due fermate si liberarono altri posti nello scompartimento affianco.

La vecchia seduta si alzò per cambiare sedile e mettersi insieme all’altra che aveva finalmente trovato da sedersi. Allora sollevai la testa e vidi in piedi a un paio di metri da me una bellissima ragazza asiatica. Sembrava uscita dai racconti della rivista e stava guardando dalla mia parte. Inalai forte caricando l’intenzione di sorriderle. Mi arrivò, invece dell’aria, un pungente odore di scoreggia. Rancido come un arancia marcia e spesso, persistente. Il mio sorriso diventò una smorfia.

La ragazza asiatica rimase impassibile, sempre bellissima. Io iniziai a sventolarmi con la rivista, con la segreta e vana speranza che lei potesse notare che stavo leggendo racconti giapponesi. La puzza comunque non se ne andava, sembrava me l’avessero attaccata addosso con il Vinavil. Vecchia di merda, pensai: assolutamente sicuro che fosse stata lei a farla. Ripassai a mente un certo numero di bestemmie.

Mi aveva scorrato addosso per ripicca, per vendetta. Perché non le avevo lasciato il posto. Guardavo l’asiatica e pensavo alla vecchia, di Bowie mi ero dimenticato. La ragazza non guardava più dalla mia parte. Ricominciai a leggere ma il racconto diventava una zuppa di banalità sconcertanti. Tipo che dovremmo essere tutti più attenti ai bisogni degli altri, se no dove andremo a finire.

Guardai chi fosse il tizio che l’aveva scritto e scoprii che era anche un musicista rock. Usai una delle mie bestemmie mentali di riserva per tamponare il fastidio che tutto ciò mi procurava. Allora mi ricordai di David Bowie e feci attenzione alla musica. Non sapevo quante canzoni avessi già ascoltato e neanche questa, che stava andando, mi diceva niente. Considerai che non si può ascoltare musica seriamente da questi smartphone, seppur molto costosi.

Chiusi la rivista che invece volevo appallottolare e la riposi in borsa. Tolsi anche le cuffie. Passai il resto del viaggio a guardare la ragazza asiatica e ad ascoltare la conversazione dei miei vicini di posto. Parlavano del fatto che la serata gli fosse stata completamente rovinata. Dovevano andare in un posto, invece avevano guidato un’ora fino a un altro. Senza rendersene conto. Pare per colpa del navigatore nel telefono che, come dicevano loro, si era sbagliato.

LA VITA CI CHIEDE QUALCHE COSA DI PIÙ

Alla gente che diceva di aver fatto quello che aveva fatto nella vita “per aiutare gli altri”, avevo preso gusto a rispondere sempre: perché scusa qualcuno ti ha chiesto qualcosa? Neanche da dire che nel giro di qualche anno mi ero ritrovato con pochissimi amici.

Un altro esercizio a cui mi ero dedicato era quello di cancellare ogni traccia di espressione dal volto mentre dicevo le cose. In pratica parlavo alla gente ascoltando musica alta con gli auricolari. Così, non sentendomi parlare, ottenevo un tono di voce neutro. Poi le risposte gliele leggevo dalle labbra. Queste pratiche dell’allontanamento, o della disumanizzazione, hanno ridotto ulteriormente il numero dei contatti.

Gli amici invece è importante averli. È importante ed è utile. A un certo punto ognuno è un gradino che si va a conficcare su di una qualche parete, se tu sei amico il gradino si fa anche mettere un piede sopra e ti aiuta a salire. Se no: no.

Non avendo amici, nessuno disposto ad aiutarmi, né io disposto a chiedere niente a nessuno, mi ero andato a infilare in un beneamato nulla e ora lì stavo. Niente avrebbe potuto smuovermi e io mi sentivo più o meno condannato. Anche il nulla però, il nulla del lavoro, il nulla dei rapporti quotidiani, il nulla della prospettive, non ama farsi mettere il piede in testa del primo che ha voglia di cagarci sopra.

Il mio tono neutro mi era servito in un primo momento a dissimulare il disgusto, a mantenere un’apparenza di fronte a tutta la merda che mi era venuta addosso. L’indifferenza però, alla lunga, non è mai sufficiente. All’inizio viene scambiata per timidezza, poi per imbarazzo, poi per mancanza di dimestichezza. Dopo però nessuno esita a definirla mancanza di interesse, disprezzo, superbia. Mi resi conto di non potermi permettere una cosa del genere.

Passi per la mancanza di amici, ma la moltiplicazione dei nemici ti spazza via. Avevo bisogno, a quel punto, dopo aver dissimulato, di simulare. Avevo bisogno di entrare in ufficio la mattina e aprire i polmoni per dire: buongiorno a tutti. Come se il sole fosse incastonato arancione e sorridente dentro un grande cielo blu, perennemente blu. Ci sono farmaci che possono farti ottenere questo risultato, ma farseli prescrivere sarebbe risultata una cosa lunga.

Mi sforzavo ma non usciva più niente. Chiedevo ai colleghi delle ferie, dei figli, poi mi trovavo a leggere le targhette antincendio mentre mi rispondevano. Se ne accorgevano anche loro. Al bar, in tutti i negozi, sentivo la mia voce lanciare dei lazzi come si lanciano condoglianze a un funerale. Poi trovai questo seminario di comunicazione espressiva. Durava un weekend, mi iscrissi.

L’aspettativa nella comunicazione è affettiva, mi dissero. Capii che era il corso che faceva per me. La comunicazione fallisce perché l’altro sente che a te per primo non frega di quello che stai dicendo. Non è la cosa più importante che hai da dire. Vero, ma questa era solo una diagnosi. Me l’avevano spiegato in dieci parole, niente di più. Dissero di muovere i muscoli della faccia. Le sopracciglia, per esempio. Di far lampeggiare gli occhi.

Un altro segreto era muovere la testa sul collo. Se guardi, le annunciatrici in tv lo fanno tutte. Noi insegniamo comunicazione in molte aziende e università, dissero. Quasi nessuno sa parlare, neanche i professori. Feci tutti gli esercizi insieme agli altri guardando dalla finestra i panni stesi sul balcone di fronte. Poi ci dissero: se alzi le braccia sopra le testa, come se fossi arrivato primo a una gara, nel giro di venti secondi le tue ghiandole liberano una dose di endorfine che ti fa sentire esattamente così. Come se avessi vinto una gara.

Lessi tutti i cartelli sulle pareti della scuola di comunicazione. Roba americana sul fatto di credere in se stessi, sul fatto che credere di potere far tutto mette in grado di fare tutto. Frasi copiate senza buon senso da libri a caso di Nietzsche. La rivelazione era un’altra, cioè quella di alzare le braccia. Iniziai a farlo tutti i giorni in bagno appena prima di entrare in ufficio. Mi guardavo nello specchio e facevo anche tutta la ginnastica facciale, poi alzavo le braccia. Contavo fino a venti ed entravo con un buongiorno da presentatore televisivo della domenica mattina.

Non avevo ancora mai capito cosa intendesse mio nonno, quando diceva che la vita è un trucco.

APPUNTAMENTO AL BUIO

La ragazza, continuando a camminare verso l’uscita e senza guardarmi in faccia sussurrò la frase: io non faccio mai cose come questa. Aveva intanto fatto scivolare sotto la mia mano, appoggiata al tavolino del locale dove sedevo quella sera in compagnia di due amici, una strisciolina di carta strappata che riportava solo un numero di telefono. Questo fatto mi autorizzò a considerare che la sconosciuta avrebbe senz’altro desiderato avere dei rapporti sessuali con me.

Io certo non l’avevo vista in faccia, ma lei si era potuta prendere la comodità e il disturbo, acquattata chissà dove, da qualche parte nell’ombra del bar, di studiarmi a dovere fino a maturare il gradimento necessario a motivare quel tipo di mossa che ora voleva far credere di non aver mai fatto prima nella vita.

Considerai anche che se non l’aveva veramente mai fatto prima, di mollare il numero di telefono a uno sconosciuto che neanche gliel’aveva chiesto, doveva essere ben intenzionata ad andarci a letto, con lo sconosciuto, nel caso questi l’avesse poi effettivamente richiamata. Se invece quella fosse stata una sua tecnica di rimorchio abituale, mi parve logico considerare, il risultato non avrebbe potuto cambiare di molto.

Decisi di approfittare di quello che ritenevo essere un vantaggio. Forte delle mie considerazioni decisi che avrei inscenato un approccio da Ultimo tango a Parigi. Due estranei si incontrano, non si raccontano nulla uno dell’altro ma semplicemente, e senza nessun tipo di remora formale, inaugurano una serie di incontri erotici folgoranti. Uno dei due, lui, nel film finisce anche ammazzato. Questo aspetto evitai di rievocarmelo.

Quando ci incontrammo, una sera, per prima cosa ci presentammo. Poi lei disse che doveva comprare le sigarette e propose di andare a bere qualcosa. Iniziò a raccontarmi tutti i fatti suoi e mi chiese del mio lavoro, della mia vita. Considerai immediatamente che non avevo, e forse non avrei mai potuto avere, lo spessore di un Brando e, dato che le pale della mia fantasia, per non parlare poi di quelle del mio coraggio, pescavano penosamente nel vuoto, iniziai a mentire su quanti più aspetti della mia vita fosse possibile.

Per giustificarmi  con me stesso, intanto, mi dicevo di essere influenzato, quella sera, da ben altri personaggi. Per tutta la mattina mi ero sentito, ad esempio, il Dottor Hulbert, giurista ebreo nella Praga di inizio secolo, lo scorso, nato in miseria nel ghetto, assurto alle più alte cariche accademiche e infine morto dormendo su di una panchina del parco d’inverno, dopo aver perso di nuovo tutto quanto a causa di una enorme delusione d’amore. Mi ero poi, nel pomeriggio, posto il dubbio di non essere invece proprio il Golem, che pareva potesse manifestarsi ogni trentatré anni, incarnato da qualche ignaro malcapitato, a causa dell’assenza di emozioni che mi pervadeva, proprio come se fossi una pietra, mentre camminavo per la città nell’assolvimento dei miei compiti lavorativi. Ora però, che era di nuovo sera, avrei anche potuto essere il povero mastro Pernath, uomo meraviglioso ma attualmente privato dei ricordi, così da trovarsi separato della propria identità e assediato notte e giorno da continue suggestioni e incomprensibili sogni.

Considerai che il mio vero vizio è sempre stata la letteratura e solo da questa poi la menzogna che è, in fin dei conti, la fantasia sguinzagliata dentro la realtà. Avevo da sempre letto troppo e con troppa foga, lasciandomi volentieri distrarre de qualunque aspetto pratico, e persino dall’identificazione specifica di me stesso, fino ad arrivare a disprezzare l’applicazione del pensiero a qualunque problema concreto. Immaginai che se fossi stato un uomo di Neanderthal non sarei sicuramente risultato adeguatamente attento, né svelto, per le battute di caccia al mammut, rischiando probabilmente di venire travolto e calpestato fin dai primi anni di vita. Considerai però, da ultimo, che non avrei mai potuto trovare niente da leggere in quella lontana e fantastica epoca prima dell’uomo e forse, deducevo improvvisamente pieno di ottimismo, mi sarei anche potuto salvare e forse persino trascinare fino alla soglia di un qualche nuovo gradino evolutivo.

Mi ridestai dai miei pensieri, dalle mie fantasie, solo per trovare il mio bicchiere finalmente vuotato. Anche il contenuto di quello della ragazza era terminato. Prestai di nuovo attenzione al discorso e capii che lei si diceva affascinata dalla mia vita e dall’attitudine con la quale affrontavo le consuete difficoltà del quotidiano. Intendendo quelle amministrative, non quelle esistenziali. Avevo evidentemente, mentre fallivo nei miei propositi più intimi di cacciatore, scoprendomi peraltro incapace non solo di attuarli ma anche di manifestarli, avuto successo come narratore, come affabulatore. Come bugiardo.

Decisi che era ora di andare a casa. Mi accorsi che la ragazza stava minacciosamente scorrendo il menù e interruppi immediatamente la sua delectatio morosa pregando di poter offrire io per quella sera. Alzò lo sguardo su di me smettendo di sorridere. Considerai che forse, se si fosse inventata qualcosa anche lei, avremmo anche potuto berlo un altro cocktail.

UN DISPERATO BISOGNO

A quanto sembrava era già pronta a darmela dopo un solo Montenegro. Disse che voleva tornare a casa e ce la riportai. Sotto casa sua mi intimò di salire. Non me lo chiese, solo mi diede l’ordine: sali. Nonostante l’ora, per un principio di educazione, non fiatai e la seguii di sopra.

Mi fece sedere sul divano e mi portò una lattina di birra calda. La aprii senza berla. Solo per educazione, visto che era calda. Dissi qualcosa sulle tende poi cominciammo a sbaciucchiarci. Dopo qualche minuto si alzò in piedi e disse: bene, andiamo di là. Si girò e prese per il corridoio. Mentre camminava si tolse tutti i vestiti e sparì dietro una porta.

Rimasi qualche secondo a guardare la porta e i vestiti sul pavimento. Quasi mi aspettassi che potesse tornare indietro. Visto che non tornava considerai che la buona educazione comandava che la seguissi. Mentre ci pensavo mi alzai e iniziai a sbottonarmi la camicia, lentamente. Allora? Mi gridò lei dall’altra stanza. Arrivo, dissi. Mi tolsi il resto dei vestiti in un unico movimento e li buttai sul divano.

Avrei voluto piegarli ma capii di essermi fatto attendere già troppo. Considerai la mia erezione. Il mio principio di erezione. Un’erezione insufficiente, disdicevole. Mi incamminai anch’io per il corridoio verso la porta. Lei stava sdraiata sul letto con solo le mutandine addosso. Mi guardò, né bene né male, diede due colpetti al materasso con il palmo della mano aperta. Delle belle mutandine, notai, di pizzo scuro, forse blu. Gliele tolsi.

Solo un Montenegro, mi trovai a pensare mentre la guardavo. Sei bella, le dissi. Cose che si dicono, rispose. Visto che la mia erezione era ancora insufficiente appoggiai le mani sul fondo del materasso, vicino ai suoi piedi, e iniziai a leccarla. Da principio non disse niente ma dopo qualche secondo cominciò a inarcarsi sulla schiena. Poi scopammo, in qualche modo. Una volta finito lei si alzò e andò di là. Mi accorsi che dovevo scoreggiare e guardai per un po’ la finestra chiedendomi se avessi potuto aprirla.

Tornò portandomi la birra calda di prima. Finsi di fare un sorso e appoggiai la lattina per terra di fianco al letto. Lei stava lì in piedi accanto a me tutta nuda. Pensai che sarebbe stato educato cercare di scoparla ancora così me la tirai vicina. Rise un po’ poi disse: guarda che io sono anche a posto così. Vidi l’ora: erano le cinque del mattino. Forse avrei dovuto andarmene, ma non avevo molta voglia di muovermi.

Le chiesi se non le dispiaceva tenermi a dormire. Ma è ovvio che stai qua! Ebbi la sensazione che fosse stata pronta per quella risposta già da prima del primo Montenegro, forse da prima ancora di uscire di casa. Per me non era così ovvio, ma vista l’ora decisi di restare. Avevo sonno.

Quando mi svegliai, cinque o sei ore dopo, lei non era a letto. Mi alzai e trovai il tavolo imbandito per la colazione. C’era di tutto, anche roba che nessuno si sarebbe mai sognato di mangiare a colazione. Buongiorno, fra un secondo è pronto il caffè. Lei stava in piedi dall’altro lato della cucina con una vestaglia vezzosa. Mi sedetti a tavola senza dire niente. Non sarebbe stato educato andare a darle un bacio prima? Mi era venuto in mente troppo tardi.

Dissi grazie quando mi versò il caffè. Mangiai un biscotto e bevvi la mia tazzina. Tutto qua? Mi chiese. Dissi che non mangio mai molto alla mattina. Rise. Disse che era felice perché il suo ex invece mangiava sempre troppo. Disse anche che ero bravo a letto perché mentre dormivo non sudavo. Rise ancora. Il suo ex sudava molto invece. Poi prese una rivista e mi lesse il mio oroscopo della settimana.

Bene, dissi. Oggi c’è il sole, mi fece notare lei. Guardai fuori dalla finestra in silenzio. Tu cosa fai oggi? Disse ancora lei. Guardai l’orologio e dissi: fra un’ora e mezza devo essere dall’altra parte della città a seguire dei lavori. Non ricordo se fosse vero o meno. Lei sorrise e disse: okay. Posso fare una doccia prima di andare? Domandai.

Quando fui lavato e rivestito lei si mise sulla soglia di casa. Aprì la porta per farmi uscire e si alzò sulla punta dei piedi per farsi baciare. Ovviamente la baciai. Dopo la doccia ero tornato a sentire la voce dell’educazione. Buona giornata, mi disse. Mentre scendevo le scale mi domandai se avesse già premeditato anche quella mossa. Mi sembrava di sì. Mi chiesi di nuovo se prima o dopo il Montenegro. Già prima conclusi, sembrava averne un disperato bisogno.

*

© Paolo Triulzi

vai al sito dell’autore: PaoloTriulzi

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