I me medesimi 21: Chiara

Parigi, museo Rodin, foto gm

Parigi, museo Rodin, foto gm

Di lei ho saputo poco. Solo che si chiamava Chiara. Ci siamo incontrati una sera a un concerto. La calca della gente aveva sfregato i nostri corpi uno contro l’altro. Quando l’ho guardata in faccia mi ha sorriso. Tutto il viso le si illuminava quando sorrideva. Alla fine del concerto mi ha chiesto: tu cosa fai nella vita? Risposi: la prossima volta che ci vediamo te lo racconto. Ma io abito in un’altra città, replicò lei. Poi mi scrisse il suo numero di telefono sul braccio e se ne andò fra la folla.

Ci scrivemmo dei messaggi. Mi fece sapere che nel fine settimana sarebbe stata di nuovo dalle mie parti. Cercammo di combinare un incontro, lei mi sistemò nell’ultima mezz’ora prima di prendere il treno. Appuntamento alla stazione. Arrivai in ritardo di un quarto d’ora. Mi rimproverò ironica: ormai puoi giusto accompagnarmi al binario. Io balbettai qualche scusa e salimmo su di una scala mobile continuando a guardarci. Improvvisamente non mi veniva più in mente niente da dire. Restavo lì a guardarla sorridere, con tutto il viso che si illuminava.

Allora lei chiese: tu cosa fai nella vita? Voleva proprio sapere quella cosa lì, come l’altra volta. Sentii l’obiettivo di una cinepresa che si chiudeva su di noi. Mi parve che qualcosa nella luce scurisse. Iniziai schernendomi, poi, visto che tanto ero senza risorse, glielo dissi annoiandomi al suono delle parole che stavo pronunciando. Poi le chiesi: e tu? Non ricordo cosa rispose.

Ci trovammo di nuovo zitti, ormai davanti al vagone. Ancora non trovavo nulla da dire. Lei mi guardava sempre con quel sorriso ipnotico e gli occhi che pulsavano. Non so come mi venne l’idea di baciarla, ma così feci. Lei indietreggiò ridendo. Sei troppo in ritardo per baciarmi, disse sempre ridendo e salì sul treno. Io restai a guardarla attraverso il finestrino, lei si sedette e riprese a guardarmi come prima: luminosa e felina.

Il treno partì. Più tardi le scrissi di scusare la mia iniziativa e lei rispose che mi avrebbe rivisto volentieri. Pensai che niente era perduto ma la sera stessa andai a cena da amici e conobbi un’altra ragazza che mi diede un appuntamento per il sabato successivo. La settimana ricominciò, il giorno dopo, con un messaggio di Chiara al quale non trovai niente da rispondere. Non risposi e non ci furono più altri messaggi.

Qualche mese dopo, faceva già freddo, camminavo per un viottolo del centro nel silenzio del crepuscolo. Da metà della via mi accorsi che in fondo c’era una persona ferma in piedi. Niente di strano, tranne qualcosa di luminescente che avvolgeva la figura. Doveva avere una giacca bianca. Mentre mi avvicinavo la persona appariva e spariva dietro l’angolo in fondo alla strada. Dondola sui piedi, pensai. Una volta sull’angolo non la vidi più, poi mi sbatté addosso come mossa dalla forza precisa di un pendolo. Mi trovai con il viso di Chiara a una spanna dal mio.

Ci misi un attimo a realizzare. Lei mi guardava in silenzio, sempre luminosa, ma senza sorridere. Perché non hai risposto al messaggio? Mi disse con un tono incalzante. Ma tu che ci fai qui? replicai io. Non capivo come poteva realmente essere lì ad aspettarmi visto che non sapeva niente di me. Perché non hai risposto al messaggio? Ripeté e fece un passo verso di me. Indietreggiai. Sbattei gli occhi ma non riuscivo a sfuggire a quella luminosità. In quel preciso momento il mio cuore si smarrì, mi sembrò di scivolare.

Perché non hai risposto al messaggio? Sentii ripetere un’altra volta mentre il mio piede inciampava in una grata di ferro e mi faceva cadere all’indietro nella penombra di un androne. Sentii un forte gracchiare, come il grido di un uccello notturno, prima di atterrare su di una spalla. Alzai lo sguardo in una frazione di secondo, il tempo di riprendermi dalla sorpresa, e mi trovai a fissare la lampada arancione di un lampione. Signore, tutto bene? Accorse il custode dello stabile e mi aiutò a rimettermi in piedi. Cercavo con gli occhi intorno ma la strada era ormai deserta.

Passarono altri giorni, al messaggio non risposi più.

*

© Paolo Triulzi

vai al sito dell’autore: PaoloTriulzi

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