I me medesimi n. 23: Vittorio

Berlino, foto gm

Berlino, foto gm

La mano sulla testa l’aveva appena sentita che già, la testa, gliela avevano messa sotto. Nel cesso. Nel cesso del pub. Dalla sorpresa Vittorio non aveva fatto in tempo a contrarre i muscoli della schiena per resistere. Fottuti cessi senza chiave che ci entra chi vuole. Poi quelli dovevano essere almeno in due. Sicuramente.

Quando, appoggiando a malincuore le mani sulla tazza, Vittorio si tirò in piedi quelli erano spariti. Questo lo fece imbestialire. Almeno si fossero fermati, quei senza palle. Almeno si fossero fermati a vedere la reazione. Almeno avessero rischiato un minimo che Vittorio reagisse. Invece niente, avevano paura dello scontro diretto. Vittorio lo sapeva, non era di lui che avevano paura ma solo dello scontro, del confronto. Del guardarsi negli occhi e leggere la reciproca rabbia, il reciproco disprezzo, guardarsi negli occhi con la testa alta e pulsante, il cuore da tener giù, e assaporare la tensione che cresce, la violenza. Avevano paura quelli, erano gente da agguato alla cieca, dei caga sotto. Glielo aveva anche detto una sera.

Lui era da solo, mezzo ubriaco che era anche facile, volendo, buttarlo giù. Loro erano in dieci e nessuno che si facesse sotto. Erano in dieci a prendersi gli insulti di Vittorio che li insultava proprio perché sapeva che non avrebbero mosso un dito e allora ci aveva preso gusto a tirargli merda su merda. Era nata allora la questione delle birre. Era per quello che adesso qualcuno gli spingeva la testa dentro all’acqua del cesso, ne era sicuro. Erano stati loro, quei senza coglioni.

Con un balzo Vittorio era fuori dal bagno. Chi è stato, gridava. Il locale era ammutolito, persino la radio. Allora? Domandò Vittorio. Lo so che siete i soliti senza palle, gridava Vittorio. Venite fuori se siete uomini, ma non lo siete, siete insetti, urlava Vittorio aggirandosi per il locale con la testa bagnata. Dai, chi è stato? Uno contro uno, magari vinci pure… Fammi solo vedere che hai le palle per guardarmi in faccia, solo quello…
Tutti si tiravano da parte, qualcuno spaventato, qualcuno abbassando lo sguardo. Nessuno parlava.

Vittorio gridò ancora e passò in rassegna tutte le facce che aveva davanti come fosse un sergente. Chi restava zitto era automaticamente sospettato e nessuno poi che osasse andarsene, che avrebbe voluto ammettere di sentirsi in colpa per qualcosa.

Vittorio gridava ancora che… Va bene, sono stato io, disse una voce alle sue spalle.

Vittorio si girò e vide l’uomo più grosso che avesse mai incontrato, non disse niente e quello parlò ancora: sono stato io, è me che cercavi. Vittorio deglutì e tornò calmo.

Non sei stato tu, non t’ho mai visto, disse.

Allora se sai chi è stato perché gridi tanto, rispose il gigante.

Vittorio deglutì di nuovo. Vabbè, allora perché? Chiese indicandosi la testa bagnata.

Perché mi andava, disse il gigante, vuoi farci qualcosa o siamo a posto così?

Vittorio pensò che quello faceva apposta ma ormai non cambiava niente. I senza palle erano sicuramente lì intorno nascosti a vedere la scena. A Vittorio tornò in mente di quando suo padre gli aveva spiegato perché l’aveva chiamato così. Deglutì un’ultima volta e disse al gigante: andiamo fuori!

Il gigante sorrise, era contento, e uscì.

*

© Paolo Triulzi

vai al sito dell’autore: PaoloTriulzi

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