I me medesimi n. 25: Antonio Cerantola

parigi foto gm

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Si presenta elegante, per uno che dorme al parco Sempione. Con quel maglioncino da donna nero indossato al rovescio sul petto nudo. Oggi dev’essere passato da qualche bagno perché è tutto bello pettinato e sbarbato. Non lo vedi arrivare perché non è uno di quelli che si trascinano da un cestino a un altro. No, lui va in giro senza borse, con il suo maglioncino da donna al contrario. Una camminata piratesca, da vascello.

Ti arriva davanti e ti dice: guardi che io non ho mica fame sa? Cosa gli vuoi rispondere a uno così? Ha forse sete? gli chiedi. Ti sorride come uno che ha trovato finalmente qualcuno con cui intendersi. Se ha gentilmente un euro mi prendo un bicchiere di vino, e indica il baracchino lì a tre metri. Tu sei seduto ad aspettare che ti facciano il panino, lo guardi e non ti passa neanche per l’anticamera di fare la solita sceneggiata del no no no.

Non ti vuol vendere niente, non ti chiede neanche l’elemosina. A lui, che ti arriva lì davanti, con la sete dei santi bevitori, e te lo dice pure, voglio dire: un bicchiere di vino glielo offri senza fiatare. Sull’unghia. L’euro scivola, animato di vita propria, dalla tua tasca alla sua mano. È un compare che cerca compari. Non gli vuoi essere compare? La stagione è bella e lui s’è fatto il bagno. Stare all’aperto a bersi un bicchiere. C’è di meglio?

Grazie, dice lui. Poi si fanno due parole di cortesia e lui si scusa ma adesso andrebbe a prendersi il suo bicchiere. Va verso il baracchino. Ma torno, assicura. Poi aggiunge: se posso. Ma certo, gli dici, la aspetto. Hai visto che era un compare? Solo i pirati camminano così. Ci si dà del lei certo: siamo gentiluomini, anche se di fortuna. Lei aspetta il panino? Ti grida. Gli fai sì con la testa. Aspetti che vedo a che punto siamo.

Poi torna con il bicchiere. Mi scusi, continua a dire. Prego, gli rispondi sempre. Tutti e due tic. Oggi sembra in forma. Bella giornata, continua a dire e si scusa se si ripete. Ha un accento milanese forte radicato nel naso, con le parole che sgocciolano agli angoli della bocca, in fondo alle mandibole. Ha sessantatre anni e da dieci dorme al parco Sempione, se piove: al Teatro Strehler. Conosco tutti gli attori e i registi, quando escono all’una alle due, io sono lì.

Fino a che ora si dorme alla mattina? Ti informi. Fino alle nove, fa lui. Se andavo a lavorare alle sette, già… E fa il gesto di chi va e fischia. Eh sì è una bella rottura, devi ammettere. Poi ti chiamano per il panino. Vai, torni e lui si è seduto sulla panchina. Si sposta un po’ in là e dice: mi sono seduto. Ha fatto bene, grazie di avermi tenuto il posto che qui è un attimo che te lo fregano. Ti guarda un attimo, poi si tira dritto e dice: prego!

I bicchieri si toccano. Alla salute. Bevete un po’ in silenzio, un po’ parlando del parco Sempione di vent’anni fa. Recuperavi di tutto, dici. Oooh, fa lui, c’era certa gente! E ti racconta chi conosceva. Ti dice che è di Milano ma prima ha girato, ha viaggiato. Poi gli scappa fuori una cosa così. È solo un indizio, ma un indizio vero è meglio di una confessione falsa. Il dolore fortifica, dice. Chissà cosa gli è successo a cinquantatre anni? Non glielo chiedi, non sono affari tuoi.

Lui invece si interessa. Lei lavora? Quanti anni ha? Finito anche tu il bicchiere devi tornare al lavoro. Devo andare, dici. Arrivederci. Gli porgi la mano e gli chiedi: Lei come si chiama? Lui ti guarda in faccia, tira le sopracciglia all’insù, guarda la mano e guarda la propria. Poi se la sfrega sui pantaloni e stringe. Raddrizza la schiena: Antonio, dice, Antonio Cerantola. Antonio Cerantola

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© Paolo Triulzi

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