Anna Maria Curci

PoEstate Silva, Reiner Kunze, Variazioni sul tema “Filemone e Bauci”

Reiner Kunze è nato il 16 agosto 1933. Oggi, nel giorno del suo 86° compleanno, proponiamo la lettura di alcune sue poesie tratte dalla raccolta lindennacht (“notte di tigli”), pubblicata nel 2007 dalla casa editrice Fischer. (la redazione)

 

VARIAZIONE SUL TEMA “FILEMONE E BAUCI”

Sarebbe confortante, per secoli ancora
potersi con i rami
toccare a vicenda,
——————-e il tiglio
ti donerebbe

Dell’essere una quercia tuttavia
soffrirei, il midollo del sambuco
lo sento in me

Reiner Kunze
(Traduzione di Anna Maria Curci)

 

VARIATION ÜBER DAS THEMA »PHILEMON UND BAUCIS«

Tröstlich wär’s, jahrhunderte noch
einander mit den zweigen
berühren zu dürfen,
———————und die linde
stünde dir

Am wesen der eiche jedoch
würde ich leiden, das mark des holunders
spür ich in mir

 

 

SECONDA VARIAZIONE SUL TEMA “FILEMONE E BAUCI”

Non dureremo in rami e ramoscelli
oltre noi stessi

Eppure siamo privilegiati

Ancora ci è concesso di vivere fino alla fine
tra alberi

Reiner Kunze
(Traduzione di Anna Maria Curci)

 

ZWEITE VARIATION ÜBER DAS THEMA »PHILEMON UND BAUCIS«

Wir werden nicht in ast und zweig
dauern über uns hinaus

Doch wir sind begünstigte

Wir dürfen noch zu ende leben
unter bäumen

 

Reiner Kunze, da: lindennacht. Gedichte, Fischer Verlag 2007

Pasquale Vitagliano, Del fare spietato

Pasquale Vitagliano, Del fare spietato, Arcipelago itaca 2019

L’ideale conversazione che conduco da diversi anni a questa parte con la scrittura di Pasquale Vitagliano – poetica, narrativa, saggistica – riguarda non solo gli esiti, bensì anche il farsi della scrittura, il suo continuo divenire. Mi sembra di poter affermare che, con piglio sempre molto consapevole sia circa le intenzioni comunicative sia circa le aree di osservazione di volta in volta messe a fuoco, sia, ancora, circa gli strumenti per la restituzione a chi legge, la scrittura di Pasquale Vitagliano si sia cimentata con questioni che vale la pena definire con aggettivi che giungono a noi dalla storia e dalla letteratura: “questione privata”, “questione meridionale”, “questione politica”, “questione etica”.
Con Del fare spietato la questione si estende, con un obiettivo che insieme si allarga e si definisce. Sì, perché la questione affrontata da Pasquale Vitagliano nella sua più recente raccolta di versi è la questione umana. Troppo ampia? Troppo vaga? Tutt’altro: la dedica al comune amico Gianmario Lucini, instancabile propugnatore di poesia, sorridente e dolente e rigorosissimo nell’individuare gli obiettivi centrati dall’ipocrisia e dalla devastazione imperanti, fa sì che il passaggio dal precedente Habeas corpus a Del fare spietato si manifesti come coinvolgimento totale di chi scrive e di chi legge. Non ci si può sottrarre, nessuna torre d’avorio è permessa, le illusioni che ci possano essere spazi per una qualsivoglia sinecura sono smontate pezzo per pezzo. Non si torna indietro, l’avaria individuata è pervasiva, l’allarme suona da tempo, nell’ignoranza responsabile e irresponsabile e nel colpevole insabbiamento. Il mondo è avariato: penso proprio a Störfall, tradotto con il titolo di Guasto, il racconto di Christa Wolf scritto a un anno dall’incidente di Cernobyl.
Il componimento iniziale dispiega proprio questo passaggio, con un’apertura che richiama un’altra famosa formula giuridica latina, Noli me tangere, con la differenza fondamentale che qui, invece dell’affermazione di un diritto civile fondamentale, si fa riferimento, piuttosto, a una situazione di rischio, di emergenza, di sospensione di prossimità: «Non mi toccare/ Sono rimasto sulle scale/ Salgo senza trovare più/ Le chiavi per tornare da dove sono venuto.» Sempre in questo componimento, è individuata una delle cause più dilanianti del mancato porre riparo al guasto profondo, ed è una causa definita oscena, indegna di essere rappresentata e parente di quel Vilipendio di cui scriveva Lucini nella raccolta che portava quel titolo: «Nostra oscena incapacità di camminare insieme.»
A Gianmario Lucini e, insieme a lui, all’interlocutore umano ‘universale’ sembrano rivolgersi le sette terzine che principiano con «Dove sei dove ti trovi in questo momento/ Io sono qui pensavo di essere finito/ E invece sono al sicuro e tu dove sei.// Dove sei adesso vedo in video i morti». Lo scenario è quello del giorno dopo l’Apocalisse; siamo sopravvissuti e incapaci di riconoscere l’altro da noi in questa ripetizione seriale del post-disastro.
Le allitterazioni accentuate non temono di farsi martellanti quando il j’accuse addita colpevoli e complici, ivi compresi i “social” maggiormente in voga nella manipolazione di comunicati e notizie: «Rutto erutto tremo vibro non cinguetto […] Spioni senza ideologia scemi simoniaci sfaldati».
Il distacco interno al logos tra lingua e idee è individuato con esattezza e con una resa spietatamente veritiera che, in più, ricorre all’uso ben calibrato delle rime interne: «Più idee che lingua/ Suole la lingua battere/ Duole l’idea cattiva/ È un’afta che rende orbi/ E invece non c’è lingua/ Senza un’idea che soffra». La privazione e la deprivazione linguistica è una spia della perdita integrale, del lutto, della solitudine, dell’abbandono, dell’essere esposti come gli infanti alla ruota di un tempo, della condizione permanente di orfani: «Siamo rimasti soli/ Privati di ogni lessico/ Sformati e senza canti/ Orfani randagi esposti». (altro…)

Luca Pizzolitto, Il tempo fertile della solitudine

Luca Pizzolitto, Il tempo fertile della solitudine, Campanotto Editore 2018

Silenzio, spazio aperto, respiro. Dove? In quale tempo? E in vista di che cosa?
Tre elementi in un enunciato e tre domande intendono introdurre alla raccolta Il tempo fertile della solitudine di Luca Pizzolitto.
La solitudine è qui, in questo tempo. Che sia ricercata intenzionalmente oppure vissuta per necessità (sorte destino ventura), essa si dispone, tuttavia, a essere terreno fruttuoso, per intervento della voce poetica. Questa, infatti, subisce e soffre una condizione, che, sin dal primo componimento del volume, definisce come «questo esilio», eppure sceglie, nella notte che si spalanca dinanzi a sé, di meditare, di considerare, di «sopravvivere al presente», di resistere e di scrivere, anche sull’esempio, coltivato con cura, di altre voci poetiche, che sono giunte prima e di cui serba memoria, come la voce di Izet Sarajlić.
Allora il silenzio, lo spazio aperto, il respiro si fanno tempo propizio e distanza necessaria per cogliere con maggiore acutezza il cielo sopra gli scenari di guerra ininterrotta, il suono di «angoscia della terra», l’occasione di una «frattura di quiete».
Illuminante, in tal senso, il titolo della prima delle quattro sezioni – Salustri, Blu, Distanze, Selvatico – che compongono la raccolta. Salustri, termine che ho avuto modo di conoscere dal volume omonimo del poeta Umberto Valentinis (il libro, del 1968, è stato ripubblicato nel 2014),  in friulano sta a indicare un momento di chiaroveggenza, un lampo nella notte.
Vedere chiaro, nelle tenebre che soffocano, colmare l’abisso, «cadersi dentro e risalire»: questo è il canto che giunge dal tempo fertile della solitudine.

© Anna Maria Curci

 

NELL’ARMONIA DELLE FORME

Brucio nell’alba
le notti prive di sonno
lascia il tempo
al giorno nuovi giorni
incubi di luci al neon
per i tuoi occhi.

Nell’armonia delle forme
una fragile sostanza:
ogni istante è smarrito,
lo vedi, s’incaglia, si perde
lontano.

E ancora cerco in te
la redenzione a questo esilio.

 

MELTEMI

Mi spezza il vento, taglia, divide:
per gli istanti di luce
sempre troppo veloci,
per ogni attesa
che si fa incontro,
per tutti i silenzi
e i miei occhi malati
distendo le braccia verso il nulla,
distendo le braccia verso questa terra
in cui ciascuno è naufrago e straniero,
in questo tempo lasciato al caso,
banalmente smarrito.

(altro…)

Dona Amati, Haiku della buona terra

Dona Amati, Haiku della buona terra. Con una lettera e otto opere di Maria Grazia Tata, Fusibilialibri 2019

Percorrere le pagine di un libro e soffermarsi, spesso, con incanto e ammirazione, su un passaggio, un verso, una soluzione che si rivela una porta di accesso a un gradino ulteriore di significato, tutto questo giunge come un dono di umanità e poesia.
Cogliere la bellezza in ciò che lo sguardo, vigile e pronto a collegare il mondo fuori di sé con il mondo dentro di sé, conferirle la parola che ha – inconfondibilmente – l’alito dell’amore, in misure non mortificate, ma, al contrario, esaltate dalla gabbia metrica scelta, non è dote comune. Questa dote è dispiegata in tutti gli haiku, così come nei tanka, nei senryu, nei renga della “buona terra”. Terra fertile è l’amore, alfa, principio, fondamento del noi, superamento del confine dettato dall’io. La buona terra manda segnali e Dona Amati li accoglie, li trasforma in canto. Si percepisce che esso è un canto che torna a credere, insieme alla vita che si rinnova, insieme a Cecilia, alla quale il volume è dedicato. Scrive infatti Dona Amati: A Cecilia. È lei la mia buona terra.
Cecilia, la “buona terra” di Dona Amati, favorisce il ritorno all’età della conversazione ininterrotta tra umani e mondi altri, tra umani e piante, umani e pietre, umani e animali e, soprattutto, tra tutti questi mondi tra loro, ché la poesia, qui, sulla polvere e oltre la polvere, supera ogni limitato antropocentrismo: «serpi allacciate/ al tepore di giugno/ fanno l’amore», «disco di luna/ a quel chiarore il cane/ più forte abbaia», «appare un raggio/ brulicante di luce/ dalla finestra -/ perché chiamare polvere/ ciò che è pieno di vita?», «ora che vado/ solitaria nel mondo/ s’allarga il cielo», «sei un seme nitido/ come granello puro/ di buona terra».

© Anna Maria Curci

 

HAIKU

pietruzze bianche
sotto il sole d’agosto —
si spaccheranno?

acqua di stagno
indurita dal gelo —
tutto si ferma

serra le chele
sulla preda che guizza —
granchio affamato

guardare il mare —
nessuno a dire un nome
volato al vento

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Maria Lenti, Elena, Ecuba e le altre: una lettura pedagogica (di Cristina Polli)

Elena, Ecuba e le altre. Una lettura pedagogica.

Nella sua ultima raccolta, Elena, Ecuba e le altre (Arcipelago Itaca, 2019), Maria Lenti segue tracciati intenzionalmente divergenti e rappresenta miti e storie del patrimonio culturale occidentale in una versione inedita dando voce alle donne.
Versi sapienti e curatissimi stroncano tante delle motivazioni addotte dagli dei e dagli eroi per le loro azioni di cui rivelano mancanza di ascolto e di empatia; rivoltano le vicende e i vissuti ponendoli su scenari aperti dal sentimento, dal dialogo, dalla predisposizione all’ascolto e all’inclusione dell’Altro; cesellano la grazia del dono e l’ironia che distanzia e amplia la visione. Insegnano.
Leggendo diventiamo consapevoli della possibilità di una interpretazione plurale e sfaccettata, della possibilità di un mutamento delle consuetudini di lettura nel segno di una ricezione attiva che implica il principio della scelta, il vaglio critico che consente di andare oltre.
“Oltrecanone” come scrive Alessandra Pigliaru nella sua precisa ed efficace prefazione riportando in nota il riferimento a un lavoro omonimo del 2015 a cura di Anna Maria Crispino. Oltrecanone come moto che in questa raccolta oltrepassa con un doppio movimento, percorso e sguardo interno ed esterno, il sistema e il canone in cui siamo soliti rispecchiare la nostra personale immedesimazione di lettori.
Ma la poetessa ci avverte subito che l’immedesimazione qui non è inconsapevole e che il lettore ha un ruolo attivo di analisi e valutazione. Le figure vengono poste in una collocazione prospettica che le distanzia e crea lo spazio per la nostra riflessione (11):

Arianna a Nasso

“Teseo al largo già
 dolente e fiero

Arianna a Nasso
leggera e liberata”

Oppure prendono la parola ed esprimono un pensiero altro che porta a un atto libero dall’appropriazione (73):

Policasta a Telemaco

A Pilo nella vasca d’oro
ti ho lavato
non furtiva accarezzato.

Ricorderò che tu ricorderai.

Per ragioni legate a motivi professionali mi viene alla mente una raccolta di scritti che ho molto amato: Il conoscere. Saggi per la mano sinistra, di Jerome Bruner, di cui è uscita nel 2005 la seconda edizione.[1]
Bruner sostiene che alla formazione della persona concorrano sia il pensiero razionale che il pensiero narrativo. La narrazione contribuisce a sviluppare la capacità di giudizio e lo spirito critico, spalanca le porte al possibile, al plurale. Nella sua opera di psicologo e di pedagogista crea un’apertura, dice che l’istruzione razionale, su cui era basato il sistema scolastico americano, non basta. Rendendo esplicita questa evidenza, crea consapevolezza. (altro…)

Giovanni Ricciardi, La vendetta di Oreste

La vendetta di Oreste (Fazi Editore), nona indagine del commissario Ponzetti, nato dalla penna di Giovanni Ricciardi, è da oggi, 11 luglio 2019, nelle librerie.

Giovanni Ricciardi, La vendetta di Oreste, Fazi Editore 2019

Quando, esattamente otto anni fa, nel luglio 2011, conobbi Giovanni Ricciardi, in occasione della presentazione, avvenuta proprio nel quartiere Giuliano-Dalmata, della terza indagine del commissario Ponzetti, Il silenzio degli occhi, ebbi modo di individuare, in quel primo libro che lessi avidamente e, in seguito, in tutti i volumi precedenti e successivi, alcune caratteristiche che rendono prezioso e di portata rilevante il progetto che Giovanni Ricciardi va svolgendo, collocando gli scenari delle vicende da lui narrate, di volta in volta, tra luoghi del mondo e quartieri di Roma: tra queste, la capacità di coniugare la cronaca contemporanea alla memoria individuale e collettiva e la volontà di sottrarre all’oblio storie travolte e sommerse.
La vendetta di Oreste, la nona indagine del commissario Ottavio Ponzetti, creatura di Giovanni Ricciardi, ha tra gli scenari il quartiere di Roma che si chiamava “Villaggio Giuliano” – ora quartiere Giuliano-Dalmata – e che accolse gli esuli dell’Istria e della Dalmazia (i primi sfollati non avevano ancora lo status di profughi) dopo il 10 febbraio 1947, a partire dalle prime famiglie che furono ospitate nei padiglioni dell’ex Villaggio Operario dell’E42, lungo la strada che oggi ha il nome di viale Oscar Sinigaglia e che occupa un posto importante nelle vicende narrate.
Oreste, il personaggio che appare già nel titolo del romanzo, è giunto a Roma nel 1954, mentre la moglie, Nina, è arrivata al Villaggio da bambina. Storie simili le loro? Se il sipario si apre sulla rottura del femore ‘quasi gemellare’ di moglie e marito, su infanzie e giovinezze segnate dal trauma della perdita e della fuga, Nina e soprattutto Oreste hanno parlato ben poco con il figlio Marco. Anche su questi silenzi, di drammatico realismo, si costruiscono le storie narrate che, di capitolo in capitolo, tra viaggi, incursioni e agnizioni – non solo i nomi di molti personaggi, ma anche cornici e cadenze hanno sovente la solennità del mito e della tragedia greca – si chiariscono progressivamente grazie alle indagini condotte da Ponzetti, che ha conosciuto e apprezzato Oreste come geometra. Ponzetti è coadiuvato non solo dal fido Iannotta, ma anche, in questo caso, dalla figlia minore Maria e gli itinerari di ricerca portano dalle vie, dalle case e dalla biblioteca di San Marco Evangelista al Giuliano-Dalmata e dai corridoi dell’ospedale Sant’Eugenio, per altri punti ‘nodali’ di Roma – l’Esquilino tutto, con citazioni importanti del Museo di Palazzo Merulana e della Biblioteca Nelson Mandela – a Trieste, in un Istituto Tecnico, e oltre confine, nei territori una volta italiani.
La materia trattata è incandescente, come già quel nome, “vendetta”, fa intuire. C’è un mistero da risolvere – e forse più di uno – dopo il ritrovamento di una pistola e di una lettera, ci sono colpi di scena e rivelazioni, ma sarebbe riduttivo ingabbiare in un genere questo libro, che entra a pieno titolo in quel progetto al quale ho fatto riferimento in apertura. Tanto maggiormente, allora, colpisce la scelta di Giovanni Ricciardi di affrontare una questione delicata e attualissima come quella degli incontri-scontri nelle zone di confine.
In un romanzo nel quale appaiono personaggi storici, alcuni protagonisti di vicende singolari e tragiche, altri  testimoni di umanità viva e della ricerca operosa di verità e pace, in un romanzo in cui si portano a conoscenza ulteriori realtà occorse e tuttora sconosciute ai più, mi preme sottolineare come la visione storica di Giovanni Ricciardi sia frutto di una volontà di grande valore etico, quella di dare voce a chi voce non l’ha avuta, restituire la memoria dei doppiamente schiacciati e deprivati della dignità, ancor prima che della vita.

© Anna Maria Curci

 

1.

Nina non torna a cena

Il vecchio Oreste era diventato abitudinario. Non si era più allontanato dal suo quartiere dopo l’età della pensione. Aveva anche smesso di guidare la macchina per via della vista troppo fioca, che lo spingeva a stringere progressivamente il cerchio delle sue frequentazioni. Del resto, aveva viaggiato anche troppo da quando era approdato a Roma negli anni Cinquanta, ma sempre e solo per lavoro e, a sentir lui, malvolentieri.
Ogni viaggio è dolore e fatica, amava ripetere: lo sanno bene gli inglesi, e per questo dicono travel, quello che in italiano è travaglio, il dolore del parto. O del partire? E i francesi? Per loro travail è la dura legge del lavoro. Ma gli inglesi lo sanno più di tutti, e lo condensano in quel termine perché per loro il viaggio è sempre attraversare un mare e non sapere se ci sarà ritorno.
Così diceva Oreste per giustificare la pigrizia della sua vecchiaia. Poi, una sera di marzo, sua moglie non tornò a casa per la cena: la prima volta dopo tanti anni di matrimonio.
A lungo Oreste rimase alla finestra a osservare un’avanguardia di primavera tra i rami del pruno rosso che spiccava nel giardino di fronte, fantasticando un non so che, fin quando il sole non fu tramontato e più in là si accesero i lampioni della sua piccola via. Allora si accorse che era trascorso troppo tempo e si destò dal torpore, imbambolato.
Cominciò a chiamarla ad alta voce, come se il suo nome gridato alla finestra avesse il potere di farla spuntare improvvisamente all’angolo della strada. Ma la via era vuota.
Oreste sentì nel profondo di sé che Nina non gli era mai parsa indispensabile: era sempre stata lì, tutta la vita, come l’orizzonte sulla linea del mare o la risacca che d’inverno sfianca gli scogli
.
Oreste pensò che c’erano state poche parole in quel lungo amore. Ma adesso che provava – troppo tardi – che cosa significasse la sua assenza, avrebbe voluto dirle l’unica parola che gli saliva alle labbra, e se fosse arrivata a consolare quel vuoto improvviso, gliel’avrebbe senz’altro detta, per la prima volta nella vita: «Mi sei mancata». (altro…)

Fabio Michieli, Dire

foto di Giovanni Ballarin

 

«ma la luce che filtra dalla grana»: un viaggio in Dire di Fabio Michieli

«ma la luce che filtra dalla grana/ dice a me – nel silenzio – tutto il bello»: parto dal distico che conclude Ad A.C., componimento che si trova nella sezione Primo tempo, per raccontare di un rinnovato viaggio nei versi di Fabio Michieli in Dire, ora alla sua seconda edizione, e dunque in una versione ampliata e in una rete più fitta di linee e curve e nessi.
È bene premettere che si tratta di un viaggio tra i versi, giacché il richiamo che a me giunge da tempo da questa raccolta (la cui prima edizione risale al 2008) e da questa poesia è simile a ciò che l’Orfeo di Fabio Michieli dice di sé in (Orfeo a Euridice): “inselvarsi oltre il limite concesso”, tornare ad addentrarsi. Se mai è il momento in cui sarà dato al mistero di risolversi interamente nel mondo del finito, a chi si tuffa, si immerge, si “inselva”, in Dire, a chi ne percorre le direttrici principali così come i cunicoli, gli antichi e gli ulteriori, è dato sempre di cogliere «– nel silenzio – tutto il bello».
Dal cogliere al pronunciare, al Dire «tutto il bello», cionondimeno, si estende l’arco composto da infiniti punti, da molteplici angolature e da svariate sfumature cromatiche. È proprio questa la ragione per cui quello che segue sarà il resoconto di uno solo dei tanti viaggi intrapresi nella poesia di Dire. È proprio questa la ragione, soprattutto, per cui la storia della composizione di Dire reca con sé, attraverso il lavoro incessante sulla disposizione, sul suono, sulle combinazioni, il segno dinamico e drammatico di una battaglia condotta per dare facoltà di parola a «tutto il bello» colto nel silenzio.
Questo particolare viaggio trae ispirazione da luci, contorni e colori nella pittura di Ingres, la cui compiutezza scaturisce dal dramma della risoluzione del conflitto permanente tra naturalezza e ideale. La perfezione della bellezza giunge come un’opera – nella quale avvertiamo quasi dolorosamente tutto il pathos della cura – di posizionamento, di cattura della luce su contorni dalle linee impeccabili e che pure tradiscono il guizzo di «carne e ossa e tendini e muscoli».
Sulla scorta dei dipinti di Ingres (penso per esempio all’Autoritratto a 24 anni, alla Mezza figura di bagnante, a Edipo e la Sfinge), questo mio resoconto di viaggio si sposta ora, dopo la prima (distico finale in Ad A.C.) e la seconda tappa ((Orfeo a Euridice)), verso la terza tappa, il componimento la cui intera architettura è manifestazione di un desiderio di fisicità intatta e, allo stesso tempo, di totale espansione e confluenza dell’io nel tutto, fino ad annullare ogni contorno, ogni confine: «mi fosse dato spandermi nell’aria/ e confondermi a nuvole di noia/ e placare quei mali che divorano/ intero il corpo –».
Un bello doloroso, dunque, che serba memoria dello sbranamento, della scomposizione, dello schianto. La quarta tappa passa, sempre traversando i testi di Primo tempo, per alcuni loro versi in particolare: «le foglie già da tempo marce al suolo/ avidamente attendono lo schianto» (in Das Bild), «a volte penso d’essere un involucro/ cavo dove trova rifugio l’uomo/ che non sarò ancora» (in Sebastiano).
Per procedere in questo viaggio, occorre andare a ritroso e in avanti, a ritroso nel volume di questa seconda edizione, perché la quinta tappa tocca i testi della sezione che vi appare come prima, Genesi, in avanti, allo stesso tempo, perché se le poesie che compongono Primo tempo erano già apparse nell’edizione del 2008 di Dire, i sei movimenti di Genesi – come i sei giorni della creazione del mondo secondo l’Antico Testamento – risalgono al 2013, a sei anni fa, dunque, e a sei anni dalla data di redazione (2007) del ‘primo’ Dire.
Inizio e scaturigine, nascita e interrogazione, fondamenta e nucleo, saetta e grimaldello, ardore inestinguibile e inestinto, incanto di una fiamma che consuma e attrae, forza sprigionata dalla parola, che chiede di essere interpretata e, nello stesso tempo, pare resistere a qualsiasi resa: «ritrovo il tempo andato tra la cenere/ se si consuma il fuoco –// costringe a camminare su roventi/ in equilibrio lamine» (Genesi I); «che mi devi ora in premio?/ il segno chiaro/ che brutalmente forzi quest’inerzia/ di sentimenti e modi».
Anafora e anastrofe, aggettivazione battente e, per me che racconto di questo mio viaggio, la sfida dell’andirivieni tra una delle poesie di Ingeborg Bachmann, la prima della raccolta Invocazione dell’Orsa maggiore, Il gioco è finito, con un verso citato in epigrafe e l’insieme che da anni mi chiama alla traduzione dal tedesco all’italiano (“Fratello mio caro, quando sarà che una zattera costruiremo e il corso del cielo discenderemo?”), e i versi di Genesi di Fabio Michieli, che in parte ho tradotto in tedesco. (altro…)

Raffaela Fazio, Midbar

Raffaela Fazio, Midbar. Prefazione di Massimo Morasso, Raffaelli editore 2019

Già in apertura, Midbar di Raffaela Fazio offre e propone una via di accesso, vale a dire proprio la parola ebraica che dà il titolo alla raccolta. Midbar vuol dire deserto, ci avverte Raffaela Fazio.
La potenza evocativa di questa parola libera immediatamente una serie, ovvero, per essere più precisi, una rete di associazioni: attraversare il deserto, mettersi alla prova della rinuncia al superfluo e della ricerca dell’essenziale, “fare deserto”, meditare sull’essenza; ancora: porgere l’orecchio al soffio, alla voce di “uno che grida”, agli echi del profeta, di chi pro-nuncia la parola e, soprattutto, a quel “suono silenzio sottile” nel quale (non nel vento impetuoso, non nel terremoto, non nel fuoco) Elia sul monte Oreb (I libro dei Re) riconosce e ritrova Dio. In questa raccolta non mi sembra affatto casuale che tale episodio abbia un posto importante, nel penultimo componimento, che si intitola Qol demamah daqah (letteralmente: suono silenzio sottile, voce silenziosa, che dalla traduzione dei Settanta in poi è diventata, sminuendo la grandiosità dell’originale, “mormorio di brezza leggera).
Davvero MiDBaR, deserto, e DaBaR, parola, sono allacciati intimamente, tanto che il termine per deserto può essere letto proprio come “luogo della parola”. DaBaR è anche “evento”: nel deserto, luogo della parola, cade il suono, e il suo accadere si concretizza in un tempo, cade e inciampa negli ostacoli di qualsiasi incontro, cade e prosegue, cammina, sempre in viaggio, «forte del proprio inciampo» e, aggiungo io, forte di quell’accadere amplificato nel deserto, forte di quel manifestarsi del Verbo nella storia che si compie nella Shekinah, dimora, presenza divina nel mondo, tenda nel deserto.
Il componimento Dabar,  che apre la raccolta, si palesa come ouverture e programma della sinfonia della parola nel deserto che è Midbar di Raffaela Fazio.
La ricerca della Parola, la rivelazione della Parola, la dimora della Parola, l’interpretazione della Parola: tutto questo si incarna nel mondo, nella storia – Giovanni, all’inizio del Vangelo che è stato tramandato con il suo nome, usa proprio il termine ἐσκήνωσεν, “eskenosen” – e che solo del particolare e dell’immanente sia data conoscenza, ma non certo dell’origine, è ben consapevole Raffaela Fazio, proprio in un passaggio fondamentale del primo dei tre movimenti (L’albero, gli altri due sono La donna e la domanda) che compongono il poemetto In origine, nella III sezione di Midbar, Di buio e di fiato: «Da me si passa/ per morire./ La donna lo sapeva:/ per generare/ barattò l’eterno con la storia/ s’iscrisse nella fine / e offrì un inizio». (altro…)

Sonia Lambertini, perlamara

 

Sonia Lambertini, perlamara, Marco Saya editore 2019

Recentemente uscito per i tipi di Marco Saya editore, perlamara di Sonia Lambertini è itinerario poetico nella ferita del tempo, nei giorni della spaccatura in tutte le sue gradazioni, dal graffio allo squarcio passando per la lacerazione. I giorni della spaccatura sono i giorni di un inverno tardivo e di una tarda primavera che si ostina a nascondersi.
Divisa in cinque sezioni, articolate a loro volta in quattro componimenti la prima e la seconda, in sei componimenti la terza, la quarta e la quinta, la raccolta perlamara colpisce e convince per la disposizione accurata e precisa delle parole e per il ricorso a strumenti espressivi che, nell’attraversamento dell’oscurità, permettono, come scrive Elio Grasso nelle considerazioni introduttive, dal titolo Fuori dall’epoca, di tirarsene fuori «per guardare in faccia qualcosa di gratificante […] perlamara, dopo aver innalzato rovine, rasenta novità formali senza tendere imboscate: parlando d’altro, parla esattamente – oltre che di scrittura – di poesia.»
All’interno di questa raffinata strumentazione mi sembra opportuno menzionare due elementi portanti: il ricorrere di alcune ‘presenze’ e, in particolare, di quella del merlo, e la scelta della densità e della concisione.
Il merlo – che in perlamara appare, sosta e vola – manifesta la persistenza dell’inverno quasi come condizione esistenziale e le sue ali che conoscono il dolore sono spiegate, tuttavia, dunque disposte allo stupore.
Non è un caso, allora, che nei giorni del taglio e nei giorni del merlo il becco che raccatta, raccoglie, sminuzza, lacera, perlustra, sia una tra le parole che ricorrono con maggior frequenza.
Anche la forma breve è testimonianza di una riduzione all’essenziale, di un taglio del superfluo, di tempi “scarni e ruvidi”. La punta aguzza che acuisce il dolore è avvertibile quasi fisicamente, come onda sonora, attraverso le rime interne e le allitterazioni, così come attraverso i verbi, passati al vaglio di una lettera ‘s’ iniziale che scarnifica, «sgrava», «scricchiola», «sbecca», «smagra», «sprofonda», «scardina», «squarcia». In questo senso il terzo componimento della quarta sezione è esemplare per il procedere acuminato e penetrante, in una battaglia continua che non lascia indenne alcuno e alcunché: «Staglia la lingua, battaglia/ striscia. Sottoterra bisbigliano/ sottoterra. Gridano i folli, s’incurva/ il merlo, sbecca, mutila il canto.» (altro…)

Maria Lenti, Elena, Ecuba e le altre (rec. di Anna Maria Curci)

 

Maria Lenti, Elena, Ecuba e le altre. Prefazione di Alessandra Pigliaru, Arcipelago itaca 2019
 

Fammi essere Antigone, ti prego,
se ancora a questo gioco vuoi giocare.
Io raccolgo le spoglie abbandonate.
A te lascio i trofei da conciatore.

(Anna Maria Curci, 20 dicembre 2015)
 

Attraverso l’epica e il mito per una coscienza piena della storia, per una scelta alternativa alla sequela di violenze e sopraffazioni che pare ineluttabile e che come tale, nel corso dei tempi, è stata imposta. La riscrittura del mito come denuncia della menzogna e come costruzione di una convivenza pacifica ha avuto un’interprete che ha fatto scuola fin dagli anni Settanta del secolo scorso, Christa Wolf. A Cassandra e a Medea, alle voci loro conferite da Christa Wolf ha prestato attento ascolto Maria Lenti negli anni e, recentemente, con la sua raccolta Elena, Ecuba e le altre.
Ma dietro Christa Wolf ci sono altre autrici, altri autori, appassionatamente letti e ‘curati’: senza ombra di dubbio Karoline von Günderrode – penso al componimento Arianna a Nasso – la cui riscoperta ha preso l’avvio proprio da Christa Wolf, che ne curò l’antologia delle opere, Einstens lebt ich süßes Leben (tradotta in italiano con il titolo L’ombra di un sogno), e la pose al centro del racconto Nessun luogo. Da nessuna parte, insieme all’altro protagonista Heinrich von Kleist.
Lo stesso Kleist di Pentesilea, così come Goethe di Ifigenia in Tauride sono autori, come ha ben messo in evidenza Ruth Klüger in Frauen lesen anders (“Le donne leggono diversamente”), che hanno saputo dare espressione alla parte del pensiero umano che coltiva la pazienza e, soprattutto, il noi. Questo passaggio dall’io al noi, così limpidamente auspicato da Maxie Wander nelle pagine del suo diario, viene sottolineato, proprio a proposito della ‘scelta di metodo’ di Christa Wolf, dalla studiosa italiana Rita Calabrese, in un passaggio del suo libro Sconfinare. Percorsi femminili nella letteratura tedesca (Luciana Tufani Editrice, 2013): «L’IO va assumendo connotazioni femminili, mentre il NOI comincerà ad abbracciare le donne dell’una e dell’altra parte, nella comune oppressione patriarcale e nella stessa costruzione d’identità.»
La riscrittura di Christa Wolf colpisce per l’originalità degli accenti, per l’incisività del dettato, per l’acume nella lettura del presente: «A Corinto non ho mai sentito nessuno parlarne, ma un’osservazione accidentale di Acamante una notte mi ha fatto capire improvvisamente quel che Medea fa per lui, senza minimamente saperlo: gli dà la possibilità di dimostrarsi che può essere giusto, privo di pregiudizi e persino amichevole con una barbara. Assurdamente questo modo di essere è venuto di moda a corte, ma non tra il popolo basso, che estrinseca il suo odio per i barbari senza rimorsi e senza riserve» (Christa Wolf, Medea. Voci, trad. di Anita Raja, edizioni e/o, Roma 1996, 83-84).
Tutto questo si può dire a ragion veduta della scrittura di Maria Lenti in questa raccolta, ricchissima di echi e soluzioni e capovolgimenti. Sì, perché se la pazienza porta il discernimento, qui ci troviamo dinanzi a un repertorio molto ampio e poeticamente efficace di puntuali rettifiche rispetto a tradizioni e dicerie. Non è un caso se, nella bella prefazione, Alessandra Pigliaru riprende il filo di quel “discorrere del noi” che Rita Calabrese aveva individuato per Christa Wolf: «Si ritorna allo sguardo, alla fatica – impareggiabile di guadagni – nel sentirsi prossime. Le une alle altre. Dando avvio, che è sempre un proseguire, al percorso che si produce cominciando con una paroletta che è “io” e che ha tuttavia il senso di un agire. […] Queste sono Elena, Ecuba e le altre: fili perduti e ostinati di una storia a venire.». Un altro sguardo, allora, dal margine alla pienezza, è quello che nutre la poesia di Maria Lenti. (altro…)

Enzo Campi, Uno sguardo su “Hypnerotomachia Ulixis” di Sonia Caporossi

Enzo Campi

La coscienza e il desiderio. Ulisse e l’idea del viaggio
Uno sguardo su Hypnerotomachia Ulixis di Sonia Caporossi (Prefazione di Anna Maria Curci, Carteggi Letterari, 2019)

Hypnerotomachia Ulixis è un testo che pretende, anche e soprattutto, una lettura ad alta voce. E non solo, non basta una semplice dizione, il testo pretende un diktat a scansione veloce, quasi ribattuto in crescendo ad ogni passaggio, come per sottolineare l’idea di un accumulo progressivo di elementi a partire dal quale l’autrice costruisce la struttura del viaggio. Perché qui stiamo parlando proprio di un viaggio che rinvia palesemente alla Hypnerotomachia Poliphili attribuita a Francesco Colonna,[1] ovvero a quel “combattimento amoroso in sogno” che fu dato alle stampe da Aldo Manuzio agli albori del cinquecento. Un viaggio onirico dove Polifilo si incontra e scontra con una miriade di personaggi allegorici.
Sulla scorta di Wilhelm von Humboldt sembra che la nostra autrice sia orientata a considerare la Bildung (nell’accezione di auto-educazione al sapere) come un processo dinamico in divenire che si dà attraverso il fissaggio archetipico di figure volte a sconfiggere la chiusura del testo, ad oltrepassare quelli che Kristeva definiva “gli stati limite del linguaggio e della letteratura”.[2] Tutto si basa sull’intertestualità (una certa predisposizione alla musicalità del dettato, i continui richiami e rinvii, le citazioni-emblema o medaglie verbali, l’innesto di figure mitiche nella quotidianità, le pressoché continue digressioni sono dispositivi ricorrenti nella letteratura caporossiana), ovvero su quel procedimento che, sempre secondo Kristeva, può aiutare “la teoria letteraria a fare uscire la comprensione di un testo dalla propria chiusura, per inserirla in un quadro più ampio, che includa al contempo la storia di altri testi e ottiche diverse”. Per far sì che accada una cosa di questo tipo, niente è più adatto del viaggio o, se preferite, dell’idea del viaggio, un’idea che Caporossi sviluppa estrapolando da testi pre-esistenti quei personaggi che – innestati in un contesto altro – possano estendere e amplificare la propria esistenza letteraria.
Ma in cosa consiste questo viaggio?
L’Ulisse caporossiano, sebbene si alimenti di altre, infinite opere, non è propriamente un’opera-mondo, casomai un Theatrum Mundi di stampo prettamente delminiano[3] ove compiere una sorta di percorso a ritroso. Se il theatro delminiano (il teatro più sovraccarico di simboli che la storia ricordi) si innalzava per sette gradi, ebbene la nostra autrice parte dal grado più alto per compiere la sua contorta discesa fino al grado più basso, ovvero si cimenta nel viaggio dalla fabbrica del celeste all’inferiore. Ed è proprio quello che accade nelle sette tappe hypnerotomatiche dove, per dirlo con le stesse parole dell’autrice, il centro è dappertutto e la circonferenza è in nessun luogo. Le sette tappe dell’Ulisse caporossiano sono quindi sette prove iniziatiche in cui viene evidenziato e, per così dire, cesellato un bestiario dove è abbastanza agevole riscontrare un’innata predisposizione a delineare archetipi e figure, animalìe e enigmi in un gioco al massacro tipico di chi aspira a costruire una personale enciclopedia ove legittimare il sapere attraverso una narrazione che, per dirlo con Lyotard, “ha per soggetto l’umanità rappresentata come eroe della libertà”[4], la libertà di sfiancarsi nell’esplorazione delle proprie possibilità evolutive e involutive.
Nel corso dell’ultima edizione del Festival “Bologna in Lettere” la sezione in cui è stata inscritta o,  se preferite, innestata Sonia Caporossi col suo ultimo parto letterario, con questo puzzle linguistico in prosa che viene definito romanzo ma che in realtà è qualcosa di più e qualcosa di laterale rispetto a ciò che viene comunemente inteso in tal senso, la sezione dicevo reca la medaglia verbale di “prosa aumentata” (che ricalca e, per così dire, santifica la definizione di neo-massimalismo più volte veicolata dall’autrice). Medaglia verbale, sia come frase-emblema che riconduce immediatamente a un concetto sia perché cade pesantemente sulla carta come se fosse un pezzo di metallo. E aumentata perché eccedente, fuori misura, fuori registro. Il titolo Hypnerotomachia Ulixis è già emblematico in quanto a sovradeterminazione onirica, straniante, dilaniante di un corpo-mente perennemente impegnato, per dirlo con Foucault, a “far nascere in sé la propria immagine in un gioco di specchi il quale, a sua volta, non ha limiti”.[5]
Ma, chi era già edotto sulle produzioni letterarie dell’autrice non poteva aspettarsi qualcosa di diverso. Gli echi manganelliani, gaddiani e morselliani rinvengono a piene mani,  non solo in quel fenomeno denominato “narrazione per la narrazione” (anche a costo di rischiare un certo auto-compiacimento, che va però considerato anche nell’accezione di auto-educazione [vedi la Bildung di cui prima]), ma anche per conferire alla finzione un plusvalore semantico che, per dirlo con Jankélévitch (con le dovute approssimazioni e attraverso un processo estensivo), potremmo sistematizzare tra la menzogna e il malinteso,[6] ovvero tra la coscienza e il desiderio, tra la consapevolezza di mentire e la voglia di creare un malinteso (si consideri il malinteso come un intendimento strutturato a più livelli, e quindi kristevianamente aperto) per meglio mentire. (altro…)

Marco Onofrio, Le catene del sole

Marco Onofrio, Le catene del sole. Prefazione di Vittorio Maria De Bonis, Fusibilia libri 2019

Nella sua “opera mondo” Ulisse, nel capitolo Le mandrie del sole, James Joyce racconta del difficile parto della signora Purefoy, ovviamente il 16 giugno a Dublino, in ospedale, nel reparto di ostetricia. Lo fa, di volta di volta, ricorrendo alle grandi voci della letteratura inglese (per citarne alcuni: Chaucer, Defoe, Dickens) e ripercorrendone i tratti stilistici in una perfetta e arguta imitazione.
Non nascondo di aver pensato spesso alle joyciane Mandrie del sole leggendo l’opera più recente di Marco Onofrio, Le catene del sole, volume di poesia che affonda le mani – e gli strumenti del dire – nel tesoro dei molteplici toni, registri, stili costituito dai ricchissimi ‘repertori’ dell’autore.
Sono mani che affondano e che tuttavia sanno bene che cosa far emergere di testo in testo, esattamente come avviene, nel capitolo menzionato, per la scrittura dell’autore irlandese che Italo Svevo conobbe come “mercante di gerundi”.
È così che in componimenti multiformi e non di rado perfino ‘sovrabbondanti con gusto’ per commistioni linguistiche e per creazioni lessicali, Marco Onofrio dispiega ritratti appassionati e ironici, commossi e ferocemente sarcastici.
Fa bene Vittorio Maria De Bonis nella prefazione a far tintinnare, pertanto, la moneta sonante dei riferimenti a grandi nomi della letteratura italiana – da Folengo a Buzzati, da Campana a Montale, soffermandosi in particolar modo su Gadda e Pasolini, soprattutto in virtù del loro plurilinguismo – e a sollecitare il palato del lettore esigente con il goloso accumulo “à la Rabelais”. Ma ancora altri ponti vanno gettati, altre allusioni vanno identificate e ripescate. L’arco teso verso le suggestioni provenienti da altri autori deve necessariamente spaziare in epoche e luoghi. Sì, perché anche qui, come già per Joyce, il bersaglio – i vizi capitali nelle loro innumerevoli manifestazioni – è mobile, ampio e astuto nel mimetizzarsi.
Gioco, pastiche, acrobazie dei suoni e dei lemmi sono amplificati, senza alcun timore dinanzi al trionfo dell’iperbole, e resi più incalzanti dallo slancio etico, dalla “civile indignazione” che, fin dal 2008, Marco Onofrio ci ha fatto conoscere con il suo Emporium.
Proprio di Emporium. Poemetto di civile indignazione, questa raccolta, Le catene del sole, contiene un significativo estratto, qui intitolato Perdone, my Tycoon nella traduzione in spagnolo di Bernando Santos e Soledad Soler.
Per questo motivo, vale a dire per la tensione etica fortissima,  la rigogliosa e ingegnosa comicità di Al privé (Roma anni ’80) che spalanca il sipario con lo «Strompegone bullo e barracano», l’irresistibile “contrasto”  in salsa erotica di Piccolo naufragio sentimentale – versione contemporanea dell’antico contrasto, con  l’amante pirotecnico a parole e la sua ‘compagna di convegno amoroso’ che si avvia a cocente delusione – sono intimamente uniti ai versi indimenticabili rivolti a lei, la grande esclusa, la Memoria, così come alla ballata dolente Disperatamente Italia, che si apre con la citazione dalla Canzone all’Italia di Petrarca e che chiude la raccolta. (altro…)