Anna Maria Curci

Vincenzo Mastropirro e Giuseppe Fioriello, SUD… ario

Vincenzo Mastropirro e Giuseppe Fioriello, SUD… ario.  Prefazione di Angela De Leo, SECOP edizioni, 2019

Insudiciarsi di passione: è questa la sorte di chi nasce al Sud. Le parole poste in epigrafe a SUD… ario, la più recente raccolta di Vincenzo Mastropirro nel dialetto di Ruvo di Puglia e, nella traduzione dello stesso autore, in italiano, appena pubblicata per SECOP edizioni con disegni di Giuseppe Fioriello, introducono sia ai quindici testi che ne costituiscono la tessitura, sia alla Weltanschauung di riferimento, una visione del mondo che caratterizza sin dai primi volumi tutta la sua produzione poetica.
Ecco dunque l’epigrafe completa, prima in dialetto ruvese, poi in italiano:

…ci nasce au Sud se zezzàisce de passiàune
e cunnànne l’àneme all’ètérnetò.

…chi nasce al Sud s’insudicia di passione
e condanna l’anima all’eternità. 

Si macchia, si colora di rosso, infittisce le maglie e, ancora, si lacera e si squarcia questo sudario, sipario e telone, sostrato e immagine di una Passio Christi che culmina con i riti della settimana santa ed è, pure, quotidianamente, Passio Hominis.
Raggiunge una sintesi esemplare, in SUD…ario, la capacità di Vincenzo Mastropirro di portare il dialetto ruvese, ruvido e aspro, a una valenza espressiva universale, cosicché personaggi, momenti, carri e processioni, costumi e simbologie che precedono la Pasqua nel paese delle Murge, elementi pur radicati in una determinata dimensione geografica e culturale, diventano pietra di paragone immediatamente percepibile e trasferibile ad altre realtà esistenziali, ad altro patire, ad altri tormenti, così come – bene fa a sottolinearlo Angela De Leo nell’ampia prefazione – ad altre speranze.
La rievocazione della Passione di Cristo nelle stazioni della via Crucis dal monte degli Ulivi al Calvario assume dunque la veste concreta della passione degli umani in tutti i Sud del mondo.
È una passione plurisensoriale, che si arricchisce delle sollecitazioni del tratto d’inchiostro di china dei disegni di Giuseppe Fioriello, così come del ritmo e delle armonie impresse dalla banda che accompagna le processioni con le sue marce funebri. Vincenzo Mastropirro è, tra l’altro, musicista in quel progetto di rilevanza internazionale che è la Banda di Ruvo di Puglia diretta da Pino Minafra; ricordo bene che la prima volta che vidi il suo nome, diversi anni fa, qualche mese prima di conoscerlo personalmente e prima di conoscere la sua poesia, fu tra gli strumentisti citati – il suo nome era riportato per primo – sul libretto di accompagnamento di un CD della Banda, un album doppio che ricevetti in dono e di cui scrissi con curiosità e riconoscenza, menzionando una processione, la processione degli Otto Santi a Ruvo di Puglia, che riveste un ruolo importante sia nella coscienza di tutti i ruvesi sia tra le pagine di questo libro.
È una passione nella quale, come ha avuto modo di scrivere Mastropirro, «u fiòte s’accàrne», «il fiato s’accarna»; i sensi sono sollecitati, ancora una volta, da termini dialettali che donano straordinaria corporeità alla condizione umana, insudiciata dal male e dalla pena, con il prevalere del suono della zeta: «’nzevote», «zezzàuse», dolente nel prolungato lamento, che si incarna nelle coppie di vocali -ie, (reso talvolta come -je), -iò, -iu, -ue, -uò: «figghje figghjemeje», «streppiòte», «niute», «striusce», «àrue», «ruòbbe».
È una passione, infine,  che unisce i connotati – aperture di luce, ombre sul territorio e sulle esistenze – di una poesia che si è abbeverata ai testi di Vittorio Bodini, a quella giusta collera di cui si era fatto cantore, e raccoglitore di canti, Gianmario Lucini, che fu editore e amico di Vincenzo Mastropirro.

© Anna Maria Curci

 

U munne sotte-saupe

Assèise ‘ngope a re scole de la chisje
tremìénde u munne sotte-saupe.

Inde, stuonne statue de criste e madunne
ca s’onne stangote de danne adìénzie
e s’arrùocchene inde a re nicchje aschiure.

Da-ffore, u munne cange a chelaure ogn-e matèine
ma u core de la gìénde sbiadisce sìémbe de cchjue.

Mo, me vìédene desperòte e ìéssene chione-chione
s’assidene au custe e m’ambàrene a dèisce re reziìune.

Il mondo sottosopra

Seduto in cima alle scale della chiesa
guardo il mondo sottosopra.

Dentro, stanno statue di cristi e madonne
che si sono stancati di darci retta
e si nascondono in nicchie oscure.

Fuori, il mondo cambia colore ogni mattina
ma il cuore della gente sbiadisce sempre di più.

Ora, mi vedono disperato ed escono piano piano
si siedono a fianco e m’insegnano a pregare.

(altro…)

Maria Pia Quintavalla, Quinta vez

Maria Pia Quintavalla, Quinta vez, Edizioni Stampa 2009, 2018

La scrittura di Maria Pia Quintavalla si caratterizza per una intensa dialettica di incontro e commiato, come ebbi modo di scrivere nel 2012, allorché presentai presentai, per il «Giardino dei poeti» di Cristina Bove, due testi allora inediti di Quintavalla. È una dialettica che sa essere struggente e sorvegliata nell’espressione, temeraria e raffinata.
Quinta vez ha e offre il fascino di un confronto che si riallaccia in questa raccolta al narrare in versi della figura di China, quale i lettori conoscono almeno fin da China del 2010 (Edizioni Effigie).
Con una particolarità: questo ritorno – un vero e proprio Volver nel senso del film di Almodóvar, con l’avvicendarsi di figure femminili, madre, figlia, sorella, nipote, di ricordi, ruoli, riflessi e riflessioni – approfondisce ed estende il movimento non solo in direzione del complesso e del profondo, ma anche dell’universale, come archetipo eternamente ricorrente.
Ecco, dunque, che la dialettica si arricchisce di ulteriori nodi e snodi, di reti e di melodie, di epifanie e di passaggi, nei quali i verbi riversarsi e confluire sembrano suggerire, se non addirittura imprimere, la direzione all’incontro, al commiato, al ritorno, alle vicende individuali così come alle epoche storiche: Quinta vezvez significa “volta” in spagnolo – racchiude insieme la prima parte del cognome dell’autrice e il moto perpetuo del volgersi e del ritornare.
Lingue storiche, linguaggi e stilemi letterari, registri linguistici si riversano e confluiscono anch’essi, conferendo, nella pluralità, significati che pungolano chi legge e chi ascolta a indagare, a ritornare, a meditare sul testo, o anche, semplicemente, a farlo cantare e decantare:

Che tu emanavi musica, ricordo bene, è stata la prima
immagine di te avuta al mondo.
Di questa musica avremmo spostato insieme le altezze,
la durata, la curva della melodia, forse anche un canto
era possibile.

In una articolazione così composita occorre essere disposti a leggere non solo tra le righe, ma anche a essere continuamente spiazzati circa la dialettica, ad esempio, tra il titolo della singola sezione e il suo sviluppo.
Nella prima sezione, infatti, dal titolo Pre-natale, è contenuto il dialogo con la madre morta, o ancora meglio, con l’evocazione e la rievocazione dei suoi detti, dei suoi gesti insieme lievi e incisivi, del suo emanare musica.
Mater  e Mater II presentano la figlia della prima sezione come madre di una figlia che irrompe a sua volta con la voglia di cambiare, trasformare, capovolgere, perfino:

Lei non ascolta, se cammina non ti vede più
sei tu alle spalle, la conosci
dal silenzio dei passi, lei non corre
più accanto alla tua vita ma davanti,
la sospinge e spinge via.
Lei non sa nulla
ma se la guardi appena, dietro al viso
c’è ancora quel sorriso e gesto pieno
della mano ha il volo di un gabbiano
nato intorno al seno, ne aumenta le parole
nate dal futuro. (altro…)

L’archetipo della parola. René Char e Paul Celan

L’archetipo della parola. René Char e Paul Celan, a cura di Marco Ercolani, Carteggi Letterari 2018

Tutto nel segno di una conversazione ininterrotta con l’altro, di un movimento di esplorazione meditante e di azione di collegamento, L’archetipo della parola, il volume curato e fortemente voluto da Marco Ercolani, dà conto nella sua articolazione e nel suo impianto di punti di partenza e di approdi che sono esemplarmente sintetizzati da due considerazioni degli scrittori qui affiancati: il poeta come passeur di un ordine, sì, ma di un ordine insorto, «Le poète est le passeur de tout cela qui forme un ordre. Et un ordre insurgé» (René Char in A une sérénité crispée, 1952; nel volume, a p. 21, nella traduzione di Francesco Marotta: «Il poeta è il traghettatore di tutto ciò che plasma un ordine. Un ordine insorto.») e la parola “insieme” come Shekinah, tenda nel deserto, «Sichtbares, Hörbares, das/ frei–/ werdende Zeltwort:// Mitsammen» (Paul Celan in Anabasis, nel volume a p. 127, nella traduzione di Mario Ajazzi Mancini; «Del visibile, dell’udibile/ la parola/ tenda che si/ libera,// Insieme»).
Nella stessa cornice plurilingue di incontri, indagini, illuminazioni, di vere e proprie “incursioni nella luce” (questo è il titolo del saggio di Marco Ercolani) vanno letti tutti i contributi di quest’opera pubblicata da Carteggi Letterari, sia le traduzioni dei testi di Char e di Celan, sia le traduzioni di contributi critici, sia i saggi che appaiono qui per la prima volta in volume. Non stupisce, in tale contesto, apprendere, ad esempio, come lo scrittore austriaco Peter Handke abbia scritto direttamente in francese un saggio su Char (Nager dans la Sorgue, datato “Salzburg, 24 maggio 1986 e apparso nel fascicolo monografico della rivista “Europe”, 1988), e come Peter Szondi, nato a Budapest, abbia dedicato alla poesia di Celan saggi – poi confluiti nel volume 330 della Bibliothek Suhrkamp, Celan-Studien, curato da Jean Bollack e pubblicato postumo nel 1972 – scritti nella prima stesura in francese (per esempio Lecture de Strette), oppure in tedesco.
Del volume L’archetipo della parola. René Char e Paul Celan riporto qui di seguito l’introduzione di Marco Ercolani, che torno a ringraziare per l’invito a partecipare all’opera, sia l’indice, che ne mostra l’ampiezza e la varietà di contributi.

© Anna Maria Curci

Premessa

di Marco Ercolani

René Char e Paul Celan. Due poeti, due “amici”, per i quali la percezione poetica è scheggia luminosa e disastro oscuro, “cammino del segreto” e “Tenda Inespugnata”. Questo volume collettivo è un viaggio fra le analogie e le differenze di questa percezione.
Dal saggio di Blanchot per Char ai versi di Éluard dedicati al poeta alla testimonianza di Handke, dalla lettura di Szondi all’intervista di Derrida su Celan, il volume presenta anche nuove traduzioni, testi inediti dei due poeti, incursioni critiche di scrittori contemporanei.
Char e Celan sono interpreti di quell’esperienza dell’impossibile che è e sarà sempre la poesia, dove la necessaria distruzione dei discorsi logici e la magica ricostruzione del discorso poetico non si oppongono programmaticamente ma risuonano come raffiche di un vento uguale e contrario, splendono e si oscurano come il lato segreto e quello visibile dell’astro lunare. (altro…)

Maurizio Rossi, La veglia e il sogno

 

Maurizio Rossi, La veglia e il sogno, Edizioni Cofine 2019

La veglia e il sogno di Maurizio Rossi restituisce con dire limpido il moto del poeta, che oltrepassa continuamente il confine tra più dim ensioni, che è passatore, traghettatore, mediatore, qualche volta anche “saltatore di muri”.
Se questa affermazione è vera per tutta la raccolta, oltre che, sempre, per l’autentica poesia, essa diventa la chiave di volta di un testo, Poeta, che, da vero e proprio manifesto poetico, enuncia la condizione permanente di ‘oltrepassante i confini’, nel perenne andirivieni tra sponde e dimensioni: «Non componi poesia/ solo sciogliendo/ i viticci dei pensieri,/ ma il giorno che fai/ andare e ritornare/ la tua coscienza bordeggiare/ con la voce del mistero.»
Il filo conduttore dei componimenti in La veglia e il sogno, nati in un arco di tempo piuttosto ampio, come testimoniano le date poste in calce ad alcuni testi, è l’attenzione del poeta.
L’attenzione è predisposizione e scelta, è un’attitudine che sgorga da una curiosità innata e che, d’altro canto, si sposa con uno sguardo intenzionalmente aperto (all’interno della bella Nota iniziale, l’autore dedica qualche riflessione ai molteplici significati derivanti dal verbo latino aperio) all’altro da sé. È uno sguardo che spazia, che è scevro da pregiudizi, che sa andare al di là di apparenze e di superfici.
Ciò che i versi rendono di quell’attitudine e di quello sguardo non lascia dubbi sulla sincerità, nel registrare il sogno e i suoi frammenti nel ricordo, così come nel riportare gli aneliti, le attese e le proiezioni della veglia.
Registrare, riportare: ricorro intenzionalmente a due verbi che richiamano, il primo, il monitoraggio di una condizione effettuato da un esame clinico, e, il secondo, il suo referto.
Mi sia permessa una brevissima digressione: il collegamento, che torna a più riprese, con la professione del medico, non solo aggiunge al dato autobiografico un taglio metodologico, ma avvicina Maurizio Rossi allo scrittore Arthur Schnitzler, per la sensibilità dello sguardo, per l’abilità dei passaggi tra le dimensioni della veglia e del sogno e perfino del loro confluire, così come per l’alto valore conferito al pensiero e al sentire femminile (Nello stesso respiro). (altro…)

Cristina Polli, Tutto e ogni singola cosa (rec. di Patrizia Sardisco)

Su Tutto e ogni singola cosa di Cristina Polli

Riprendo alcuni versi molto cari ad Anna Maria Curci, autrice della curatissima e ispirata Prefazione a Tutto e ogni singola cosa di Cristina Polli (EdiLet, 2017; Postfazione a cura di Marco Onofrio), versi nei quali Rose Ausländer pone la parola come luogo, come terra nel cui tessuto materno stabilire la propria patria: «La mia patria è morta/ l’hanno sepolta/ nel fuoco// Io vivo/ nella mia madreterra/ la parola» (traduzione di Anna Maria Curci).
Riprendo questi versi per sostenere l’ipotesi che se davvero la parola può essere eletta a patria da parte di un poeta, la sua poesia allora può esserne la casa, l’abitazione, dimora-monumento nella costruzione e decostruzione operata da logos e pathos per sinergie e per scontri, per attriti e per nuove ricomposizioni.
«Genero metafore di pietra» è il verso con cui ci viene incontro il libro di Cristina Polli, un verso (una poesia!) di austera, imponente bellezza, dal cui peso e dal cui vincolo sarà impossibile sottrarsi, tutta l’opera ne è percorsa come da un’eco argentea e tagliente. Chiave ermeneutica delle pagine a venire, questo primo componimento-pietra sostanzia “a spigolo vivo” le fondamenta e il perimetro della fortezza-poesia, lo svettare delle sue pareti ripide e inespugnabili, la sua essenza di nucleo fortificato e fatalmente protetto entro cui poter prendere sicura dimora e del quale poter decidere i gradi di pervietà. Parole come “roccaforti”, “torre d’avorio”, “fortezza”, “arroccata”, squadrano da ogni lato, nel volgere di pochi versi, una costruzione poetica che non lascia spazio ad equivoci quanto a fattura e destinazione d’uso.
In  questa fortezza, «In un tempo sospeso sull’essere/ la poesia accorda il suo suono».
In questo arrocco, da questo riparo, provveduto a «deporre/ le armi del giorno», la voce poetica potrà lavorare sui nodi di ore e dolori, e levare il suo “canto di perdono”.
Dalle ringhiere/balaustre di questa “torre d’avorio”, l’io poetico potrà esporsi alle interrogazioni dei marosi che recano “echi di schiume/lontane” riaffioranti, di “notturne voci d’eterno sciabordio”. Guadagnata altezza e distanza, lo sguardo potrà sorvolare l’abisso e spingersi “oltre”: l’occorrenza di quest’avverbio/preposizione, utilizzato anche nella sua forma sostantivata, autorizza a ipotizzare un’aspirazione di superamento, un profondo desiderio (ricorrenti e ritmanti sono i “vorrei” e gli “ho bisogno”) di oltre-passare una condizione di blocco legata a una separazione che ha pietrificato l’io lirico, condannandolo, si direbbe, a una generatività a sua volta litica: ecco dunque che quell’altura e quella roccaforte, dalle quali osservare «l’orizzonte che si compie da solo» come un destino, sembrano configurare una Stonehenge del teatro interno e della voce, un “incavo d’aria” silenzioso in cui la “luce incunea l’oscurità”, in un respiro di pieno e di vuoto da cui si vedono una spiaggia deserta e, più in là, un mare di metallo. È uno spazio sacrale, sacrificale, che lo stesso io lirico sembra aver concorso a creare, un circolo di pietre inespugnabile, ineffabile, misterico, che serba il suo segreto “nel buio degli archetipi” e di cui “l’assorta fatica” sopravvive nelle meditazioni, insieme al dolore e al senso di una stanchezza vana: «Noi, Sisifo assorto in trasporti di pietre» mette in scena una noità dolorosa e dilatoria dell’Incontro, fino alla sua insensata e rovinosa, difensiva interdizione.
Se mi è concesso l’azzardo, oso affermare che si avverte l’incombenza di un convitato di pietra, tra le ombre di queste pietre-metafore, tra queste presenze di assenze che tornano a farsi dire e a farsi voce e nome: c’è un’assenza a lungo abitata come un destino tra i destini, ed è “lago inesplorato”, un “lago d’alba”, una presenza femminile che si vedrebbe incorniciata dentro “un anello incrinato” della catena, posto che si avesse voglia di portare “la catena agli occhi”. (altro…)

I poeti della domenica #338: Claire Beyer, Una poesia

Claire Beyer, foto di  © Iris Bach

 

Una poesia

Una poesia vive di
verità, non di nubi fitte
o raggi di sole
una poesia è l’impronta del piede
nella sabbia, è più che
respiro e
dignità
Una poesia sta appesa in
cortili interni e in segrete di castelli
e sempre è
una ferita del tempo

Claire Beyer
(traduzione di Anna Maria Curci)

 

Ein Gedicht

Ein Gedicht lebt von
Wahrheit, nicht von Wolkendichte
oder Sonnenstrahlen
ein Gedicht ist der Fußabdruck
im Sand, ist mehr als
Atemzug und
Würde
Ein Gedicht hängt in
Hinterhöfen und Schloßkammern
und immer ist es
eine Wunde der Zeit

 

Claire Beyer
(da: C.B., Texte, Lyrik und Kurzprosa, Dillmann Verlag 1989)

Laura Corraducci, Il Canto di Cecilia e altre poesie

Laura Corraducci, Il Canto di Cecilia e altre poesie, Raffaelli Editore 2015

Dopo che “la rivelazione ha serrato i battenti” (Dickinson), quando torna a essere fitto il velo che pure si era squarciato un tempo, cessa allora il canto? Tutt’altro, è la risposta che Laura Corraducci consegna a chi legge e ascolta i testi contenuti in Il Canto di Cecilia e altre poesie. L’urgenza del dire è coniugata all’anelito della rivelazione e queste nozze sono scandite da ritmi che subiscono anche repentine variazioni, sono attraversate da tempi semplici e da tempi composti, alimentano il predicato, nei metri alternati e mescolati, di divari, di strappi, di partenze e di ricongiungimenti. Già il titolo della prima sezione, Il filo attorno al dito, allude al recupero della memoria e al vincolo autoimposto, un pegno-impegno alla ri-composizione, qui intesa nel duplice significato di riaccostare frammenti – perfino brandelli, esito di strappi antichi e recenti, «il canto breve della tua frantumazione» – e di nuova costruzione, di «coniugazione nuova». Operazione, questa, che palesa la necessità di accogliere, facendolo emergere con la parola poetica, un notevole carico di sofferenza. La tessitura poetica enuncia e denuda, denuncia, dunque, strappi, punti di sutura, cicatrici, lente ri-marginazioni, traumi visibili sotto le cuciture, ferite sottocutanee e rammendi: «tre centimetri di pelle ti ho cucito/ alla vita come fossi una cintura/ i punti fissati diritti sulle anche/ tre croci sul tuo Golgota di carne/ […]/ farfalla sciolta in polvere sul muro/ alla morte oggi ruberò le cicatrici» (p. 17). Operazione che contempla, d’altro canto, anche il secondo movimento della ri-composizione, vale a dire, come affermato poc’anzi, la nuova costruzione. Il paradosso è tuttavia sempre in agguato, per così dire dietro l’angolo, ché il barlume di prospettiva nasce anch’esso da una de-composizione, sia pure dalla de-composizione delle tenebre: «ma la paura non ti sarà più madre/ srotolerai la lingua dentro il tempo/ di una coniugazione nuova dove/ il buio si decompone piano e lento/ nel lontano vagito di una speranza» (p. 25). Nomi, terre, orizzonti – cieli e nubi – sono lieviti e termini dell’opera di ricomposizione. Non mi sembra pertanto casuale che i titoli e contenuti delle due sezioni successive, I nomi rimasti e Versi per fari e guardiani, vi facciano riferimento. (altro…)

John Keats, da “Ode a un usignolo”

John Keats ritratto da William Hilton

Ode a un usignolo

Soffre il mio cuore, e sonnolento un torpore mi tormenta
——-I sensi, come se avessi bevuto la cicuta,
O dato fondo a qualche ottuso oppiaceo
——-Solo un minuto fa, e fossi sprofondato giù nel Lete:
Non per invidia di felice sorte,
——-Ma perché troppo felice nella tua felicità, –
————Ché tu, Driade degli alberi dalle ali lievi,
——————In un podere melodioso,
Verde di faggi, e d’ombre che non so contare
——-Dell’estate canti a tuo agio a gola piena.

[…]

Tu non nascesti per la morte, Uccello immortale!
——-Generazioni affamate non ti hanno calpestato,
La voce che odo in questa notte che scorre fu udita
——-In giorni antichi da giullare e imperatore:
Forse la stessa identica canzone che trovò un sentiero
——Per il cuore triste di Rut, quand’ella colma di nostalgia
———-Stava in lacrime in mezzo al grano straniero;
—————–La stessa che più e più volte ha
Incantato finestre magiche aperte sulla schiuma
——Di mari perigliosi in desuete lande di fate.

[…]

John Keats
(traduzione di Anna Maria Curci)

 

Ode to a Nightingale

My heart aches, and a drowsy numbness pains
—–My sense, as though of hemlock I had drunk,
Or emptied some dull opiate to the drains
—–One minute past, and Lethe-wards had sunk:
‘Tis not through envy of thy happy lot,
—–But being too happy in thine happiness,—
———That thou, light-winged Dryad of the trees
————-In some melodious plot
Of beechen green, and shadows numberless,
——Singest of summer in full-throated ease.

[…]

Thou wast not born for death, immortal Bird!
—–No hungry generations tread thee down;
The voice I hear this passing night was heard
—–In ancient days by emperor and clown:
Perhaps the self-same song that found a path
—–Through the sad heart of Ruth, when, sick for home,
———-She stood in tears amid the alien corn;
—————The same that oft-times hath
Charm’d magic casements, opening on the foam
—–Of perilous seas, in faery lands forlorn.

[…]

John Keats, morto a Roma il 23 febbraio 1821, sepolto a Roma nel cimitero acattolico, alle spalle della Piramide Cestia.

Francesca Del Moro, La statura della palma

In copertina: Jara Marzulli, “Fior di pelle” (dettaglio), olio su tela, 80 x 120 cm

Francesca Del Moro, La statura della palma. Canti di martiri antiche, Edizioni Cofine 2019

Martirio e poesia: testimonianza, astuzia, scandalo, interrogazione inesausta, ferita aperta, prodigio d’amore. No, non è una mescolanza casuale di concetti contrastanti, fumo negli occhi per stemperare, annullandolo, il paradosso, per distogliere dalla temerarietà del filo rosso prescelto, dal momento che il martirio è divenuto a sua volta categoria abusata e martoriata.
Niente di tutto questo, bensì, in una sequenza in cui ogni elemento è intimamente collegato all’altro, un insieme di nodi e gangli, un universo di costellazioni di significato che brillano e illuminano, si illuminano vicendevolmente e schiudono alla vista possibili sentieri interpretativi.
Costellazioni, tutte, che si sono animate, nelle successive riscritture, di cui sono stata felice testimone, dell’opera di Francesca Del Moro, dalla stesura iniziale fino alla versione che si presenta qui a chi legge.
Il percorso tra i termini enunciati in apertura sarà dunque una breve ricostruzione del divenire di un’opera e, insieme, un tributo alla parola poetica che ne è scaturita.
L’itinerario comincia dunque con ‘testimonianza’, termine che intendo accostare al greco martyrion, al suo equivalente in una lingua che, proprio alle origini della Chiesa cristiana, comincia a diffondere con un’intensità non conosciuta prima questa parola e a conferirle una connotazione particolare, vale a dire “testimonianza di fede con il sacrificio di sé, con il proprio sangue”.
Nella raccolta La statura della palma sono tredici martiri dei primi secoli del cristianesimo a dare testimonianza, attraverso il loro canto, non solo di una fede vissuta con estrema consapevolezza, ma anche di una morte cruenta, frutto di uno scontro – l’amore e la “sete insondabile e perenne” di assoluto avvertiti come emancipazione totale dalla schiavitù da un lato, la repressione violenta del potere dai tratti esplicitamente patriarcali dall’altro – affrontato, da parte delle «tredici donne bellissime e dallo sguardo fiero» che narrano il loro martirio, con una capacità argomentativa non comune.
Comune a tutti i canti è una critica al potere patriarcale, non disgiunta – e, assieme alla cornice narrativa ideata da Francesca Del Moro, la visione di Maria, il riferimento bibliografico al Vangelo secondo Gesù Cristo di José Saramago è rivelatore – dall’idea di un Padre celeste autoritario e tendente alla scelta di soluzioni sanguinose.
[…] (altro…)

Davide Zizza, Ruah

 

Davide Zizza, Ruah. Prefazione di Enrico Testa, Edizioni Ensemble 2016

Ruah, psyché, respiro e alito, soffio vitale, Atem e Hauch: in principio, bereshit, era il soffio. Quello spirito «che aleggiava sulle acque» è percepito, raccolto e trasmesso da Davide Zizza in Ruah, e giunge, così, ai sensi destati alla parola.
«In principio fu il verso»: la solennità dello slancio, l’ardire del paragone offrono il braccio, nello stesso componimento dall’inizio tanto affermativo da sembrare perentorio, alla volontà di farsi da parte «per fare spazio», alla decisione di ritirarsi per vivere nel soffio divino.
Ruah, come ricorda Enrico Testa nella prefazione, è parola ebraica che racchiude più significati: soffio, vento, respiro, spirito. È spirito, aggiungo in riferimento alla raccolta di Davide Zizza,  che induce a cantare lodi anche nel tempo del dolore, e del dolore straziante, a cogliere il respiro e, come scriveva Paul Celan, anche la Atemwende, la svolta del respiro: «Dichtung: das kann eine Atemwende bedeuten» – così Celan, vale a dire: «Poesia: questo può significare una svolta del respiro».
Sul legame profondo tra respiro e poesia interviene, già dall’epigrafe e sempre dall’area di lingua tedesca, Rilke dei Sonetti a Orfeo: Respiro, tu invisibile poesia! (Atmen, du unsichtbares Gedicht!), a rendere ancora più chiara l’apertura a più costellazioni, a più dimensioni, a più universi disegnati da parole-luoghi (dal testo del componimento rilkiano di cui è riportato il primo verso: “spazio del mondo”, “contrappeso” “onda unica”, “mare crescente”, “venti”, “aria”. “curvatura e foglio delle parole”).
Cercare e ricostruire la parola (proprio come fa chi legge la Torah, qui evocata sin dal titolo della raccolta; ricostruire, quindi, come chi sempre interpreta), è impresa che può sfiancare, spezzare il respiro, annullarlo, perfino, in apnee nelle quali si affronta il rischio fatale, vale a dire che esso ricada nell’afasia, oppure nella mendacità o , ancora, nella totale insufficienza della parola del poeta-interprete.
E dunque, dopo In Principio e Ruah, è La chute, la terza delle cinque sezioni della raccolta (le altre due portano rispettivamente i nomi Calda stagione e Metapoetica), a farsi incontro a chi legge. La caduta – non solo cacciata dall’Eden, ma discesa agli inferi – diventa qui, tuttavia, occasione di scoperta, di conquista di una ‘visione dal basso’ che si pone come complementare alla tensione verso l’infinito.
Nonostante il rischio fatale, che si corre con consapevolezza e non con insensata temerarietà, c’è una tenacia della ricerca che non si ferma dinanzi ai battenti del mistero. Chi legge percepisce il frutto di questa provata tenacia.
Respiro e pausa e svolta si manifestano, con particolare risalto, nell’arte spirituale per eccellenza, la musica, che in Ruah oltrepassa ampiamente, in diversi componimenti, il semplice ruolo di sfondo e di cornice (La musica del BereshitChopin, l’insetto e Einstein; Pasqua; Winter Sunday). La musica detta il ritmo, invece, suggerisce la cadenza, imprime ‘il’ soffio della creazione e, allo stesso tempo, orchestra la testimonianza di fedeltà a un altro mistero, quello dell’umano: «Non svelare l’umano, accennalo./ Non tradire l’umano, accarezzalo./ Affascinalo. Amalo.» (Fascinazione).

© Anna Maria Curci

 

«In principio fu il verso»,
il respiro creatore, il ritirarsi di Dio
alle sponde dell’infinito.
Farsi da parte per fare spazio.
Così se ti osservo e respiro il tuo nome,
così senza prendere spazio
mi ritiro per vivere nel tuo soffio.

 

La musica del Bereshit

Prima fu silenzio. Il tempo non scandiva nessun ragtime umano.
Non c’era la nota che dava l’attacco per il concerto.

C’era solo un principio senza violino. Senza pianoforte.
Senza shofar. Era solo un caotico silenzio: di morte.

Poi un soffio. Un lungo soffio portò l’amore.
Una lunga nota profumata portò l’ordine e la chiara geometria.

Il canto degli alberi e dei campi allietò il cuore.
Cominciò ad esistere dal nulla lo spartito. Il decagramma.

Tutto fu. Nella musica della Creazione.

(altro…)

Giuseppe Vetromile, Il lato basso del quadrato (nota di A.M. Curci)

Giuseppe Vetromile, Il lato basso del quadrato, La Vita Felice, Milano 2017

Il lato basso del quadrato colpisce per la coerenza del dettato poetico con l’introduzione programmatica che l’autore, Giuseppe Vetromile, ha scritto come prefazione alla raccolta. Da tale continuità di intenti tra premesse teoriche e creazione poetica deriva una evidente organicità dell’insieme.
Sia nello snodarsi dei testi, infatti, sia nella composizione di ogni singola poesia vengono riaccostati e intrecciati frammenti di un cantico dell’io lirico, che si vede innanzitutto come creatura, al creato, con pause di riflessione, stupore e incanto evidenziate da spaziature all’interno del verso e tra un verso e l’altro.
Qualche volta il punto di accostamento, la ‘cucitura’, è più evidente, con qualche brusca intromissione di termini dal linguaggio colloquiale («putiferio»), ma resta ferma l’impressione di una poesia che sa coniugare il sentimento dei tempi e delle età dell’uomo con uno slancio – proprio dalla intenzionale visione dal basso, dal lato basso del quadrato, appunto – volto ad abbracciare l’universo.
Sentimento, incontri, slanci e memorie non sono scevri da una nozione del dolore che viene resa con metafore mutuate dal mondo dell’aritmetica, dell’algebra e della geometria (di «geometrie spurie» scrive l’autore), ma con la consapevolezza circa il divario tra le aspirazioni a misurare, a definire, a determinare da un lato e la resistenza tenace dell’incommensurabile dall’altro «: da una morte non si ricava l’equazione del cosmo».
È una testimonianza di inadeguatezza a una aspirazione che non si tramuta, tuttavia, in una amara o addirittura biliosa desolazione, bensì in  un quieto ma continuo rilancio del tentativo, che si fa qui concreto gesto poetico.

© Anna Maria Curci

 

IL LATO BASSO DEL QUADRATO

La parte bassa del quadrato è un lato sottilissimo
umile              inerte
e sta fermo dall’eternità della legge
a sorreggere le sorti della buona geometria

La parte bassa della vita è una sera che indugia a capoletto
senza mai più progredire in alba lucente
né ridiscendere più giù della notte stagnante

La parte bassa del quieto vivere è questo silenzio di voci
che più non reclamano spazi né montagne da scalare
né mari da solcare

La parte bassa di me è questa città nel mio ventre
recinta da indigesti gonfiori
che più non vanno
né su né giù
e soffocano in gola l’urlo del perbene

La mia è una parte qualsiasi del mondo che sta sempre in basso
rispetto all’esistere saccente e in vigore
di chi va deciso verso il cielo

Io guardingo mi recupero apotemi di versi
scritti sull’orlo inferiore del taccuino
nei dubbi mi comprendo di pochezze e mi trascino
come va va
sul lato basso del quadrato
di questa geometria spuria

per poter poi riconquistarmi
la parte alta

verticale       diritta       della vita

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Marco Onofrio, EMPORIUM

 

Marco Onofrio, EMPORIUM. Poemetto di civile indignazione. Introduzione di Eugenio Ragni, Prefazione di Aldo Onorati, EdiLet, Edilazio Letteraria 2008

Il fagocitante magazzino della sopravvivenza – vivere sopra, vivere sopraffacendo –  elevato a immenso e smodato mercimonio, spaccio di un “Westworld” che, come nella serie televisiva statunitense, mutila, fraziona, smonta e rimonta rigurgiti di esotico per rivenderli a caro prezzo a benestanti in cerca di emozioni forti e bramosi di pagare per pratiche incontrollate (ma davvero incontrollate?) di vizi capitali,  spelonca di miasmi e bottega-fogna a cielo aperto, spalanca porte, vetrine e fauci maleodoranti e insaziabili, affonda artigli sempre unti, pronta a stritolare qualsiasi volontà (velleità?) di umana emancipazione: benvenuti, mesdames et messieurs, nell’EMPORIUM di Marco Onofrio.
Dalla «civile indignazione» dell’autore scaturisce un’opera che coniuga il pungolo di un Morality Play nella disputa drammatica tra profitto e valore, calcolo e gratuità, con la precisione complessa di una poesia che colpisce a ritmo serrato il bersaglio.
Del Morality Play ha il vigore del colpo sferrato ai vizi (il Vice del Morality Play) nelle loro multiformi, sformate e deformate apparizioni, così come la vertiginosa commistione di registri.
Oltre alle variazioni nei registri, tra elevazioni ardite e altrettanto arditi abbassamenti, Emporium palesa una commistione di scelte lessicali, non disgiunte dalle fonti letterarie (che spaziano nei secoli e nelle latitudini) e riferimenti di varia provenienza, che affiancano ambiti spesso molto distanti tra loro.

Boom. È il ritmo. Dentro.
È bello e orrendo al tempo stesso.
Tintinnante, petulante, puntinato:
catapletto, ridondante, rumoroso:
strascicante di ferraglia arroventata
come un raid di stuka in volo, persuasi
allo sterminio su Guernica
lo stormo più compatto ed uncinato
che ulula e forsenna giù in picchiata.
Buca! Eureka! Centro!
La cassiera, muta e indaffarata.
Come l’inizio di “Money”
dei Pink Floyd
(The dark side of the moon)
mixato con il coro del Nabucco
concorde, modulato, progrediente –
mentre sono i Lloyd, loro
che fanno ogni minuto affari d’oro (altro…)