Anna Maria Curci

Rita Pacilio, L’amore casomai

Rita Pacilio, L’amore casomai. Racconti, La Vita Felice 2018

L’amore casomai di Rita Pacilio possiede e restituisce, attraverso episodi, momenti fermati con chiarezza espressiva, oltre ogni ambiguità, questo andamento, che provo a rendere con tre versi: «E con i sensi/ cercare il senso/ in ogni tempo». È avida questa ricerca dell’amore, dell’agape e dell’eros, dell’unione e dell’appagamento; è ricerca non di rado disperata o disillusa con ferocia rapida o estenuante.
Una Sherazade che a sua volta, un tempo e nei tempi, ha esperito le “conseguenze dell’amore”, ne ha gustato i frutti favolosi, dolci e amari,  racconta e condensa in versi – come se  fosse una terapeuta dell’ascolto che ora, narrando riporta e ripropone – bagliori e balzi su incontri, fotografie di interni, andirivieni tra divano e finestra, tra letto e cucina.
Esplorare, frugare, penetrare sono verbi che si alternano, ora in un lieve tamburellare, ora in un furioso percuotere, ad altri verbi, come sfiorare, carezzare, alleviare: l’amore può manifestarsi come sete incolmabile, come richiamo combattuto tra il dispensare generosamente e il palesarsi narcisisticamente, come ardore operoso, come tenero abbandonarsi, dopo.
Eppure, nel volgersi dei tempi e delle stagioni – le ore, i mesi, le fasi lunari, i luoghi, gli spazi en plein air o gli anfratti angusti, segnano, nei titoli dei testi nei quali l’opera si scansiona, un ‘girotondo’ di occasioni e versioni – resta una tensione pressoché inesauribile, l’inarcamento del corpo, quasi di ogni sua cellula, di ogni suo centro percettivo, a ricordare che il singolo umano, con il proprio moto incessante almeno nel limitato spazio temporale che gli è concesso, cerca, con ardore, appunto, e con brama assediata, perfino corteggiata, dalla disperazione, il “moto proprio” dell’Amore, inteso, oltre le classificazioni tranquillizzanti,  come Uno-Tutto.

© Anna Maria Curci

Sera di novembre

Si era trovato a parlare di lei più volte, perché conosceva bene la storia. C’è qualcosa di inquieto e di morte in queste città silenziose e dimenticate. Lo aveva meditato negli anni Venti quando il suo volto era pallido e lungo. Le aveva visto cambiare l’umore in maniera repentina. Significava qualcosa.

Significava attraversare la notte da analfabeta?

Le aveva visto chinare il capo in segno di stanchezza o solitudine. Dietro il vetro. Del resto alla sua età poteva permettersi gli uomini giovani e quelli anziani. Lo aveva già fatto senza conoscere il peso della coscienza. Da sprovveduta.

Certo non manca niente alla parete
il cielo immenso, l’albero,
il calco, portato qui dal giorno
prima a malapena
tenuto elevato nella cornice.
L’amore sa qualcosa dei ritagli
la linea che apprende fili sottili
chiome sporgenti sul terrazzo
lei anziana
con i calzini e una maglia rosa
al chiodo il volto
mentre parlano dal divano di fronte. (altro…)

Pasquale Vitagliano, Sodoma (Nota di Anna Maria Curci)

Pasquale Vitagliano, Sodoma, Castelvecchi 2017

Un ospedale in un paese nella provincia di Bari, i suoi splendori e le sue miserie seguiti nei decenni che vanno dalla fine degli anni Settanta ai giorni nostri, attraverso le vicende che legano i personaggi principali della storia qui narrata: Felicita, ostetrica, i suoi due figli Chiara e Vito e, significativo contraltare, Eleonora e Marco, uniti dal vincolo di un matrimonio inteso, con durata e solidità a piacimento e secondo le circostanze, come consorteria d’affari.
Propongo tre vie di accesso al libro: la prima è rappresentata dal titolo, la seconda dai luoghi nei quali sono ambientate le vicende narrate e intorno ai quali esse ruotano, la terza dall’alternarsi di ascese e declini di correnti, di gruppi di interesse, di comitati d’affare.
Quanto al titolo, l’autore fornisce a chi legge una chiave di interpretazione, anzi due. Mi spiego: da una parte – e qui il titolo Sodoma si fa esplicitamente contraltare al noto Gomorra, prima libro, poi film, poi serie televisiva con tanto di gruppi d’ascolto, fan e moltiplicarsi di stagioni – ci si riferisce al malcostume radicato, sia verbale sia fuori di metafora, di fregare l’altro, il concorrente, il contendente, di ‘farsi’ qualcun altro. Dall’altro, sempre all’interno del romanzo, Pasquale Vitagliano ripercorre la pagina biblica che narra l’episodio di Sodoma e spiega che la colpa di cui gli abitanti della città si macchiano è in realtà l’offesa, l’onta, l’oltraggio della inospitalità. Questo dettaglio, tra l’altro, offre l’opportunità al narratore di additare nella figura di Vito, nel suo gesto antico di accoglienza, uno dei pochi giusti – o forse il solo giusto – e, di schiudere con lui uno spiraglio di speranza.

Vito incontrò Naji e Mhain alla mensa della Caritas. Erano due fratelli fuggiti dalla Siria di Assad, il padre però, non il figlio. Quello del Bath, alleato di Saddam. Quello comunista, o che si professava tale. Siriani in giro allora non se ne vedevano affatto. […] Dormirono nella sede del partito per cinque notti. Rispettarono l’impegno preso e nessuno seppe mai di quella ospitalità personale e, allo stesso tempo, in un modo del tutto particolare, ideologica. Non lo seppe il segretario della sezione. Non lo seppero neppure quelli della Caritas. Almeno questa Sodoma, la Sodoma di Vito si merita di non essere distrutta. (pp. 38-40) (altro…)

Dalla biografia di Rudi Dutschke

 

Cinquanta anni fa, l’11 aprile 1968, l’attentato a Rudi Dutschke, leader del Movimento Studentesco Socialista (SDS, letteralmente “lega socialista tedesca degli studenti”), una settimana dopo l’assassinio di Martin Luther King, avvenne a un mese di distanza dagli scontri di Valle Giulia a Roma e un mese prima del maggio parigino. Le manifestazioni degli studenti in Germania e in altre città europee contro il ferimento di “Rudi il rosso” indicarono il mandante, chi aveva mosso la mano dell’attentatore Josef Bachmann, nella campagna di diffamazione a mezzo stampa orchestrata dalla casa editrice Springer. Rudi Dutschke sopravvisse all’attentato, ma morì nel 1979 per cause che a quell’attentato risalivano. Di seguito riporto, nella mia traduzione, le pagine relative all’11 aprile 1968, tratte dalla biografia di Rudi Dutschke scritta dalla moglie di lui, Gretchen. (Anna Maria Curci)

L’11 aprile 1968, giovedì santo, una settimana dopo l’assassinio di Martin Luther King negli Stati Uniti, Rudi Dutschke fu steso a terra, in mezzo alla strada e sotto gli occhi di tutti, dai colpi sparati da Josef Bachmann, un fanatico hitleriano aizzato dalla campagna di stampa del gruppo editoriale Springer. Con una certa sconsideratezza, Rudi aveva creduto di essere invulnerabile.
Malgrado fosse stato colpito al cervello e al volto, Rudi ebbe modo, in seguito, di serbare ricordi del tentato omicidio di cui era stato vittima: «Nell’aprile del 1968, aspettare sul Ku’damm rappresentava per me un certo rischio. Ma la furia della campagna diffamatoria era scemata già a marzo, e soprattutto dovevo uscire per andare a prendere qualcosa per Ho, nostro figlio allora neonato. Naturalmente in una situazione del genere ci si guarda intorno più volte, senza dare nell’occhio in misura significativa. Dopo 10-15 minuti che stavo seduto sul sellino della bicicletta qualcosa attirò la mia attenzione, un uomo era sceso da un auto che si era appena piazzata nella parte centrale del Ku’damm, quella destinata al parcheggio, di fronte all’ingresso della sede dell’SDS*; l’uomo si allontanava sempre di più dalla sua auto, restava nella striscia centrale, si avvicinava a me, senza che io capissi, che comprendessi che questa persona voleva mettere le mani proprio su di me, per uccidermi, per tentare di farlo. Dopo un tempo che durò da quattro a cinque minuti ci trovammo uno di fronte all’altro, tra di noi c’era soltanto la strada. Dopo che fu passata l’ultima ondata di automobili, attraversò la strada, mi passò accanto a una certa distanza con fare rilassato e dal marciapiede si rivolse direttamente a me, chiedendomi: “Lei è Rudi Dutschke?”, io dissi: “Sì”; cominciarono gli spari, io mi butto automaticamente su di lui, cominciano ad aprirsi gli spazi vuoti nel cervello sui minuti e sulle ore successivi, con brevi intervalli di istanti […]». – «Comunque, come mi fu confermato in seguito, il mio ultimo grido quell’11 aprile 1968 sopraggiunse, quando avevo già percorso circa 70 metri con le pallottole nella testa, sulla panchina davanti alla porta dell’SDS; nessuno, comprensibilmente, mi fece  più entrare: “Mamma, mamma”, dalla mia bocca non uscirono più altre parole.»**
Di presentimenti ne avevo avuti a sufficienza.
Era pomeriggio, stavo chiacchierando con Cano, amministratore del condominio dai Gollwitzer, dove all’epoca alloggiavamo in via provvisoria. Rudi era andato in bicicletta in città per comprare gocce per il naso per il piccolo Hosea, che aveva il raffreddore. Invece di cercare una farmacia lì vicino, si era recato in quella che si trovava accanto alla sede dell’SDS. Lì infatti voleva prendere del materiale su Praga per Stefan Aust. Quando arrivò, la farmacia era chiusa per la pausa pranzo e Rudi dovette aspettare.
Nel frattempo si presentò a casa nostra Stefan Aust. Voleva passare a prendere un articolo di Rudi sulla situazione nell’Unione Sovietica, destinato a “Konkret”. Come al solito, Rudi non lo aveva preparato per tempo. All’improvviso sentii un dolore lancinante all’addome. Faceva così male, che dovetti interrompere bruscamente la conversazione con Cano e Stefan. Poco dopo arrivò una telefonata. Uno sconosciuto mi chiedeva se Rudi era a casa. Non sospettando niente, dissi di no. Quello mormorò che qualcuno era stato steso a terra da colpi di pistola davanti alla sede dell’SDS sul Kurfürstendamm, che poteva trattarsi di Rudi. Mi spaventai. L’uomo disse: «No, no, mi dispiace, non sapevo che Lei non sapesse nulla. Forse non si trattava affatto di Rudi. Volevo soltanto sapere se lui era lì.» Riattaccò. Disperata afferrai il mio bambino, come se Hosea avesse potuto scongiurare lo spavento.

(da: Wir hatten ein barbarisches schönes Leben. Rudi Dutschke. Eine Biographie von Gretchen Dutschke, Kiepenheuer & Witsch, Köln 1996, pp. 197-198; traduzione di Anna Maria Curci).

 

* SDS è il Sozialistischer Deutscher Studentenbund, la lega socialista tedesca degli studenti.
** Rudi Dutschke al redattore della rivista “stern” Claus Lutterbeck, in un’intervista del 4 settembre 1977.

Maria Allo, Solchi (rec. di Giorgio Galli)

Maria Allo, Solchi. La parabola si compie nei risvegli. Prefazione di Anna Maria Curci, Fuori Collana, collana diretta da Fabio Michieli, L’arcolaio 2016

Un idillio devastato. La poesia di Maria Allo – sregolata e sacrale, immune dalla “bellezza” e tutta dentro un fraseggio interiore che trova sostegno nella concretezza delle immagini – ci raggiunge piena di un dolore eruttivo, con le colate laviche di un furioso dolore. Una rutilante desolazione produce immagini e le annienta nel proprio stesso vortice. Provoca scompiglio, percuote, esaspera. Dunque è perturbante, non pacificata, figlia di un’autentica necessità poetica. Si possono rileggere i componimenti di Solchi e trovarli ogni volta diversi. Si rimane respinti dalla loro ricchezza. Poesie in apparenza dimesse e poco rifinite si rivelano piene di sorprese. Una lettura profonda scorge infatti i minuscoli addentellati tra un componimento e l’altro: parole ricorrenti in poesie successive; parole e immagini che ritornano, con sottili variazioni, lungo tutta la raccolta; interi campi semantici, come quelli di “vita”, “morte”, “coraggio”, “luce”, che si ripresentano dando all’insieme ritmo e struttura. Fino ad arrivare a poesie costruite con frammenti di poesie precedenti. Capiamo allora che, più che a una silloge, ci troviamo di fronte a un poema, che ha per protagonista il paesaggio siciliano, ritratto spesso all’alba, e dove le manifestazioni buone dell’umano sono ridotte al minimo, a memorie familiari, a un “tu” onnipresente e sfuggente. L’Io lirico è tutto proiettato nel paesaggio, ma il paesaggio partecipa di un dolore irreversibile. Una furia bestiale e irrazionale, che rovina tutto e non lascia intatti né sentimenti, né cose, né persone:

Oggi amare è la crepa sui muri che screpola
la terra

Il mondo è dominato da  forze ancestrali, sanguigne, di fronte a cui la ragione e la sensibilità sono ferite. I nessi sono sconnessi, e nulla è comprensibile. Antonia Pozzi, all’approvazione delle leggi razziali, commentò: “La civiltà della parola è finita”. Maria Allo sembra voler dire la stessa cosa di fronte alla violenza generalizzata dell’umano. Le rare apparizioni dell’uomo sono perlopiù portatrici di distruzione. L’apparizione dell’umano produce “molteplici suoni dissonanti”, colate di dolore rapprese in immagini che corrono come in una fuga scomposta, in un funereo “si salvi chi può”.
È proprio in questa proliferazione che troviamo però la vitalità: nelle ferite, nei passi “aperti come chiodi”, che accomunano in un gesto mondo umano e naturale e perfino figure astratte. Il Tempo e Novembre sono personaggi, e i loro nomi iniziano con la maiuscola: l’etna, invece, è una persistenza, ed è scritto in minuscolo.
E se è vero che “un dolore ci sgretola la luce/ ovunque sulla terra”, va pur detto che la persistenza, la tenacia si affacciano come valori positivi:

da ogni crepa
si percorre ferocemente la vita

L’esserci e l’essere sono entrambi elementi della persistenza, si potrebbe dire della resistenza

Ecco cielo e terra esistono
Loro voce è la stessa evidenza

È nella persistenza che queste poesie del disamore ritrovano una forma d’amore, una volontà di custodire il mondo, pur così deturpato:

Ecco
Rimarrò a vegliare
Ora l’allodola canta
Canta a perdifiato

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Massimiliano Bardotti, Il Dio che ho incontrato

Massimiliano  Bardotti, Il Dio che ho incontrato, Edizioni Nerbini 2016

«La somma vetta/ che umano può toccare/ è lo stupore»: questa affermazione di Goethe, tratta dalle Conversazioni con Goethe negli ultimi anni della sua vita raccolte da J. P. Eckermann, che questi annota il 18 febbraio 1829 e che ho voluto rendere in italiano con tre versi e diciassette sillabe a mo’ di haiku, calza perfettamente al volume di poesie Il Dio che ho incontrato, di Massimiliano Bardotti. Se è vero, ed è vero, che i testi che la compongono possono essere letti come contemporanee e pur sempre francescane Lodi di Dio altissimo che narrano delle meraviglie del creato, dall’infinitamente grande all’infinitamente piccolo, esse hanno cionondimeno una tensione tutta umana verso l’espressione dell’ineffabile. È questa tensione, è questa ricerca incessante del trascendente nel quotidiano, che rende il libro degno di nota anche per chi credente non si ritiene, che lo rende interessante oltre le sue caratteristiche più evidenti, vale a dire la dimensione evangelica (con riferimenti espliciti, soprattutto ai brani della Passio: «Terrore (splendore)./Lo canta il gallo./Tre volte, per il rifiuto./Tre volte, come tre sono i giorni.»; «La croce?/ Ogni stazione.») e la volontà di proseguire la tradizione dei salmi (anche qui, come per i Vangeli, con citazioni evidenti: si pensi alla apparizione della cerva in un componimento).
Il quesito di fondo circa la prossimità dell’azione poetica con la ricerca del sacro, con l’esplorazione del mistero, si fa nella raccolta di Massimiliano Bardotti particolarmente significativo.
Gli strumenti ai quali l’autore ricorre per dare corpo, luce, chiaroscuro e dinamismo sono ad ampio raggio dietro l’apparente semplicità. Occorrerà interpretare in duplice direzione l’aggettivo “altissimo” che Francesco d’Assisi affiancava al Dio delle Lodi: elevato, dunque, sia in altezza sia in profondità. I componimenti, inoltre, sono di varia lunghezza, anche se prevalgono quelli più brevi, con predilezione per le terzine, come questa composta da due senari che racchiudono un ottonario:

Nell’occhio del falco
disciplina delle vette
Ritrovo la cura.

La maggior parte dei testi ha il primo verso che riproduce il titolo del volume, rendendolo non una semplice anafora, bensì il fondamento stesso del percorso, che si configura pertanto come teofania. Attenzione, però: si tratta di una teofania che abbraccia e coinvolge la consapevolezza di sé dell’io lirico come poeta, così come del carattere divino della potenza creativa del dire:

Il Dio che ho incontrato è poesia
il Dio che ho incontrato è il poeta.

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Eleonora Rimolo, Temeraria gioia

Eleonora Rimolo, Temeraria gioia, Giuliano Ladolfi editore 2017

Mi capita spesso di iniziare le giornate, a ore solitamente antelucane, con la lettura di un libro. Non sempre, tuttavia, la forza del libro è tale da imprimere il suo passo alla giornata che è iniziata leggendolo. In questo caso, invece, l’eco nei pensieri è stata persistente e perdura tuttora, tanto da spingermi ad affermare che il giorno che inizia sugli archi e sui carriaggi di Temeraria gioia di Eleonora Rimolo è un giorno che porta intatta la sfida della ricerca, di quell’affrontare, cosciente e visionario, i battenti – cupi e sfavillanti sanno essere, quelli – di un uscio sull’oltre, il varco per la parola.
È cosciente, quell’assalto permanente, che la nostra (associo ora mittente e ricevente del messaggio poetico, perché entrambi sono volti a un comune orizzonte di riferimento) Aurora si muove «senza carro» e con «dita di prosa»; visionario, quell’assalto,  anche nell’ipotesi della cecità, teso a scorgere «la grazia infinita del finire». Una gioia del ricercare vivendo che rischia, sapendo di rischiare, l’osso del collo, che danza con la sinestesia del «brillio dei piedi piccoli» e che porta, eppure, la rivendicazione responsabile del ruolo di chi plasma un canto su quanto è rimasto indietro, su ciò che è stato scansato, scartato (e riecheggia quel «lasciatemi essere il cuore pensante della baracca» di Etty Hillesum): «lasciatemi dire/ la foglia immarcescente».
Sembra che altro non possa essere, questa temeraria gioia dell’azzardo della continua ‘cerca’, se non atto d’amore, e che questo amore non possa che essere smisurato, come è senza misura la gratuità: «amo senza misura» è una dichiarazione di intenti, oltre che una presentazione di sé, che (finalmente, dico io) se ne infischia di inutili e infingarde dispute sulla presenza e sulla sparizione dell’io nella poesia lirica.
Una poesia, quella di Temeraria gioia, che, ciononostante, non potrebbe mai essere liquidata, etichettata come “ingenua”. Quella che si ferma a raccogliere il testimone dell’ultimo, dell’inascoltato, è una voce che cerca e pronuncia le parole nella «notte barbara», che s’arrischia sul confine, che costeggia «il bordo tagliente della gioia», appunto. Incombe, nella notte barbara, il fardello di un impegno assunto e rinnovato, che ha un prezzo alto, quello della perdita dell’incanto, di una trasformazione dolorosa, che l’allitterazione rende con maestoso senso della sconfitta, della «sciagura/ del non aver abusato della rosa, dell’averla/ lasciata lì, tra il rigagnolo e la riva, cenerognola».
Una poesia che mi giunge felicemente complessa e matura, dal vertice alla base, dalla chioma ai piedi, in tutta la sua carne e con tutte le sue ossa, ché il titolo oraziano, così come tutta la sezione Pulvis et umbra, e l’esergo con i versi di Callimaco non sono un semplice pagamento di tributo, ma sono saldati a un’intenzione netta, lucida, perseguita con serissima cura: «rettitudine e sale, soltanto due elementi/ evitano la lesione: il resto è giovane».

© Anna Maria Curci

Nessun contorno noto compare,
sfigurato, nella clessidra,
e questa lagna sussurrata
del vento tra le fronde
non è che un falso fischio
prolungato,
non un lamento come
il nostro corpo
quando sbatte contro se stesso
fa della silenziose capriole
e l’urto non lo scalfisce
ma sempre al punto di vedere
arriva Aurora senza carro
che veste di nero il cielo,
Aurora
dalle dita di prosa.

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Gabriele Galloni, In che luce cadranno

 

Gabriele Galloni, In che luce cadranno, RPlibri 2018

Le coordinate di questo universo dei trapassati si distinguono sia per la grazia sobria, essenziale del passo – il tempo del levare, la sapienza del sottrarre non sono ignote a Gabriele Galloni, giovanissimo autore di In che luce cadranno – sia per le ambasciate discrete, sul soffio dell’alba (per riprendere un verso), che esse fanno pervenire ai viandanti, naviganti, e pur sempre vaganti, agli umani qui ogni giorno sulla terra. E viene da chiedersi se l‘hic et nunc che viviamo sia attesa, sia figura o sia semplicemente l’immagine al di qua dello specchio, mentre al di là, nell’Eden dei trapassati (la musica dei quali è «il contrappunto/ dei passi sulla terra») regna, per dirla alla maniera di Gustav Meyrink nel racconto Spiegelbilder (“Immagini allo specchio”),  «un dio della mano sinistra». (Anna Maria Curci)

***

Ho conosciuto un uomo che leggeva
la mano ai morti. Preferiva quelli
sotto i vent’anni; tutte le domeniche
nell’obitorio prediceva loro

le coordinate per un’altra vita.

 

*
Lecito chiedersi come resuscitino
i morti e quale voce verrà data loro
in dono. E quale lingua e che corpo.

I morti hanno la febbre. Non è tempo.

 

*
Ecco perché le maschere mortuarie.
I morti recitano spesso i classici
nei pozzi pieni d’acqua o nelle vasche
da bagno. Li stravolgono con varie
amenità: li narrano al contrario
o li chiudono dopo tre battute.

 

*
I morti continuano a porsi
le stesse domande dei vivi:
rimangono i corsi e i ricorsi
del vivere identici sulle
due rive. In che luce cadranno
tornati alle cellule.

 

*
Se la madre dei morti è sempre polvere,
i morti cercano la loro madre

ogni sabato sera sulle spiagge
libere; sotto le sedie o nei gelati

caduti di mano ai ragazzini
in chissà quante estati, in chissà quanti

alberghi, marciapiedi, lungomari.

 

*
La musica dei morti è il contrappunto
dei passi sulla terra.

 

Gabriele Galloni è nato a Roma nel 1995. Studia Lettere moderne all’Università La Sapienza. Ha pubblicato Slittamenti (Augh Edizioni, Viterbo 2017) con una nota di Antonio Veneziani.

Alba Gnazi, Verdemare

Se Dafne incontra Ondina sulla riva
si sporge l’una, l’altra emerge cauta.
Non più umane per scelta o non ancora?
Gli arti intrecciati ascoltano la cincia.

(A.M. Curci)

 

Alba Gnazi, Verdemare. Cronologia inversa di un andare, La Vita Felice 2018

Un incontro tra Dafne e Ondina, tra l’umana che si fa albero e corteccia e la creatura dell’acqua che osserva e sprofonda e poi riemerge. Questo è ciò che ho pensato, sin dalla prima lettura di Verdemare, la seconda raccolta di Alba Gnazi, recentemente pubblicata dalle edizioni La Vita Felice.
Verdemare si colloca perfettamente all’incrocio tra l’omaggio agli affetti più profondi, il «carteggio postumo», la memoria, la commozione (la dedica A Nonna Anna costituisce a mio parere una chiave di accesso ai testi raccolti) e la luce della bellezza. La bellezza è di casa, qui, ma occorre saperla riconoscere, così come accade in miti e fiabe quando la persona amata, per scelta o per condanna, mette alla prova l’amore assumendo tratti aspri, sembianze acri, mimetizzando la maestosità, dissimulando la dolcezza. La bellezza è qui, anche quando questa è «bigia», quando ha la luce cruda e crudele della partenza pressante, dell’inverno inclemente, quello stesso al quale Ingeborg Bachmann conferì valenza universale nei versi de Il tempo prorogato («ché le interiora dei pesci si sono raffreddate al vento./ Arde misera la luce dei lupini/ il tuo sguardo segue la traccia nella nebbia»).
È la prima delle nove sezioni che compongono la raccolta, Invernata toscana, a introdurre chi legge a questa peculiare bellezza, che non si potrebbe concepire separata da un paesaggio particolare, quello regionale indicato nel titolo, paesaggio che allo stesso tempo diventa allegorico, esattamente come avviene in Exposure (“Allo scoperto”) di Seamus Heaney, il quale è peraltro, insieme a Eliot, Montale, Amelia Rosselli, destinatario di uno dei Quattro omaggi dell’omonima sezione. Allora è la gora, luogo e termine ricorrente in questa prima parte, la gora di dantesca, così come di luziana memoria, a farsi lume al procedere: «Alibi di fine inverno/ presidiano gore e/ boschivi intermezzi» (Winter Line).
Leggo Biancazita, la poesia che conclude Tornare all’acqua, la terza sezione, come il centro di una raccolta che non perde mai il ritmo, anche quando lo cambia, anche quando passa dall’affresco-metafora dell’inverno permanente della prima sezione alle forme stringate della seconda, che porta il nome del sottotitolo del volume, Cronologia inversa di un andare, all’epica amorosa dei Quattro omaggi, la quarta sezione, alla memoria intrecciata di nonna e nipote nell’ottava, sezione che porta lo stesso titolo della raccolta, Verdemare. La consuetudine con il dialetto pugliese della mia “nonna Anna” mi fa leggere Biancazita come “Biancasposa”, alla quale brinda la «Musa in carne e fole», quella «Vite rubra, fulva/ di operosi compromessi» che ne apre la seconda strofa. Bianca come l’alba (e Alba è il nome dell’autrice) che si schiude nell’incipit, Biancazita pare davvero alludere a una manifestazione antropomorfa del rinnovarsi quotidiano delle promesse della natura: «Schiusa è l’alba, solatìa nei riquadri/ a valico tra i profili dei monti; sul paese/ con le mani ai fianchi;/ rassetta a oriente i malintesi/ stretti con l’eterno,/ coprendoli di nebbie.».
Alla promessa di luce di Biancazita risponde la complessità di Luce migra, altra poesia che riunisce magistralmente il naturale e il concettuale, o, per dirla con le categorie schilleriane di estetica, l’ingenuo e il sentimentale: «Proteggi lo scintillio, la cupa risonanza del barlume,/ la sciarada di luminarie che riluce/ dove passa il tuo silenzio;/ intendi il riflesso che vibra/ in cuore d’alba, il predestinato barbaglio,/ la lanterna;/ luce migra e tu sii migrazione,/ sii mappa, sii sudor di lucerna». Sarà allora l’accoglimento della complessità in un rinnovarsi di concepimento e gestazione a dare sostanza plurisensoriale e, insieme, spirituale alla poesia.

© Anna Maria Curci

Winter line

Alibi di fine inverno
presidiano gore e
boschivi intermezzi.

Inconsumabile la verità
di ogni piccolo fiore
lasciato a sovrintender
la libertà della pietraia.

Il calanco tra i rivi riscuote
il canto sommesso del porcospino
innamorato degli anemoni di aprile. (altro…)

Paola Casulli, Sartie, lune e altri bastimenti

Paola Casulli, Sartie, lune e altri bastimenti, La Vita Felice 2017

Il titolo della raccolta più recente di Paola Casulli, Sartie, lune e altri bastimenti, introduce in maniera accattivante a temi, sfondi e contesti che hanno il pregio di assumere ruoli diversi con il  procedere delle liriche che la compongono.
Mare, vento, pioggia e isola – l’isola nativa, Ischia peraltro mai nominata, e poi una «Capri imprecisata», «l’isola perduta oltre ogni dire», «l’idea di un’isola» o, ancor più nettamente, l’isola tout court – sono infatti personaggi insieme agli amanti e al loro dialogo antico e pur sempre rinnovato, con continui mutamenti di prospettive. L’io lirico, in questo dinamico scambio di ruoli, sembra a tratti attribuire proprio a sé e agli altri umani il ruolo di imbarcazioni in un fluire che a volte trascina, a volte ristagna.
D’altro canto, come gli umani (e il tempo in cui vivono, «scafo mobile dei giorni») si fanno natanti, così gli elementi marittimi del titolo, sartie e bastimenti, prendono le forme di sentimenti umani. Le sartie vanno allora lette anche come legami e segnali di partenze e ritorni, pegni di attese e spie di quella nostalgia che qui abbraccia tutto l’etimo del termine italiano: desiderio acuto, anche doloroso, di tornare. I bastimenti, con la fantastica stiva del gioco di nomi e lettere iniziali che si faceva da bambini (“è arrivato un bastimento carico carico di…”), da un lato rimandano all’interrogazione permanente intorno alla parola, pertinente, “vera”, acuta, dall’altro, con il loro “arrivare”, espresso non a caso in francese, lingua nella quale il verbo ‘arriver’ significa sia arrivare sia accadere («Il arrive – Il est déjà arrivé»), alludono all’arduo incontro, non di rado scontro, tra parola e accadimento.
In un paesaggio nel quale l’elemento marino è dominante, l’azzurro si manifesta, così come all’occhio umano la distesa delle acque, in molteplici variazioni. Chi legge si imbatte spesso nella versione plurale dell’aggettivo cromatico, così come nel blu, ancora più profondo. Attenzione, tuttavia: azzurre e blu non sono solo le acque marine, ma caviglie umane, rocce e fiori, iris e genziane innanzitutto. E c’è un altro colore che prende la scena, con il suo carico di connotati e simbologie: il rosso, qui rappresentato nella complessità di indossare capi di questa tinta; il rosso, che al ristagno, alla bonaccia, oppone il carattere di decisione difficile.
Dinamiche e caratteristiche fin qui additate sostanziano, rendono felicemente complessi e arricchiscono i testi che in questa raccolta prediligo, i testi, vale a dire, che hanno nella incisività della formulazione la forza di sollevarsi a comprendere piani universali, i testi che condensano, con tocchi rapidi e sapidi, nodi dell’esistenza umana nella storia (il riferimento al passato ha, anche se solo per lievi tocchi allusivi, per la menzione di una stagione o di un mese, una collocazione storica alla quale è possibile risalire) e nella natura, nelle sue multiformi manifestazioni sul pianeta che abitiamo.

© Anna Maria Curci

E mi prende
la privazione di quel mare lontano
fatto di isole e pesci, pochi uomini.
Striate d’azzurro le notti stormiscono di melograni.
Meridiane vicende, che sanno
di balzi e di lucertole sull’urto del sole,
le nostre pietrose incomprensioni vanno
snodandosi tra genesi e naufragi
e ci tolgono all’amore, alla tensione del corpo nel corpo.
Mi prende la voglia di te,
dei rimorsi di maggio e l’acre intelligenza degli ideali.
Socchiudo gli occhi
e di quel mare che odora di luce non scordo
neppure la mia stessa voce che dice

————-addorméntati addorméntati

che dal vicolo spira il maestrale,
porta le voci e le ossa degli alberi chiari
porta cent’anni di sole e un’ora per

————————la rêverie nostalgica
—————————dei nostri passati.
(altro…)

Fernando Della Posta, Cronache dall’armistizio

Fernando Della Posta, Cronache dall’armistizio, Onirica edizioni 2017. Prefazione di Anna Maria Curci

“Vano è gioire per l’ultima tregua”. Cronache dall’armistizio di Fernando Della Posta

Ingenuo è illudersi di vivere in una pingue e placida pax, se non più augustea, comunque infarcita da bollettini mediatici edulcorati. È tregua armata, questa lunga teoria di dismissioni che viviamo. Il poeta, occhi aperti e sensi tesi, scruta le orme, le rischiara, getta luce cruda sugli interstizi.
Le diverse sezioni che compongono Cronache dall’armistizio di Fernando Della Posta (I diritti di tutti e fatti di cronaca, Metagrafie, Secondo Cuore, Ai margini, Sogni, Jazzin’ City dawn) mantengono la promessa del filo conduttore annunciato dal titolo e introdotto con passo sicuro, efficace e allitterante dal testo che dà il titolo alla raccolta, Cronache dall’armistizio, appunto: «– pensa per esempio agli inservienti – dicevi –/ essi, incuranti/ staranno già miscelando conforti e caffè/ su vassoi comuni, da qualche parte là fuori/nella grande cucina da campo.»
Occorre intendere “cronache” in senso ampio: esse includono, è vero, in questa raccolta, anche il contatto quotidiano con quelli che vengono comunemente intesi come ‘fatti di cronaca’, ma vanno ben oltre, sia per natura e realizzazione dei testi raggruppati con il nome di Cronache, sia per ciò che riguarda l’oggetto dell’attenzione del poeta, il quale, dell’era dell’armistizio, cattura istantanee – di disagio, disarmo, distorsione, violenza, sopruso, smantellamento e, nonostante tutto, meraviglia – e individua collegamenti più profondi, tra premonizioni, trascurate nel passato così come nell’oggi, e fenomenologie tanto evidenti al suo sentire quanto calpestate dagli altri,  come «viola sanguigna non colta dai più».
Essere e tempo ricevono dal poeta parole, combinazioni e ritmi volti a rendere il loro scontro e il loro intreccio, il loro cozzare e il loro collegarsi. Il contesto d’uso delle parole, le loro connotazioni nel farsi delle epoche, il loro potere evocativo sono ben chiari a Fernando Della Posta, che tuttavia fa più di un passo avanti rispetto a ciò che aveva annunciato come semplice ‘rapporto’, ‘bollettino’, coniugando consapevolezza comunicativa e lucidità creativa.
Ciò che giunge a chi legge questo ‘canzoniere dell’armistizio’ è un’alternanza fruttuosa di ballate, ironiche o dolenti («dissero al mare/ che sarebbero arrivati in tanti/ ed egli preparò una spiaggia lunghissima/ come una grande tavola imbandita di ogni bene, e il vestito migliore/ azzurro di sole»), e di forme brevi, quasi illuminazioni (è il caso di Poesia infantile della pioggia e di Poesia matura della pioggia), di memoria (di storia e di poesia, di arte, vissuta, meditata e attraversata in maniera implicita o esplicita, come avviene nelle Metagrafie) e proiezione a lungo termine così come di epifania dalla sorprendente sapidità. Il riferimento esplicito ad alcuni generi musicali, blues (Blues delle rapine in villa) e jazz (Jazzin’ City dawn) innanzitutto, è intenzionale e ben motivato dall’esito poetico. Questi componimenti poetici vanno ascoltati, oltre che letti.
La varietà riguarda anche la scelta delle forme metriche; settenari si affiancano a endecasillabi: «ricordare le ceneri/ sparse sui fondali dei robivecchi/ cercando gli operai che non sono»; oltre che in dodecasillabi o in versi ancora più lunghi («Se non ti fossi arreso a una premura distorta») ci si imbatte, per esempio,  in quinari («e non lo soffri») o perfino in chiuse di tre sillabe («che salva»).
Concorrono alla ricchezza di scelte anche gli scenari, ben definiti e identificabili – la «Roma enorme» di Mister Ok, la Milano nella quale «si sente il dialetto solo dietro i banchi delle mense» di Blues delle rapine in villa – oppure volutamente dilatati fino a diventare luoghi di un’anima universale, nei quali può avvenire il prodigio che rovescia il gioire «invano, dell’ultima tregua» del Secondo cuore – un io lirico, questo, più che sdoppiato, scaraventato sul palcoscenico del vivere sociale, farsa e ludibrio, tragedia e rito sacrificale – nella fiducia nel potere salvifico dell’ultima pioggia: «C’è una pioggia battente/ che inzuppa fino alle ossa,/ che reca in dono l’ultima goccia/ che salva.».

 © Anna Maria Curci

 

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Cronache dall’armistizio

Di quando si viaggiava
ai luoghi dell’armistizio
e lungo il tragitto discorrevamo sapienti.
M’insegnavi che la più astuta delle strategie
per i vinti, sarebbe stata credere fermamente
che tutti avrebbero seduto alla pari:
pensa per esempio agli inservienti – dicevi –
essi, incuranti
staranno già miscelando conforti e caffè
su vassoi comuni, da qualche parte là fuori
nella grande cucina da campo. (altro…)

Raffaela Fazio, L’ultimo quarto del giorno

Raffaela Fazio, L’ultimo quarto del giorno. Prefazione di Francesco Dalessandro, La Vita Felice, 2018

L’ultimo quarto del giorno, precisa Raffaela Fazio nella nota introduttiva alla raccolta omonima, è, «secondo la tradizione ebraica», la quarta parte della giornata di Dio, fatta di dodici ore. È la parte in cui Dio gioca con il Leviatan. Con il Leviatan? Sì, ci avvertono fonti interpretative, è proprio con il male che non prevarrà che Dio “gioca” qui.
Fondata su questo nucleo concettuale (che l’autrice ha recentemente esposto nel suo saggio Il gioco come ‘forma temporis‘, pubblicato sul blog “La poesia e lo spirito”), anche questa raccolta di Raffaela Fazio, come la precedente ti slegherai le trecce, mostra una architettura solida, accuratamente progettata. Il passaggio da un ambiente all’altro di questo edificio poetico o, per uscire dalla metafora, da una all’altra delle quattro sezioni che la compongono, è non solo documentato con riferimenti a fonti e a ideali interlocutori afferenti ad ambiti diversi – letteratura, filosofia, testi sacri – ma anche argomentato in maniera convincente. Allo stesso tempo ogni testo di ciascuna sezione riporta a un’idea dell’incontro o, per essere precisi, del duettare di principi, poli, fenomeni, centri (essere e tempo, presente ed eterno, poesia ed esistenza) che l’autrice va coniugando nella sua intera opera poetica.
La lettura dell’opera ci dà conferma di quanto appena affermato. Il titolo della prima sezione, Tra il gioco e il mondo, richiama esplicitamente un passaggio del testo citato in esergo, la Quarta Elegia dalle Elegie Duinesi di Rilke, nella traduzione della stessa Raffaela Fazio. Viene ripreso dunque il tema conduttore, quello del gioco con il Leviatan. Esso viene, tuttavia, ulteriormente ampliato, con l’aggiunta di attori e di focalizzazioni. Nel caso del testo di Rilke, che riporto qui nella mia traduzione, è l’universo fanciullo, caricato di un potere fondante e di un potenziale creativo di grande rilievo: «Ed eravamo eppure, nel nostro andare soli,/ contenti di ciò che dura e sostavamo/ nella terra di mezzo tra giocattoli e mondo,/ in un luogo che fin dal principio/ era fondato per un puro divenire.» E allora l’area di influenza di tale potenziale si espande in misura notevole. Come precisa Raffaela Fazio nelle annotazioni che corredano ogni apertura di sezione, in questo spazio intermedio «di fluida compenetrazione, può accadere perfino che eternità e nulla coincidano.» Inoltre, il primo componimento di questa sezione non solo può essere considerato un vero e proprio prologo, come giustamente osserva Dalessandro nella prefazione, ma è anche una dichiarazione di principio circa natura e portata del dettato poetico:

Ti dirò
di noi
sarò precisa
come è preciso il richiamo
di un piccolo animale.
Per le parole serie
chiederò
materia al volo.
E per l’infinito
che le sperde
non molto:
il buio
del gioco
tra il folto dei rami. (altro…)

Cinque inediti di Anna Maria Carpi

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foto di Dino Ignani

 

RILKE CHE SCRIVE lettere
a migliaia, a poeti
e a nobildonne primo ‘900,
e le sue oscure e splendide elegie
e i suoi inni ad Orfeo
il padre d’ogni canto, canto umano.
Ma ogni momento supplica
in prosa e in versi:
vi prego non mi amate,
è un inganno l’amore,
chi m’ama mi sfigura,
sta a me di amare,
a me questa violenza che mi salva.
“Lascia suonare, dice, ciò che in te fa strazio”
e cerca le parole e poi le trova
questo genio-fanciulla d’altri tempi
e nel suo strazio invoca un altro mondo
fra le braccia degli angeli,
e non solo per sé. Per tutti noi.
Invocare, e se fosse
questo la poesia?
Ci proviamo: con minimi
travasi di dolore e di speranza.

 

*
IL MARE,
qui sotto la casa: ascolta,
ha come mani e dita,
sembra scartino e incartino – che cosa?
un messaggio, un regalo?
Di tanto in tanto un tonfo ed un singulto
e sullo scoglio l’onda
schiuma e si spande, poi ritorna indietro.
Che ci voleva dire?
Che è per lei la sponda?
Il senso è al largo, e intanto cala il buio,
e verso terra in fretta con un ultimo
volo prima di notte
anche i gabbiani cercano un rifugio.

 

*
I GERMANI
prima di convertirsi al dio cristiano
non volevano
esser vittime inermi della morte.
Anno mille sull’Artico
nella remota Islanda
di vulcani e ghiacciai:
credono fermamente credono
nell’agire del singolo.
Perché ha dalla sua ben quattro forze:
heill era il fato; friđr era la forza
che dalla terra sgorga nel suo corpo
e lui per questo e non perché ha ragione
vince in duello o insieme a dei compagni
e in mezzo alle tempeste arriva al Labrador;
hamingja il genio della sua famiglia
che si trasmetterà di padre in figlio;
fylgja il nume del singolo, il mistero
dell’esser uno non sapendo chi
e doversi difendere:
un mistero che resta, il più terribile
finché c’è questa terra.

 

*
UNO PERCHÉ ha studiato i russi,
uno perché le donne lo abbandonano,
poi la mamma di un figlio scombinato,
poi una donna che ha paura di tutto,
poi vengo io. Per così dire:
cercatori di Dio.
E mai che se ne parli. Non osiamo.
Che cos’abbiamo in mano?
Non una prova,
solo un sentimento
sempre più fragile sempre più senile –
e lo sappiamo bene: è dei pargoli essere felici
pieni di sé, di gloria, vanagloria.
Ma senza questa non vedremo Dio.

 

*
QUEL CHIARO del mattino là sui tetti
quel buio nelle stanze quand’è sera:
anche dopo di me.
E altri saliranno chiavi in mano –
terzo piano, alla porta
con la maniglia a esse, lavorata.
Sguardi intorno: tre vani
bagno cucina ingresso,
non vedranno che questo
e ovviamente tutto da rifare.
Sarà un andirivieni di scarpacce di secchi di calcina,
di mani ignote
voci martelli le finestre aperte
il gelo dall’esterno
e dentro il vuoto.
Ma tu rimani, casa mia di sempre:
è come dire
Orgoglio e pregiudizio e Tristram Shandy
Anna Karenina e Frédéric Moreau
il capro livornese* e il berlinese Benn.                                                          * Giorgio Caproni
Caro profondo tragico sensato
grembo d’Europa,
io non credo
in nessun altro continente.

 

© Anna Mara Carpi

 

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I cinque testi inediti di Anna Maria Carpi, qui proposti, offrono altrettante occasioni di meditare sulla sua scrittura, su cadenze e forme e temi di una poesia che cammina, animata da due principi che sembrano andare in direzioni opposte, eppure sono intimamente collegati: la sete di senso e la grazia dello stupore. Quotidianità, cronaca, sprazzi di vita e di viaggi, gli amori di sempre – racchiusi nei libri eppure infinitamente liberi – e gli incontri inattesi e rivelatori: tutti questi elementi sono anch’essi intimamente collegati l’uno all’altro, quasi a formare una cordata per temerarie scorribande e per pazienti discese e risalite. Sono testi che lasciano scorrere lo sguardo, lo tendono, lo rendono più acuto, lo invitano a soffermarsi su luoghi, poeti, civiltà, idiomi dispari e plurali, mentre il mistero dell’Uno vigila e pungola e non arretra. (Anna Maria Curci)