Anna Maria Curci

Antonella Rizzo, A quelli che non sanno che esiste il vortice

 

Antonella Rizzo, A quelli che non sanno che esiste il vortice. Prefazione di Roberto Malini, Lavinia Dickinson Edizioni 2019

Incurante, se non addirittura – così a me pare – beffarda di artificiose distinzioni di generi e specie nelle composizioni poetiche, Antonella Rizzo attraversa, esperisce, esprime, fa ‘detonare’, diverse tra le funzioni del linguaggio, quelle, per intenderci, che Roman Jakobson ha individuato come afferenti all’atto comunicativo, nei testi che costituiscono la sua raccolta più recente, A quelli che non sanno che esiste il vortice.
Adopero intenzionalmente l’aggettivo “comunicativo”, giacché fin dal titolo l’autrice non solo nomina i destinatari della sua opera, “coloro che non sanno che…” (funzione persuasiva), ma illumina sul contesto (funzione informativa) e genera curiosità: che cosa è il vortice, ci si chiede, e, ancora, chi è mai l’emittente del messaggio per essere depositario della nozione, dell’esperienza del “vortice” (funzione emotiva)?
Gli strumenti dispiegati nel far brillare la funzione poetica sono ampi, di varia natura, manovrati con abilità e consapevolezza, penne impugnate come armi in una guerra, che da altri viene condotta come «gestazione malata». I versi liberi di varia lunghezza mostrano una sapienza solida circa impianto sonoro e figure retoriche. Tra queste, va evidenziato l’ossimoro funzionale a una poesia che espone e smaschera contraddizioni feroci nell’esistente: «disarmo assassino di gente allo sbando», recita un verso tra i molti che si imprimono nella coscienza di chi legge.
Non c’è artificiosa separazione di ambiti del dire poetico, l’io si trova a essere sia preda – di dubbi, di lacerazioni, di dolore come dimensione permanente – sia regista della rappresentazione (nel teatro stabile e itinerante di vita e poesia), non priva di memoria pirandelliana, di «figure esili in cerca di un dramma solido». (altro…)

Floriana Coppola, Cambio di stagione e altre mutazioni poetiche

 

Floriana Coppola, Cambio di stagione e altre mutazioni poetiche, oèdipus edizioni 2017

Sembra arduo, se non addirittura impossibile, unire la robustezza dell’espressione alla capacità di distinguere, anche nelle sfumature impercettibili a occhio nudo, agenti, attori, scenari e segni, perfino sentori, moti e motivazioni che vanno via via animando un universo poetico.
Cambio di stagione e altre mutazioni poetiche (oèdipus edizioni 2017) di Floriana Coppola riesce in tale impresa che non esito a definire prodigiosa, perché sono talento nell’esplorazione e coraggio nell’esposizione quelli che si manifestano in questa opera di poesia.
Di che cosa parlano le «mutazioni poetiche» di Cambio di stagione? Floriana Coppola lo esplicita nei versi che introducono alla raccolta: «Siamo malgrado tutto famiglia/ concerto di corpi e di anime/ strette nel cerchio di una stanza/ affogati tra amore e paura/ capaci a volte di rompere schemi/ cercando di costruirci faticosamente persone./ È di questa fatica che parlo/ sforzo che sforna dolore e ferite/ suggella cicatrici e fa stormo/ quando vola altrove/ finalmente/ in altro sangue». Scaturigine, tema principale è dunque il travaglio, ferita e nascita, nel concertare e dissentire, riunirsi e divincolarsi, affondare e riemergere e riconoscersi, nel comune essere attirati e strattonati dai principi opposti di amore e paura, malgrado tutto, un “noi”.
Essere insieme eterei e robusti, camminare e librarsi. Orlando, sia il protagonista delle chanson medievali e dei grandi poemi della letteratura italiana, sia, soprattutto, il personaggio multiforme dell’omonimo romanzo di Virginia Woolf, è il titolo del terzo componimento, uno dei testi più significativi che appaiono nel volume. La poesia si apre proprio con una citazione dal primo capitolo del romanzo di Woolf: ‘All ends in death’, «Tutto finisce nella morte.». Una frase che Orlando, nella narrazione, ripete, segnale ed espressione di “violente altalene tra vita e morte”, senza fermate intermedie. Dona il piacere della scoperta riprendere in mano quelle pagine di Virginia Woolf nella versione originale e ripercorrere, verso per verso, Orlando di Floriana Coppola. Nel romanzo, la donna, la straniera, di cui Orlando cerca di catturare a parole il fascino, l’essenza, è Sasha. Nella poesia di Floriana Coppola, l’interlocutrice non ha nome, ma è anch’ella «volpe, ulivo e cedro, collina». È fondamentale, inoltre, riportare agli occhi della mente il cruccio di Orlando, e dunque il tema di entrambi i testi, vale a dire l’inadeguatezza delle parole nel rendere la bellezza e l’incommensurabile amore. Ecco che Floriana Coppola scrive: «Orlando cammina tra due fuochi adesso, il prima e il dopo/ dove si rintana la parola e l’amore s’inviola a piedi scalzi».
Ciascuno dei quarantasei testi di Cambio di stagione è preceduto da considerazioni che possono essere lette come preludi, messa in situazione, pontile offerto a chi legge. Queste sono le righe che precedono la poesia Orlando: «Leggo i nomi gemelli tra le pagine immense, raschio con le unghie gli interstizi tra i righi, spulciando parole che prendo e ingoio intere, sono radure oscure, vedo altri cognomi e mi perdo nella scacchiera lastricata di domande, attorno il gioco perverso dei fratelli siamesi, maschere dell’esilio e della perdita.». (altro…)

Maurizio Soldini, Lo spolverio delle meccaniche terrestri

 

Maurizio Soldini, Lo spolverio delle meccaniche terrestri, Il Convivio Editore 2019

Non soltanto i versi – aforismi allitteranti – da Aus der Erfahrung des Denkens (Dall’esperienza del pensiero) di Heidegger riportati in esergo, ma ogni singolo testo di una raccolta che, anche per questa ragione, manifesta maturità e compattezza, sembrano indicare nel dichtendes Denken, nel pensiero poetante, dunque, il soffio che anima, il sostrato che nutre, il moto che drammatizza Lo spolverio delle meccaniche terrestri di Maurizio Soldini.
Non ho usato casualmente il verbo “drammatizzare” per i testi di questo volume che esige e merita attenzione e ritorni. Questi, infatti, mettono in scena scorci, dell’essere e dei luoghi, dell’essere nei luoghi, così come rivelazioni e rievocazioni; alla rappresentazione vivida si accompagnano spesso ‘dialoghi’ tra istanze diverse (enunciate anche nei titoli di alcune sezioni), talvolta emergono perfino veri e propri “contrasti”, per dirla con il nome di un genere poetico.
Che, tuttavia, il movimento, o meglio, l’andatura, non abbia il suo esito in una dilaniante lacerazione, ma che essa, l’andatura, sia una, e una sola, pur nella drammaticità del confronto e nel confronto permanente con il dilemma, è chiaro proprio dalla citazione da Heidegger: «Weg und Waage/ Steg und Sage/ finden sich in einem Gang» (nella mia resa: “Via e bilico/ pontile ed epopea/ si trovano in una sola andatura”; Soldini propone la sua traduzione che testimonia una consuetudine di lunga data con questo passo heideggeriano: «Il sentiero e il suo essere in bilico, il suo farsi pontile e la sua saga/ nel ritrovarsi su una stessa banda»).
Nella terza delle sette sezioni (Frontiera, Parola e voce, Tra nuvole e trottole, Dalla notte al giorno, Dentro l’età e le stagioni, L’azzurrità, Lo spolverio delle meccaniche terrestri) che compongono la raccolta c’è un testo che enuncia, così mi sembra di leggere, il carattere unico della “andatura” e che porta proprio il titolo Il passaggio non muta l’andatura.
Nell’andare e trasportare “Fehl und Frage”, errore e quesito (così prosegue il testo di Heidegger: «Geh und trage/ Fehl und Frage/ deinem einem Pfad entlang»), la sosta, la radura sono perni, cardini di occasioni “lungo il proprio sentiero, che è uno solo”, giammai negazioni dell’andare. Così infatti recita una strofa del componimento in questione:

eppure il passaggio non muta l’andatura
e la fermata è il dunque che brucia a dispetto
che stuzzica i malesseri della fioritura
nei viadotti dove scorre pensa e trema
e la radura è auspicio che si chiama indugio

Con alcune eccezioni, come per la poesia appena menzionata, divisa in strofe di cinque versi ciascuna, così come per il sonetto che apre la raccolta (Frontiera) e per i testi articolati in quartine, la maggior parte dei componimenti è in terzine di versi di varia lunghezza. Anche il numero delle terzine varia con l’avvicendarsi dei testi, ma ogni terzina offre l’occasione di inquadrare con precisione la tappa del cammino («il tuo sentiero, che è uno solo», scriveva Heidegger) di volta in volta presa in esame. Inquadrature precise che si sviluppano nell’arco della strofa, rendendo superflui, così, i segni di interpunzione, che, appunto, non vengono utilizzati da Soldini in questi testi. (altro…)

Fabio Dainotti, Selected Poems

 

Fabio Dainotti, Selected Poems, Gradiva Publications 2015

Torno volentieri a scorrere le pagine di Selected Poems di Fabio Dainotti (Gradiva Publications, 2015), nell’originale in italiano e nella traduzione in inglese di Rosaria Zizzo.
Composto di diciannove testi di diversa lunghezza, tratti da raccolte che partono addirittura dal Diario poetico del 1965 e si concludono con tre inediti, Selected Poems di Fabio Dainotti è un libro che ebbi modo di leggere e di presentare a Roma qualche anno fa e ne ripercorro i testi partendo dalla quartina di versi della poesia Sera che, ci informa l’autore, è scritta In memoria di nonna Anna Maria.
Sera (dall’omonima raccolta del 1997) racchiude la bellezza e la sapienza compositiva che caratterizza la scrittura di Fabio Dainotti. In quattro endecasillabi essa concentra un universo di letture, con le quali è evidente, senza essere sfacciata, una lunga e quotidiana dimestichezza.
Sono letture di peso, che abbracciano la poesia di tutti i tempi e, in particolare, tutti i secoli della poesia in lingua italiana, a partire da Dante, poeta di cui Dainotti è profondo conoscitore. Tuttavia, questo peso non schiaccia, non affievolisce la originale combinazione di potere evocativo delle immagini e di precisione nella tessitura musicale:

Fitti si richiamavano gli uccelli,
il sole impensieriva dietro gli alberi.
Il vento ti levava dalle braccia
la stanchezza di un giorno: era la sera.

Potere evocativo e precisione del tessuto sonoro sono entrambi restituiti in maniera convincente dalla versione in lingua inglese di Rosaria Zizzo:

In flocks birds recalled each other,
behind the trees the sun grew pensive.
The wind took away from your arms
the strain of a day: it was evening.

È dedicato a Thomas Mann, invece, un altro componimento che dà conto di cifra e consistenza della raccolta e che, come il titolo di un’opera dell’autore tedesco, porta il nome di Cane e padrone. Qui gli endecasillabi si mescolano a settenari e ad altre misure; tutte concorrono a marcare la distanza tra il poeta «nel mezzanino triste”, in volontaria segregazione, osservato dal suo cane che proietta, interrogandosi, l’altro sé dell’io lirico, e la vita fuori, che «celebra/ i suoi fasti in questa/ foresta innaturale». (altro…)

Maria Grazia Insinga, La fanciulla tartaruga

 

Maria Grazia Insinga, La fanciulla tartaruga. Viaggi ad alta voce. Disegni di Stefano Mura, Fiorina Edizioni 2018

Ci sono libri – ho avuto modo di sperimentarlo più volte – che sanno attendere il momento in cui saranno letti, percorsi, esplorati perché possano dispiegare una rete di associazioni e richiami, e perché, soprattutto, possano far risuonare e risplendere tutta la loro bellezza-verità.
Questo è senz’altro il caso dei “viaggi ad alta voce” narrati, illustrati, fatti librare in La fanciulla tartaruga di Maria Grazia Insinga, un libro che fa confluire più registri, più vie di accesso verso un itinerario che non ho timore di definire “percorso di formazione”.
È un percorso di formazione che attinge a numerose fonti, scelte con sapienza tra ambiti di conoscenza – filosofia, poesia (sì, la poesia!), pedagogia, psicologia – e tipologie testuali – la favola, la fiaba, il libro illustrato, il romanzo di avventure, il poemetto.
Proprio da un poema, Le cimetière marin di Paul Valéry, è tratta la strofa che è posta come esergo al libro:

Zénon ! Cruel Zénon ! Zénon d’Êlée!
M’as-tu percé de cette flèche ailée
Qui vibre, vole, et qui ne vole pas!
Le son m’enfante et la flèche me tue!
Ah! le soleil… Quelle ombre de tortue
Pour l’âme, Achille immobile à grands pas!

Il viaggio inizia, in un’alternanza tra visioni oniriche, fluire di immagini mai interrotte da segni di interpunzione, entrata in scena dei personaggi – in particolare lu, la fanciulla, kurma, la tartaruga e erwin, il gatto –, traiettorie e permanenze in città visibili e invisibili, soggiorni e rimbalzi (ma confesso di aver pensato in prima battuta alla parola francese “rebondissements”): (altro…)

PoEstate Silva: Antonio Spagnuolo, Poesie da “Polveri nell’ombra”

Dalla sezione Polveri nell’ombra

Rughe

Il mio pianto logora l’affanno
inutile fantasia che blandisce le veglie,
muta ogni parola come il sogno
che smarrisce le nuvole e ormai incide
nel suo segreto le rughe.
Nel timore evoca gli spettri di improvvise avvisaglie,
e nel tremito ha il battito dell’insopportabile urlo
del demente.
Spengo negli occhi anche i ricordi,
l’unica inquietudine che ha donato
una spina alla temeraria fede
sull’orlo dell’arpa affidata alle meraviglie.

 

Finalmente

Finalmente raggiungere i silenzi
in questo esilio di me in mezzo agli uomini.
Fanatica la maschera della malinconia,
nella strada che cade e annebbia
ed esclude l’idea della nuda tua figura,
mi accarezza ogni sera.
Il segreto a malapena alterna trasparenze,
sorpreso dai colori dell’arcobaleno,
tra l’orizzonte e il mio letto,
quasi a ghermire l’impazienza
che corre nella bocca improvvisa.

(altro…)

I poeti della domenica #386: Hugo Loetscher, C’era una volta il mondo

C’era una volta il mondo

Là dove un satellite si disintegra
Due costellazioni più avanti
E subito a sinistra –
Questo nel caso
Che voi mi
Cerchiate.

Hugo Loetscher
(traduzione di Anna Maria Curci)

 

Es war einmal die Welt

Wo ein Satellit verglüht
Zwei Sternbilder weiter
Und gleich links –
Dies ist für den Fall
Dass ihr mich
Sucht.

 

Hugo Loetscher, da: Es war einmal die Welt. Gedichte, Diogenes Verlag, Zürich 2004

PoEstate Silva: Michele Nigro, Poesie da “Pomeriggi perduti”

 

Bisaccia

Era il tranquillo fumo
di sospirati sigari lucani
che, fuggendo dalla città
mi accoglieva d’estate
disteso su balconi isolati.
Sul confine tra antiche terre
torno a respirare
un’aria filtrata dalla pietra,
all’ombra serale
del castello ducale.

In una casa bassa
aperta sul paese
strusciante di
anime in altura
due vecchi senza più desideri
e stanchi di vita
con le spalle rivolte al mondo
guardano la tivvù.

Non li scalfiscono
le letture dei poeti.

 

La casa senza noi
(Protagora)

Come corpo morto
pian piano si fredda
la casa lasciata sola
non vissuta da aliti umani
vapori di brodo sui vetri
e caldi sospiri di stufa.
Tra queste quattro mura inanimate
si rifugia forse lo spirito
della storia che non conta
il tempo
perché tempi non conosce?

Cosa fai al buio, d’inverno
durante le lontane feste?

I testimoni oculari
che tutto misurano
lasciano dietro di sé
polveri ignoranti
tra muti oggetti
non più sfiorati
da una vista cosciente,
un ultimo giro di chiave
li separa da un’immobile eternità. (altro…)

PoEstate Silva: Annalisa Rodeghiero, Poesie da “Incipit”

“Ma ci saranno ancora degli innamorati che in una notte d’inverno si faranno trasportare su una slitta trainata da un generoso cavallo per la piana di Marcesina imbevuta di luce lunare? Se non ci fossero, come sarebbe triste il mondo.”

Mario Rigoni Stern

 

La slitta del sergente

Ora che la prima neve – fa – sopra i tetti cartolina
e dentro l’anima è sudario
sugli abeti crocifissi,
una risposta Mario te la vorrei dare.
Vedi, la speranza è proprio là
seduta sopra quella slitta nella piana imbevuta
della luce che tu sai, bianca di neve.

Lassù dove il piano si connette al monte
e valli e cielo versano grumoso latte,
voglio ancora immaginare
sguardi innamorati di bellezza
sotto la luna ammantata a sposa.

Allora sfumano lente in albe
tutte le notti del mondo
perché sotto quella luna piena nella piana
a poesia non muore e tu lo sai
– Sergente-
fino a quando esisterà
anche solo un uomo sulla terra
e la terra dentro occhi innamorati.

 

Disordine verticale

Quanti girotondi d’abeti mancheranno
ai boschi del Kranz o verso il Gruppach.
Uno due tre
la conta in genere si fa toccando le teste
una ad una
in fila con la mano,
ma ora lassù sull’Altopiano
dentro un silenzio che sembra innaturale
tronchi dormono sui tronchi
disordinatamente
corpi ammassati nelle fosse.
Forse allora io non so contare
fino a mille duemila tremila,
una alla volta la nostra distrazione.
Uomo contemporaneo che inciampi e cadi
sopra i tuoi stessi errori, uomo sguardo orizzontale
che vedi a senso unico le cose
ascolta la radice che ti parla, colma l’incolmabile
distanza
tra te e il suo grido verticale.
Poi aiutami a finire quella conta.

Trecentomila possono bastare.

(altro…)

PoEstate Silva: Felice Casucci, Poesie da “Nel verso nulla ritorna”

 

VIII.

Si prendono una parte di noi
come una ruota di scorta,
l’indirizzo della nostra casa
come una cambiale,
il sole che vi splende
come una striscia nera
e tutta la nostra fantasia
come una nota che si ripete sempre uguale.

 

XI.

Ogni viaggio
ostenta
il futuro,
con un’assenza di luoghi
e un’incognita beata.

 

XIII.

Ricorda
dimentica.
Nulla resta.
Il peggiore
e il migliore
sono lo stesso uomo. (altro…)

PoEstate Silva: Sabatina Napolitano, Poesie da “Scritto d’autunno”

 

Io voglio che sia il mondo dell’autunno

L’autunno è sempre un tempo in cui pensiamo all’eternità.
Alle nostre memorie, lasciate sull’erba dei morti.
Tu dicevi che si indicavano le domande giuste
sul nostro tempo,
che saresti stato come l’autunno che torna a dire i limiti,
quando perdiamo nella corsa le persone care:
in alcune luci che ci danno conforto,
lasciamo che avvengano gli affanni:
nei tuoi sorrisi non mancano persone e alberi,
le scarpe di chi sente percorrere tutta un’intera vita a piedi.
Lascio le mie forchette su un tavolo di stelle,
resto seduta fuori, alla distanza giusta
che muove le stagioni nel vento.

Accade quando stiamo insieme
che i giorni della settimana cambiano:
il sole non è più il sole e tu non sei come la primavera,
sei molto più somigliante all’autunno
più leggero nei giorni della settimana.

Sei come un vivo autunno, dall’aria giovane,
che mi ha raccolto in un giorno caldo d’agosto,
quando la pioggia si poteva sopportare
e si poteva animare il vento, i fulmini delle proiezioni.
Sei somigliante all’autunno.
Ad un’acqua che chiude gli occhi
ai colori dei giorni, così somigli all’autunno, felice

così ti alzi con coraggio, quando l’autunno è finito,
come fossi tua per sempre.

 

 

Ascoltami, il tentativo
è dirti un’emozione che mi decide:
la chiave può essere anche in questi fogli.
È la mia debolezza fatta frammenti,
la distanza che si scioglie tra questo tuo continuo
non credere, e il mio continuo comprendere.
Fin tanto che i tuoi denti, al bordo del bicchiere
fanno un piccolo rumore, chiuso
nei vizi di insegnarmi a conoscermi,
vero sempre più pronto in questa continua sfida.
Sei come un verde autunno,
che promette il tutto dalle sue finestre aperte,
e disegna primavere, segrete, di vita
dopo questi anni passati a vivere una prova.

(altro…)

PoEstate Silva, Reiner Kunze, Variazioni sul tema “Filemone e Bauci”

Reiner Kunze è nato il 16 agosto 1933. Oggi, nel giorno del suo 86° compleanno, proponiamo la lettura di alcune sue poesie tratte dalla raccolta lindennacht (“notte di tigli”), pubblicata nel 2007 dalla casa editrice Fischer. (la redazione)

 

VARIAZIONE SUL TEMA “FILEMONE E BAUCI”

Sarebbe confortante, per secoli ancora
potersi con i rami
toccare a vicenda,
——————-e il tiglio
ti donerebbe

Dell’essere una quercia tuttavia
soffrirei, il midollo del sambuco
lo sento in me

Reiner Kunze
(Traduzione di Anna Maria Curci)

 

VARIATION ÜBER DAS THEMA »PHILEMON UND BAUCIS«

Tröstlich wär’s, jahrhunderte noch
einander mit den zweigen
berühren zu dürfen,
———————und die linde
stünde dir

Am wesen der eiche jedoch
würde ich leiden, das mark des holunders
spür ich in mir

 

 

SECONDA VARIAZIONE SUL TEMA “FILEMONE E BAUCI”

Non dureremo in rami e ramoscelli
oltre noi stessi

Eppure siamo privilegiati

Ancora ci è concesso di vivere fino alla fine
tra alberi

Reiner Kunze
(Traduzione di Anna Maria Curci)

 

ZWEITE VARIATION ÜBER DAS THEMA »PHILEMON UND BAUCIS«

Wir werden nicht in ast und zweig
dauern über uns hinaus

Doch wir sind begünstigte

Wir dürfen noch zu ende leben
unter bäumen

 

Reiner Kunze, da: lindennacht. Gedichte, Fischer Verlag 2007