Anna Maria Curci

Salvatore Contessini, La cruna

 

Salvatore Contessini, La cruna. Poesie. Prefazione di Piero Marelli, La Vita Felice, 2018

Nel passaggio attraverso la cruna stretta, cozzo e confronto permanente con altro corpo estraneo o comunque avvertito come tale – sia esso tempo, materia, massa inerte o valanga che travolge – la parola poetica assume, declina ed elabora nella raccolta di Salvatore Contessini tutti i predicati che la rendono voce peculiare e, con la forza propositiva che a ragione Piero Marelli riconosce, nella prefazione, come propria di questo volume, insostituibile e inalienabile.
Provo dunque a enunciare alcuni dei predicati della parola poetica ai quali La cruna di Salvatore Contessini conferisce senso e movimento: anticipare e ampliare, artigliare, perfino, comprendere e comporre, definire e dilatare, esplorare e far emergere, rovistare, riconoscere e ricollegare.
È un elenco ben lungi dall’essere esaustivo e che adopero, tuttavia, come punto di riferimento per illuminare, di volta in volta, le tappe di un itinerario poetico costituito da testi che riportano tutti l’anno di composizione – in un arco di tempo che va dal 2011 al 2017 – e che si distinguono, senza esclusione di alcuno, per l’espressione raffinata eppure palpitante di tensione, testimonianza e manifestazione della corda tesa dal pensiero e del suo inevitabile e inseguito passaggio attraverso una cruna, strettoia e prova e sfida e affinamento.
Corda, passaggio e cruna assumono – ed è questa una delle peculiarità, è questo uno dei pregi della raccolta – connotati diversi, fogge e voci che mutano con il mutare e persino con il mescolarsi di una pluralità di ambiti di riferimento e comparazione: la fisica, l’astronomia, la matematica, la filosofia.
Le composizioni di Salvatore Contessini in La cruna restituiscono e rilanciano i viaggi di esplorazione del pensiero, il suo inerpicarsi e il suo distendersi, l’ardire del passaggio in gole strettissime, in crune, appunto, e in feritoie, così come le soste feconde di medit/azione.
Alla vastità dell’esplorazione si affianca la precisione geometrica dell’architettura: due parti, La cruna e L’artiglio, entrambe divise in tre parti ed entrambe introdotte da un componimento iniziale che precede la tripartizione (Dove osano i pensieri, Campo morfico, Recursioni per La cruna; La grazia, La forza, Il segno per L’artiglio). Chiude la raccolta, annunciata come Epilogo, la poesia Elaborazione dati, che sintetizza con straordinaria efficacia paradossi e dibattimenti, tira le somme, ricongiunge i fili e, ancora, indica nell’interrogativo la prosecuzione. Sembra quasi superfluo, dinanzi a tanto chiaro risuonare dei titoli, sottolineare la presenza in atto e in voce di un preciso programma compositivo. (altro…)

Ingeborg Bachmann, Dire cose oscure

 

Il 17 ottobre 1973, quarantacinque anni fa, moriva a Roma Ingeborg Bachmann. Su Poetarum Silva sono apparsi molti contributi dedicati alla scrittura di Ingeborg Bachmann e diverse traduzioni, edite e inedite. Oggi, 17 ottobre 2018, ancora una traduzione inedita sarà l’occasione per ricordare Ingeborg Bachmann.

 

Dire cose oscure

Come Orfeo io suono
la morte sulle corde della vita
e fin dentro la bellezza della terra
e dei tuoi occhi, che governano il cielo,
so dire solo cose oscure.

Non dimenticare che anche tu, all’improvviso,
quel mattino in cui il tuo giaciglio
grondava ancora rugiada e il garofano
dormiva sul tuo cuore,
vedesti il fiume oscuro
che ti passava accanto.

Tesa la corda del silenzio
sull’onda di sangue,
afferrai il tuo cuore vibrante.
Tramutati furono i tuoi riccioli
nella capigliatura d’ombra della notte,
i fiocchi neri delle tenebre
caddero come neve sul tuo volto.

E io non ti appartengo.
Di entrambi ora è il dolore.

Ma come Orfeo io so
la vita dalla parte della morte
e mi diventa azzurro
l’occhio tuo chiuso per sempre.

 

Ingeborg Bachmann

(traduzione di Anna Maria Curci)

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Fernanda Ferraresso, Alfabeti segreti

Fernanda Ferraresso, Alfabeti segreti, Terra d’ulivi Edizioni 2018

Con alfabeti segreti si leggono e si creano codici, si esplora, si seziona, si ricompone l’esperienza, ché altro non è la poesia: fare un’opera perenne, perché in perenne divenire, ininterrotta, incessante, di codifica e decodifica del dato sensibile che giunge alla coscienza, oppure del bagliore di un lampo afferrato, dell’intuizione strappata nel corso di una immersione temeraria, là dove non osa addentrarsi chi si accontenta della conoscenza monodimensionale.
Questa concezione attiva, proattiva e reattiva della poesia è ai miei occhi alla base di tutta l’opera di Fernanda Ferraresso. È senz’altro caratteristica rilevante in questo suo libro, Alfabeti segreti, apparso in questo anno 2018 nella collana “Parole di cristallo” della casa editrice Terra d’ulivi.
Si tratta di alfabeti segreti in una molteplicità di accezioni. Sono infatti alfabeti secreti, distillati dalle più profonde, dalle più intime considerazioni, esplorazioni, perlustrazioni; sono alfabeti nascosti, dal momento che l’astuzia del passaggio del testimone si avvale di codici accessibili solo a chi è disposto a fronteggiare lo strazio del transitorio, per superarlo e pervenire agli «alfabeti impossibili dell’oltre»; sono alfabeti reconditi, a cui è possibile attingere dopo aver affrontato rischi per raggiungere recessi inesplorati; sono alfabeti intimi, profondamente legati a un lessico che non si spaventa del privato e del visionario e che necessita dunque di chiavi di accesso inusuali.
Ritroviamo, anche qui, come in opere precedenti di Fernanda Ferraresso – per esempio nel libro Nel lusso e nell’incuria del 2014, anch’esso pubblicato da Terra d’ulivi – con la stessa funzione fondante di crocevia, nel dispiegarsi di alternative, lo stilema che consiste nell’avvicendarsi di parole che hanno in comune la sillaba o le sillabe iniziali. Le «arnie» e gli «arnesi» che appaiono le une di fianco agli altri in uno dei componimenti centrali della raccolta si fanno catalizzatori del senso e narrano di una precisa nozione circa operosità e strumenti del dire poetico. (altro…)

Maria Benedetta Cerro, Lo sguardo inverso

 

Maria Benedetta Cerro, Lo sguardo inverso, LietoColle 2018

Nell’omonima raccolta di Maria Benedetta Cerro, lo sguardo inverso è allo stesso tempo modalità di accesso alla materia poetica e capovolgimento intenzionale della visione. Lo sguardo inverso è lo sguardo dei ciechi e dei folli, come spiega l’autrice nella sua nota conclusiva, ed è lo sguardo, ancora, di coloro che rovesciano il modo usuale di vedere le cose e che, così facendo, possono  pervenire al vero e bello, all’autentica bellezza: i poeti.
Da quello sguardo scaturisce una poesia tra le più efficaci nell’unire vigore e sapienza, estensione e condensazione.
Il dire sorgivo – questo titolo della prima delle numerose sezioni che compongono la raccolta, porta con sé tutte le doti e le caratteristiche dei titoli che seguiranno (per citarne alcuni: Perfezione dell’incontro, La finzione della gioia, La parola prosciugata, Sul fronte della resa, Cortesia dell’ombra, Trilogia della morte gentile, Poema dell’altrove): è denso di significati e risponde a una precisa intenzione programmatica –  è, con unione indissolubile, dire sovversivo e solenne.
Non una parola, non un enjambement, non una opzione metrica appaiono frutto di un cadere casuale. La ricercata e  ritrovata solennità conferisce all’espressione sia l’incisività del tratto lapidario sia la leggerezza di “grazia e misura”, quella levità che permette alla parola di volare alto, anche quando essa, bistrattata e strattonata, rischia di perdere linfa vitale.
La lotta contro le forze ostili al dire sorgivo si palesa nei toni sovversivi e solenni che giungono a noi, ancora oggi, dall’Antigone di Sofocle. Della tragedia greca la poesia di Maria Benedetta Cerro possiede, oltre al respiro ampio dell’universalità, l’alternarsi, segnalato anche da precise spaziature nei testi, di coro e personaggi, di distensioni meditative e scatti mossi dall’energia di chi non si risparmia e dal coraggio di chi mette a repentaglio tutto per una meta che va ben oltre la nuvolaglia del riparo a buon mercato, ben oltre l’interesse vischioso e impiastricciato preteso da tempi e da contesti.

© Anna Maria Curci

 

Ci ordinò di corrispondere
perché eravamo inconsolati.
E riprese a pulsare la vena
———————-dell’abbandono.
Il cielo neutro della parola
manifestò il suo dire sorgivo
———————-e il lutto
fu animato dalla meraviglia.
Lui – il nodo del fenomeno
e del tutto – ci concesse il dettaglio
capitale che mutò lo sguardo.

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Rainer Malkowski, Cerimonia

A Rainer Malkowski, morto il 1* settembre 2003, Poetarum Silva ha dedicato un articolo con la traduzione inedita di una poesia, Stelle, nel decennale della morte. Oggi, 1° settembre 2018, è ancora con la traduzione di una sua poesia, tratta dalla raccolta Hunger und Durst (“Fame e sete”) che Poetarum Silva esprime l’omaggio a un poeta che sorprende per la ‘complessa semplicità’ del suo dire.

 

Cerimonia

Questi rumori secondari,
quando l’uomo sbagliato
apre la bocca.

Acciottolare, fischiare.
Le parole
fanno resistenza.

Tolleranza, libertà, l’arte –

L’aria nella sala
si sente male
per respiro contaminato.

Suda solerte
il quartetto d’archi.

Rainer Malkowski
(traduzione di Anna Maria Curci)

 

Festakt

Diese Nebengeräusche,
wenn der falsche Mann
den Mund öffnet.

Es scheppert, es pfeift.
Die Worte
wehren sich.

Toleranz, Freiheit, die Kunst –

Der Luft im Saal
wird es schlecht
von unreinem Atem.

Beflissen schwitzt
das Streichquartett.

 

(da: Rainer Malkowski, Hunger und Durst. Gedichte. Suhrkamp 1997, p. 70)

Michele Paoletti, Breve inventario di un’assenza

Michele Paoletti, Breve inventario di un’assenza, Samuele Editore 2017

Con un dettato che ha nella chiarezza, nella capacità di raggiungere e colpire chi legge senza perdersi in giri tortuosi, i testi di Breve inventario di un’assenza si muovono tra i poli dell’evocazione del passato, espressa al tempo imperfetto, e della prefigurazione dell’avvenire, che appare, come è naturale aspettarsi, al tempo futuro.
Il convitato di pietra dei nostri tempi, il lutto – il dolore, il senso lancinante della mancanza – è in questa raccolta allo stesso tempo motore e oggetto dell’opera poetica, senza meandri, senza sottintesi.
A tanta apparente semplicità corrisponde, è bene sottolinearlo, una impalcatura frutto di un progetto compositivo ben definito. La progettualità nella composizione non si manifesta soltanto nella articolazione della raccolta in tre capitoli – La terra intatta, Inventario, Muri – ma anche nei versi di ogni singolo testo.
Sono composizioni per lo più brevi, composte prevalentemente da una strofa – alcuni soltanto si articolano in due strofe – con misure metriche che solo raramente superano l’endecasillabo e che hanno il loro nucleo, vale a dire il verso finale che condensa il messaggio e si imprime in molti casi sotto forma di settenario o novenario, preparato abilmente dai versi che precedono.
Nella precisione del comporre non è contemplata l’ansia di innovazione formale a tutti i costi, anzi: i riferimenti a quanto letto e scritto in precedenza (penso al “canto di pianura” così ricco di suggestioni letterarie, ivi compresa, tra le più recenti, quella che si richiama a Il peso di pianura di Nadia Agustoni) si inseriscono organicamente in un’opera senz’altro unita da un forte filo conduttore, dotata dunque di spiccata organicità, come fa notare Gabriela Fantato nella prefazione.

© Anna Maria Curci

Una scelta di poesie da Breve inventario di un’assenza di Michele Paoletti è stato pubblicato su Poetarum Silva qui.

Stefano Vitale, La saggezza degli ubriachi

 

Stefano Vitale, La saggezza degli ubriachi. Poesie. Prefazione di Alfredo Rienzi, La Vita Felice, Milano 2017

La saggezza degli ubriachi di Stefano Vitali è libro scritto avendo ben presente un crescendo di innegabile effetto, sia dal punto di vista della resa poetica, sia dal punto di vista del legame con l’arte spirituale per eccellenza, la musica.
Se, infatti, nelle prime sezioni, l’assunto – limpidamente dichiarato nei versi finali della seconda poesia della raccolta – oscilla nella resa tra gli estremi, da un lato, di un linguaggio aforistico, strutturato da un anaforico “così” (con duplice funzione introduttiva, sia di conseguenze logiche sia di similitudini), e di aperture, dall’altro di squarci lirici, con abbinamenti attributo-sostantivo che mostrano  (ritengo che il tributo sia intenzionale) un debito alla tradizione poetica occidentale attraverso i secoli – e il titolo della seconda sezione, Guerre civili, mostra nella doppia valenza dell’aggettivo il debito e insieme il disagio della civiltà – già nella quarta sezione, Dal terrazzo (ma con un significativo anticipo nell’ultima poesia della terza sezione, Punti di vista), lo sguardo si innalza ad abbracciare cieli e territori più ampi.
Con lo sguardo,  anche i versi prendono il volo e diventano testi di sicura presa e di espressione poetica felice: Mi parla di sé la sera, Polena per caso, Tu sei traccia di deserto, L’alba è dei corvi ne sono una prova convincente.
Ma sono le poesie di Moments musicaux a portare il crescendo all’apice, ché i brani musicali dai quali prendono l’avvio non sono semplici occasioni, ma il necessario, direi indispensabile, nutrimento per trovare, intonare, modellare la voce poetica.

© Anna Maria Curci

Una scelta di poesie da La saggezza degli ubriachi è stata pubblicata su Poetarum Silva qui.

Sonia Giovannetti, Dalla parte del tempo

 

Sonia Giovannetti, Dalla parte del tempo, Genesi Editrice, Torino 2018

Dalla parte del tempo di Sonia Giovannetti è un libro animato da “poesia e verità” nel senso goethiano dell’abbinamento, ché stare dalla parte del tempo è innanzitutto riconoscersi umani, precari e limitati per definizione.
I perennemente assetati di bello e vero, tuttavia, sono i poeti –  il riferimento al celebre passaggio da L’idiota di Dostoevskij è armoniosamente inserito nel libro – e sulla natura e sull’anelito di chi cura la poesia, la nutre e se ne nutre, l’io lirico ritorna a più riprese.
Stare dalla parte del tempo, tuttavia, significa in questo libro sia comprendere e accettare Chronos sia cercare e saper intercettare Kairos. I tre capitoli che compongono la raccolta – Il tempo dell’io, Il tempo del noi, Il tempo dei luoghi – ampliano lo spettro delle possibilità di ricerca.
Si tratta di una ricerca che manifesta ri-conoscenza sotto forma di attenzione, talvolta anche in forma di vero e proprio tributo, a stili, tecniche e metri della tradizione poetica italiana. Dal Novecento di Luzi – L’uomo del faro – si risale al sonetto petrarchesco, reso in più di una composizione, a partire dalla poesia iniziale e introduttiva, Il tempo,  con rigorosa osservanza della rima, tanto da far pensare che l’intento di Sonia Giovannetti sia, accanto al tributo di riconoscenza, anche quello di una garbata provocazione ai falsi iconoclasti e veri forzati della moda del momento.
L’omaggio alla poesia-pane non può non passare per Shakespeare della Tempesta e per Omero dell’Odissea; è un omaggio schietto, vissuto, cantato. (altro…)

Irmtraud Morgner, da “Trobadora Beatriz”

Irmtraud Morgner nacque il 22 agosto 1933. Poetarum Silva ha dedicato alla figura di questa scrittrice, che meriterebbe di essere conosciuta maggiormente, una puntata della rubrica “Gli anni meravigliosi”, qui. Oggi, a 85 anni dalla nascita di Irmtraud Morgner e a 45 anni dalla data posta dall’autrice stessa a conclusione del brano che segue, pubblico nella mia traduzione l’incipit del romanzo Leben und Abenteuer der Trobadora Beatriz nach Zeugnissen ihrer Spielfrau Laura – “Vita e avventure della trobadora Beatriz secondo testimonianze della sua musicante Laura”. (Anna Maria Curci).

 

Propositi

Naturalmente questo paese è un luogo di eventi prodigiosi. È quello che mi passò per la testa allorché una donna mi si fece incontro. Nella mia via. Una mattina d’aprile. La sconosciuta mi chiese se avessi soldi. Siccome sono poco incline a conversazioni a stomaco vuoto, restituii il saluto e tirai dritto. Ero pure di fretta, stavo andando all’asilo. La donna, anche lei tirata per la mano sinistra da un bambino, mi raggiunse, mi costrinse a prendere con la destra un pacco e disse: «Cinquemila». Ci fissammo reciprocamente. I bambini si divincolarono. Richiamai alla mente la cifra che avevo udito. Quando ne ebbi coscienza, cercai di disfarmi del peso. Ma la donna indietreggiò e affondò le mani nelle tasche del cappotto, la cui copiosa ampiezza era riempita completamente. Quel corto capo di vestiario non faceva affatto scorgere le ginocchia, a malapena si intravedevano i polpacci. Sebbene avessi tutte le buone ragioni per carpire delle scuse a quella donna invadente, fui io a scusarmi. Lasciai che i suoi occhi marroni tondi come bottoni mi squadrassero il volto. Tollerai, chissà perché, il peso non richiesto. Solo quando avvertii che lo spago che legava il pacco mi stringeva le punte delle dita, mi apprestai a usare la parte posteriore di una vettura parcheggiata come vano d’appoggio. «Tremila», disse la donna. Poi estrasse dalla tasca del cappotto un fazzoletto di cellulosa e si strofinò gli occhi. Subito dopo il naso. Il mio mi prudeva per l’acqua piovana che defluiva dalla scriminatura. I riccioli non naturali della donna si erano sfatti e ridotti a uno stadio tale da far pensare alla lana di un calzino marrone scucito. Tre singhiozzi. Avevo già dimenticato la fatica di portarmi appresso quel pacco. Ero in devota attesa di chissà chi, di chissà che cosa. Quando la carta da pacchi, bagnata fradicia, era ormai buttata via, appoggiai il naso per sentire l’odore. «Un’opportunità unica», disse subito la donna in pianto, «la sua grande occasione, la colga al volo.». L’idioma sassone si accordava armoniosamente con l’espressione del viso rotondo, coperto di efelidi. «Fama», riattaccò in questo idioma avvicinandosi cautamente e infilando un pingue dito indice nel pacco, «fama mondiale, glielo garantisco, lei scrive, non è vero?». Seguì una descrizione dettagliata di una conversazione con il macellaio del Konsum di qui, conversazione che a suo dire l’aveva portata a conoscenza della mia professione. I bambini si conoscevano probabilmente dal parco giochi. Da quando era sposata, purtroppo non poteva più aspettarsi con certezza un posto all’asilo. Il che significava: prospettive incerte per la sua effettiva professione. L’altra, di professione, era andata perduta con la morte della sua amica. Nel caso in cui avessi ancora esitato ad accettare l’offerta, non si sarebbe potuta comprare una pietra tombale a questa donna meravigliosa. Espressi il mio cordoglio. Impaziente di conoscere la reazione. La donna, tuttavia, improvvisamente tacque. Guardai con indifferenza verso il cielo, ulteriormente oscurato da una nube proveniente dalla centrale del gas. (altro…)

Guglielmo Aprile, Il talento dell’equilibrista

 

Guglielmo Aprile, Il talento dell’equilibrista, Giuliano Ladolfi Editore 2018

Il poeta equilibrista, funambolo sulla corda del disincanto, corda tesa consapevolmente oltre ogni immaginabile delimitazione, è sospeso, solo e a ‘ciglio asciutto’. Senza rete sulla pista del circo, sotto il tendone che chiamiamo mondo, rischia di schiantarsi nel vuoto delle etichette.
Guglielmo Aprile corre questo rischio, rasenta la posa del nichilista, e – in questo scorgo Il talento dell’equilibrista del titolo della raccolta – se ne ritrae. Costeggia il baratro e non sprofonda, in grazia di un atto di volontà, che scansa l’autocompiacimento e sceglie di proseguire l’azzardo della composizione poetica.
Ravvedo i due elementi fondamentali del talento dell’equilibrista nella sapienza compositiva e nella capacità di accostare immagini che la letteratura ci ha reso familiari ad altre inattese, di una bellezza spiazzante.
Per quanto riguarda la sapienza nel comporre questa raccolta poetica, non sfuggirà al lettore la esplicitazione di un programma poetico nei titoli delle tre sezioni, rispettivamente in latino, in tedesco e in italiano: Nequiquam, Bildungsroman e L’ignoranza.
Nequiquam sta per l’italiano “invano” e invano l’umanità si agita contro la propria caducità. Guglielmo Aprile sottopone all’attenzione di chi legge una galleria di quadri sulle cocciute cantonate che ci irretiscono in binari di sogni e vane aspettative; sono binari sui quali corrono treni il cui tragitto non potremo mai determinare, alla cui guida, soprattutto, non saremo mai. Luoghi e oggetti si caricano di energia espressiva: bagnasciuga e castelli coi tappi dei succhi di frutta, stazioni ferroviarie e bidoni dell’indifferenziata, sale d’attesa e cruciverba.
Come in un Bildunngsroman, in un romanzo di formazione, dunque, la seconda sezione ripercorre i momenti salienti del percorso umano, o, per esser più precisi, del percorso dell’io poetico, dall’ingenua e ingorda interrogazione alla propria esistenza, agli altri e al ‘mondo’, alla constatazione dell’eterna sfasatura (così il titolo di un testo) «tra le parole del banditore/ e l’interno della scatola colorata;», giacché «i denti caduti e seminati non daranno raccolto».
L’ignoranza, pare suggerire la terza sezione, è la causa dello ‘stato di minorità’ ovvero della «sindrome di Stoccolma» (Ostaggi), in cui la gran parte degli umani si ostina a vivere, prigioniera com’è  di desideri indotti e di involucri mendaci.
Il talento dell’equilibrista, ho affermato poc’anzi, si manifesta nell’arguto accostamento di immagini non inconsuete – tra queste, ne evidenzio due: il trasloco, che fa pensare allo Sgombero dell’omonima poesia di Michael Krüger; il ghiaccio che blocca e condanna alla fine – ad altre, inusuali e inaudite. Una per tutte: il varano, la cui presenza, negata socialmente eppure persistente nel chiuso dell’abitazione privata, esprime con notevole efficacia il dominio di forze sterminatrici (si pensi al varano di Komodo) sull’asfittico ecosistema dell’esistenza umana sulle piazze e nelle stanze segrete: «ma rientrato a casa/ i resti del pasto del varano sul pavimento// sono ancora là.»

© Anna Maria Curci

 

Orma di sabbia

Me ne intendo di cose che finiscono.
La pioggia laverà
senza troppa fatica né scrupolo
dichiarazioni d’amore e scritte oscene
sui muri della stazione;
dove oggi la città innalza i suoi gonfaloni
rinverranno fra qualche tempo
la vertebra di un pesce preistorico;

lo scorpione sopravvivrà all’uomo
di parecchi deserti:
è molto più incline a venire a patti
con la sabbia e il vento, e ne sarà risparmiato.

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PoEstate Silva #49: Reiner Kunze, gioventù viennese prima del concerto

Reiner Kunze, foto di ©Jürgen Bauer, da qui

 

GIOVENTÙ VIENNESE PRIMA DEL CONCERTO

Sul podio dormono i contrabbassi,
pingui burattini, i fili
al di sopra del ventre,

e le tavole del palcoscenico sotto le sedie dei fiati
sono ancora nauseate dall’ultima volta

Ma loro, figlie e figli della loro città, tengono
i posti più convenienti tra quelli più a buon mercato
già occupati
come una fortezza espugnata

Reiner Kunze
(traduzione di Anna Maria Curci)

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I poeti della domenica #279: Lutz Seiler, hubertusweg

hubertusweg

….. sbarramento, crescita irta: il bosco prussiano
è meccanica morenica, come se
potesse ancora avanzare, parola

per parola, quando fresco
tra le foglie, con la pioggia che arriva, il vento
attacca e
inizia il suo lungo, lento
parlare per anni
io stesso sono stato bosco di giorno

nelle resistenze alla luce
degli alberi, di notte sepolto
nelle venature degli iris – per anni

niente. ciò che udii
la battuta di caccia, l’inchiostro nel vello dei suoi corpi
volanti grandi un pugno, ogni
salmo seguito

dal salmodiare, un odore
che anneriva gli specchi nella casa, quelli
erano i vecchi: le loro orme
che già salivano sulla schiena, il loro
procedere osmotico
dalla pelle al bosco, dal

senso agli occhi: giocato
alla cieca persi immagine per immagine, vidi
il mio cranio tremante premuto

contro la testata del letto, udii
l’inchiostro nel vello, la parola base scritta
con scriminatura balbettante, il bosco

(traduzione di Anna Maria Curci)

 

hubertusweg

…heimleuchten, hartwuchs: der preussische wald
ist moränen-mechanik, als ob
er noch aufrücken könnte, wort

für wort, wenn kühl
im laub mit dem regen, der kommt, der wind
anschlägt und
sein langes, langsames sprechen
beginnt jahrelang
selber wald gewesen tags

in den lichtbeständen
der bäume, nachts in den maserungen
der iris vergraben – jahrelang

nichts. was ich hörte
die treibjagd, die tinte im fell seiner faustgrossen
fliegenden körper, jeder
psalm verfolgt

vom psalmodieren, ein geruch
der die spiegel schwärzte im haus, das
waren die alten: ihre spuren
die schon stiegen im rücken, ihr
osmotisches schreiten
aus der haut in den wald, aus

dem sinn in die augen: blind
gespielt verlor ich bild für bild, ich sah
meinen zitternden schädel gepresst

an den giebel des bettes, ich hörte
die tinte im fell, das grundwort geschrieben
mit stotterndem scheitel, der wald

 

Edizione di riferimento: Lutz Seiler, La domenica pensavo a Dio/Sonntags dachte ich an Gott. A cura di Paola Del Zoppo. Traduzioni di Gio Batta Bucciol, Anna Maria Curci, Milo De Angelis, Paola Del Zoppo, Federico Italiano, Theresia Prammer, Silvia Ulrich, Del Vecchio Editore, pp- 132-135.

Qui, nella pagina della rubrica di Poetarum Silva “Gli anni meravigliosi” dedicata a Peter Huchel, la ‘storia’ del titolo di questo componimento di Lutz Seiler.