Anna Maria Curci

John Keats, da “Ode a un usignolo”

John Keats ritratto da William Hilton

Ode a un usignolo

Soffre il mio cuore, e sonnolento un torpore mi tormenta
——-I sensi, come se avessi bevuto la cicuta,
O dato fondo a qualche ottuso oppiaceo
——-Solo un minuto fa, e fossi sprofondato giù nel Lete:
Non per invidia di felice sorte,
——-Ma perché troppo felice nella tua felicità, –
————Ché tu, Driade degli alberi dalle ali lievi,
——————In un podere melodioso,
Verde di faggi, e d’ombre che non so contare
——-Dell’estate canti a tuo agio a gola piena.

[…]

Tu non nascesti per la morte, Uccello immortale!
——-Generazioni affamate non ti hanno calpestato,
La voce che odo in questa notte che scorre fu udita
——-In giorni antichi da giullare e imperatore:
Forse la stessa identica canzone che trovò un sentiero
——Per il cuore triste di Rut, quand’ella colma di nostalgia
———-Stava in lacrime in mezzo al grano straniero;
—————–La stessa che più e più volte ha
Incantato finestre magiche aperte sulla schiuma
——Di mari perigliosi in desuete lande di fate.

[…]

John Keats
(traduzione di Anna Maria Curci)

 

Ode to a Nightingale

My heart aches, and a drowsy numbness pains
—–My sense, as though of hemlock I had drunk,
Or emptied some dull opiate to the drains
—–One minute past, and Lethe-wards had sunk:
‘Tis not through envy of thy happy lot,
—–But being too happy in thine happiness,—
———That thou, light-winged Dryad of the trees
————-In some melodious plot
Of beechen green, and shadows numberless,
——Singest of summer in full-throated ease.

[…]

Thou wast not born for death, immortal Bird!
—–No hungry generations tread thee down;
The voice I hear this passing night was heard
—–In ancient days by emperor and clown:
Perhaps the self-same song that found a path
—–Through the sad heart of Ruth, when, sick for home,
———-She stood in tears amid the alien corn;
—————The same that oft-times hath
Charm’d magic casements, opening on the foam
—–Of perilous seas, in faery lands forlorn.

[…]

John Keats, morto a Roma il 23 febbraio 1821, sepolto a Roma nel cimitero acattolico, alle spalle della Piramide Cestia.

Francesca Del Moro, La statura della palma

In copertina: Jara Marzulli, “Fior di pelle” (dettaglio), olio su tela, 80 x 120 cm

Francesca Del Moro, La statura della palma. Canti di martiri antiche, Edizioni Cofine 2019

Martirio e poesia: testimonianza, astuzia, scandalo, interrogazione inesausta, ferita aperta, prodigio d’amore. No, non è una mescolanza casuale di concetti contrastanti, fumo negli occhi per stemperare, annullandolo, il paradosso, per distogliere dalla temerarietà del filo rosso prescelto, dal momento che il martirio è divenuto a sua volta categoria abusata e martoriata.
Niente di tutto questo, bensì, in una sequenza in cui ogni elemento è intimamente collegato all’altro, un insieme di nodi e gangli, un universo di costellazioni di significato che brillano e illuminano, si illuminano vicendevolmente e schiudono alla vista possibili sentieri interpretativi.
Costellazioni, tutte, che si sono animate, nelle successive riscritture, di cui sono stata felice testimone, dell’opera di Francesca Del Moro, dalla stesura iniziale fino alla versione che si presenta qui a chi legge.
Il percorso tra i termini enunciati in apertura sarà dunque una breve ricostruzione del divenire di un’opera e, insieme, un tributo alla parola poetica che ne è scaturita.
L’itinerario comincia dunque con ‘testimonianza’, termine che intendo accostare al greco martyrion, al suo equivalente in una lingua che, proprio alle origini della Chiesa cristiana, comincia a diffondere con un’intensità non conosciuta prima questa parola e a conferirle una connotazione particolare, vale a dire “testimonianza di fede con il sacrificio di sé, con il proprio sangue”.
Nella raccolta La statura della palma sono tredici martiri dei primi secoli del cristianesimo a dare testimonianza, attraverso il loro canto, non solo di una fede vissuta con estrema consapevolezza, ma anche di una morte cruenta, frutto di uno scontro – l’amore e la “sete insondabile e perenne” di assoluto avvertiti come emancipazione totale dalla schiavitù da un lato, la repressione violenta del potere dai tratti esplicitamente patriarcali dall’altro – affrontato, da parte delle «tredici donne bellissime e dallo sguardo fiero» che narrano il loro martirio, con una capacità argomentativa non comune.
Comune a tutti i canti è una critica al potere patriarcale, non disgiunta – e, assieme alla cornice narrativa ideata da Francesca Del Moro, la visione di Maria, il riferimento bibliografico al Vangelo secondo Gesù Cristo di José Saramago è rivelatore – dall’idea di un Padre celeste autoritario e tendente alla scelta di soluzioni sanguinose.
[…] (altro…)

Davide Zizza, Ruah

 

Davide Zizza, Ruah. Prefazione di Enrico Testa, Edizioni Ensemble 2016

Ruah, psyché, respiro e alito, soffio vitale, Atem e Hauch: in principio, bereshit, era il soffio. Quello spirito «che aleggiava sulle acque» è percepito, raccolto e trasmesso da Davide Zizza in Ruah, e giunge, così, ai sensi destati alla parola.
«In principio fu il verso»: la solennità dello slancio, l’ardire del paragone offrono il braccio, nello stesso componimento dall’inizio tanto affermativo da sembrare perentorio, alla volontà di farsi da parte «per fare spazio», alla decisione di ritirarsi per vivere nel soffio divino.
Ruah, come ricorda Enrico Testa nella prefazione, è parola ebraica che racchiude più significati: soffio, vento, respiro, spirito. È spirito, aggiungo in riferimento alla raccolta di Davide Zizza,  che induce a cantare lodi anche nel tempo del dolore, e del dolore straziante, a cogliere il respiro e, come scriveva Paul Celan, anche la Atemwende, la svolta del respiro: «Dichtung: das kann eine Atemwende bedeuten» – così Celan, vale a dire: «Poesia: questo può significare una svolta del respiro».
Sul legame profondo tra respiro e poesia interviene, già dall’epigrafe e sempre dall’area di lingua tedesca, Rilke dei Sonetti a Orfeo: Respiro, tu invisibile poesia! (Atmen, du unsichtbares Gedicht!), a rendere ancora più chiara l’apertura a più costellazioni, a più dimensioni, a più universi disegnati da parole-luoghi (dal testo del componimento rilkiano di cui è riportato il primo verso: “spazio del mondo”, “contrappeso” “onda unica”, “mare crescente”, “venti”, “aria”. “curvatura e foglio delle parole”).
Cercare e ricostruire la parola (proprio come fa chi legge la Torah, qui evocata sin dal titolo della raccolta; ricostruire, quindi, come chi sempre interpreta), è impresa che può sfiancare, spezzare il respiro, annullarlo, perfino, in apnee nelle quali si affronta il rischio fatale, vale a dire che esso ricada nell’afasia, oppure nella mendacità o , ancora, nella totale insufficienza della parola del poeta-interprete.
E dunque, dopo In Principio e Ruah, è La chute, la terza delle cinque sezioni della raccolta (le altre due portano rispettivamente i nomi Calda stagione e Metapoetica), a farsi incontro a chi legge. La caduta – non solo cacciata dall’Eden, ma discesa agli inferi – diventa qui, tuttavia, occasione di scoperta, di conquista di una ‘visione dal basso’ che si pone come complementare alla tensione verso l’infinito.
Nonostante il rischio fatale, che si corre con consapevolezza e non con insensata temerarietà, c’è una tenacia della ricerca che non si ferma dinanzi ai battenti del mistero. Chi legge percepisce il frutto di questa provata tenacia.
Respiro e pausa e svolta si manifestano, con particolare risalto, nell’arte spirituale per eccellenza, la musica, che in Ruah oltrepassa ampiamente, in diversi componimenti, il semplice ruolo di sfondo e di cornice (La musica del BereshitChopin, l’insetto e Einstein; Pasqua; Winter Sunday). La musica detta il ritmo, invece, suggerisce la cadenza, imprime ‘il’ soffio della creazione e, allo stesso tempo, orchestra la testimonianza di fedeltà a un altro mistero, quello dell’umano: «Non svelare l’umano, accennalo./ Non tradire l’umano, accarezzalo./ Affascinalo. Amalo.» (Fascinazione).

© Anna Maria Curci

 

«In principio fu il verso»,
il respiro creatore, il ritirarsi di Dio
alle sponde dell’infinito.
Farsi da parte per fare spazio.
Così se ti osservo e respiro il tuo nome,
così senza prendere spazio
mi ritiro per vivere nel tuo soffio.

 

La musica del Bereshit

Prima fu silenzio. Il tempo non scandiva nessun ragtime umano.
Non c’era la nota che dava l’attacco per il concerto.

C’era solo un principio senza violino. Senza pianoforte.
Senza shofar. Era solo un caotico silenzio: di morte.

Poi un soffio. Un lungo soffio portò l’amore.
Una lunga nota profumata portò l’ordine e la chiara geometria.

Il canto degli alberi e dei campi allietò il cuore.
Cominciò ad esistere dal nulla lo spartito. Il decagramma.

Tutto fu. Nella musica della Creazione.

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Giuseppe Vetromile, Il lato basso del quadrato (nota di A.M. Curci)

Giuseppe Vetromile, Il lato basso del quadrato, La Vita Felice, Milano 2017

Il lato basso del quadrato colpisce per la coerenza del dettato poetico con l’introduzione programmatica che l’autore, Giuseppe Vetromile, ha scritto come prefazione alla raccolta. Da tale continuità di intenti tra premesse teoriche e creazione poetica deriva una evidente organicità dell’insieme.
Sia nello snodarsi dei testi, infatti, sia nella composizione di ogni singola poesia vengono riaccostati e intrecciati frammenti di un cantico dell’io lirico, che si vede innanzitutto come creatura, al creato, con pause di riflessione, stupore e incanto evidenziate da spaziature all’interno del verso e tra un verso e l’altro.
Qualche volta il punto di accostamento, la ‘cucitura’, è più evidente, con qualche brusca intromissione di termini dal linguaggio colloquiale («putiferio»), ma resta ferma l’impressione di una poesia che sa coniugare il sentimento dei tempi e delle età dell’uomo con uno slancio – proprio dalla intenzionale visione dal basso, dal lato basso del quadrato, appunto – volto ad abbracciare l’universo.
Sentimento, incontri, slanci e memorie non sono scevri da una nozione del dolore che viene resa con metafore mutuate dal mondo dell’aritmetica, dell’algebra e della geometria (di «geometrie spurie» scrive l’autore), ma con la consapevolezza circa il divario tra le aspirazioni a misurare, a definire, a determinare da un lato e la resistenza tenace dell’incommensurabile dall’altro «: da una morte non si ricava l’equazione del cosmo».
È una testimonianza di inadeguatezza a una aspirazione che non si tramuta, tuttavia, in una amara o addirittura biliosa desolazione, bensì in  un quieto ma continuo rilancio del tentativo, che si fa qui concreto gesto poetico.

© Anna Maria Curci

 

IL LATO BASSO DEL QUADRATO

La parte bassa del quadrato è un lato sottilissimo
umile              inerte
e sta fermo dall’eternità della legge
a sorreggere le sorti della buona geometria

La parte bassa della vita è una sera che indugia a capoletto
senza mai più progredire in alba lucente
né ridiscendere più giù della notte stagnante

La parte bassa del quieto vivere è questo silenzio di voci
che più non reclamano spazi né montagne da scalare
né mari da solcare

La parte bassa di me è questa città nel mio ventre
recinta da indigesti gonfiori
che più non vanno
né su né giù
e soffocano in gola l’urlo del perbene

La mia è una parte qualsiasi del mondo che sta sempre in basso
rispetto all’esistere saccente e in vigore
di chi va deciso verso il cielo

Io guardingo mi recupero apotemi di versi
scritti sull’orlo inferiore del taccuino
nei dubbi mi comprendo di pochezze e mi trascino
come va va
sul lato basso del quadrato
di questa geometria spuria

per poter poi riconquistarmi
la parte alta

verticale       diritta       della vita

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Marco Onofrio, EMPORIUM

 

Marco Onofrio, EMPORIUM. Poemetto di civile indignazione. Introduzione di Eugenio Ragni, Prefazione di Aldo Onorati, EdiLet, Edilazio Letteraria 2008

Il fagocitante magazzino della sopravvivenza – vivere sopra, vivere sopraffacendo –  elevato a immenso e smodato mercimonio, spaccio di un “Westworld” che, come nella serie televisiva statunitense, mutila, fraziona, smonta e rimonta rigurgiti di esotico per rivenderli a caro prezzo a benestanti in cerca di emozioni forti e bramosi di pagare per pratiche incontrollate (ma davvero incontrollate?) di vizi capitali,  spelonca di miasmi e bottega-fogna a cielo aperto, spalanca porte, vetrine e fauci maleodoranti e insaziabili, affonda artigli sempre unti, pronta a stritolare qualsiasi volontà (velleità?) di umana emancipazione: benvenuti, mesdames et messieurs, nell’EMPORIUM di Marco Onofrio.
Dalla «civile indignazione» dell’autore scaturisce un’opera che coniuga il pungolo di un Morality Play nella disputa drammatica tra profitto e valore, calcolo e gratuità, con la precisione complessa di una poesia che colpisce a ritmo serrato il bersaglio.
Del Morality Play ha il vigore del colpo sferrato ai vizi (il Vice del Morality Play) nelle loro multiformi, sformate e deformate apparizioni, così come la vertiginosa commistione di registri.
Oltre alle variazioni nei registri, tra elevazioni ardite e altrettanto arditi abbassamenti, Emporium palesa una commistione di scelte lessicali, non disgiunte dalle fonti letterarie (che spaziano nei secoli e nelle latitudini) e riferimenti di varia provenienza, che affiancano ambiti spesso molto distanti tra loro.

Boom. È il ritmo. Dentro.
È bello e orrendo al tempo stesso.
Tintinnante, petulante, puntinato:
catapletto, ridondante, rumoroso:
strascicante di ferraglia arroventata
come un raid di stuka in volo, persuasi
allo sterminio su Guernica
lo stormo più compatto ed uncinato
che ulula e forsenna giù in picchiata.
Buca! Eureka! Centro!
La cassiera, muta e indaffarata.
Come l’inizio di “Money”
dei Pink Floyd
(The dark side of the moon)
mixato con il coro del Nabucco
concorde, modulato, progrediente –
mentre sono i Lloyd, loro
che fanno ogni minuto affari d’oro (altro…)

I poeti della domenica #324: Heinrich Heine, da “Libro dei canti”

 

LXII

Tu hai diamanti e perle,
Hai quel che umano brama,
E hai gli occhi più belli –
Mia cara, che vuoi di più?

Sui tuoi begli occhi
Un esercito intero
Di canti eterni ho ideato –
Mia cara, che vuoi di più?

Coi tuoi begli occhi
Mi hai tormentato tanto,
E mi hai rovinato –
Mia cara, che vuoi di più?

Heinrich Heine

(traduzione di Anna Maria Curci) (altro…)

Anna Maria Bonfiglio, Di tanto vivere

 

Anna Maria Bonfiglio, Di tanto vivere. Prefazione di Valentina Meloni, Caosfera Edizioni 2018

di vita discorremmo,
dunque d’amore
(amc)

 

Mi piace immaginare l’universo delle parole poetiche come esplosione di varietà di luoghi, conformazioni e specie: il riparo delle ‘stanze’, la policromia dei giardini, i confini e i varchi delle soglie, e ancora fonti, canali sotterranei, grovigli di lamiere e spuntoni di rocce, balconi fioriti e terrazzini abbandonati con tettucci di plastica smangiucchiata, ciuffi d’erbe odorose impertinenti nel paesaggio arrugginito di uno sfasciacarrozze. Luoghi, conformazioni e specie che attraggono per incanto, oppure, al contrario, per attrito, che avvinghiano, che urtano, che sostentano, che svuotano.
Di tanto vivere di Anna Maria Bonfiglio è il libro di poesie che, con un’aspirazione che correva avanti alla coscienza, attendevo da tempo. Nell’universo delle parole poetiche è la promessa, che, qui realizzata, si manifesta con impeccabile chiarezza, quasi fosse la prima volta. È la promessa dell’angolo della conversazione che non teme per la propria esistenza, perché sa resistere, guardando di volta in volta in faccia “l’ostile”, all’aggressione, al contesto, al lavorio della disgregazione.
A dispetto di interruzioni e lontananze, anche se scaraventata in luoghi e in tempi aspri e arcigni, è conversazione che accoglie, ascolta, canta, sorride, esamina e rilancia, tanto da rendere sempre vivo e nuovo il fluire di contributi dall’una e dall’altra parte. A chi legge la scelta, di verso in verso, di testo in testo, dell’adesione per intima affinità, dello stupore della scoperta, della contemplazione attiva.
Centrale – vessillo e simbolo della poetica di Anna Maria Bonfiglio in questa sua raccolta – mi sembra allora il componimento Discorsi, sia per la struttura e l’articolazione, entrambe distese e allo stesso tempo animate da un desiderio di interlocuzione, sia per un dettato poetico che alterna i tempi verbali del presente e del passato remoto, della constatazione e della rievocazione, in una convivenza – di tanto vivere, sì! – di lucidità e di incanto: «e scrivere di te è pozzo e luna/ ora che un atroce medioevo/ ringhia furore sui deserti giorni». (altro…)

Danilo Mandolini, Anamorfiche

Danilo Mandolini, Anamorfiche, Arcipelago itaca 2018

Percepire dimensioni e condizioni dentro e fuori di noi, rendere queste percezioni è impresa costretta all’angolo, in un angolo limitato, se essa non abbraccia la pluralità di prospettive.
A questa condanna alla limitazione deformante, a questa proposta di apertura di prospettive fa riferimento, già nel titolo, Anamorfiche di Danilo Mandolini (Arcipelago itaca 2018), raccolta della quale, nel mese di marzo 2018, sono apparsi alcuni testi in anteprima su Poetarum Silva.
Oltre ad essere, dunque, proposta di apertura alla percezione e alla restituzione di diverse sfaccettature, della pur minima differenza di sfumature, Anamorfiche è proposta di apertura al superamento del limite individuale attraverso una ‘sinfonia psichedelica’ che si articola in numerose sezioni, alcune delle quali portano proprio il titolo di «psichedelie».
Dopo un’introduzione, che ha il titolo Altrove e un tono che sarebbe sbrigativo e ottusamente tranquillizzante definire apocalittico, tanto realistica è la descrizione della istupidita acquiescenza con la quale gli individui, tappati in case ammucchiate in un conglomerato urbano che inghiotte, novello Crono, qualsiasi forma di comunità, accolgono l’orrore del disgregarsi, parte la prima sezione di Anamorfiche, intitolata, appunto, Psichedelie dei rumori, delle voci, dei suoni e dei silenzi.
Le composizioni che si susseguono mantengono la promessa del titolo, ampliano, pertanto, la coscienza, orchestrano la domanda – angosciata, martellante, disperata sull’esito o, al contrario, pronta allo scontro, all’attrito, allo schiaffo – su essere e tempo, o meglio sull’esistere nel tempo, oltre il tempo, nonostante il tempo.
Gli effetti che si palesano a chi legge sono preparati da una progettazione attenta, da un gioco di squadra tra forme verbali nei modi finiti (in prevalenza l’indicativo, al tempo presente) e nei modi indefiniti (gerundio e infinito, quest’ultimo sovente nella versione sostantivata) e figure retoriche (con maggiore frequenza di anafora, metafora, allitterazione, anastrofe, figura etimologica, poliptoto, ossimoro).
Le psichedelie delle voci si estendono anche a quelle, non umane per fonti di emissione, umanoidi per imitazione, che accompagnano tuttavia il nostro quotidiano vagare qui e ora: «Una voce metallica di donna/ precisa dice:/ “Fra cinquecento metri svoltare a sinistra.”// Improvvisa la città/ si schiude allo sguardo,/ si fa osservare nel buio/ e con timore mostra/ (sfavillanti, scoscese)/ le sue insegne.».
Ecco che le psichedelie, anche delle voci metalliche registrate per farci da nocchiere nella metropoli senza soluzione di continuità, consentono di dilatare lo sguardo, di spostare più avanti il limite, di consentire una più lucida, seppure non pacificata, “rivelazione”.
Così come le Psichedelie dei rumori, delle voci, dei suoni. Uno (prima parte della prima sezione, erano introdotte dai versi di tre guide poetiche, Pasolini, Sereni, Campana, così le Psichedelie dei silenzi sono introdotte da una frase di Albert Camus, tratta da Le mythe de Sisyphe, che si allarga essa stessa a comprendere le “assurde” ragioni della poesia: «L’assurdo nasce dal confronto tra il richiamo umano e il silenzio irragionevole del mondo».
L’allargamento della coscienza, il dilatarsi della percezione si amplifica ulteriormente con il silenzio e grazie al silenzio. Si manifestano con chiarezza aneliti e aspirazioni: «[aspiro a conoscere a fondo,/ fino in fondo,/ l’essenza ultima e vera/ d’ogni stupore», lo sguardo muto individua «il varco senza voce», il risuonare, terso, dell’esortazione prende quota e coraggio (ebbene sì, “il faut imaginer Sisyphe heureux”): «Una volta al giorno/ (non è fondamentale quando,/ non serve di più)/ è appropriato, è consigliabile/ salvare una vertigine,/ serbarla con grande premura/ quasi fosse l’unica/ a disposizione di tutti». (altro…)

Tutti i post di Natale #6: Vincenzo Mascolo, Q. e l’allodola

Dal 24 dicembre 2018 al 6 gennaio 2019, tranne che per le giornate del sabato e della domenica con le loro rubriche settimanali, riproporremo alla lettura alcuni contributi già apparsi su Poetarum Silva, sui quali desideriamo richiamare l’attenzione. Il nome di questa serie di post trae ispirazione dal titolo del racconto di Heinrich Böll nella sua traduzione in italiano: Tutti i giorni Natale. (la redazione)

 

Vincenzo Mascolo, Q. e l’allodola, Ugo Mursia Editore 2018

Che cosa mi ha portato alla formulazione della parola “entusiasmo”, immediata, non mediata reazione alla prima lettura di Q. e l’allodola di Vincenzo Mascolo? Rivolgo a me stessa – e qui anche pubblicamente – il quesito, ora che ho letto, ascoltato, percorso più e più volte un poemetto che si snoda lucido e ispirato, dalla “notte dell’impresa” (ricorro intenzionalmente alle parole di un poeta e ‘cercatore’ a me molto caro, il compianto Roberto Rossi Testa) all’anelito alla luce. Tutta la ricchezza di origine e significato del termine “entusiasmo” mi viene in aiuto per spiegare e dispiegare innanzi a chi legge, esplora e ascolta i moti dell’animo suscitati da questa opera: non solo gioia e partecipazione, non solo infervorata adesione, bensì anche, oltre a ciò, slancio a fare, a condividere ciò che viene percepita, distintamente, come dedizione operosa. Non un “astratto furore”, dunque, ma un prodigioso contagio.
Quel contagio prodigioso si tramuta in questa sede in un impegno ermeneutico, nell’additare un possibile percorso di lettura di un lavoro notevole e articolato in maniera tutt’altro che banale. Q. e l’allodola unisce infatti la limpidezza del dettato alla complessità dei temi e dei richiami. I testi studiati, amati, chiamati in causa abbracciano epoche e ambiti disparati, senza tuttavia mai sfilacciare l’unità e l’unicità dello stile. Procediamo dunque in questo viaggio.
Questa ‘sinfonia dell’interrogazione’ – e della ricerca sulla perenne ‘cerca’ poetica – si apre, con accenti esplicitamente epici, con un’invocazione alla divinità ispiratrice; ma l’esortazione «Cantami, o diva» ha per oggetto una tenzone e una tensione che si perpetuano nel tempo e che sono singolarmente cruente, sebbene si manifestino nelle fogge e nelle forme apparentemente più distanti tra loro. È di «fatica che trasuda poesia che si parla», è di «eterna lotta tra il significante e il significato». Ecco che il poema, come già additato dall’invocazione in apertura, può e deve essere letto in più modi: poesia, e vera poesia, sulle ragioni e sui moti della poesia e sul quesito permanente dell’esistenza circa il durevole e l’effimero, il canto “oltre la polvere” e il transitorio.
L’invocazione, I parte, anticipa d’altro canto il riferimento al destinatario delle parti IIIIIIV e Vdel poemetto, Queneau degli Esercizi di stile. Notti insonni, conflitti e tormenti dell’anima (animula vagula blandula) duellano e duettano a suon di rigorose rime insieme a distese di sconforto non prive di autoironia. Ed è allora che quel Q. puntato non può che richiamare, oltre Queneau a metà strada tra nume tutelare e antagonista, anche il libro del Qoelet, dell’Ecclesiaste(come avveniva qualche anno fa con il noto romanzo Q). Si fa dunque strada un’ulteriore pista interpretativa di Q. e l’allodola: il poema come indagine sulla vanitas. (altro…)

I poeti della domenica #316: Paul Celan, TU GIACI

TU GIACI nel gran tendere l’orecchio,
circondato da arbusti, da fiocchi.

Va’ alla Sprea, vai all’Havel,
va’ ai ganci da macellaio,
ai candelabri rossi per mele da infilare
dalla Svezia –

Giunge la tavola con i doni,
svolta a un Eden –

L’uomo divenne un colabrodo, la donna
dovette nuotare, quella troia,
per sé, per nessuno, per ognuno –

Il Landwehrkanal non scroscerà.

Nulla
——s’incaglia.

 

Paul Celan
(traduzione di Anna Maria Curci)

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Patrizia Sardisco, eu-nuca

Cambiare prospettiva, accogliere la complessità: eu-nuca di Patrizia Sardisco

La raccolta eu-nuca di Patrizia Sardisco si articola come un vero e proprio poemetto in 30 quadri sulla Grande Vecchia, l’Europa, che ben poco ha in comune con la bellissima fanciulla del mito dal quale il continente trae il suo nome.
Così come nella celebre doppia immagine che può mostrare una donna giovane oppure una vecchia – il mento dell’una è il naso dell’altra, l’orecchio dell’una è l’occhio dell’altra –, l’invito che il titolo formula a chi legge è quello di andare oltre la soglia dell’immediatamente percepibile, di cercare di individuare una angolatura che riveli ciò che non si manifesta palesemente, che non è evidente a tutti, o che, per essere più precisi, non tutti sono disposti a cogliere.
Quel prefisso eu anteposto a nuca, dismessa la parentela con il significato nel greco antico, non sta più a indicare alcunché di benevolo, giacché esso non è che l’acronimo per European Union. La EU è l’Unione Europea che si è messa alle spalle, dietro la nuca dunque, solidarietà, casa comune, accoglienza, e che si è fatta marcescente amministratrice dei no, dei rifiuti e dei rigetti, degli schermi di carta, delle foglie di fico degli accordi su paletti e fogli di via.
La veemenza del j’accuse di Patrizia Sardisco si coniuga efficacemente con un’espressione che fa tesoro di allitterazioni, assonanze, scarti e sostituzioni di lettere, cambio di vocali, prossimità di suono e diversità di significato. Si tratta di una forma poetica matura, nella quale il rischio dell’indulgere nel mero gioco linguistico è ampiamente scongiurato.
Chi scrive ha infatti ben chiara la rotta da seguire e le trenta tappe di questo viaggio tra sbarramenti e tragedie oceaniche, piccolo cabotaggio burocratico e immane morte per mare, sono scandite, si snodano e incidono con dire sorvegliato e lampi frequenti di condensazione espressiva.
La scrittura di Patrizia Sardisco richiede, anzi pretende da chi legge e ascolta una attenzione amplificata, una disponibilità a inoltrarsi lungo il sentiero dei segni, a immergersi in acque di mutevoli temperatura e toni cromatici, ad andare a fondo e a risalire la corrente. Nessuna adesione epidermica, fuggevole e senza impegno; al suo posto, sensi tesi a intercettare gli indizi, sparsi non a caso ma collocati – è proprio il caso di affermarlo – ′ad arte’, per cogliere in ampiezza e profondità il canto (ché di canto si tratta) della voce poetica.
Se altrove vige dunque con il lettore il patto della sospensione dell’incredulità, dinanzi alla poesia di eu-nuca ci troviamo dinanzi alla proposta di un patto di sospensione dell’attitudine alla mera ‘degustazione’ del testo poetico. (altro…)

Alfredo de Palchi, da “Estetica dell’equilibrio”

 

Oggi, 13 dicembre 2018, nel giorno del 92° compleanno di Alfredo de Palchi, pubblichiamo una scelta di testi da Estetica dell’equlibrio (Mimesis Edizioni, Milano-Udine, 2017), seguita dalla Nota dell’autore al volume. (la Redazione)

 

dalla sezione LA CADUTA
19 giugno 2015

1

Remote e demoniache epoche immerse nell’ignoranza gentile dell’Eden. . . tempi di mali inguaribilmente pre-pascaliani. . . e il corpo rigido universalmente onnivoro disprezzato da patimenti arcaici si dispone erbosamente all’affronto della materica natura. . . non l’estetica dell’equilibrio regge la visione che sarà. . . Blaise Pascal si regge sulla sofferenza scalfita fin dentro l’osso. . . spiritualizzazione del male di esistere con il “Discours de la condition de l’Homme”. . . che non ha estetica né equilibrio…

alla domenica del 19 aprile crudele e capriccioso di piogge e di malinconie molecolari e di mercenari pseudo eliotiani … a ritroso e in disequilibrio cado appiattito sul selciato…

 

dalla sezione DESTINAZIONE APOCALISSE
1-25 agosto 2015

7

curiosamente l’antropoide esce dalla giungla e si avventura in spazi liberi dove in mezzo a colline e montagne semidesertiche… è attratto da pietre schegge scaglie e ne raccoglie per qualche necessità… sì, intuisce che scalpellandole con sassi da una sola parte diventano oggetti taglienti… per colpire ferire e sgozzare… da una possibilità arriva a un’altra intuita immagine… con liane legare scaglie a dei rami robusti trasformati in lance… l’occasione è prossima perché mi cerca nella chiarità della savana… appena m’intravvede si avvicina colpendomi più volte con una lancia e scappa su un albero dove non lo posso raggiungere…mi lecco le ferite sapendo che può assassinarmi…

(altro…)