Omaggio a Umberto Piersanti con un brano tratto dalle sue ‘Anime Perse’

La gioia di vivere, H. Matisse

Siamo tutti abituati a pensarlo poeta, ma Umberto Piersanti non è solo poeta. Ha al suo attivo diversi titoli in prosa, che nulla hanno da invidiare, come stile e profondità di temi, alle più note sillogi poetiche.
Pubblichiamo oggi, giorno del suo ottantunesimo compleanno, un brano da Anime perse, un libro di racconti che non sono racconti, ma le storie vere di diciotto persone rinchiuse in uno di quegli istituti che una volta si chiamavano “manicomio criminale” e che ora sono comunità di recupero. Con delicata umanità, Piersanti ha saputo cogliere, di queste vite alla deriva, il vuoto e il senso.

Ecco la storia di Luisa ( E… auguri Umberto Piersanti!)

A cura di Paola Deplano


COMUNQUE C’È LA LUNA

Ferma la carrozzina qui dove la siepe è rotta e laggiù in fondo c’è il mare” e l’infermiere blocca la carrozzina.
Mi puoi lasciare sola? Almeno per un’ora, sto qui a guardare”.
Non è che poi provi ad alzarti e magari caschi come ti succede spesso?”
No, te lo prometto”.
Va bene, ti lascio sola, ma siedo sulla panchina laggiù e così ti sorveglio”, e l’infermiere si allontana sollevato, lo attende qualche minuto di pace nella panchina tra il bosso, può leggere anche «Stadio»: gli interessa il resoconto della partita Juve-Inter, quella che la Juve ha perso non si sa come.
Luisa guarda il mare ma con gli occhi socchiusi, quasi in dormiveglia: quell’azzurro gli entra come nella testa e desta umori e ricordi. In quella quiete è possibile ricordare anche le cose più spaventose e di cose spaventose Luisa ne ha viste nella sua vita.
Vieni, Luisa, vieni giù nel fondo, portami la bottiglia del vino, ho sete”.
Luisa scende nel fondo lenta, gradino dopo gradino, vorrebbe inchiodarcisi a quegli scalini, lei sa cosa l’aspetta: il padre sta nell’ombra, presso cartacce e pacchi, seduto su una vecchia seggiola contorta.
Vieni, Luisa, sbrigati”.
La faccia del padre si distingue appena, ha i capelli ricci, neri, lunghi e sporchi e gli occhi sono gialli come è giallo dentro, giallo di bile e cattiveria.
Quando Luisa gli s’avvicina, lui allarga le gambe e si slaccia davanti. Luisa trema, ma non piange, le lacrime ce le ha tutte dentro, non viene fuori una goccia.
Fallo” e lei si avvicina, lo fa. Dopo corre di sopra si chiude nel bagno e vomita come sempre, come sempre succede dopo quello che fa con il padre. Luisa ha sedici anni e sono sei anni che fa queste cose: ma perché non lo denuncia? Perché non lo manda in galera quel vecchio stronzo e bavoso? Se racconta ai suoi amici quello che fa, non dicono che lei è una puttana? Ma lei è una puttana? Sì, ma è peggio di una puttana, neanche le puttane lo fanno con il padre. Però, dopo se lo denuncia cosa succede? Chi porta a casa i soldi della pensione, chi dà da mangiare a lei, alla madre e al fratello? Sì, anche con Luca il padre fa la bestia e anche Luca accetta, ma Luca ha solo dodici anni. Lei potrebbe, dovrebbe denunciarlo, lei non ha dodici anni, ne ha sedici, è capace di intendere e di capire. Lei è una troia, ma quella non è una casa, è un casino: la madre fa la puttana nella stanza piccola; l’ultima volta è arrivato un cliente schifoso, basso e tutto torto, unto a tal punto che si capiva che quello là non vedeva l’acqua da anni. La madre era ancora una bella donna: costretta sempre a sprecarsi con gli esseri più turpi, con i più squallidi e depravati. Ma depravato più di suo padre non c’era nessuno e la sua era una famiglia maledetta, maledetta da sempre, segnata da una sorte contro la quale era impossibile rivoltarsi. Così è scritto, avrebbe potuto leggere in un racconto, ma questa era la sua vita, non un racconto.
Dopo, dopo qualcuno s’era accorto: chi aveva raccontato al comune e agli assistenti sociali cosa succedeva in quella casa? No, non era stata lei e non gli interessava neppure sapere chi era stato: comunque quello sconosciuto aveva fatto bene, quello sconosciuto aveva avuto molto più coraggio di lei che era stata così sporcata, che era stata così umiliata e non aveva alzato un dito per impedirlo.
Il padre era finito in galera e loro tre li avevano messi in istituti diversi, quella famiglia maledetta era stata scompaginata, meglio così, che tutti insieme non potevano continuare a stare, la vergogna li avrebbe distrutti.
Dopo, ancora dopo, il padre era morto, come e perché lei non lo sapeva. Lei non era mai andata a trovarlo. Quei giorni aveva chiesto al direttore dell’istituto di rivedere il fratello e la madre e si erano incontrati tutti e tre là dove sta la madre. Gli avevano dato una stanzetta solo per loro per un’ora e la madre aveva mandato a comprare il vino con le bolle e le paste e avevano mangiato e bevuto per tutta l’ora. Contenti, contenti di sapere che comunque una vicenda si era chiusa, che una storia era finita per sempre, che la vita da quel momento prendeva un’altra strada e un’altra piega.
Tornata al suo istituto s’era chiusa nella stanza e s’era messa a piangere: nessuno può essere contento della morte del padre, nessuno può fare festa con il vino e le paste: loro continuavano tutti ad essere dei mostri, ma chi era morto era ormai fuori dal gioco, la morte ci lava d’ogni colpa e ci trasporta dove non si sa, ma dove niente più conta di quello che è successo nella vita.
La sera il sole calava dalla parte dei colli, mandava un riflesso azzurro e viola sopra quel mare lontano.
Luisa adesso ha come una pace profonda: dopo tutto ogni cosa finisce, ogni giornata termina, ogni vicenda si chiude. Loro tre arano ancora vivi, ma separati, separati da una storia assurda: ma ciò che si è vissuto non può essere dimenticato, ciò che si è vissuto ti rimane dentro. E loro tre erano insieme e magari anche quel padre era con loro, quel padre che era stato la causa di ogni male, quel padre che li aveva umiliati e offesi. Ma si può perdonare tutto in nome della morte? O niente può far dimenticare il dolore e le offese, niente può cancellare la macchie quando sono così fitte e nere nella vita d’un uomo?
E com’è oggi la vita della madre e quella del fratello? Cosa fanno e pensano nel chiuso delle loro stanze? E in questo momento si ricordano di lei e magari gli vogliono ancora bene?
Adesso il sole è ormai sceso, l’infermiere si avvicina: è ora di tornare dentro, fuori diventa umido.
Luisa s’alza e cammina: “Adesso non voglio la carrozzina, la riprendo domani, fammi appoggiare”.
Salgono lentamente le scale: nella stanza la sua compagna Gianna sta sonnecchiando con la televisione accesa, ma il volume è basso, un fruscio impercettibile: le figure si avvicendano senza senso una dietro l’altra in quello schermo quasi silenzioso. È come la vita, le vicende si svolgono, nessuna voce le spiega e inquadra, se le racconta lo fa in modo confuso e indistinto, a voce bassa, incomprensibile. Luisa apre la finestra, sì la vita è senza senso, ma la luna stasera è grandissima e luminosa.

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