Storie di un’altra storia: Sul tram (di Mauro Germani)

Il terzo racconto estratto dalla raccolta Storie di un’altra storia, di Mauro Germani, e che proponiamo oggi, si intitola Sul tram.
Comincia con un mancamento: quante volte un episodio del genere innesca in noi quella sensazione terribile che porta naturalmente a dire ‘Mi sento morire’ e che ti mette nella claustrofobica condizione di percepire tutto e niente, ma sempre in maniera fluttuante?
Succede, come succede un inizio o una fine.
E il protagonista, perderà solo i sensi?

Eye by Emilio Villalba

Sul tram

Persi i sensi sul tram. D’improvviso.
La città mi girava intorno. Udivo qualche voce, lo sferragliare delle ruote sui binari, il cuore che pulsava in gola come un estraneo.
Ero debole e forte.
Forse il mio corpo si sollevava, qualcuno apriva un finestrino. A me veniva quasi da ridere, non sapevo bene perché.
Era una specie di solletico metafisico, incontrollabile. Il tram doveva essersi fermato, ma io volavo tra i sedili, uscivo dalle portiere aperte, ballavo sul tetto. La sera mi accoglieva maliziosa, con le sue ombre fluttuanti nel cielo, quelle sfumature sulle facciate delle case.
Io mi sentivo come liberato, più leggero, più evanescente.
Ma un’altra parte di me probabilmente era rimasta sul tram, tra la concitazione dei presenti.
Certo dovevo essere uno spettacolo: il viso bianco, reclinato a sinistra, la bocca semiaperta dalla quale usciva un filo di bava, le braccia e le gambe molli, senza più peso. L’autista mi faceva vento col suo berretto. Qualcuno mi scuoteva. Ma chi c’era davvero con me?
Alcune immagini del passato mi s’impigliavano negli occhi, non volevano andarsene, altre svanivano subito come disegni su vetri appannati. Credo di aver visto mia madre che, quand’ero piccolo, mi portava a dormire nella mia cameretta e mi svestiva, mentre io cascavo dal sonno.
Oppure il mio gatto che mi fissava sul letto. O, ancora, una messa di mezzanotte a Natale.
Di sicuro c’era qualcuno che mi chiamava – Gregorio! Gregorio! – ma la sua voce si confondeva con altre voci e con figure indistinguibili come in due film sovrapposti.
Più in alto mi pareva di toccare le luci accese nelle vie o di entrare nei salotti delle case, scivolare nei lunghi corridoi per poi fermarmi un poco sui soffitti, simile a un insetto invisibile.
In seguito udii una sirena, sempre più forte, che mi stordiva, fino al silenzio completo. Mi lambivano solo onde bianche. E svolazzavano camici a mezz’aria, come enormi uccelli senza testa, né ali.
Io non sapevo se finivo o cominciavo. Mi sentivo sempre più conteso da forze opposte, attratto dalle profondità della terra e contemporaneamente dall’alto dei cieli. Ero davvero così importante?
Qualcosa, però, doveva compiersi. Una decisione assoluta stava per essere presa.
Le mie gambe venivano tirate da qualcuno o da qualcosa dentro una voragine che si apriva a poco a poco nella piattaforma del tram e precipitava nel buio. L’anima, invece, si alzava ad altezze incommensurabili, passava tra le nuvole, si librava alla ricerca di un’altra dimora.
Tutto si stava muovendo. Tutto stava cambiando. L’intero universo era in agitazione per me. Il tram, la città, le persone che mi erano attorno entrarono in una lotta che diveniva sempre più crudele e imprevedibile, una specie di caos primordiale, che si risvegliava, con lacerazioni, strappi di carne, e sangue che macchiava l’aria con un’infinità di bolle rosse.
Provavo dolore, stringevo i denti, gridavo senza che dalla mia bocca uscisse alcun suono. E nello strazio vedevo crollare la fontana della piazza e spuntare dalla mia casa, repentine, bianche fiamme.
Che cosa potevo fare? La mia volontà sembrava non esserci più e la mia mente si era spenta. Non so dire dove mi trovassi né quanto tempo durò la battaglia. Non so nemmeno se, a un certo punto, nella furia del combattimento, riuscii a scorgere i volti dei contendenti.
I miei ricordi, ora, sono lontani.
Poi accadde quello che doveva cadere.

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