La collaborazione, di Fabrizio Bajec

La-collaborazione

Fabrizio Bajec, La collaborazione, Marcos y Marcos, 2018 – € 20

 

di Vincenzo Bagnoli

Opera molto particolare, per come si presenta, per le ragioni formali che la sostengono, per la sua genesi e il taglio, La collaborazione di Fabrizio Bajec è sicuramente una delle novità più significative nel panorama poetico italiano dell’ultimo anno; ma a guardare bene, di là dalle polemiche e prese di posizione contingenti, si potrebbe anzi considerarla uno dei momenti più significativi di una tendenza che comincia a delinearsi.
La sua particolarità principale, almeno la più immediatamente evidente, è l’avere al suo centro, non come argomento esclusivo ma come uno degli aspetti di ciò che viene visto e descritto, quello che è diventato un vero tabù della poesia italiana: la politica. Preciso subito, a scanso di equivoci, che non si tratta di poesia militante come la si intendeva negli anni Settanta: è molto diversa dalla poesia operaia tanto di un Brugnaro quanto di un Di Ruscio; anche se per certi versi potrebbe esserne considerata un equivalente nelle mutate condizioni del contesto odierno. Ma soprattutto non è accostabile a quella poesia che reclama per sé un ruolo “politico” compiendo una scelta tematica e di registro. Siamo lontanissimi dalla poesia slogan o “di denuncia”, che eredita tic linguistici e limiti stilistici di fasi storiche passate: quella poesia che, detto francamente, era divenuta di maniera, risultando una piatta oleografia stucchevole, dal sapore fortemente retorico e alla fine si è ridotta a niente più che una delle etichette merceologiche che infestano i generi della contemporaneità. Qui abbiamo invece una scrittura nettamente più complessa, articolata e ricca, capace di includere il discorso sulla sfera politica dell’agire umano in una rappresentazione più ampia e sfaccettata, di servirsene come una delle chiavi di lettura della realtà, delle ragioni del disagio: non è quindi un timbro predominante, un a priori programmatico, ma una serie di armoniche fatte risuonare dentro registri sinfonici che coinvolgono l’esperienza dell’umanità contemporanea, non è un obiettivo fine a sé stesso, ma ambisce a dare un’immagine e una interpretazione della complessità dell’oggi.
La realtà che viviamo contiene, nella fluidità dell’anything goes, nella ciclicità scorrevole di produzione e consumo incessante, anche attriti, sempre più evidenti, o per lo meno sempre più stridenti: sono elementi graffianti, schegge di vetro dentro il pastoso amalgama del “massaggio” mediale, della retorica dello spettacolo, ciò che resta di un discorso sociale andato in frantumi, ma che continua pure a riguardare nella sua concretezza dura, aspramente materica, le vite di tutti noi. La retorica capitalista della competizione e i suoi correlati, la retorica dell’homo homini lupus, e anche la retorica della fine, coprono ma svelano la ruvida scabrosità di un potere che si esercita – con violenza – su tutti noi; e insieme a questo la dimensione materiale di una precarietà che riguarda nei risvolti quotidiani e concreti – duramente concreti – strati sempre più vasti della popolazione quanto più si abbassa la classe di età.
Questa è la dimensione della collaborazione, parola chiave degli ultimi decenni, che ha sostituito impiego, lavoro: e che contiene in sé gli echi sinistri della collaborazione con il potere più abietto, quello che in Italia si chiama collaborazionismo. L’equivalenza dei due termini è più immediata in francese, e infatti la raccolta nasce in quella lingua. Questa è un’altra peculiarità: l’autore è bilingue,  è nato e cresciuto in Francia, esordisce nei Quaderni di poesia contemporanea di Franco Buffoni nel 2004, poi pubblica altri libri in Italia (con Transeuropa e Fermenti, per esempio), ma parallelamente fa uscire anche raccolte in francese in Francia, Svizzera e Belgio. È un autore che, oltre a coniugare nella prassi due lingue, si occupa anche di traduzione e traduttologia, ma che è versato in altri linguaggi (il teatro, nello specifico, con opere portate in scena in Italia e Belgio). Nella sua dimensione che qui ci interessa, quella del linguaggio, dimostra quindi una vocazione alla dialogicità, al confronto, alla creolizzazione: nella raccolta ci sono le due lingue italiana e francese in dialogo, così come entra in gioco la prassi di traduttore (per esempio in alcune scelte metriche), ma anche di autore di teatro. E a interagire, soprattutto, sono il linguaggio della quotidianità e la rappresentazione mediale di questa, la sua dimensione anche ideologica, calate in un confronto serrato. La stessa struttura, dicevo all’inizio, è esemplificativa di questa peculiarità: la raccolta è composta di quattro parti molto diverse fra loro, che mettono in campo registri e risorse stilistiche le più varie (metrica liberata, endecasillabi, versi lunghi, narrativi, ai confini della prosa ritmata, poemetto) e tecniche di montaggio altrettanto composite, imperniate tutte sul dialogo fra diversi registri, diversi discorsi, diversi linguaggi: Il mondo come impresa e sublimazione, Noi, Il quadro e e Felicità familiare. Sono titoli che già dicono molto di ciò che ci si può aspettare: le falle del sistema, gli attriti in cui siamo immersi, le vite degli altri, la continuità biologica.
Parlare di questi aspetti dialogali è qualcosa di normale nella poesia, tranne che in Italia, dove vige la maniera, dove le separazioni novecentesche sembrano dover durare in eterno: lirica contro avanguardia, oggi declinate entrambi in maniere dell’esclusione, del codice chiuso (ma più nelle categorie critiche, in verità, che nelle prassi reali dei poeti): c’è fin troppa metafisica, in letteratura, e in quella italiana soprattutto, mentre serve invece più fisica (come nella Lezione di Pagliarani) e soprattutto una microfisica del potere in re. Il libro di Bajec sembra invece un interessante tentativo per trovare un modo di parlare dell’oggi. Già una ventina di anni fa, alle soglie del nuovo secolo, un critico sempre molto attento come Andrea Cortellessa aveva ricordato come alla poesia, per fare questo, servisse un “di più” di pensiero, un’attitudine riflessiva, tale da renderla critica, interpretativa. E molto prima ancora era stato Baudelaire, in uno dei suoi Salons (quello del 1846), a riconoscere alle facoltà della critica il dover essere “parziale, appassionata, politica, vale a dire condotta da un punto di vista esclusivo ma tale da aprire il più ampio degli orizzonti”, mostrando poi – anche nella prassi – come il poeta contendesse al critico quello stesso sguardo. Una simile apertura di orizzonti passa, nella Collaborazione, decisamente attraverso la lezione di Roberto Roversi, quando nel 1968 aveva invitato la poesia a sedersi al tavolo con gli altri linguaggi, a scordarsi di cantare per imparare ad ascoltare: è questa la dialogicità che sa includere anche la politica. E se vogliamo cercare proprio un linea in cui collocare questa poesia politica, dobbiamo pensare proprio a Roversi, oltre a quel filone della poesia della realtà che passa da Majorino e scende fino a Biagio Cepollaro e Vincenzo Frungillo.
Passando allora – per concludere – alle somiglianze e affinità, direi che se l’ultima parte, declinata sulle tematiche della paternità, richiama abbastanza uno dei migliori libri degli ultimi anni, Dall’interno della specie di Andrea De Alberti, per altri versi ci sono aspetti che ricordano un’altra fondamentale raccolta, la Pura superficie di Guido Mazzoni, per la lucidità dello sguardo e per il taglio rigoroso con cui sono dissezionate le tensioni e i conflitti nascosti nel linguaggio, benché con soluzioni differenti. Ma soprattutto, nell’atteggiamento generale, in quello che dicevo sembra quasi delineare una tendenza, vorrei collegare questo libro a due autori ancora giovani che, nel presentare le loro ultime raccolte, hanno sottolineato e anzi rivendicato la dimensione politica della propria scrittura: Luciano Mazziotta e Laura di Corcia. E nella stessa direzione mi pare si possa anche collocare, a delineare la tendenza di cui La collaborazione si propone come elemento di spicco, un’antologia come La nostra classe sepolta. Cronache poetiche dai mondi del lavoro, curata da Valeria Raimondi e uscita per Pietre Vive con testi di una trentina di poeti (fra cui spiccano Fabio Franzin e Francesco Tomada), che vuole portare in luce – con un titolo ispirato a un verso di Di Ruscio – una lotta rimasta nascosta ma tuttora in corso.

© Vincenzo Bagnoli

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