poesia italiana contemporanea

Riletti per voi #19: Clery Celeste, La traccia delle vene (Nota di Luca Cenacchi)

Clery Celeste, La traccia delle vene, LietoColle

 

La struttura del libro è piuttosto semplice, come del resto diretto è lo stile di Celeste: una progressione di episodi senza una struttura narrativa, organizzati per micro-temi. Questo libro non è tuttavia piano. Ciò è in parte dovuto al suo statuto di opera prima, la quale, in molti casi, tende a saldare fra sé momenti cronologici molto distanti; non è piano perché la Celeste compie un gioco di sguardi che parte dall’interno, dall’esperienza personale, dunque, per andare progressivamente all’esterno come se oscillasse, innestando gradualmente nella compagine linguistica tecnicismi che culminano nelle poesie dedicate alla natura, che viene declinata nelle sue varie forme.
Seppur molti abbiano messo l’enfasi sull’esperienza dell’ospedale, io credo che quello che in realtà unisce più saldamente i vari momenti di La traccia delle vene sia la sofferenza del soggetto, dell’autrice, che si misura con la contingenza della natura: è questo il reale canovaccio che lega e significa l’ampio spettro preso in esame dalla stessa, mettendo in scena il teatro dell’esistenza sua (amore e affetti), d’altri (l’ospedale e pazienti), e infine d’altro (la natura); e i due estremi di questo spettro sono rappresentati dalle poesia: «il mio è il panico della chiusura», che apre la raccolta, e «sono legata dal batterio che mi abita».
Qualche anima coraggiosa potrebbe dire di vedere l’ombra di certi grandi degli anni ’60 (penserà alla generazione di Sereni), filtrata magari dall’esperienza di Simoncelli e della generazione anni ’70. Ma ciò che rimane di questi più che marcatori d’identità sono i moduli tecnici utilizzati, senza che possano definire una “parentela”; come ad esempio può essere l’autobiografismo, con la centralità del soggetto e della esperienza personale, e la compagine linguistica, in certi casi appianata, che ne deriva, prescindendo così in modo sostanziale da quella che era l’anima della cultura di quegli autori e che successivamente è stata tale anche per quanti hanno voluto ereditarla (Sissa, Bertoni, Dàvoli, solo per citarne alcuni nostrani). (altro…)

Tommaso Grandi, Inediti

 

Ora / tremo

Ora / è una mattina infranta, rotta
nell’atto autocosciente, come sparsa
d’ocra e bronzo tra le foglie d’autunno;
s’è persa nel rimbalzo sull’opaco
vetro della finestra ad ovest, già,
dico, s’è persa l’ingenita spinta
ad alzarsi contro questo vento blu,
di un blu cobalto che tutto ingoia
e trangugia: e corri, corri Giacomo!
la pluralità è qui l’unico scampo,
corri, ma attento all’inciampo: ho corso
anch’io una volta, ma sono incappato
in una mattina di vetro, infranta,
rotta, nell’atto autocosciente e / tremo:

 

Ieri / continuo

Ieri / è una mattina aperta, arida
nel disporsi dei frammenti al ricordo,
dispotico ictus d’intenti rifratti,
franti nel rimbalzo sulla lucida
parvenza d’una mano ora sfiorata
appena sul 32: e poi filtrava
una luce fioca, come di vita
violata dal ritardo reiterante,
ruvido d’un attimo autocosciente:
Giacomo m’afferrava fermo al beige
scadente d’un io scaduto nel ritmo
fratto di un impiccio: diffrazioni ieri
egoiche riverberano affilate,
sono tutto il mio presente e / continuo:

 

Sempre / lässt

Sempre / è una mattina roboante,
ritorto resiliente assourdissant rio
riversantesi nello scalpiccio ocra
e bronzo di scarpe dr. martens clarks
converse, nel rimbalzo dico, principio
di realtà prêt-à-porter per io informi,
fratti, ego putredinis per inconsci
timidi, timorosi atti timici
interrotti, da un urlo erto sul vuoto:
Giacomo diceva, gli occhi alle fronde,
«che la mia furia sia la tua furia», là
dove il C s’incastrava tra il grigio, il
rosa, il verde e io morivo, diceva
Lichtung fällt und dort das Seiende sein / lässt:

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Laura Corraducci, Il Canto di Cecilia e altre poesie

Laura Corraducci, Il Canto di Cecilia e altre poesie, Raffaelli Editore 2015

Dopo che “la rivelazione ha serrato i battenti” (Dickinson), quando torna a essere fitto il velo che pure si era squarciato un tempo, cessa allora il canto? Tutt’altro, è la risposta che Laura Corraducci consegna a chi legge e ascolta i testi contenuti in Il Canto di Cecilia e altre poesie. L’urgenza del dire è coniugata all’anelito della rivelazione e queste nozze sono scandite da ritmi che subiscono anche repentine variazioni, sono attraversate da tempi semplici e da tempi composti, alimentano il predicato, nei metri alternati e mescolati, di divari, di strappi, di partenze e di ricongiungimenti. Già il titolo della prima sezione, Il filo attorno al dito, allude al recupero della memoria e al vincolo autoimposto, un pegno-impegno alla ri-composizione, qui intesa nel duplice significato di riaccostare frammenti – perfino brandelli, esito di strappi antichi e recenti, «il canto breve della tua frantumazione» – e di nuova costruzione, di «coniugazione nuova». Operazione, questa, che palesa la necessità di accogliere, facendolo emergere con la parola poetica, un notevole carico di sofferenza. La tessitura poetica enuncia e denuda, denuncia, dunque, strappi, punti di sutura, cicatrici, lente ri-marginazioni, traumi visibili sotto le cuciture, ferite sottocutanee e rammendi: «tre centimetri di pelle ti ho cucito/ alla vita come fossi una cintura/ i punti fissati diritti sulle anche/ tre croci sul tuo Golgota di carne/ […]/ farfalla sciolta in polvere sul muro/ alla morte oggi ruberò le cicatrici» (p. 17). Operazione che contempla, d’altro canto, anche il secondo movimento della ri-composizione, vale a dire, come affermato poc’anzi, la nuova costruzione. Il paradosso è tuttavia sempre in agguato, per così dire dietro l’angolo, ché il barlume di prospettiva nasce anch’esso da una de-composizione, sia pure dalla de-composizione delle tenebre: «ma la paura non ti sarà più madre/ srotolerai la lingua dentro il tempo/ di una coniugazione nuova dove/ il buio si decompone piano e lento/ nel lontano vagito di una speranza» (p. 25). Nomi, terre, orizzonti – cieli e nubi – sono lieviti e termini dell’opera di ricomposizione. Non mi sembra pertanto casuale che i titoli e contenuti delle due sezioni successive, I nomi rimasti e Versi per fari e guardiani, vi facciano riferimento. (altro…)

Ginevra Lilli: In lontananza. Undici poesie pantesche, inediti

In lontananza.
Undici poesie pantesche.
Per Federico Gelmi.

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Uno

Si può prendere il largo
portati da correnti
ad altri impercettibili,
che ci agitano, che ci guidano lì
fino a scoprire che quei luoghi raggiunti,
quelle mete ci appartenevano fin dall’inizio.

 

Due

Bisogna resistere in sordina,
senza che il mondo veda.
Siamo coloro che il vento
non strappa dal suolo
e nel riconoscerci
c’è fra noi un bagliore segreto,
fra chi resiste, fra chi insiste.

 

Tre

Arrotondate, chiare,
si percepiscono in un soffio,
le lontane nascite delle nostre tante infanzie.
Siamo al riparo di queste pance bianche
formatesi per farci dormire,
e rinascere ancora,
confidando in questo attimo
di verità del nostro esistere.

 

Quattro

Vedere fin dove altri non scorgono
che opachi orizzonti.
Fin dove altri non colgono le nostri visioni e partire.

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Su “Datità” di Giovanna Frene

È uscita al momento giusto la riedizione di Datità di Giovanna Frene, perché ci accompagna nell’attesa della pubblicazione di Eredità ed estinzione prevista per quest’anno. Grazie alle cure di un editore attento come Danilo Mandolini, patron di Arcipelago Itaca, che aveva pubblicato nel 2015 Tecnica di sopravvivenza per l’Occidente che affonda, si viene a colmare uno di quegli imperdonabili vuoti che caratterizzano il mondo della poesia; infatti Datità uscì la prima volta nel 2001 per i tipi di Manni, per non essere poi più ristampato. Accompagnata dalla Postfazione di Andrea Zanzotto, la raccolta aveva già allora messo in chiaro la direzione della ricerca poetica di Giovanna Frene, ossia quel non più progressivo bensì decisivo allontanamento del proprio dettato da ogni residuo di lirismo, nonché la scelta di non percorrere le vie di un versoliberismo comunque aderente a forme riconoscibili o riconducibili alla tradizione, anche più recente. No!, la direzione presa da Frene era (ed è) quella di una frattura coi generi per la commistione dei registri. Come avevo già avuto occasione di dire scrivendo di Tecnica di sopravvivenza, il cuore di questa ricerca è una visione della storia che si innesta nella poesia, storia da intendersi non come narrazione delle gesta degli eroi, bensì come riflessione sulla voce di chi la storia ha ridotto alla condizione del silenzio.
Datità come Gegebenheit: non ciò che viene dato, ma ciò che si palesa, si mostra, si rivela. Ciò che è il risultato di una riflessione che inscindibilmente lega poesia e filosofia, perché è l’essere pensante a dire e non l’io a cercare di esprimere i propri tormenti. Per questo Datità è un libro necessario: perché scuote il pianeta poesia dal suo nucleo e scorga un nuovo mondo magmatico che pone domande dirette e non cerca di addolcire nulla a nessuno, né al poeta né al lettore.
Una dichiarazione di poetica che a diciotto anni di distanza mantiene tutta la sua forza primigenia e la rilancia accresciuta di ciò che è seguito.
Datità si offre ora nuovamente al lettore nella forma in cui vide la luce nel 2001, compresa la già ricordata Postfazione di Andrea Zanzotto, maestro riconosciuto di Frene. Postfazione che assume ora pure una valenza di profezia post eventum, alla luce di quella lungimiranza zanzottiana che già allora riconobbe i segni di una poesia che univa al rigore della lingua il rigore di una riflessione etica, filosofica.
I simboli stessi della poesia contemporanea, troppo spesso abusati, vengono ridiscussi. Il corpo, per esempio, è ricondotto a un’idea di unità laddove i più lo sezionano; sicché Canova – «splendore fisico unificante» è definito da Zanzotto nella Postfazione – diventa l’emblema di una sorta di indivisibilità nel segno dell’arte («non separi l’uomo ciò che l’arte ha unito nell’oscuro/ del principio smembrando piuttosto il mondo che la natura»), dove arte andrà intesa nel suo significato più ampio, comprensivo, e non esclusivo. Universalità che non dev’essere banalizzata, svenduta, messa in liquidazione; bensì preservata, difesa con le armi della scrittura retta dal pensiero e dalla capacità di argomentare le cose e il loro rovescio, gli sguardi e i segnali (evidente la lezione zanzottiana), di fornire spiegazioni alle proprie scelte intellettuali («proferire perfetti/ simulacri attinti al tutto della totalità […] riflessi dietro lo specchio/ percepire d’un tratto □ un uno», Autoritratto).

© Fabio Michieli

 

Autoritratto

Questa immobile fissità          sono io?
È ancora la mia bocca questa furente serie di carni?
Sedimenti di petali fra le fessure – se fino a ieri
era tutto perfezionato al meglio        mentì
questa evanescente fluidità chiamata
tritacarne? Negare di preferire qualsiasi
preferenza            fingere di fingere la
finzione del non sentire          proferire
perfetti simulacri attinti al tutto della totalità:
soltanto così          riflessi dietro lo specchio
percepire d’un tratto                  un uno.

 

[tritacarne: dal film Stalker di A. Tarkovskij]

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Enea Roversi, Dalla raccolta inedita “Coleoptera”

Enea Roversi, dalla raccolta inedita Coleoptera

 

Dalla sezione presenze / presente: 

latte ghiacciato

sul marciapiede una macchia, con bianche striature
di liquido rovesciato o di bagnato indecifrabile
si diramano stelle in ambo i sensi sull’asfalto
sembra latte ghiacciato, forse brina dicembrina rappresa
cerco di evitarla, non mi chiedo il perché di questa
mia azione   ma poi è calpestata ormai   la brina
di latte ghiacciato che supera il pensiero
che oltrepassa la volontà di delimitare il
raggio d’azione        un raggio di sole che infine
scioglierà la macchia con scontata dolce efferatezza

 

cronaca e letteratura

non è letteratura non serve è cronaca
il manifesto strappato gronda sangue
si staccano dalle pareti le frasi
non ci manca la rabbia, ci fa difetto
la ragione   è un periodo di transizione
di grovigli inesplicabili e rozzi   non c’è
trasumanazione né organizzazione
un’epoca di subcultura e gastrite
dove le navi annaspano alla fonda
descriviamo la cronaca allora con
dovizia di particolari   lasciamo la
letteratura al conformismo degli
esteti   sia fatta per sempre la
volontà dello stomaco

 

pioggia di rane

e della virtù poi che ne faremo
dei ricordi avvolti nel cellophane
di tutti i fulmini caduti dal
cielo durante i temporali estivi
che ne faremo della sabbia
nelle clessidre          dell’intonaco
che cade a pezzi e dei chiodi
arrugginiti che rimangono su
attaccati a un’idea da nulla
che ne facciamo ora poi
di questa nostra insipienza
degli ululati notturni        della neve
così poco rassicurante   e del sole
nascosto   che cosa ne possiamo fare
dei segnali di pericolo   degli allarmi
delle dottrine rinnegate    possiamo
attendere impassibili o sgomenti
la pioggia di rane   o l’ultima eclissi
che verrà

 

Dalla sezione addizioni e sottrazioni:

ladri di biciclette

come fossimo rimasti immobili, di spalle
dentro un’immagine in bianco e nero
folla di gente muta che non muta
cambiato soltanto l’abbigliamento senza più
quei vestiti sformati e polverosi da neorealismo
ladri di biciclette del terzo millennio
con la forza e la disperazione   un
lacerante soffocato grido   un
misero slabbrato sogno   la
lacrima cristallizzata sul conto finale
la dignità del lavoro (come no)
tutto ha un prezzo   anche l’essere
umano     è questo il conto da pagare (altro…)

Lucia Brandoli, Una minima stupenda (Interno Poesia, 2019)

Lucia Brandoli
Una minima stupenda
Interno Poesia, 2019

dalla Prefazione di Sara Gamberini

Nelle poesie di Lucia Brandoli inquietudine e rassicurazione, un’alternanza continua, senza tensione, di questi due punti dell’universo, del corpo, della materia, di un cuore minimo, minuscolo, del sacro.
Un’onda di pensieri che si ingrandisce e accumula domande, il senso della vita, perché si dice amore, siamo davvero così soli? e poi, perdutamente, da un posto piccolo come un grissino, da una nuvola, la neve, ci raggiunge il conforto. «Per tornare indietro; / respirare l’aria di dicembre / con la bocca». […]
In Una minima stupenda qualcuno prova a non credere più all’amore, a dimostrarsi resistente, consapevole di un’illusione, veloce, capace di fare a meno di tutto, ma prevale uno slancio altissimo, come un’entità, viene a dirci che non saremo mai più soli. Il sacro tentenna nelle nostre vite, sovrastato dalle paure che affiorano di notte, quando ogni sogno significa: ecco, è un desiderio. Ma è questo il suo movimento, un baluginio e poi un bagliore, l’amore che sembra non sostare mai abbastanza vicino a noi. E poi invece arriva una bambina, una rivelazione, una sorpresa «tra le gambe», «ti vedo, / e stavolta è vero», e la luce finalmente rischiara, in una luminosità che sarà eterna, palpabile, una lucina in dono, come sempre accade da tanti di quegli anni, per imparare a tornare da dove la bambina è venuta. […]
Sotto la superficie delle parole, dei pensieri, si può scorgere il movimento preciso, etereo, della paura e dell’abbandono agitarsi e sonnecchiare nel cuore di una poetessa che impara e insieme indica la calma, in un gesto nell’aria, senza certezza, senza indulgenza. «La luna quasi piena / che mi governa le gambe, / i geki – ti amo – / e l’acqua, dentro e fuori».

 

A Clizia, quella sbagliata

a Federica

I selfie coi caloriferi bianchi
nuovi, orizzontali, verticali,
poco in bolla, dietro –
le seste negli occhi –
averceli i compassi,
che misurano il mondo: le gambe
delle donne –
rewind / play / rewind
play / rewind,
avanti e indietro –
dandogli
il suo equilibrio e la sua armonia.
Al mondo
c’è solo una cosa che tutti vogliono:
ed è l’amore. (altro…)

Valerio Grutt, “Dammi tue notizie e un bacio a tutti”. Nota di Claudio Damiani

Valerio Grutt è un guerriero a servizio del bene che combatte non contro un impero, ma per affrontare le sue paure, e capire che la morte è parte naturale della vita. E la poesia è la sua spada laser (sì proprio come quella dei cavalieri Jedi del film Guerre stellari).
Ci vuole “un cuore aperto” ci dice nella poesia posta in limine al libro, un cuore che possa accogliere tutto, anche la morte. Anzi la morte per prima. E la morte infatti arriva subito, e lo scaraventa per terra. Non è la sua, ma quella di sua madre.
Madre e figlio combattono insieme, abbracciati, entrano insieme nella grotta del dolore, come gli opliti greci con le braccia incatenate. Comincia una lunga battaglia, fatta di alti e bassi, che prende tutta la prima sezione, dal titolo significativo Dove non arriva la scienza. La scienza è la Tecnica con la t maiuscola, quella che ha sostituito ogni potere e ogni dio, ma non ha sostituito la morte, checché ne dicano futurologi e futuristi. La morte bisogna ancora affrontarla a mani nude, e a cuore aperto, singolarmente, uno per uno, in singolar tenzone, ci dice Valerio. Ancora dobbiamo essere uomini, e invocare le forze, anzi la Forza (sì, sempre Guerre stellari), sentirla e credere in lei, e usarla soprattutto.
Ed ecco che la battaglia infuria, non c’è più giorno né notte. Vivere è entrare in questa mischia furibonda. L’illusione di scansarla, i miraggi e le promesse della Tecnica, si sfaldano come giganti d’argilla, evaporano come fantasmi. Valerio e i due fratelli sono i soldati, la truppa, la madre è il capitano (non ha una maschera antigas, ma una mascherina di ossigeno). Si assaporano i momenti di tregua, ci si fa forza a vicenda. Ecco la forza esiste, esiste perché viene sentita, ci scopre e ci abita, ci possiede. La invochiamo e entriamo in contatto con lei. (altro…)

L’ostinato amore di Umberto Piersanti. Nota per il suo compleanno, con un inedito

(foto di Giandomenico Papa)

Era già chiaro dagli inediti pubblicati nel fascicolo di giugno 2018 di «Poesia» (n. 338) che la più recente fase della poesia di Umberto Piersanti fosse caratterizzata da una frammentazione interna della propria voce, una sorta di parcellizzazione, atomizzazione del proprio percepire, del proprio dettato, quasi egli volesse isolare in questo modo momenti unici del vissuto passato, singoli episodi, anche lontani, per ricostruire una memoria altra, diversa. Perché è innegabile che il ricorso alla memoria, messo in atto oggi da Piersanti, sia un ricorso sui generis, volutamente incanalato all’interno di un discorso che in realtà è rivolto al ritrovamento delle tracce di sé nel tempo attuale. E ciò non dovrebbe destare stupore nel lettore di Piersanti, perché apparteneva già alla poesia dell’esordio – datato 1967 – questo procedere attraverso la lente dell’esperienza, della narrazione del ricordo; questa costituzione di una personale mitografia entro la quale agiscono figure che simboleggiano il patrimonio dell’oralità tramandata con lo solo scopo di preservare una cultura insidiata dall’esterno chiassoso, come lo fu il bisnonno Madìo. Solo che ora questa funzione “ancestrale” è riservata a sé stesso.
Scrive Daniele Piccini che l’universo di Piersanti è immerso «progressivamente, e con maggiore evidenza, nella nebbia di un tempo che lo sfoca, che lo fa apparire balenante e malfermo, quasi immagine fantastica cavata da una camera interiore delle meraviglie» («Poesia», n. 338, cit., p. 52); e in effetti sia ha pure la sensazione, leggendo gli ultimi testi, ai quali appartiene a pieno titolo anche l’inedito proposto alla fine, di entrare in un mondo fantastico, altamente allegorico, e quindi non solo allusivo, dove la fa da padrona la memoria, con tutti i suoi «inganni prospettici» – ancora Piccini –, non ultimo quello di un’immagine di un passato edenico, costantemente messo sotto assedio dalla storia. I ricordi d’infanzia, l’infanzia felice, non nascondono la minaccia degli anni di guerra, che insidiavano i sentieri boschivi delle amate Cesane; l’ortus conclusus eternamente minacciato dall’insania umana, di virgiliana memoria, con la mediazione di Pascoli, sempre presente in Piersanti, fino all’attuale frammentazione ritmica del verso, è non solo rifugio ma punto costante di osservazione; perché il poeta è vigile, non è isolato dal mondo.
Sono i luoghi perduti – “persi” come nel titolo della raccolta del 1994, o come pure le anime del recente libro di racconti pubblicato per Marcos y Marcos (vd. qui) – a costituire i punti di una tavola cartografica dell’esistenza: dalla rievocazione dell’amata madre, fino all’inarrivabile figlio Jacopo, chiuso nel suo mondo, chiuso nel suo autismo, eppure, come Piersanti dice proprio in una delle poesie pubblicate in «Poesia», sempre parte della sua dolorosa «bella famiglia/ d’erbe e animali»; ed è certamente sintomatica la citazione, senza dislocazione, del verso foscoliano da Dei Sepolcri, perché tenta di ricostruire un ordine là dove governa un altro ordine che non include. Ma è la poesia di Piersanti a essere inclusiva, perché abbraccia l’universo, ogni individuo e ogni manifestazione della natura, nel suo sguardo. Quanta parte abbia in tutto ciò la lezione di Leopardi non sta a me dirlo. Spetta sempre al lettore ricomporre ogni tessera.

© Fabio Michieli

 

Campi d’ostinato amore

I cori che vanno eterni
tra la terra e il cielo,

ma tu li ascolti
Jacopo quei cosi?
ho visto
il falco in volo
con la serpe
trafitta nella gola
dai curvi artigli,
l’estremo pigolio dell’uccelletto
che la biscia verdastra
afferra e ingoia,
tra i rami non s’aggirano
le ninfe,
un giorno le incontrai
in remoti boschi,
l’assurdo poco oscura
nevi e foglie
non scolora i bei crochi
nei greppi folti,
ma il tuo male
figlio delicato,
quel pianto che non sai
se riso, stridulo
che la gola t’afferra
più d’ogni artiglio,
questa bella famiglia
d’erbe e animali
fa cupa
e senza senso
e dolorosa

siamo scesi un giorno
nei greppi folti,
abbiamo colto more
tra gli spini,
ora tu stai rinchiuso
nelle stanze
e il mio ginocchio che si piega
e cede
a quei campi amati,
d’un amore ostinato,
sbarra l’entrata

aspetto i favagelli
del febbraio,
tiepidi contro il gelo
sbucare fuori

febbraio 2017
(«Poesia», n. 338 [giugno 2018])

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Villa Dominica Balbinot, dalla raccolta inedita “… E tutti quegli azzurri fuochi…”

 

DALLE NAVATE DEGLI ALBERI GERMOGLIANTI

…Dalle navate degli alberi germoglianti
( si stendevano belle e lucenti
nei lunghi giorni perfetti)
si arrivava alla tacita linea di acqua,
l’innominata acqua scura,
un assoluto solitario
quasi sotto l’orlo angusto…

Dopo il crepuscolo azzurro
la notte era molto tranquilla,
e quei morti intorno a lei
nella loro innominata carne ferita
erano sostanziali misurati e preziosi
capaci di movimenti lenti e terribili.
Tra sofisticherie e sottigliezze teologiche
lei aveva una espressione di fredda
– e pensosa- riservatezza,
nelle possessioni – tutte sue –
( e dopo il macello geometrico)
Tutto l’incesso
per quella strada ardente
era astratto e scabro
come la camera dei suicidi in un albergo
e il cielo si era rannuvolato intanto,
striato dai cardati fili colore di seppia,
che erano sul punto di precipitare.

 

QUEL CIELO ERA- ALLORA- BLU COBALTO

Era una strada meravigliosamente silenziosa:
quel cielo era blu cobalto,
allora allo zenit…
(troppa erba, troppi fiori, – e di un profumo troppo soave,
con troppa luce,
in uno splendore selvaggio.)
(Ora ovunque vi è qualche particolare,
di quello stesso orrore)…
Il suo è un segreto canto funebre,
canta alle rovine proibite,
– a quella perversa struttura tutta,
raccoglie i dati impuri,
le
micidiali arsioni:
la lingua è tutta inventata
pietosissima
,
lei è lirica- è crudele-
(Quel sontuoso colore vermiglio,
quel riflesso purpureo…).
(altro…)

L’innata cura dei viventi: una lettura di “La vita inoperosa” di Marco Caporali (di G. Ghiotti)

A sei anni dall’uscita di Tra massi erratici, Marco Caporali – l’animo più gentile, lucido e appartato della poesia italiana contemporanea – ha pubblicato per le Edizioni Empirìa, che fin dal 1991 accolgono i suoi lavori, forse il suo più importante libro di poesie. Il titolo, bellissimo titolo, è in qualche modo emblematico, La vita inoperosa, ma sulla presunta “inoperosità” della vita tornerò più avanti.
Vorrei partire invece, per addentrarmi in una possibile lettura di questo libro che è il più solido e denso dell’autore, da un verso di Caporali che mi ha spiazzato, incantato, e guidato nella comprensione dell’opera. C’è un’espressione che sarebbe stata un titolo altrettanto esplicativo e centrato, “l’innata cura”, cito dal testo: «Innata la cura/ che ogni vivente a se stesso riserva.»
Mi sono domandato quale fosse – cosa fosse – questa innata cura. Provo ad approntare una risposta: l’innata cura è quella che si profila oltre la soglia di una lingua condivisa, quella che crea una compartecipazione empatica nell’animale, nell’uomo, nella natura tutta.
L’empatia, la pietà per il creato (che ha cura di se stesso e questo libro ne è in una certa misura la prova) nasce, sembra dire il poeta, quando «s’incontra qualcosa che è in te/ con altro da te.» È un’energia potente che si sprigiona, e che, ad andare a cercarla, ritroveremmo in un ipotetico dizionario affettivo della natura sotto la voce “felicità”.
Vi è dunque un legame quasi simbiotico, una relazione innegabile tra l’occhio poetico che osserva e il mondo umano e bestiale che offre al poeta il nudo spettacolo di sé, la nudità scabrosa della vita. In questo, ci troviamo in una zona limitrofa all’esordio di Caporali, Il mondo all’aperto: «Il mondo all’aperto mi guarda». Ma ora, nella Vita inoperosa, è il poeta che guarda al mondo, un movimento reciproco e contrario. E cosa osserva? Non il tutto, ma solo quel che desidera, ciò che servirà alla sua poesia. Il mondo necessario alla sopravvivenza della sua opera. (altro…)

“Hotel Dieu” di Irene Santori: l’autobiografia degli altri (di S. Piersanti)

«Ma se ti svegli/ e hai ancora paura/ ridammi la mano,/ cosa importa/ se sono caduto,/ se sono lontano?», cantava Fabrizio De André, prigioniero, umanissimo e innamorato in quell’Hotel Supramonte del 1981.
E non meno umana e innamorata, non meno prigioniera, è Irene Santori nel suo Hotel Dieu (Empirìa, 2015, 82 pp., 14 €). Una prigionia, però, che è troppo affine alla libertà per essere sofferta e basta, subita e basta, una prigionia che, in fondo, è quella stessa della vita – della morte: medaglie le cui facce sono sempre interscambiabili, mai distinguibili.
Attingendo alla propria esperienza biografica, carica di date e nomi, d’incontro e di contatto, di facce e di segni tutti umani, la propria esperienza biografica di madre e donna, di amata e d’amante, quindi di figlia e poi di amica, Santori tesse e intaglia frammenti di versi, senza censurare il proprio vissuto e, soprattutto, senza indulgere mai in inutili spiegazioni, falciando via ogni elemento, fosse anche dato “necessario”, che possa indebolire la poesia. Pur lasciando trasparire qui e là l’occasione, ora annotata, esplicita, ora allusa simbolica, Santori si svela e si ri-vela in maniera fulminea, improvvisa, a ogni nuova pagina, costantemente in medias res, senza darci coordinate e senza guida, come se quel vissuto, quel contatto e quell’incontro, quel dolore o quella gioia, quel canto o quell’amplesso, quell’emozione o quel ricordo non possano che essere anche i nostri.

Quartina del giorno prima

bagno le labbra alla tua congiuntiva,
“portala a casa adesso, ciao Gaetano”.
Oh filo d’acqua, fune di saliva,
mio aquilone del mio cuore in mano (p. 59)

Eccolo, dunque, lo specifico stilistico (e linguistico) di Santori: un dettato senza inizio né fine, eterno intermezzo (ogni tanto cadono sulla pagina bianca, o da essa fuoriescono, senza riferimenti e senza esplicite connessioni, alternandosi alle riproduzioni fotografiche delle opere del pittore Vasco Bandini, piccoli sintagmi, lettere clandestine, frantumi di discorso la cui origine, naturale e incomprensibile, ricalca quella stessa della vita), grido o notazione, canto del cigno e al tempo stesso primo vagito. E il poetare si propone allora come un istintivo, ripetuto rimettersi al mondo, ogni volta diverso e però legato a una memoria che più che passato è innanzi-nascita, se le parole hanno la morbida viscosità d’un cordone ombelicale («Semichiusa sulla mia pazienza/ rovesci la lingua nel suo aldilà/ di lemmi morsi// ma io stanotte li ho sentiti/ come acqua uscire dal mio orecchio», p.39), e se l’occhio di Santori, stupito e insieme cosciente, meravigliato e insieme consapevole, sembra fissarsi sulle cose, sui visi, sui corpi e in realtà ne osserva l’ombra e l’impronta, l’odore e la traccia: la scia che chissà da quanto esiste, chissà da dove viene:

Autoritratto

volto della preda
poggiata verso
le scuciture,
mi guardi inetta mandorla
appena prima del sasso

e da lì
a tratti albeggi
mio sogno quadrisillabo,
nonverde
nonvedente
avanticristo (p. 10)

Tutto, così, si tiene, tra scosse e sussulti, frane e ricongiungimenti (della lingua e del pensiero – dell’essere: «a me a me almeno/ almeno un amen,/ una mano lungamente a pelle;/ nome, vena della mia suzione,/ vengo a emmaus da gerusalemme;/ emme enne elle a/ emanuela/ emofilia/ ema a me/ meno/ m/ ale», p.26), in una condizione di costante precarietà che s’affaccia alla mente del lettore talmente, però, famigliare, da risultare in definitiva totale stabilità. Come la Terra ormai spaccata ma che in sé mantiene ancora e ancora i segni della Pangea, Hotel Dieu è così il tutto e le sue parti, linea di confine e continente. Trapasso e nuova vita:

Allora vedo chiaramente,
risalire su dai pozzi le bambine
bruciate vive dai fidanzatini
e scendere per me dal ronzio delle lune
il sovrano imperio dei tafani
che strofinano le zampe seghettate sui portali,
soffiano
e asciugano il colore, soffiano
emanano decreti:
“vietato mettere
le maglie di lana ai defunti…” (Dal greco, p.18)

E se Santori, poi, non ha problemi nel coniugare l’infinitamente complesso (la tradizione biblica: «eis ton/ kolpon Abraam», p.19) e l’infinitamente semplice (il petèl di una bimba: «Àmina mia àmina tanta/ reggi il buio in questa stanza…», p.29; o il rock dei Nirvana: «hello, hello, hello, how low?», p.35), allora si compie sul serio, questo gioco di opposti e di cesure, di sovrapposizioni e identificazioni: una privatissima autobiografia si trasforma nella più pubblica delle dichiarazioni e lei, la poetessa che scandisce “io”, ci si mostra infine per quello che davvero è: una sineddoche dell’intera umanità.
Noi, così, umani di ieri di oggi di domani, di sempre o di mai, ci ritroviamo, al di là del tempo e della storia («mano mano/ nati adulti rientriamo/ nella mona di abramo», da Tutt’uno, p.55), ospiti di questo Hotel Dieu, e non sappiamo come, quando ci siamo entrati, quale stanza occupiamo, se è camera ardente o sala parto, da letto o sagrestia, stanza degli specchi o degli orrori.

E come posso annuisco,
lenta affluente,
mallo che stinge,
a seconda, innocente,
che l’orlo esonda o deglutisce (p. 71)

Ma ormai ci siamo, e ci restiamo, e non possiamo uscire: ogni corridoio porta ancora dentro, ogni pagina è di nuovo ingresso. Soprattutto l’ultima, ché Hotel Dieu inizia davvero, come tutti i grandi libri, quando finiamo di leggerlo.

© Sacha Piersanti