poesia italiana contemporanea

PoEstate Silva: Federico Corrado Camporeale, poesie da “Dimenticanze”

 

Omaggio a Emilio Praga

Forse in qualche osteria ti troverò,
nel volto barbuto di un avventore
dall’occhio perduto dietro chimere
che crederò di sogno, ed il bicchiere
ti riempirò, felice per averti
finalmente ritrovato. E noi
non avremmo da dirci che silenzi,
tu in zimarra gualcita e panciotto
e io con un maglione rimboccato
nelle maniche, e il tuo cappello
buttato su una sedia ti farà
scoprire fuori moda bohémien
del secolo passato. Cosa potremo
dirci tu e io compagni di due mondi
così diversi? Ma lei ancora
sarà la stessa, dopo questi anni
veloci come istanti che nulla
hanno cambiato nell’intimo dei cuori!
Lei sarà la stessa. E insieme
brinderemo all’ideale da riconquistare,
al nuovo trionfo della futura arte;
muti passeggeremo per la campagna
nell’oro dei tramonti, mirando
le nere punte dei tetti all’orizzonte
o campanili sperduti di chiesuole
nella pianura, felici ragionando…
ma chi li capirà i nostri
pettegolezzi di poeti?
Ci prenderanno per degli ubriachi,
e tu ritornerai spettro alla tomba
ed io al mio delirio.

 

Memorie provinciali

La notte li ritrova addormentati
i giovani arlecchini che la sera
hanno ballato e cantato
per le vie
del paese festeggiato.

La luna bianca li veglia
con il suo manto di quiete
che rischiara
viottoli perduti
verso il nero del bosco

ma già il cupo sferragliare dei carri
se li porta lontano. (altro…)

PoEstate Silva: Poesie inedite di Alessandro Canzian

 

da Olga

Di domenica mattina Olga
ascolta musica anni ottanta,
credo di quand’era una bambina.
La sento ballare coi piedi scalzi,
lo smalto rosso e un’unghia rotta.
La vita ritirata come un ragno.

 

 

Olga la sera investe
tutta se stessa in un divano,
una telefonata a sua madre,
uno schianto. La distanza
degli anni è come ortica.
È tutto ciò che resta.

 

 

da Carlo

Carlo è il ragazzo della porta
accanto. Vive solo. Grida
qualche volta di notte perché
tutto ciò che è trattenuto
alla fine esplode, butta
le immondizie la sera, come
la vita, una volta alla settimana.

 

 

da © Alessandro Canzian, Condominio S.I.M. (raccolta inedita)

 

Sono brevi componimenti questi di Alessandro Canzian, dal sapore epigrammatico; quasi istantanee dell’ascolto e dell’auscultazione dei tempi, dell’oggi. Condominio S.I.M., raccolta inedita e sulla quale ancora verte il lavoro di lima (come attestano le note sulla copia che ho ricevuto in lettura), non vuole essere una Spoon River della verticalità condominiale perché qui si ritraggono vite in corso, per quanto siano condensate e racchiuse nei loro tic meccanici. Vite che appaiono anonime malgrado le sezioni portino il nome del condomino della porta accanto, perché le nostre vite sono così oggi: sconosciute nel rapporto diretto e note nell’osservazione e nella ricostruzione dall’altra parte della parete, del corridoio. (fm)

Festivaletteratura2019 #1: Best Of

«Pure», dico dopo una scorsa rapida al programma.
Per “pure” intendo: pure quest’anno. Pure quest’anno il Festivaletteratura è riuscito a leggermi nel pensiero. È che ho da poco comprato Opera struggente di un formidabile genio, e anche se non sono pazza di Eggers (sono più un tipo da Foer), Eggers a questo Festival ci sarà. (E pure Foer.)
La prima volta che il Festival mi ha letto nel pensiero è stata la prima volta che ho messo piede a Mantova; credo di avervi raccontato fino allo stremo delle (vostre) forze come ho passato la prima settimana di settembre del 2014, all’inseguimento di un sempre più perplesso Michael Cunningham nello strenuo tentativo che i nostri incontri apparissero casuali. E il primo FestLet fu anche quello dell’intervista combo a Michela Murgia e Chiara Valerio. Parlavano di eroine. Murgia si concentrò sulla Morgana di Le nebbie di Avalon, che tanto avrebbe lasciato ramificare in seguito. A quel tempo Murgia era per me l’autore di Il mondo deve sapere e di tutta una serie di libri che volevo leggere; con l’andare dei FestLet, perché è lì che compro i suoi libri, sarebbe diventata l’autrice di quasi tutto quello che ha scritto e di quell’oggetto luminoso e pensante che si chiama Ave Mary. Valerio parlò di Lady Oscar, con un piglio che mi lasciò incantata, e con un paio di frasi che ancora porto impresse come una scottatura mi insegnò il bisogno di guardare chi amo come “la cosa più bella del mondo”. L’ho sempre fatto, da quel momento. Checché talora qualcuno protesti, non avendo colto del tutto lo spirito (“quindi per te sono una cosa”).
Ho il ricordo di due anni fa, del ghiaccio nel mio campari che si scioglieva a palazzo Tè, quando seduta su una sdraio sotto la stellata mi domandavo se non fosse iniquo chiamare tutto ciò al telefono con mia madre “lavorare”. E anche se sapevo cosa stava per accadere, Mariangela Gualtieri fu precisa come uno stiletto. Mi alzai in piedi mentre lei scandiva: giorno d’Aspromonte dove salgo / caricata con un peso un peso / che non si appoggia.
Tanto più intimo l’anno scorso ritrovare in un luogo caro l’amicizia calda di una Biancamaria Frabotta entusiasta, curiosa come lei è sempre quando c’è della bellezza in cui frugare. La nostra passeggiata serale, quasi notturna, il giorno prima della sua presentazione a Tutte le poesie, cadenzata dal click della catena della mia fedele bici, portata a mano per stare tutti al passo di una cupola da indicare, uno scorcio da promettere dietro lo spigolo di muro.
Mantova ha un ponte che taglia due laghi e un nome di velluto. Ha la prospettiva solida di Palazzo Ducale prima che la folla riempia la piazza. Qui sono passati tanti: la Pompei raccontata da Alberto Angela, le storie del Ruggito del Coniglio, la voce magnifica di Lella Costa che legge la Posta del Cuore della Aspesi. A Mantova ho visto cose che speravo con tutto il cuore di vedere, come Charlotte Rampling prendere un caffè, e cose che davvero non mi aspettavo, come Tracy Chevalier prendere la porta con un patchwork in braccio. Non credo di essere mai mancata a una lavagna di Bietti né all’appuntamento con il primo dolcetto alla ricotta all’arrivo.
Per il ventennale, i ragazzi dell’Orchestra da Camera di Mantova suonarono al Duomo la Settima di Beethoven.
Oggi comincia il ventitreesimo Festlet, il sesto che ho l’orgoglio di raccontarvi. Appuntamento qui ogni giorno alle sei, e come sempre fate un applauso ai volontari, loro lo meritano fin da adesso.

© Giovanna Amato

PoEstate Silva: Melania Panico, Poesie da “Non ero preparata”

 

Gli armadi svuotati, i nostri asili
la fatica di smettere gli abiti
compensare il sangue con le scuse
levare la fiamma alta degli occhi
e ripetere tutto torna tutto torna
e mai come prima

Arriva il giorno, poso
tutto il delirio sul davanzale…
come un cavallo, una sposa, una scusa
tutto l’andare
il delicato procedere del silenzio

conservo la nostalgia per me
qualcosa che descriva il mantenere
un telo sulle ferite, una promessa, la pace
finalmente, la nostra.

Ora misuro il tempo, le rughe di un albero

 

Alle sette il sole non sorge in tangenziale
un uomo mi sorride dall’auto accanto
ha gli occhi spenti, respira in silenzio
poi torna al suo buio
io conservo un odore nelle mani
come un rosario avviato – scomposto
mi sono chiesta tante volte cosa mi conduce
cosa mi concede, il nostro affanno
la maestà della neve bianca come risposta

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PoEstate Silva: Mauro De Candia, poesie da “Le stanze dentro”

Una casa di allarmi

La schiena fresca e rosa
di Settembre
ha un modo di fare lunare,
farsi colonizzare i fianchi
da tramonti
in museruola di nuvola:
è l’ultimo saluto
al Sole.
A fine Agosto
tutti gli uomini
sono opliti
imprigionati in sculture
termodinamiche e,
muovendosi,
spargono linfa per
lucertola e grano.
E così, eccoci ancora a casa:
ma che bel guscio di meraviglia,
poltrona con braccioli-marzapane
e anche due braccia nere
taiwanesi,
sottovetro di sveglie,
solcano un lento applauso
di tartaruga.
Cammino quindi
su un pavimento melmoso
e soffice
di ricordi alati,
impigliati alle lancette
come il dente di leone bianco,
fecondo e viscido di vento.
Chiamo per nome le mani,
chiamo per nome le dita
e tutte le unghie
cadute negli anni
e fuggite come lepri albine.
Anche lo sfilacciare
di lampada
è un sogno corale
per i corazzieri di luce.
È una casa di allarmi
sospesi ma sempre in agguato,
rifugio dal calore
in una bolla segregata dal tempo.
Quando la sveglia
si farà olifante,
spelliccerà le bolle
col loro stesso fuoco.
Si starà peggio fuori
che in questo paradiso di trappola? (altro…)

I poeti della domenica #388: Alberto Toni, Vicino al fuoco

 

Vicino al fuoco

Stendi quel fuoco a terra, rimani.
Che al salve di domani
al bosso a me vicino
resti la figura amica,
il cielo al cielo,
tenaglie a tenaglie, occhiali,
una speciale scatola
per gli appunti, un orologio,
tutto quello che mi serve ancora,
una sinfonia,
un’arietta così, semplice nello svolgimento.
Vicino al fuoco spese l’amore e vago
momento di pienezza.
Sei qui per conservare piena luce,
quando occorre, svago dei sensi,
pura inutilità essenziale, corpo a corpo.
Di te conosco quell’unico mistero raggiante:
amore in veste di ritmo.

 

da Alberto Toni, Non c’è corpo perfetto, Algra editore 2018

I poeti della domenica #387: Alberto Toni, “Tutto deve andare avanti”

 

Tutto deve andare avanti.
Ma poi noi non sappiamo
se l’illusione è verità. Allora scendo
e salgo fino alla prova e non per paura
e dolore, ma soltanto per conoscenza.
Vedrò tutti i colori insieme, soltanto
per un istante? Un vetro solo che separa,
esclude tutte le immagini più volte ripetute.

 

da Alberto Toni, Vivo così, Nomos edizioni, 2014

PoEstate Silva: Antonio Spagnuolo, Poesie da “Polveri nell’ombra”

Dalla sezione Polveri nell’ombra

Rughe

Il mio pianto logora l’affanno
inutile fantasia che blandisce le veglie,
muta ogni parola come il sogno
che smarrisce le nuvole e ormai incide
nel suo segreto le rughe.
Nel timore evoca gli spettri di improvvise avvisaglie,
e nel tremito ha il battito dell’insopportabile urlo
del demente.
Spengo negli occhi anche i ricordi,
l’unica inquietudine che ha donato
una spina alla temeraria fede
sull’orlo dell’arpa affidata alle meraviglie.

 

Finalmente

Finalmente raggiungere i silenzi
in questo esilio di me in mezzo agli uomini.
Fanatica la maschera della malinconia,
nella strada che cade e annebbia
ed esclude l’idea della nuda tua figura,
mi accarezza ogni sera.
Il segreto a malapena alterna trasparenze,
sorpreso dai colori dell’arcobaleno,
tra l’orizzonte e il mio letto,
quasi a ghermire l’impazienza
che corre nella bocca improvvisa.

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PoEstate Silva: Elisabetta Sancino, Poesie da “Il pomeriggio della tigre”

 

Il pomeriggio della tigre

Sia resa gloria a quei pomeriggi
in cui la tigre ti salta in grembo
nel perimetro sacro del letto
e lì si posa, come una sfinge bizzarra
che sa e non dirà ancora
cosa nel suo cuore brucia.
Fuori dalla savana
dallo zoo e dalla gabbia
in questo spazio non-spazio
abitato dalla penombra
posso finalmente fiutarla
estrarre l’oro del suo sguardo
cavalcare il suo dorso elastico
corpo a corpo
in un incastro perfetto
finché alfabeti schizzano sulle lenzuola
balzati fuori da una lesione primordiale.
È per questa lingua irrimediabile
che ogni mia umanissima cellula
venera l’animale.

 

Nella notte

Nella notte invento nomenclature
numeri vertiginosi, cataloghi di rosso
trapiantati dalla crosta delle stelle.
E l’animale in me fraseggia
il sanscrito del buio
poi s’acquieta e tace.
Si spalanca il giorno
il foglio è un bianco immenso.

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PoEstate Silva: Umberto Piersanti, Tre poesie inedite

(foto di Dino Ignani)

 

Giugno 1944

danzano le lepri
sulle radure
nelle notti d’estate
quando la luna è colma
e forte splende?
questo narra l’Antico
e il giovane pastore
serra il suo branco
nella stalla odorosa
di paglia ed erbe,
s’avvia verso la macchia
che sopra il Fontanino si distende,
nel mezzo una radura
vasta e quadra,
forse la luna
proprio sopra pende

stanno le lepri
chiare dentro
l’erbe scure,
immobili, col capo
in alto volto,
la luna s’ intravede
ma è lontana

dopo un frusciare
avverti nella macchia,
strisciano quelli
col ferro calato
quasi agli occhi,
in mano hanno fucili
corti, da mitraglia

fuggono le lepri
tra ceppi folti,
e la danza?
se l’Antico ha ragione
non può saperlo

dopo s’odono spari
su al Convento
quello coi muri rotti
e diroccati,
dicono che è il rifugio
dei partigiani

la sera dopo
siedono alla panca,
di grascioletti e lardo
la tavola colma,
l’acetilene splende,
non soffia il vento,
ma quelli su al convento
sono morti

Agosto 2019

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«Non fate troppi pettegolezzi»

Cesare-Pavese1

Com’è noto, Cesare Pavese pose fine alla sua vita nella notte fra il 26 e il 27 agosto del 1950, in una stanza dell’Albergo Roma, a Torino. Sul comodino c’era la sua ultima opera, Dialoghi con Leucò, il libro cui teneva di più («l’unico che vale qualcosa» scrisse in una lettera). Pochi mesi prima, a giugno, si era aggiudicato lo Strega con il libro La bella estate, pubblicato nel 1949 da Einaudi. In quell’occasione fu accompagnato da Doris Dowling, sorella della sua amata Connie. Ne Il mestiere di vivere Pavese aveva annotato: «22 giugno Domattina, parto per Roma. Quante volte dirò ancora questa parola? È una beatitudine. Indubbio. Ma quante volte la godrò ancora? E poi? Questo viaggio ha l’aria di essere per essere il mio massimo trionfo. Premio mondano, D. che mi parlerà – tutto il dolce senza l’amaro. E poi? E poi?». Lo Strega, a quanto pare, non servì a risollevarlo dal suo stato interiore. Leggiamo ancora dal suo diario: «17 ag. […] Resta che ora so qual è il mio più alto trionfo – e a questo trionfo manca la carne, manca il sangue, manca la vita».
Per ricordare oggi Pavese, riportiamo di seguito dei passi tratti dal libro di Sandra Petrignani, La corsara. Ritratto di Natalia Ginzburg, pubblicato da Neri Pozza (2018). L’estratto proviene dal capitolo intitolato Non fate troppi pettegolezzi, che descrive in modo dettagliato il luogo, visitato dalla Petrignani, in cui avvenne il suicidio (pp. 212-215). Per la bibliografia di riferimento riguardante le citazioni contenute nel seguente testo, si rimanda sempre a La corsara, pp. 441-450.

All’Hotel Roma conservano la stanza com’era, anche se non l’hanno trasformata in museo ma l’affittano ai clienti come tutte le altre. Si trova in un’ala dell’albergo che è rimasta ferma agli anni Quaranta, perché molti preferiscono il décor originale alle comodità contemporanee. Di Pavese magari non sanno nulla e dormono tranquilli nella “sua” stanza, all’oscuro di tutto. Io all’oscuro non ero quando ci sono capitata. Una notte a Torino, nella 346. Il numero 3 davanti al 46 è un’innovazione dei nostri giorni, un’aggiunta per indicare il piano. Ho salito a piedi la scala ampia, accarezzando il vecchio corrimano di legno. Ai tempi l’ascensore non c’era. Mi sono recitata in testa i versi che Pavese scrisse nei mesi precedenti a quell’agosto caldissimo: «Sei la vita e la morte […] Il tuo passo leggero / ha riaperto il dolore». Nell’ultima pagina del diario, il 18 agosto, aveva annotato: Tutto questo fa schifo. Non parole. Un gesto. Non scriverò più». Sapeva esattamente cosa avrebbe fatto. In quello stesso diario aveva anche scritto: L’anno non finito che non finirò». Il 1950, appunto. L’anno in cui con La bella estate si è aggiudicato lo Strega («la Stregoneria» lo chiamava lui beffardo). «Ho vinto il premio mondano» annunciò al telefono all’amico Davide Lajolo, l’autore della discussa biografia, Il vizio assurdo. L’anno in cui pubblicò l’ultimo romanzo, La luna e i falò, composto furiosamente in tre mesi.
«Credo che Pavese sia il più importante, complesso, denso scrittore italiano del nostro tempo» disse Italo Calvino in un’autointervista del 1956 (in Sono nato in America…), e in un articolo per l’Unità su Il compagno (ora in Saggi): «Pavese i suoi libri se li lascia crescere addosso come funghi, non li stimola, non li sollecita, non li forza: nascono da sé come frutti maturi, e devono portare dentro tutto quello che l’autore ha imparato di nuovo della vita nell’intervallo tra un libro e l’altro». Che cosa aveva dunque imparato per poter scrivere La luna e i falò, suo testamento letterario? Ancora una volta la morte, il suicidio. È un libro pieno di morti.

La stanza al terzo piano è l’ultima in fondo a un breve corridoio. «Tra fiori e davanzali / i gatti lo sapranno» recita un’altra famosa poesia. E fu un gatto, tramanda la leggenda, il primo essere vivente a infilarsi nella 46 quel 27 agosto del 1950, una domenica, quando il padrone dell’albergo prese un grimaldello e forzò la porta. Non vedeva quel cliente da una notte e un giorno e la cameriera il giorno prima di era lamentata di non essere riuscita a rifare la stanza chiusa dall’interno. Pavese giaceva sul letto, la testa sul cuscino, vestito. Aveva tolto solo la giacca e le scarpe. «Ci saranno altri giorni / ci saranno altre voci. / Sorriderai da sola. / I gatti lo sapranno». Cosa sapranno mai i gatti che noi non sappiamo?
«Ci sono state due ristrutturazioni, ma la 346 non è stata toccata» mi ha garantito il portiere. Se non per i servizi igienici. Per il resto la stanza è rimasta come compare nelle foto del tempo sparate dai giornali dopo il suicidio, foto in bianco e nero. Adesso, in più, vedo i colori. Vedo la finestra in fondo, il lampadario triste, un armadio incassato nel muro, di legno biondo con un ornamento rosso intorno alla serratura, una poltrona di cuoio rosso ai piedi del letto singolo addossato ad angolo alle pareti. Si sentono, dentro la poltrona, le vecchie molle sotto l’imbottitura. È una stanza stretta e lunga. Di fronte all’armadio un tavolo piccolo, di legno, col ripiano ancora una volta rosso. Di fronte alla poltrona un attaccapanni a pannello montato su un mobiletto a ribalta con un ripiano a righe multicolori. Vado alla finestra. Gli infissi sono moderni, coi doppi vetri; ma una volta girata la maniglia ci si scopre dietro un’altra finestra, quella originale, dalla vernice bianca scorticata. Qui non c’è una maniglia da girare, ma quel tipo di chiavistello che hanno le vecchie finestre piemontesi, su modello francese. Lo alzo e guardo la piazzetta sottostante, la piazza Paleocapa con al centro la statua dell’ingegner Pietro Paleocapa, insigne patriota del 1848; intorno i vecchi palazzi con gli abbaini nei tetti scuri e, in basso, gli archi del portico a separare la piazza Paleocapa dalla piazza Carlo Felice. È bello questo scorcio di città.
«La nostra città rassomiglia, noi adesso ce ne accorgiamo, all’amico che abbiamo perduto e che l’aveva cara» scrive la Ginzburg. «È, come era lui, laboriosa, aggrondata in una sua operosità febbrile e testarda; ed è nello stesso tempo svogliata e disposta ad oziare e a sognare. Nella città che gli rassomiglia, noi sentiamo rivivere il nostro amico dovunque andiamo; in ogni angolo e ad ogni svolta ci sembra che possa a un tratto apparire la sua alta figura col cappotto scuro a martingala, la faccia nascosta nel bavero, il cappello calato sugli occhi. L’amico misurava la città col suo lungo passo, testardo e solitario;si rintanava nei caffè più appartati e fumosi, si liberava svelto del cappotto e del cappello, ma teneva buttata intorno al collo la sua brutta sciarpetta chiara; si attorcigliava intorno alle dita le lunghe ciocche dei suoi capelli castani, e poi si spettinava all’improvviso con mossa fulminea».
Pavese quel giorno si è affacciato dalla finestra della 46 fumando l’inseparabile pipa. Hanno trovato cenere sul davanzale. Ma non era solo la cenere della pipa. Aveva bruciato qualcosa. Del piccolo falò rimase la lettera mezzo carbonizzata destinata a Pierina. Il diario l’aveva lasciato a casa, sul tavolo, con sopra scritto di suo pugno il titolo, dunque già purgato e destinato per sua volontà alla pubblicazione. […] Aveva quarantadue anni quando si è ucciso.

Bustine di zucchero #10: Cesare Pavese

In una poesia – in ogni poesia – si scopre sempre un verso capace di imprimersi nella mente del lettore con particolare singolarità e immediatezza. Pur amando una poesia nella sua totalità, il lettore troverà un verso cui si legherà la sua coscienza e che lo accompagnerà nella memoria; il verso sarà soggettivato e anche quando la percezione della poesia cambierà nel tempo, la memoria del verso ne resterà quasi immutata (o almeno si spera). Pertanto nel nostro contenitore mentale conserviamo tanti versi, estrapolati da poesie lette in precedenza, riportati, con un meccanismo proustiano, alla superficie attraverso un gesto, un profumo, un sapore, contribuendo in tal senso a far emergere il momento epifanico per eccellenza.
Perché ispirarsi alle bustine di zucchero? Nei bar è ormai abitudine zuccherare un caffè con le bustine monodose che riportano spesso una citazione. Per un puro atto spontaneo, non si va a pescare la bustina con la citazione che faccia al proprio caso, è innaturale; si preferisce allora fare affidamento all’azzardo per scoprire la ‘frase del giorno’ a noi riservata. Alla stessa maniera, quando alcuni versi risalgono in un balenio alla nostra coscienza, non li prendiamo preventivamente dal cassettino della memoria. Sono loro a riaffiorare, da un punto remoto, nella loro imprevista e spontanea vividezza. (D.Z.)

Old Crumpled Paper

Probabilmente mai in Pavese il sentimento amoroso, profondamente lirico e nostalgico aveva avuto esiti così toccanti e struggenti come nelle ultime poesie che compongono la raccolta postuma Verrà la morte e avrà i tuoi occhi. Dieci poesie, fra cui due in inglese che conobbero in Beppe Fenoglio, conterraneo di Pavese, un traduttore d’eccezione (per converso, Fenoglio tradusse in inglese la poesia Verrà la morte è avrà i tuoi occhi). A rimarcare il tormentato quadro malinconico, ci pensano le note del diario Il mestiere di vivere che descrivono la condizione di posseduto, di dominato dall’amore per l’attrice Constance («Connie») Dowling: «20 marzo Mon coeur reste encore à toi. Frase di degnazione, da maggiore a minore. Perché rallegrarsi tanto? | È chiaro che son io il beneficato. Echomai ouch echo. Come possedere senza esser posseduto? Tutto dipende da questo». Il mio cuore ti appartiene, scrive in francese. Questo sentimento incalzante lo conduce a liricizzare Connie nei simboli a lui più cari come la terra, la morte, il sangue, la luce, a volte legati dalla congiunzione “e” per esprimere in pienezza le peculiarità attribuite all’amata («Sei la luce e il mattino», «Sei la vita e la morte», e ancora «Tu eri la vita e le cose»), altre descrivendo caratteristiche proprie di lei («Hai un sangue, un respiro», «Sei radice feroce.|Sei la terra che aspetta», «Sarai tu – ferma e chiara»). Da un simile amore si palesa una disperata speranza che all’inizio è silenziosa perché «Tra la vita e la morte | la speranza taceva», poi «si torce | e ti attende ti chiama». Come un vento di marzo, Connie Dowling nel suo passo leggero «ha violato la terra», riaprendo un’antica ferita. Lei è, mutuando un verso da una poesia di Paul Eluard, tutte le donne che Pavese ha conosciuto, tutte quelle che ha amato. In certe storie infelici, uno dei due è più forte, ed è a volte colui o colei che se ne va. Chi resta, conserva la traccia, l’orma di chi aveva preso posto nella sua interiorità. Connie è stata per il poeta un raggio di luce che, però, aveva scavato dentro la sua terra, generando dolore. Pertanto Pavese non fu estraneo a quel solco di cui recita una celebre poesia di Emily Dickinson:

Che sia amore tutto ciò che esiste
È ciò che noi sappiamo dell’amore;

E può bastare che il suo peso sia
Uguale al solco che lascia nel cuore.

Bibliografia in bustina
C. Pavese, Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, Torino, Einaudi, 1951; ora in C. Pavese, Le poesie, Torino, Einaudi, 1998, p.134, rist. Milano, Mondadori, 2012 (Classici della poesia).
C. Pavese, Il mestiere di vivere, Torino, Einaudi, 2000, p.392.
Per la traduzione delle poesie pavesiane (To C. from C. e Last blues, to be read some day Verrà la morte e avrà i tuoi occhi), si veda Beppe Fenoglio, Quaderno di traduzioni (a cura di Mark Pietralunga), Torino, Einaudi, 2000, p. 197, 199, 201.
Per la poesia n° 1765 di Emily Dickinson, si veda la traduzione in AA.VV., Luna d’amore, Roma, Newton Compton (cura e traduzione di Luciano Luisi), 1994, p.11