poesia italiana contemporanea

Piazza Tienanmen 5 giugno 1989

Piazza Tienanmen 5 giugno 1989

A quella porta della pace celeste
bussa spesso il pensiero e a due umani
che testimoni si fecero del nome
a caro prezzo, come sempre avviene.

Chissà dopo trent’anni dove sono
– lui che schivava lui che saltellava –
temerari di pace sulla terra
soppressi oppressi chiusi in manicomio.

Tu, giacca in mano e buste della spesa,
quale sguardo hai lanciato al guidatore
mentre gridavi: basta col massacro?

E tu, alla guida dentro il carro armato
– sorte compagna, direzione ignota –
no, tu non travolgesti la memoria.

 

© Anna Maria Curci

Oven – Festival Internazionale di Poesia 2019

Oven – Festival Internazionale di Poesia 2019
5, 6 e 7 giugno 2019

Oven è il festival internazionale di poesia organizzato dal Centro di poesia contemporanea dell’Uni­versità di Bologna. Il Centro di Poesia nasce dall’esigenza di far incontrare l’attività “militante” di gio­vani poeti con la tradizione culturale ed accademica italiana ed opera da più di vent’anni sul territorio proponendo incontri, laboratori, lezioni e festival di poesia italiana ed internazionale.

Saranno tre giorni ricchi di eventi e protagonisti, che coinvolgeranno diversi luoghi della città di Bo­logna. Questi vanno da una “Lectura Leopardis” alle prime luci dell’alba nella suggestiva Torre Prendi­parte, in cima alla quale si reciteranno versi di Giacomo Leopardi in occasione del bicentenario della scrittura de L’infinito; a luoghi interni all’Università. Nel Dipartimento di Filologia Classica e Italiani­stica dell’Università di Bologna avverrà infatti “Magma”, il primo Meeting Nazionale tra giovani poeti, che vedrà la partecipazione di giovani studiosi e poeti da tutta Italia. Sempre in ambito universitario, presso il Dipartimento di Lingue, Letterature Culture Moderne, ci sarà l’assegnazione del “Premio Lilec” per la miglior traduzione poetica. Aperto a dialoghi tra poesia e narrazione visiva, Oven 2019 prende vita anche nello Spazio Labò, dove si incontreranno il poeta Corrado Benigni e il fotografo Giovanni Gastel per una conferenza-spettacolo a due voci. La Sala del Papa di Palazzo Boncompagni sarà inoltre la cornice prestigiosa nella quale accoglieremo i nostri ospiti nazionali e internazionali, per tutti e tre i giorni del Festival: qui avverrà la cerimonia di conferimento del “Premio Internazionale Elena Violani Landi” al poeta tedesco Durs Grünbein (mercoledì 5 giugno) e la premiazione del poeta dialettale Franco Loi, insignito del premio “Bologna Lecture” (giovedì 6 giugno). Nella giornata conclusiva, nella stessa location, sarà invece il momento della performance poetica del poeta polacco Adam Zagajewski (venerdì 7 giugno). Il Festival Oven si chiuderà con l’antica sfida in versi tra studenti universitari, il Cer­tamen, e con un reading conclusivo in omaggio a Giacomo Leopardi, nella sala “Stabat Mater” della bi­blioteca comunale dell’Archiginnasio.

Comunicato Stampa Oven – Festival Internazionale di Poesia 2019

 

Maria Lenti, Elena, Ecuba e le altre (rec. di Roberto Marconi)

Donne che criticano gli uomini

(sul libro di poesia di Maria Lenti, Elena, Ecuba e le altre, Prefazione di Alessandra Pigliaru, Arcipelago itaca, Osimo 2019)

si ripete che penelope fosse solo un sogno
di omero, che fosse solo sua sorella, ma la
realtà ci guarda bene, perché lei aveva da
tempo lasciato ulisse, farsi i proci comodi
suoi, s’era emancipata ma non vendicata
e poi aveva fondato una scuola di cucito
con allievi maschi; ora compone poesie
R. Marconi

1.

Molte sono le letture, come occorre, che si possono affrontare con un libro. Ad esempio nell’autrice in merito: riconoscere i legami tra le interpreti (protagoniste) e i loro compagni/antagonisti, oppure sfidare direttamente la sua scrittura (sovente essenza di parole significanti) o, andando in media res, far fronte a una importante questione femminile che perdura da una vita e che potrebbe risolvere tante vicissitudini.
Quest’ultima opera poetica di Maria Lenti (Elena, Ecuba e le altre, Prefazione di Alessandra Pigliaru, Arcipelago Itaca, Osimo 2019) è un libro di persone, personaggi, donne in evidenza, scritto spesso come se ogni composizione fosse quasi una sentenza che potrebbe esser fondativa di una resa al merito della convivenza civile, come fosse una specie di lezione sul rispetto dell’altra.
Nel viaggio tra le pagine c’è questo metter in discussione l’idea del Mito, che ci siamo fatti. Autrice che rivede Autori per eccellenza e da una conclusione diversa, femminile, alle leggendarie storie che ci hanno accompagnato negli anni di scuola o nei racconti degli sceneggiati per chi non leggeva o studiava, come a dare voce a chi altri hanno scelto per loro. Chi riscrive più che dare un’ultima parola (almeno stampata) preferisce portare un’altra versione (un’altra chance), quindi rifare, come qualcosa che non è andato a buon fine, una sorta di rivincita, senza fare giustizia, sul percorso storico della vita.
Le vendette sono terribili quanto le colpe (e chi ricoprendo un ruolo importante fomenta paure fa lo stesso gioco).
I versi di Maria sono centellinati (è spesso il timbro di tutta la sua poesia, di questa raccolta come delle precedenti), perentori, quasi aforistici. Qui vuole restituire il verso a tante figure mitologiche, rivedute oggi, dopo il ’68, dopo tanti diritti conquistati e non regalati. Un riscatto dall’essere viste soltanto come incubatrici, all’essere etichettate come scandalose.
Oggi qualcosa è cambiato ma non possiamo fermarci.
In conclusione del libro mi sembra di aver avuto sotto mano un ripasso, veloce, dell’Eneide, dell’Iliade, dell’Odissea, delle Tragedie di Euripide, di Ovidio. Storie scritte all’origine con la voce di questi autori, maschili, ora rivivono con la voce anche femminista di Maria Lenti. Nei termini che caratterizzano appunto la storia dei comportamenti umani. Ribadirlo non fa mai male.
Si taglia il filo per inaugurare questa raccolta con Arianna che s’innamorerà di Teseo, lo aiuterà a uscire dal labirinto e lui come ringraziamento la pianterà in Nasso. L’autrice però riscatta la figlia di Minosse perché, se Teseo se n’è andato, lei in fin dei conti è più “leggera e liberata”; così per la donna più bella, famosa e amata del mondo antico, Elena, che preferisce restare con la sua “ombra”, Paride, e non tornare a Sparta con Menelao.
Opera nella sostanza, questa raccolta, in cui le parole sono dosate proprio per non lasciare forse nessuna rivalsa.

 

2.

Una brevissima rassegna,
————————————————dal ragionar col membro

 

Erifile ad Anfiarao

Per una collana e lenzuola candide
ti avrei indotto a marcire contro Tebe.
Sei così sciocco da scambiare orgasmi
con l’esistenza intera?

———————————————–alla tenerezza dell’Amore

 

Bauci a Filemone

Una carezza il vento tra le fronde
antica fedeltà reciproca,
—————-Filemone,
ininterrotta.

———————————————-dal non annullarsi per un uomo

(altro…)

Maria Benedetta Cerro, La soglia e l’incontro

Maria Benedetta Cerro, La soglia e l’incontro. Poesie, Edizioni Eva 2018

Leggere la plaquette La soglia e l’incontro che Maria Benedetta Cerro ha pubblicato nell’aprile 2018 con i tipi delle Edizioni Eva ha significato per me imbarcarmi in un viaggio pieno di bellezza e di pensiero.
C’è la musica della vita e della parola che ha attraversato il fuoco come la salamandra e, insieme, la prova del ritmo, della misura esatta (che tale rimane anche quando, per accentuare l’animata dialettica di movimento e di pausa, novenari, decasillabi, endecasillabi vengono divisi con una cesura all’interno del verso), c’è il canto del dolore e dello stupore, ci sono ascesa e meditazione, ci sono, ancora, la traduzione e la riscrittura come esercizio spirituale quotidiano.
Movimenti in battere e in levare si alternano in una partitura dal respiro ampio: precipitare o calarsi nelle pieghe profonde del sé e sollevare l’occhio, per esempio, al profilo dei monti Lepini nel rosso sangue della sera.
E allora soglia e incontro sono essenziali al dire poetico, ché sulla soglia sta chi non può far altro che consacrarsi al poiein e fare da passatore – passeur – mediatore – costruttore di ponti e scrutatore di abissi e di orizzonti –, e l’incontro con l’altro da sé è molla di quello slancio oltre il narcisismo, il fecondo superamento dell’autoreferenzialità e, perfino, un arretrare dell’io fino alla sua ‘sparizione’, con una sfida che rasenta lo sberleffo e balza poi a divenire serissima riflessione sullo spazio di espressione dello «scrivente» e sull’atto di lettura come aggiunta e sottrazione: «Nella vacanza delle righe/ nel bianco/ è ciò che voglio dire./ In quello leggete». E se, nella poesia Andenken, Friedrich Hölderlin scriveva «Ma ciò che resta lo fondano i poeti», Maria Benedetta Cerro sembra replicare, rivolgendosi direttamente a chi legge: «Ciò che resta è il nulla/ che pensate di me./ Quel nulla sono/ uno scrivente nulla.»

© Anna Maria Curci

 

Dalla sezione Sette poesie manoscritte

Fu la mia morte a margine del sogno.
——Per amore
fui poeta senza corpo.
Fui lingua di seta
——-e una segreta lingua
——-forse non scrissi.
Fui sale nell’acqua
ortica e polvere di gesso.
Scrissi il futuro
come fosse adesso.

 

Tutte le mie labbra
——cantano sottovoce.
Dicono all’abisso:
colma le tue profondità
all’insonnia:
vigila finché il tempo ti è nemico
perché tutto questo finirà.
Allora andrò a prendere la parola
——– per mano la prenderò –
la chiamerò con i sinonimi
——dei miei tre nomi
con i miei occhi dispari
in ogni sillaba la troverò perfetta.
La canteranno in altezza
tutte le mie labbra

 

Ben disegnato
tagliato nel rosso
——-il profilo dei Lepini.
E un cristallo
una coppa svuotata
che quella perfezione sigilla.
——-È sera d’inventario
di parole inerpicate a qualche senso
——-un testo atmosferico
a completare un quadro di apparenze
un azzurro male interpretato
perché è quasi notte
——-anche nell’anima.

(altro…)

Roberto Gigliucci, Sulla poesia di Gianni Ruscio

Sulla poesia di Gianni Ruscio

di Roberto Gigliucci

 

Gli ultimi tre volumi di versi di Gianni Ruscio, Respira (Ensemble 2016), Interioranna (Algra 2017) e Proliferazioni (Eretica 2017) formano una sorta di trilogia, magari inconsapevole, poco importa, nella forma di una storia esaltante e nello stesso tempo angosciosa (intendo per l’autore prima di tutto, e poi naturalmente per chi legge). Perché storia? Perché la dimensione filogenetica generale di un incontro, di un amore folto di sesso, di una gestazione, di una nascita e poi di una famiglia è la storia, con una s così minuscola da risultare appunto esaltante e insieme paurosa.
Ma procediamo con ordine – se un ordine è dato nella poesia. Il tema del sesso e dell’amplesso come centro di ogni infinità era già presente nelle raccolte precedenti di Ruscio (come Nostra opera è mescolare intimità, 2011, e Hai bussato?, 2014). Il poeta quasi trentenne (nato nell’84) è sempre stato dunque un poeta erotico, nel senso meno esplicito e più sensualmente metaforico che si possa immaginare. L’amore è carne più carne, è ingresso e incanto, è sgorgo d’organi e di strumenti a corda, a fiato, elettrici. L’amore è troppo (Respira p. 19), quasi come il trop amar che per i provenzali e per Dante andava corretto in ben amar. Ma in tale direzione Ruscio non mi pare affatto “stilnovistico”, nonostante le sensibili parole che scrive Gabriella Montanari alla prefazione di Interioranna (p. 10). L’amore è ad esempio n modi visionari di dire la vagina: una feritoia, dove entra la luce, un dentro con il nulla ma illuminato, ventre, foce, bocca della verità, assenza dove sciogliersi. Solo rarissimamente l’autore ricorre al lessico esplicito, “abbassato” in una tapeinosis ben situata ai punti giusti di certe liriche: «respira dentro il mio cazzo./ Spirerò nella tua fica. […]/ il mio seme/ dentro al tuo cuore» (Respira respira respira respira respira in Respira p. 130); «Spegni tutto. Vieni a letto con me. […]/ Se vuoi dormiamo. Altrimenti ci seminiamo» (ivi p. 29). E i lacerti di brutale realtà individuata, in una poesia molto concettuale e generativa di immagini solo apparentemente concrete, in realtà rese astratte da una carie di pensiero invasiva, risultano bellissimi tocchi di gusto espressionista: «Resta nel fazzoletto sporco di trucco. […]/ Resta fra le dita dei piedi, nel sangue che ha sporcato / gambe e pavimento» (p. 48); «Per caso hai bussato?» (p. 95, verso finale di Io ti auguro); «Una cofana di patatine/ dell’Ikea sarà il nostro tramonto, la centrifuga/ della lavatrice la nostra anima in fiore» (p. 120). Si può agevolmente verificare, cioè, la perfetta inseribilità-incastonatura di queste umiliazioni del registro nel tessuto lirico complessivamente pensante di Respira. Quando dico pensante penso a maschile, e credo ci pensi anche l’autore. Il pensiero come attributo del maschio si fa carne per sciogliersi, dopo essere stato densissimo, nel vuoto femminile che potenzialmente – e poi attualmente – è un tutto-pieno, un uovo, appunto. Certo, il sesso (pur nell’amore) è qualcosa di molto omoritmico, e nonostante la poesia sia plurale per eccellenza, si fissa in polarità arcaiche, sole-terra, spada-scudo (trapassato), e poi si cristallizza in stati dinamici quali sopra-sotto, sotto-sopra, entrare, venire, uscire ecc. Può anche accettare una violenza dell’immagine come l’impalamento «Questo tuono scaraventato/ nella sorgente cade dalla gola/ al buco del culo», o l’omofagia («mangeremo pezzi di noi», ivi p. 53). Ma la forza del pensiero poi declina l’idea unitiva (à la Tristan und Isolde) nelle articolazioni paradossali che, da una tradizione millenaria, si rinnovano nei versi di Ruscio: «esserti dentro me» (ivi p. 27); «Essermi? È la stessa cosa di/ esserti» (p. 58, con efficace inarcatura). Insomma, Respira, prima anta di una storia che poi si spaventerà di essere storia, riassume le infinite possibilità di amarsi e congiungersi, e desiderarsi e pensarsi e immaginarsi nell’amore in cui si è dentro l’altro/a essendo dentro se stessi, secondo un principio di indeterminazione (cfr. Sonia Caporossi, prefaz. a Proliferazioni p. 10 n.n.). (altro…)

Mattia Tarantino, poesie da “Fiori estinti”

 

Fiorire

Dolore di fiorire questo cardo
che collassa nella luce.

 

Nella torre

Nella torre la lingua mi respinge
al precipizio della sillaba e fa polvere
del nome, sbriciolando
l’inverno che abitò la terra santa.

Ora le vie del canto sono aperte:
vengano i fiori e tutte le creature
a sputare sui miei versi; accorrano
alla soglia innominabile che al buio

dal buio accede e sta sventrando.

 

La terra del verme

Allora donatemi
il cerchio e la croce. Non temete
questa parola che nasce
in altri mondi, dove nerissimi
gigli affliggono e azzannano.

Amate anche il canto
finale del passero; le astuzie
che nutrono i morti. Altrove
è la terra del verme, ma solo
al di qua può regnare col cuore.

Prima che carne nient’altro
che carne nutrì il fiore ossuto.
Prima che acqua nient’altro
che acqua devastò la mancanza
di forma: tutta loro è la colpa.

Ecco, amate
ostinati la grazia, le impervie
vie della sorte e mai, mai
la sciagura dello stare.

(altro…)

Leopoldo Attolico, Si fa per dire. Tutte le poesie 1964-2016

Leopoldo Attolico, Si fa per dire. Tutte le poesie 1964-2016, Marco Saya Edizioni 2018

Addentrarsi nell’opera poetica di Leopoldo Attolico, raccolta nel volume Si fa per dire (Marco Saya Edizioni 2018) permette di comprendere come la sua scrittura sia piena di vita, di arguzia e del senso più pieno dell’ironia, che è quello di cercare sempre un’altra angolatura, altre prospettive, altri punti di vista rispetto a ciò che viene fatto passare per l’unico punto di partenza possibile, sia questo spacciato per spontaneo sgorgare, sia esso, invece, solennemente iscritto in un canone che non ammette dissonanze.
Ciò che qualche anno fa definii come «sorriso pungente dell’ironia» attraversa tutta  la poesia di Leopoldo Attolico, da Ancora bilanci apparsa in Piccolo spacciatore (pubblicato la prima volta nel 1987, il volume raccoglieva poesie scritte tra il 1964 e il 1967) a Storni su Piazza dei Cinquecento, che figura tra gli Inediti 1986-2016. Sì, perché l’ironia di Attolico, che dissente e capovolge i rapporti di forza e le gerarchie, si oppone anche a brame di dissolvimento e a furie distruttrici. La lieve e sorridente ironia dei testi qui raccolti si fa allora testimone di una formula, dalla misura precisa e sapientemente calibrata, per dire la complessità del vivere, il groviglio delle relazioni umane, gli splendori e le miserie delle esistenze.
Dire ironia non significa relegare nell’ambito del giocoso divertissement – anch’esso, comunque, di raffinata fattura, frutto di studio e labor limae – un’opera, non significa etichettare una forma di poesia per renderla, di fatto, innocua. La vera ironia conosce e rivela il dolore, non lo liquida con scariche di lamenti. La vera ironia pratica i sentieri della compassione, come dimostrano, per tornare a menzionare fasi cronologicamente lontane della produzione poetica di Leopoldo Attolico, Ritorno ad una casa da Piccolo spacciatore a Travet  di Intermezzo (sezione di Piccola preistoria) a Io e loro, in Inediti 1986-2016.
Poi c’è l’arte al quadrato, anch’essa manifestazione di vera ironia, della poesia sulla poesia, nutrita dalla robusta e attenta lettura quotidiana, corroborata dalla riflessione su rime, ritmi e strumenti, messa alla prova ogni giorno nell’officina poetica. I duetti a distanza con Ungaretti, Montale, Penna, Caproni, Lunetta, Riviello e Zanzotto, le dediche a Maria Luisa Spaziani e ad Achille Serrao ne sono un vivido esempio, che diventa a sua volta fonte di riflessione e di confronto per chi questi ‘duetti’ e i loro copiosi rimandi legge, ascolta, percorre esplorando.

© Anna Maria Curci

 

da Piccolo spacciatore, 1964-1967

Ancora bilanci

Più si parla d’amore
e più si fa del male .
Ma il male è necessario…
Nel mio breviario
metterò dello zucchero
condito con il sale,
inciamperò felice
contento di cadere.
Ai potenti del mondo
manderò il conto.
Eviterò le scale?

 

Notte sul fiume
(a Sandro Penna)

Patimmo l’epigramma
come fatica elaborata e nutrita,
suo malgrado, per somma di gelide paure:
paura di non saperlo riconoscere,
paura di non amarlo abbastanza.
Poi Sandro Penna disfò il suo male
di giocattolo rotto a celebrare una morte
– ben vivo, sulla riva di un fiume:
quattro parole in fila
per un bengòdi di luce ad incendiare il buio.
La riva nera si rimangiava il suo colore.

 

Toccata e fuga

Nella pietra serena scaldata dal sole,
nel pianissimo andante del vento
a capofitto le mie parole.

Basta una fredda scintilla alla memoria,
che come ape infreddolita si posa per terra,
per riscaldarsi tutta.

Ma l’ape beve la sua pace e non si pente.
Le parole sono solo una folla curiosa e satolla,
toccata e fuga nell’oro del presente. (altro…)

Tommaso Meozzi, Inediti

 

la fenice risorge
dove i batteri prolificano nell’acqua delle pozze,
e le mosche si appiccicano nel caldo
alla pelle,

rivive nel grido smorzato
sotto un cielo di stelle silenziose,

risorge, la fenice
un’altra volta, testarda spiega
le ali alla vita
scuotendosi di dosso le scintille
di due torri che cadono,

vanno gli uomini
in preda a una strana emicrania
i più li guida il vento
e il presentimento di una fine innominabile,

fottono, giocano, ridono
mentre i miliardi decidono
quanti anni reggerà la terra
all’inquieta ambizione di pochi,

che gioco strano in cui siamo immersi
secoli di pensieri
e il potere di ucciderci in massa,

cosa resterà nella galassia
una polvere d’ossa e diamanti
due amanti con i denti nella carne
attraversando nebule,

ma la fenice risorge
in un volo maestoso e sgraziato
le sue ali incendiano i petali
di un papavero sul bordo della strada.

 

 

il sole a mezzanotte isola il mio sguardo
così non vedo altro che luce,
poi una mano mi sfiora la spalla
e io mi volto: il viso di un estraneo,
qualcosa di inaudito
eppure un uomo,

vestito della sua presenza, nuda,
sussurra qualcosa al mio orecchio
e io apro le mani
vorrei raccontargli cosa farò domani
quali progetti
accompagneranno lo sfiorire dei denti
ma poi sento il calore dei palmi

e ricordo: sono qui per vedere
fiorire il sole a mezzanotte,
passano strani uccelli, un fruscio di ali,
granelli di sale sfavillano nell’aria
e poi si sfanno

guardo, e ancora guardo
immenso nell’arco del ricordo
mi tendo verso l’orizzonte
e già sono trafitto di luce. (altro…)

Patrizia Sardisco, Autism Spectrum

 

Patrizia Sardisco, Autism Spectrum. Postfazione di Anna Maria Curci, Arcipelago itaca 2019

 

#0

lo spettro non traccia nei normografi
senza riga e compasso
china a mano libera
la testa
disdegna
di segnalare non insegna
riconsegna
un lato umano asintotico
a ogni punto

 

#3

hai percorso volando
l’enclave breve
di un acceleratore del pensiero
i piedi alati divine particelle
in moto sghembo in ascesa poi
la planata
e sei atterrata estranea esausta
straniati gli arti
crudi arrochiti alberi le mani
le disprassie fanno il vento contrario
nelle mani ammainate issate
contrariate contratte aperte e chiuse
gli occhi di più
cloro in un loro cielo

 

#5

l’insufficienza dei filosofi guardiani
la rotta frenesia e gli argini argillosi
il soliloquio perenne l’ecolalia disforica
lo strabismo sorpreso e l’attenzione artiglio
la tenaglia la faglia il maglio il deraglio
il groviglio
l’imbroglio ferino del passaggio all’atto
la liquida incoerenza oculomanuale
cardiomanuale
l’anima animale accumulo sul gesto
il transito veloce di una refe
nel lago pensiero
lo sbrego il gorgo l’ardua gora del giorno
la parola

(altro…)

Davide Castiglione, poesie da “Non di fortuna”

 

Scoperta della propulsione

I radiatori ricordano alveari –
solo smuovono più memoria.

Ospitano api avvezze all’odore
del gasolio, al passo coi tempi

dell’asilo respinto. Quasi inciampa
con la bici su uno abbandonato

per finta, a brutta posta, a marcare
un posto da difendere coi denti,

da dire mio fuori dai denti –
così fa un crack che turba la vacanza.

Riprende il controllo e pedala,
l’ampiezza che dentro lo spazia

deve forzarla in un punto d’arrivo.
Gli sta di fronte come un foglio A4

la strada annebbiata: scrivici oltre.
Lo propelle una passione gelida.

 

Ape

Sul battiscopa la sua mite industria
le rimane aliena. Parlo di cose più grandi
di noi, di un’ape che si arrampica,
malamente – ti suono lontano, al telefono, e quella pena
in salita, che non potrà salvarsi
dai ricami sull’esistenza e i merletti accaniti
si stacca; è un corpo
per terra; tòrto; terminale.
Capiterà di pestarlo; passare
l’aspirapolvere la spugna e via.
Avrò strisciato un ciao in minore
e chiuso, avrò passato l’aspirapolvere, e via,
l’acino scheletrito ascende e va alle stelle
la fiducia alla tele, l’annuncio
che la stagione si apre in grande
e macché cadere lei dolcemente scendeva
dal pendio domestico, che l’inverno è anche questo.

 

Quanto e quanto poco

Ci viene, aprendo Radnóti,
di leggerci sopra in due lingue;
scoppi a ridere e poco ci manca
che cadi, ma eri seduta, sull’erba.

Così ti ritrovo intatta,
ambra che si rianima ridendo
da non limare, no, con le domande.
Quasi vestita e arroccata davanti

scoppi in un ridere e intanto
quanto e quanto poco
permetti di un dolore inintuibile,
o ti sorvoli in italiano.

Tempo in là (aeroporto
lenti appannate non un saluto
da portarle e dirsi addio
non serve a nessuno)

mi sono visto vulnerabile
da vicino, mi sono
avviato
sentendo che il tacere, il tuo tacere, sentendo. (altro…)

Bioetica della compassione: Maria Grazia Calandrone e “Il bene morale” (di G. Martella)

Bioetica della compassione: Maria Grazia Calandrone e Il bene morale (Crocetti, 2017)

di Giuseppe Martella

 

In questa sua ultima raccolta, Maria Grazia Calandrone mette in scena un vero e proprio dramma bio-logico, cioè un intreccio (e un conflitto) tra forme di vita e di linguaggio-pensiero, in vista di un’educazione dello sguardo e di un auspicabile cambiamento del cuore umano. L’autrice lo fa indagando tutta una serie di dimensioni della scala naturae, che vanno dal micro al macrocosmo, dalla cronaca alla paleo-storia, dalla biologia alla geologia, indagando i tempi del nostro essere al mondo e i luoghi del nostro abitarlo. Esplorando lo spazio profondo che va dai microrganismi alle galassie per trovare gli snodi dove si cela quel minimo margine di libertà che ci è concesso per l’esercizio di una più che umana compassione. La prima lirica della raccolta, Un semplice esercizio di libertà, una toccante interpellanza al lettore, ha dunque un valore esplicitamente programmatico. E la varietà deliberata dei registri linguistici, dall’umile al sublime, dal semplice all’ornato, e dei metri poetici impiegati risulta perfettamente congrua con i cambi di scala e di prospettiva che caratterizzano questa indagine bioetica in versi, questa lucida e accorata ricerca del bene morale. La portata bioetica e biopolitica dell’opera appare infatti evidente fin dalla prima sezione, una delle più intense e compatte dell’intera raccolta, dove gli Alberi, con la loro «capacità variabile/ di sopportare tagli/ tra i filamenti vivi» (13) ci mostrano la disponibilità al ritorno alla terra, alla pacificazione con la morte così come con la vita: «essere terra/ bisogna, sotto la loro macchina da fiore» (14).
Per molti versi questa silloge di Calandrone costituisce una summa della sua attività precedente, non solo poetica ma anche socioculturale in genere, in quanto portavoce della poesia italiana contemporanea nelle sue valenze sia estetiche che politiche. A testimonianza di una dedizione e di una competenza che sono davvero rari a ritrovarsi insieme. Questo testo di andamento diaristico ci consegna insomma l’ethos dell’autrice nella sua interezza, cioè il tono fermo e pacato della sua voce insieme alla costanza del suo fare, civile oltre che poetico.
L’opera è divisa in nove parti piuttosto eterogenee fra di loro quanto ad argomenti, stile e lunghezza. Tuttavia, in questo caso, la tenuta dell’intero non va misurata sulla omogeneità delle parti quanto piuttosto sulla loro intenzionale diversificazione, che mima a livello formale le diverse scale su cui viene condotta l’indagine bioetica, la ricerca di un possibile bene morale. Non ci troviamo di fronte dunque a una struttura lineare ma piuttosto rizomatica, una sorta di giardino dei sentieri che si biforcano o di labirinto del cuore umano, dove ci appaiono i più svariati incroci tra il dire e il fare, nonché tra il controllo cartesiano e l’abbandono epifanico. (altro…)

Di mano in mano. Due ipertesti per Valerio Magrelli

 

CUCITORI DI CANTI

ἐν νεαροῖς ὕμνοις ῥάψαντες ἀοιδήν
avendo cucito il canto in nuovi inni
ESIODO

Fin dalle sue origini la poesia ha avuto a che fare con taglio e cucito. Si dice infatti che i poeti del mondo antico, i cosiddetti rapsodi, fossero dei cucitori di canti che, passandosi di mano in mano le storie degli eroi mitici, tessevano l’ordito e la trama dei primi componimenti in versi.
Non sembrerà un caso, nella terza edizione del festival letterario 38° Parallelo. Tra libri e cantine ispirata al tema dei rammendi, che si voglia dedicare una giornata alla poesia, ospitando uno dei maggiori poeti italiani contemporanei, Valerio Magrelli, che ha fatto dell’arte della tessitura un motivo conduttore della sua opera.
Per inaugurare questo momento e rendere omaggio all’ospite, i Centri italiani di Poesia Contemporanea di Bologna e di Catania hanno preso spunto da La lettura è crudele di Magrelli e hanno composto due ipertesti, che sono sorti da due poesie dell’autore.
Ogni verso di quelle due poesie magrelliane, che sono Qui sto senza paesaggio e È la spola dei versi,[1] ha dato vita a un nuovo testo, come se ognuno di quei versi fosse un link da cui è possibile accedere a originali, inedite poesie.
Il Centro di Catania s’è misurato con Qui sto senza paesaggio, quello di Bologna con È la spola dei versi.
La silloge viene introdotta dalla voce dello stesso Valerio Magrelli, in una conversazione sui radicali cambiamenti del suo poetare, sul suo rapporto coi rammendi e sulla possibilità che la bellezza rammendi il mondo.
Sono doverosi e sentiti i ringraziamenti a Valerio Magrelli, ai Centri di Poesia Contemporanea e all’Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani.

Marco Marino

[Matrice 1]

Qui sto senza paesaggio,
pere, mele, stagioni, cielo, niente,
soltanto suppellettili, una campagna
fatta ad artificio. Ma già da piccolo
per gioco stendevo una coperta
nella stanza, sopra mucchi di carta,
ed era un panorama,
una salma di monti.
Di tutto ciò qualcosa resta,
adesso, che scrivo a letto,
che io faccio la terra.

Valerio Magrelli

 

Qui sto senza paesaggio,
la notte dopo la notte
dormita sulle ginocchia oh roccia
sempre un incavo la bocca dove fresia
ora ricopro…………………….. il passaggio di un uomo.
Ora sto senza.

Un paesaggio di sale
ossida
il governo del mio viso.

Claudia Fiorella Santonocito

 

per gioco stendevo una coperta

per gioco stendevo una coperta
in tuo apparire, per distinzione
del corpo. ora ti lasci accadere
senza paura che a occhi chiusi
gli occhi non ci siano più. aspettiamo
la voce, l’oscura, indisponibile
tessitura, sempre altosparente

Pietro Cagni

 

ed era un panorama,

E il cane, ti ricordi? Ora è la prima
anima del Creato,
morde le piante a Dio. Ma al gran raduno
dei cani no: vista la luce in cima
all’erta, mezzo dubbio gli è passato
e non ci stava più, puntava, era come uno
che non sa chi lo chiama;
al guinzaglio dei Troni, all’improvviso
si è girato a guardare:
………………………………………….ed era un panorama
d’anime, il mondo, un viso senza odore.

Gianluca Fùrnari

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