poesia contemporanea

Lucia Brandoli, Una minima stupenda (Interno Poesia, 2019)

Lucia Brandoli
Una minima stupenda
Interno Poesia, 2019

dalla Prefazione di Sara Gamberini

Nelle poesie di Lucia Brandoli inquietudine e rassicurazione, un’alternanza continua, senza tensione, di questi due punti dell’universo, del corpo, della materia, di un cuore minimo, minuscolo, del sacro.
Un’onda di pensieri che si ingrandisce e accumula domande, il senso della vita, perché si dice amore, siamo davvero così soli? e poi, perdutamente, da un posto piccolo come un grissino, da una nuvola, la neve, ci raggiunge il conforto. «Per tornare indietro; / respirare l’aria di dicembre / con la bocca». […]
In Una minima stupenda qualcuno prova a non credere più all’amore, a dimostrarsi resistente, consapevole di un’illusione, veloce, capace di fare a meno di tutto, ma prevale uno slancio altissimo, come un’entità, viene a dirci che non saremo mai più soli. Il sacro tentenna nelle nostre vite, sovrastato dalle paure che affiorano di notte, quando ogni sogno significa: ecco, è un desiderio. Ma è questo il suo movimento, un baluginio e poi un bagliore, l’amore che sembra non sostare mai abbastanza vicino a noi. E poi invece arriva una bambina, una rivelazione, una sorpresa «tra le gambe», «ti vedo, / e stavolta è vero», e la luce finalmente rischiara, in una luminosità che sarà eterna, palpabile, una lucina in dono, come sempre accade da tanti di quegli anni, per imparare a tornare da dove la bambina è venuta. […]
Sotto la superficie delle parole, dei pensieri, si può scorgere il movimento preciso, etereo, della paura e dell’abbandono agitarsi e sonnecchiare nel cuore di una poetessa che impara e insieme indica la calma, in un gesto nell’aria, senza certezza, senza indulgenza. «La luna quasi piena / che mi governa le gambe, / i geki – ti amo – / e l’acqua, dentro e fuori».

 

A Clizia, quella sbagliata

a Federica

I selfie coi caloriferi bianchi
nuovi, orizzontali, verticali,
poco in bolla, dietro –
le seste negli occhi –
averceli i compassi,
che misurano il mondo: le gambe
delle donne –
rewind / play / rewind
play / rewind,
avanti e indietro –
dandogli
il suo equilibrio e la sua armonia.
Al mondo
c’è solo una cosa che tutti vogliono:
ed è l’amore. (altro…)

Valerio Grutt, “Dammi tue notizie e un bacio a tutti”. Nota di Claudio Damiani

Valerio Grutt è un guerriero a servizio del bene che combatte non contro un impero, ma per affrontare le sue paure, e capire che la morte è parte naturale della vita. E la poesia è la sua spada laser (sì proprio come quella dei cavalieri Jedi del film Guerre stellari).
Ci vuole “un cuore aperto” ci dice nella poesia posta in limine al libro, un cuore che possa accogliere tutto, anche la morte. Anzi la morte per prima. E la morte infatti arriva subito, e lo scaraventa per terra. Non è la sua, ma quella di sua madre.
Madre e figlio combattono insieme, abbracciati, entrano insieme nella grotta del dolore, come gli opliti greci con le braccia incatenate. Comincia una lunga battaglia, fatta di alti e bassi, che prende tutta la prima sezione, dal titolo significativo Dove non arriva la scienza. La scienza è la Tecnica con la t maiuscola, quella che ha sostituito ogni potere e ogni dio, ma non ha sostituito la morte, checché ne dicano futurologi e futuristi. La morte bisogna ancora affrontarla a mani nude, e a cuore aperto, singolarmente, uno per uno, in singolar tenzone, ci dice Valerio. Ancora dobbiamo essere uomini, e invocare le forze, anzi la Forza (sì, sempre Guerre stellari), sentirla e credere in lei, e usarla soprattutto.
Ed ecco che la battaglia infuria, non c’è più giorno né notte. Vivere è entrare in questa mischia furibonda. L’illusione di scansarla, i miraggi e le promesse della Tecnica, si sfaldano come giganti d’argilla, evaporano come fantasmi. Valerio e i due fratelli sono i soldati, la truppa, la madre è il capitano (non ha una maschera antigas, ma una mascherina di ossigeno). Si assaporano i momenti di tregua, ci si fa forza a vicenda. Ecco la forza esiste, esiste perché viene sentita, ci scopre e ci abita, ci possiede. La invochiamo e entriamo in contatto con lei. (altro…)

L’ostinato amore di Umberto Piersanti. Nota per il suo compleanno, con un inedito

(foto di Giandomenico Papa)

Era già chiaro dagli inediti pubblicati nel fascicolo di giugno 2018 di «Poesia» (n. 338) che la più recente fase della poesia di Umberto Piersanti fosse caratterizzata da una frammentazione interna della propria voce, una sorta di parcellizzazione, atomizzazione del proprio percepire, del proprio dettato, quasi egli volesse isolare in questo modo momenti unici del vissuto passato, singoli episodi, anche lontani, per ricostruire una memoria altra, diversa. Perché è innegabile che il ricorso alla memoria, messo in atto oggi da Piersanti, sia un ricorso sui generis, volutamente incanalato all’interno di un discorso che in realtà è rivolto al ritrovamento delle tracce di sé nel tempo attuale. E ciò non dovrebbe destare stupore nel lettore di Piersanti, perché apparteneva già alla poesia dell’esordio – datato 1967 – questo procedere attraverso la lente dell’esperienza, della narrazione del ricordo; questa costituzione di una personale mitografia entro la quale agiscono figure che simboleggiano il patrimonio dell’oralità tramandata con lo solo scopo di preservare una cultura insidiata dall’esterno chiassoso, come lo fu il bisnonno Madìo. Solo che ora questa funzione “ancestrale” è riservata a sé stesso.
Scrive Daniele Piccini che l’universo di Piersanti è immerso «progressivamente, e con maggiore evidenza, nella nebbia di un tempo che lo sfoca, che lo fa apparire balenante e malfermo, quasi immagine fantastica cavata da una camera interiore delle meraviglie» («Poesia», n. 338, cit., p. 52); e in effetti sia ha pure la sensazione, leggendo gli ultimi testi, ai quali appartiene a pieno titolo anche l’inedito proposto alla fine, di entrare in un mondo fantastico, altamente allegorico, e quindi non solo allusivo, dove la fa da padrona la memoria, con tutti i suoi «inganni prospettici» – ancora Piccini –, non ultimo quello di un’immagine di un passato edenico, costantemente messo sotto assedio dalla storia. I ricordi d’infanzia, l’infanzia felice, non nascondono la minaccia degli anni di guerra, che insidiavano i sentieri boschivi delle amate Cesane; l’ortus conclusus eternamente minacciato dall’insania umana, di virgiliana memoria, con la mediazione di Pascoli, sempre presente in Piersanti, fino all’attuale frammentazione ritmica del verso, è non solo rifugio ma punto costante di osservazione; perché il poeta è vigile, non è isolato dal mondo.
Sono i luoghi perduti – “persi” come nel titolo della raccolta del 1994, o come pure le anime del recente libro di racconti pubblicato per Marcos y Marcos (vd. qui) – a costituire i punti di una tavola cartografica dell’esistenza: dalla rievocazione dell’amata madre, fino all’inarrivabile figlio Jacopo, chiuso nel suo mondo, chiuso nel suo autismo, eppure, come Piersanti dice proprio in una delle poesie pubblicate in «Poesia», sempre parte della sua dolorosa «bella famiglia/ d’erbe e animali»; ed è certamente sintomatica la citazione, senza dislocazione, del verso foscoliano da Dei Sepolcri, perché tenta di ricostruire un ordine là dove governa un altro ordine che non include. Ma è la poesia di Piersanti a essere inclusiva, perché abbraccia l’universo, ogni individuo e ogni manifestazione della natura, nel suo sguardo. Quanta parte abbia in tutto ciò la lezione di Leopardi non sta a me dirlo. Spetta sempre al lettore ricomporre ogni tessera.

© Fabio Michieli

 

Campi d’ostinato amore

I cori che vanno eterni
tra la terra e il cielo,

ma tu li ascolti
Jacopo quei cosi?
ho visto
il falco in volo
con la serpe
trafitta nella gola
dai curvi artigli,
l’estremo pigolio dell’uccelletto
che la biscia verdastra
afferra e ingoia,
tra i rami non s’aggirano
le ninfe,
un giorno le incontrai
in remoti boschi,
l’assurdo poco oscura
nevi e foglie
non scolora i bei crochi
nei greppi folti,
ma il tuo male
figlio delicato,
quel pianto che non sai
se riso, stridulo
che la gola t’afferra
più d’ogni artiglio,
questa bella famiglia
d’erbe e animali
fa cupa
e senza senso
e dolorosa

siamo scesi un giorno
nei greppi folti,
abbiamo colto more
tra gli spini,
ora tu stai rinchiuso
nelle stanze
e il mio ginocchio che si piega
e cede
a quei campi amati,
d’un amore ostinato,
sbarra l’entrata

aspetto i favagelli
del febbraio,
tiepidi contro il gelo
sbucare fuori

febbraio 2017
(«Poesia», n. 338 [giugno 2018])

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Villa Dominica Balbinot, dalla raccolta inedita “… E tutti quegli azzurri fuochi…”

 

DALLE NAVATE DEGLI ALBERI GERMOGLIANTI

…Dalle navate degli alberi germoglianti
( si stendevano belle e lucenti
nei lunghi giorni perfetti)
si arrivava alla tacita linea di acqua,
l’innominata acqua scura,
un assoluto solitario
quasi sotto l’orlo angusto…

Dopo il crepuscolo azzurro
la notte era molto tranquilla,
e quei morti intorno a lei
nella loro innominata carne ferita
erano sostanziali misurati e preziosi
capaci di movimenti lenti e terribili.
Tra sofisticherie e sottigliezze teologiche
lei aveva una espressione di fredda
– e pensosa- riservatezza,
nelle possessioni – tutte sue –
( e dopo il macello geometrico)
Tutto l’incesso
per quella strada ardente
era astratto e scabro
come la camera dei suicidi in un albergo
e il cielo si era rannuvolato intanto,
striato dai cardati fili colore di seppia,
che erano sul punto di precipitare.

 

QUEL CIELO ERA- ALLORA- BLU COBALTO

Era una strada meravigliosamente silenziosa:
quel cielo era blu cobalto,
allora allo zenit…
(troppa erba, troppi fiori, – e di un profumo troppo soave,
con troppa luce,
in uno splendore selvaggio.)
(Ora ovunque vi è qualche particolare,
di quello stesso orrore)…
Il suo è un segreto canto funebre,
canta alle rovine proibite,
– a quella perversa struttura tutta,
raccoglie i dati impuri,
le
micidiali arsioni:
la lingua è tutta inventata
pietosissima
,
lei è lirica- è crudele-
(Quel sontuoso colore vermiglio,
quel riflesso purpureo…).
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L’innata cura dei viventi: una lettura di “La vita inoperosa” di Marco Caporali (di G. Ghiotti)

A sei anni dall’uscita di Tra massi erratici, Marco Caporali – l’animo più gentile, lucido e appartato della poesia italiana contemporanea – ha pubblicato per le Edizioni Empirìa, che fin dal 1991 accolgono i suoi lavori, forse il suo più importante libro di poesie. Il titolo, bellissimo titolo, è in qualche modo emblematico, La vita inoperosa, ma sulla presunta “inoperosità” della vita tornerò più avanti.
Vorrei partire invece, per addentrarmi in una possibile lettura di questo libro che è il più solido e denso dell’autore, da un verso di Caporali che mi ha spiazzato, incantato, e guidato nella comprensione dell’opera. C’è un’espressione che sarebbe stata un titolo altrettanto esplicativo e centrato, “l’innata cura”, cito dal testo: «Innata la cura/ che ogni vivente a se stesso riserva.»
Mi sono domandato quale fosse – cosa fosse – questa innata cura. Provo ad approntare una risposta: l’innata cura è quella che si profila oltre la soglia di una lingua condivisa, quella che crea una compartecipazione empatica nell’animale, nell’uomo, nella natura tutta.
L’empatia, la pietà per il creato (che ha cura di se stesso e questo libro ne è in una certa misura la prova) nasce, sembra dire il poeta, quando «s’incontra qualcosa che è in te/ con altro da te.» È un’energia potente che si sprigiona, e che, ad andare a cercarla, ritroveremmo in un ipotetico dizionario affettivo della natura sotto la voce “felicità”.
Vi è dunque un legame quasi simbiotico, una relazione innegabile tra l’occhio poetico che osserva e il mondo umano e bestiale che offre al poeta il nudo spettacolo di sé, la nudità scabrosa della vita. In questo, ci troviamo in una zona limitrofa all’esordio di Caporali, Il mondo all’aperto: «Il mondo all’aperto mi guarda». Ma ora, nella Vita inoperosa, è il poeta che guarda al mondo, un movimento reciproco e contrario. E cosa osserva? Non il tutto, ma solo quel che desidera, ciò che servirà alla sua poesia. Il mondo necessario alla sopravvivenza della sua opera. (altro…)

“Hotel Dieu” di Irene Santori: l’autobiografia degli altri (di S. Piersanti)

«Ma se ti svegli/ e hai ancora paura/ ridammi la mano,/ cosa importa/ se sono caduto,/ se sono lontano?», cantava Fabrizio De André, prigioniero, umanissimo e innamorato in quell’Hotel Supramonte del 1981.
E non meno umana e innamorata, non meno prigioniera, è Irene Santori nel suo Hotel Dieu (Empirìa, 2015, 82 pp., 14 €). Una prigionia, però, che è troppo affine alla libertà per essere sofferta e basta, subita e basta, una prigionia che, in fondo, è quella stessa della vita – della morte: medaglie le cui facce sono sempre interscambiabili, mai distinguibili.
Attingendo alla propria esperienza biografica, carica di date e nomi, d’incontro e di contatto, di facce e di segni tutti umani, la propria esperienza biografica di madre e donna, di amata e d’amante, quindi di figlia e poi di amica, Santori tesse e intaglia frammenti di versi, senza censurare il proprio vissuto e, soprattutto, senza indulgere mai in inutili spiegazioni, falciando via ogni elemento, fosse anche dato “necessario”, che possa indebolire la poesia. Pur lasciando trasparire qui e là l’occasione, ora annotata, esplicita, ora allusa simbolica, Santori si svela e si ri-vela in maniera fulminea, improvvisa, a ogni nuova pagina, costantemente in medias res, senza darci coordinate e senza guida, come se quel vissuto, quel contatto e quell’incontro, quel dolore o quella gioia, quel canto o quell’amplesso, quell’emozione o quel ricordo non possano che essere anche i nostri.

Quartina del giorno prima

bagno le labbra alla tua congiuntiva,
“portala a casa adesso, ciao Gaetano”.
Oh filo d’acqua, fune di saliva,
mio aquilone del mio cuore in mano (p. 59)

Eccolo, dunque, lo specifico stilistico (e linguistico) di Santori: un dettato senza inizio né fine, eterno intermezzo (ogni tanto cadono sulla pagina bianca, o da essa fuoriescono, senza riferimenti e senza esplicite connessioni, alternandosi alle riproduzioni fotografiche delle opere del pittore Vasco Bandini, piccoli sintagmi, lettere clandestine, frantumi di discorso la cui origine, naturale e incomprensibile, ricalca quella stessa della vita), grido o notazione, canto del cigno e al tempo stesso primo vagito. E il poetare si propone allora come un istintivo, ripetuto rimettersi al mondo, ogni volta diverso e però legato a una memoria che più che passato è innanzi-nascita, se le parole hanno la morbida viscosità d’un cordone ombelicale («Semichiusa sulla mia pazienza/ rovesci la lingua nel suo aldilà/ di lemmi morsi// ma io stanotte li ho sentiti/ come acqua uscire dal mio orecchio», p.39), e se l’occhio di Santori, stupito e insieme cosciente, meravigliato e insieme consapevole, sembra fissarsi sulle cose, sui visi, sui corpi e in realtà ne osserva l’ombra e l’impronta, l’odore e la traccia: la scia che chissà da quanto esiste, chissà da dove viene:

Autoritratto

volto della preda
poggiata verso
le scuciture,
mi guardi inetta mandorla
appena prima del sasso

e da lì
a tratti albeggi
mio sogno quadrisillabo,
nonverde
nonvedente
avanticristo (p. 10)

Tutto, così, si tiene, tra scosse e sussulti, frane e ricongiungimenti (della lingua e del pensiero – dell’essere: «a me a me almeno/ almeno un amen,/ una mano lungamente a pelle;/ nome, vena della mia suzione,/ vengo a emmaus da gerusalemme;/ emme enne elle a/ emanuela/ emofilia/ ema a me/ meno/ m/ ale», p.26), in una condizione di costante precarietà che s’affaccia alla mente del lettore talmente, però, famigliare, da risultare in definitiva totale stabilità. Come la Terra ormai spaccata ma che in sé mantiene ancora e ancora i segni della Pangea, Hotel Dieu è così il tutto e le sue parti, linea di confine e continente. Trapasso e nuova vita:

Allora vedo chiaramente,
risalire su dai pozzi le bambine
bruciate vive dai fidanzatini
e scendere per me dal ronzio delle lune
il sovrano imperio dei tafani
che strofinano le zampe seghettate sui portali,
soffiano
e asciugano il colore, soffiano
emanano decreti:
“vietato mettere
le maglie di lana ai defunti…” (Dal greco, p.18)

E se Santori, poi, non ha problemi nel coniugare l’infinitamente complesso (la tradizione biblica: «eis ton/ kolpon Abraam», p.19) e l’infinitamente semplice (il petèl di una bimba: «Àmina mia àmina tanta/ reggi il buio in questa stanza…», p.29; o il rock dei Nirvana: «hello, hello, hello, how low?», p.35), allora si compie sul serio, questo gioco di opposti e di cesure, di sovrapposizioni e identificazioni: una privatissima autobiografia si trasforma nella più pubblica delle dichiarazioni e lei, la poetessa che scandisce “io”, ci si mostra infine per quello che davvero è: una sineddoche dell’intera umanità.
Noi, così, umani di ieri di oggi di domani, di sempre o di mai, ci ritroviamo, al di là del tempo e della storia («mano mano/ nati adulti rientriamo/ nella mona di abramo», da Tutt’uno, p.55), ospiti di questo Hotel Dieu, e non sappiamo come, quando ci siamo entrati, quale stanza occupiamo, se è camera ardente o sala parto, da letto o sagrestia, stanza degli specchi o degli orrori.

E come posso annuisco,
lenta affluente,
mallo che stinge,
a seconda, innocente,
che l’orlo esonda o deglutisce (p. 71)

Ma ormai ci siamo, e ci restiamo, e non possiamo uscire: ogni corridoio porta ancora dentro, ogni pagina è di nuovo ingresso. Soprattutto l’ultima, ché Hotel Dieu inizia davvero, come tutti i grandi libri, quando finiamo di leggerlo.

© Sacha Piersanti

Ostri Ritmi #20: Aleš Debeljak. A cura di Amalia Stulin

Riprende da questa settimana la rubrica Ostri ritmi di Amalia Stulin, per una terza stagione che ci accompagnerà qualche mese ancora alla scoperta di autori legati alla letteratura slovena.

Najemniški vojaki

Umiril se je veter v goricah. Vešča buta ob karbidovko.
Večer slabotno diha. Prošnja, neuslišana, v somrak izgine
ob brezbrižnosti boga. Mi od daleč gledamo, kako se od
pravil in nujnosti tresejo nasledniki mogočnega prestola.

Tu dinastije menjajo se v nedogled. Jug in sever, vzhod,
zahod: zvesto služimo. Slavolok prebodel je oblake. Ni sok
murve, kar lepi nam dlani. Ščite tesno stiskamo. V razkosani
deželi trta čaka neobrezana. Samo ugibamo, kako ji je hudo.

Langobardi, Skiti in vladarji Norika: v imenu tuje zmage smo
odpirali zaklade in lobanje. Za nami so ostale prazne jame.
Zdaj počivamo. Končana je naloga. Začeti znova je težko.

Tudi vid nas pušča na cedilu. Kar sploh lahko ugledamo, je
enostavni red predmetov. A to je malo, manj kot nič. Še
obrazov ne spoznamo, ko včasih luža nam nakloni lastni lik..

Mercenari

Il vento si è calmato tra i vigneti. Una falena sbatte contro la lampada.
La sera respira debolmente. Una supplica, inascoltata, scompare al crepuscolo
nell’indifferenza del dio. Noi osserviamo da lontano, come
tremano per il dovere e la necessità i successori all’immane trono.

Qui le dinastie si succedono all’infinito. Sud e nord, est,
ovest: serviamo fedelmente. L’arco trionfale ha trafitto le nuvole. Non è
succo di more che ci appiccica le mani. Stringiamo forte gli scudi. In un paese
smembrato la vite aspetta, non potata. Intuiamo solo quanto soffra.

Longobardi, Sciti e signori del Noricum: nel nome di vittorie straniere
abbiamo aperto tesori e crani. Dietro di noi sono rimaste caverne vuote.
Ora riposiamo. La missione è conclusa. Ricominciare è difficile.

Anche la vista ci abbandona. Ciò che possiamo ancora scorgere è
il semplice ordine delle cose. Ma è poco, meno di niente. Nemmeno
i volti distinguiamo, quando il fango ci rimanda le nostra stessa immagine.

 

Mesto in otrok

Noben stok, zares, ni brez namena. Le kadar arhangel
se nam prikaže kot v planini modri svišč, za bežen hip
morda spoznamo, kje stoji izbrana domovina. Ne bo zamrl
tvoj babilonski vrišč. Zato ne spijo pesniki. Naloga

zdaj se jasna zdi: to bo kronika in v njej bolečina.
Velika kot gruda ledenika, ki se topi. In preplavi
nasade maka in vasi, tarče v frizu vitkega portala in
razkošne gube turškega srebra: vsaka solza te poglobi.

Stojiš na skali, ki se ne premakne. Okrog tebe svet se
kruši v prepad. Ti piješ živo vodo. Črpaš jo iz ust
ljudi, ki s tabo dihajo. Zraven so kot dokaz, ko se

zjutraj spet rodiš. Kot tale pesem. Še malo in utišal jo bo
plaz. A tisoč odmevov se namesto nje pognalo bo v zrak.
Ker ljubezen, ki teče ti skoz žile, je seme, cvet in sad..

La città e il ragazzo

Nessun lamento, davvero, è insensato. Solo quando l’arcangelo
ci appare come una genziana blu in montagna, per un fugace istante
forse capiamo dove sta la dimora prescelta. Non si spegnerà
il tuo baccano babelico. Per questo non dormono i poeti. Il compito

ora pare chiaro: sarà una cronaca e in essa un dolore.
Grande come il blocco di un ghiacciaio che si scioglie. E travolge
campi di papaveri e villaggi, bersagli nel fregio di un portale slanciato e
sfarzose pieghe di argento turco: ogni lacrima ti scava più a fondo.

Sei fermo su una roccia che non si sposta. Attorno a te il mondo
precipita nell’abisso. Tu bevi acqua viva. La succhi dalla bocca
delle persone che con te respirano. Sono lì accanto, come una prova,

quando la mattina rinasci. Come questa poesia. Tra poco la valanga
la metterà a tacere. Ma al suo posto migliaia di eco si spargeranno nell’aria.
Perché l’amore, che ti scorre nelle vene, è il seme, il fiore e il frutto.

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Francesca Del Moro, La statura della palma

In copertina: Jara Marzulli, “Fior di pelle” (dettaglio), olio su tela, 80 x 120 cm

Francesca Del Moro, La statura della palma. Canti di martiri antiche, Edizioni Cofine 2019

Martirio e poesia: testimonianza, astuzia, scandalo, interrogazione inesausta, ferita aperta, prodigio d’amore. No, non è una mescolanza casuale di concetti contrastanti, fumo negli occhi per stemperare, annullandolo, il paradosso, per distogliere dalla temerarietà del filo rosso prescelto, dal momento che il martirio è divenuto a sua volta categoria abusata e martoriata.
Niente di tutto questo, bensì, in una sequenza in cui ogni elemento è intimamente collegato all’altro, un insieme di nodi e gangli, un universo di costellazioni di significato che brillano e illuminano, si illuminano vicendevolmente e schiudono alla vista possibili sentieri interpretativi.
Costellazioni, tutte, che si sono animate, nelle successive riscritture, di cui sono stata felice testimone, dell’opera di Francesca Del Moro, dalla stesura iniziale fino alla versione che si presenta qui a chi legge.
Il percorso tra i termini enunciati in apertura sarà dunque una breve ricostruzione del divenire di un’opera e, insieme, un tributo alla parola poetica che ne è scaturita.
L’itinerario comincia dunque con ‘testimonianza’, termine che intendo accostare al greco martyrion, al suo equivalente in una lingua che, proprio alle origini della Chiesa cristiana, comincia a diffondere con un’intensità non conosciuta prima questa parola e a conferirle una connotazione particolare, vale a dire “testimonianza di fede con il sacrificio di sé, con il proprio sangue”.
Nella raccolta La statura della palma sono tredici martiri dei primi secoli del cristianesimo a dare testimonianza, attraverso il loro canto, non solo di una fede vissuta con estrema consapevolezza, ma anche di una morte cruenta, frutto di uno scontro – l’amore e la “sete insondabile e perenne” di assoluto avvertiti come emancipazione totale dalla schiavitù da un lato, la repressione violenta del potere dai tratti esplicitamente patriarcali dall’altro – affrontato, da parte delle «tredici donne bellissime e dallo sguardo fiero» che narrano il loro martirio, con una capacità argomentativa non comune.
Comune a tutti i canti è una critica al potere patriarcale, non disgiunta – e, assieme alla cornice narrativa ideata da Francesca Del Moro, la visione di Maria, il riferimento bibliografico al Vangelo secondo Gesù Cristo di José Saramago è rivelatore – dall’idea di un Padre celeste autoritario e tendente alla scelta di soluzioni sanguinose.
[…] (altro…)

Antonella Palermo, La città bucata (rec. L. Manzi)

Di La città bucata, di Antonella Palermo, mi ha molto colpito il rigore compositivo dei testi ridotti alla loro scarna sostanza; tanto da riportarmi alla mente, per esempio, certa poesia di Cattafi o di Sinisgalli. Trovo perciò congruente, nei Ringraziamenti, il richiamo al metodo de «l’attesa, il millimetro, l’essenziale. Lo scarto da lavorare, quello da buttare» che dovrebbero appartenere a chiunque voglia cimentarsi con la scrittura poetica, ma che invece sono impegno sempre più raro in chi preferisce essere vezzeggiato dalla propria enfasi e inautenticità.
Un testo della raccolta che ho trovato emblematico in tal senso è:

Dovemmo rallentare l’auto
su strada interpoderale,
dovemmo immischiarci
a processione in corso
col tabernacolo caldo
sotto il manto dorato.

Lontano, sotto un olmo,
le puttane riavvolgevano la luna
nei collant…

dove sacro e profano, sublime e volgare, leggerezza e grevità si uniscono nel vero poetico e offrono un punto di vista che sollecita, allo stesso tempo, emozione e riflessione, senza voler trasmettere null’altro se non ciò che viene percepito all’istante per poi essere affidato al lettore attraverso subitanee condensazioni e lampi rivelatori. (altro…)

Claudia Zironi, Variazioni sul tema del tempo (rec. di G. Martella)

Claudia Zironi
Variazioni sul tema del tempo
Collana Versante Ripido, n. 2, 2018

Recensione di Giuseppe Martella

Ha ragione Paolo Polvani quando osserva, nella sua postfazione al volume, che in questa indagine sulle variazioni del tempo una presenza rilevante tocca anche allo spazio. Lo spazio come fondale delle vicende temporali vissute, pensate, evocate. Ha ragione, ma c’è di più, poiché qui si tratta anzitutto di una spazializzazione del tempo, intesa in molti modi. Quello della lingua, anzitutto, che cerca di ridurlo ai propri rapporti interni (o logoi), di ricondurre cioè l’intrattabile flusso dell’esperienza singolare a certe aree semantiche e concatenazioni logico-sintattiche, per trasformarlo infine in un “racconto” condivisibile (Ricoeur). Quello del linguaggio poetico in particolare che, a partire dalla spaziatura grafica del testo sulla pagina, cerca di cogliere, nella misura del verso, la specifica curvatura del tempo nell’evento ricreato, per tradurre l’ineffabile singolarità di ogni vissuto agli scarti meditati dell’idioletto poetico. C’è poi il tempo della psiche, certo, che lo vive come scenario di vette, spianate e precipizi, sentimenti di euforia, quiete o angoscia. E quello della storia, che si dispiega in mappe e racconti, lasciando però fuori campo (e per lo sguardo degli angeli) una scia di rovine. Infine c’è il tempo della fisica, che tenta di ridurlo a curve di probabilità, equazioni differenziali, calcolo statistico, per non dover soccombere alla vertigine delle galassie in espansione, all’attrazione fatale della materia oscura che spegne la luce o ai paradossi temporali del big bang.
Quello della “luce” che tenta disperatamente di emergere dall’orizzonte profondo degli eventi per svelare volti e profili, corpi e ombre, realtà e chimere, costituisce uno dei temi portanti di questa raccolta e un tratto decisivo della sua Stimmung. Volti e profili, immagini e corpi, anche solo desiderati o costruiti per ipotesi, more geometrico, come per obbedire a una sorta di progetto ontologico – una sintesi a priori della pulsione e del logos, quella fusione di pensiero e sentimento che T.S. Eliot attribuiva ai “poeti metafisici” inglesi del Seicento (che erano ancora in grado di «sentire il loro pensiero come il profumo di una rosa»), ma naturalmente trasposta ai giorni nostri e nel nostro linguaggio usurato (inflazionato, profanato), nelle nostre sfinite grammatiche della creazione, nelle nostre rime che non tengono, sfiancate dalla pletora di echi ingombranti che costituiscono lo stigma di ogni epigonismo, l’impronta dell’eccesso di storia nel linguaggio. Si tratta dunque di un’impresa ardita e oggi più che mai improbabile, quella di «rinnovare il dialetto della tribù», di ricostruire una sorta di Ursprache in grado di far scaturire (ora, ancora, sempre) il Logos dall’Eros. Per cui leggiamo: «Cosa potevamo fare/ quando fummo sete consumata/ lasciammo esauste/ gocciolare le parole/ l’impossibile, nel buio, la dimora/ di come fusi in una razza/ estinti di carezze/ senza poterci toccare./ inventammo/ per amarci, il pensiero.»
I versi brevi, rotti, ineguali, le rime imperfette, la domanda retorica protratta, rendono anche a livello strutturale la natura ambigua dell’Eros, figlio di Poros e Penia, dell’abbondanza e della povertà, (Platone: Simposio), quella carenza costitutiva che lo spinge alla ricerca del rapporto con l’Altro e dunque al miracolo della creazione di un cosmo e dell’invenzione di un logos. Questo è solo un esempio che può dare l’idea dell’impianto di questo discorso poetico, della dimensione cosmo-logica in cui si muove e in cui ci invita a recepirlo. Un discorso svolto con coerenza da una sezione all’altra e che culmina felicemente, mi pare, nell’ultima sezione Diacronie, dove l’allocuzione del sottotitolo ricapitola per noi l’intero piano della silloge: «Attraverso il tempo: progetterò per te un campato senso». Per te «hypocrite lecteur, mon semblable, mon frère» (Baudelaire). (altro…)

Davide Zizza, Ruah

 

Davide Zizza, Ruah. Prefazione di Enrico Testa, Edizioni Ensemble 2016

Ruah, psyché, respiro e alito, soffio vitale, Atem e Hauch: in principio, bereshit, era il soffio. Quello spirito «che aleggiava sulle acque» è percepito, raccolto e trasmesso da Davide Zizza in Ruah, e giunge, così, ai sensi destati alla parola.
«In principio fu il verso»: la solennità dello slancio, l’ardire del paragone offrono il braccio, nello stesso componimento dall’inizio tanto affermativo da sembrare perentorio, alla volontà di farsi da parte «per fare spazio», alla decisione di ritirarsi per vivere nel soffio divino.
Ruah, come ricorda Enrico Testa nella prefazione, è parola ebraica che racchiude più significati: soffio, vento, respiro, spirito. È spirito, aggiungo in riferimento alla raccolta di Davide Zizza,  che induce a cantare lodi anche nel tempo del dolore, e del dolore straziante, a cogliere il respiro e, come scriveva Paul Celan, anche la Atemwende, la svolta del respiro: «Dichtung: das kann eine Atemwende bedeuten» – così Celan, vale a dire: «Poesia: questo può significare una svolta del respiro».
Sul legame profondo tra respiro e poesia interviene, già dall’epigrafe e sempre dall’area di lingua tedesca, Rilke dei Sonetti a Orfeo: Respiro, tu invisibile poesia! (Atmen, du unsichtbares Gedicht!), a rendere ancora più chiara l’apertura a più costellazioni, a più dimensioni, a più universi disegnati da parole-luoghi (dal testo del componimento rilkiano di cui è riportato il primo verso: “spazio del mondo”, “contrappeso” “onda unica”, “mare crescente”, “venti”, “aria”. “curvatura e foglio delle parole”).
Cercare e ricostruire la parola (proprio come fa chi legge la Torah, qui evocata sin dal titolo della raccolta; ricostruire, quindi, come chi sempre interpreta), è impresa che può sfiancare, spezzare il respiro, annullarlo, perfino, in apnee nelle quali si affronta il rischio fatale, vale a dire che esso ricada nell’afasia, oppure nella mendacità o , ancora, nella totale insufficienza della parola del poeta-interprete.
E dunque, dopo In Principio e Ruah, è La chute, la terza delle cinque sezioni della raccolta (le altre due portano rispettivamente i nomi Calda stagione e Metapoetica), a farsi incontro a chi legge. La caduta – non solo cacciata dall’Eden, ma discesa agli inferi – diventa qui, tuttavia, occasione di scoperta, di conquista di una ‘visione dal basso’ che si pone come complementare alla tensione verso l’infinito.
Nonostante il rischio fatale, che si corre con consapevolezza e non con insensata temerarietà, c’è una tenacia della ricerca che non si ferma dinanzi ai battenti del mistero. Chi legge percepisce il frutto di questa provata tenacia.
Respiro e pausa e svolta si manifestano, con particolare risalto, nell’arte spirituale per eccellenza, la musica, che in Ruah oltrepassa ampiamente, in diversi componimenti, il semplice ruolo di sfondo e di cornice (La musica del BereshitChopin, l’insetto e Einstein; Pasqua; Winter Sunday). La musica detta il ritmo, invece, suggerisce la cadenza, imprime ‘il’ soffio della creazione e, allo stesso tempo, orchestra la testimonianza di fedeltà a un altro mistero, quello dell’umano: «Non svelare l’umano, accennalo./ Non tradire l’umano, accarezzalo./ Affascinalo. Amalo.» (Fascinazione).

© Anna Maria Curci

 

«In principio fu il verso»,
il respiro creatore, il ritirarsi di Dio
alle sponde dell’infinito.
Farsi da parte per fare spazio.
Così se ti osservo e respiro il tuo nome,
così senza prendere spazio
mi ritiro per vivere nel tuo soffio.

 

La musica del Bereshit

Prima fu silenzio. Il tempo non scandiva nessun ragtime umano.
Non c’era la nota che dava l’attacco per il concerto.

C’era solo un principio senza violino. Senza pianoforte.
Senza shofar. Era solo un caotico silenzio: di morte.

Poi un soffio. Un lungo soffio portò l’amore.
Una lunga nota profumata portò l’ordine e la chiara geometria.

Il canto degli alberi e dei campi allietò il cuore.
Cominciò ad esistere dal nulla lo spartito. Il decagramma.

Tutto fu. Nella musica della Creazione.

(altro…)

Amelia Rosselli: ‘Pastiche per Ferruccio’ e un inedito

Oggi ricordiamo Amelia Rosselli nel ventitreesimo anniversario della sua scomparsa, l’11 febbraio 1996. Come redazione proponiamo due poesie: una poco conosciuta e l’altra inedita.

[Pastiche per Ferruccio]

Come
se da tanta autobiografia, nascesse il
parto delizioso, delle cose friabili

se dal riottoso incontro con la specie
tutto ciò che è imperfetto e colpevole
voglio io recitare,

fallimentare realtà
o paura dell’ordine,
con fusione soffusa

d’amore poter restituire ai miei persi
soldati l’impero intero del vivere!

Vorrei che
mi si salutasse con gran fragore o che
un attonito silenzio fatto di stupore

corrugasse la fronte a quei bifolchi.

.

Luce bianca livida o viola
è ciò che resta
dopo tanti lividi sonni
tante piccole cupole.

Si desta per ricapitolare
poi si mangia vivo
di vuoto o stizza
sempre in lizza.

Ha fratelli giocondi
sono chiari e non bui.

Ma buio s’è fatto
nel mio cuore evanescente
indisciplinato maestro
della poesia.

Il sonno picchia
duro sulla porta
i miei occhi giacciono
ballocchi in terra.

Sono viva come può
un morto essere desideroso!

È colpa di te
che ti arrangi
a colpi di scure
stravvolgendomi.

Mi hai assassinato il cuore
e la mente s’arrabatta
senza cuore!.

Nota di lettura

La prima poesia, esclusa dalla raccolta Documento e datata marzo 1968 secondo la ricostruzione di Amelia Rosselli in Una scrittura plurale, raccolta di saggi a cura di Francesca Caputo (Novara, Interlinea, 2004), è intitolata Pastiche per Ferruccio. La seconda, senza titolo, non è mai apparsa prima, neanche nel Meridiano dedicato ad Amelia Rosselli. Entrambe sono tratte da «Quotidiano Donna», Anno IV, n. 6, 20 marzo 1981. Lì furono pubblicate senza titolo insieme a Diario ottuso, allora inedito anch’esso.
La trascrizione di Pastiche per Ferruccio proposta in rivista risulta infedele rispetto a quella del volume del 2004; si è deciso pertanto di rispettare la più recente, basata su materiali d’archivio, considerando anche l’articolo di Fabrizio Miliucci, “Cosa ho voluto fare scrivendo poesie?”. Autodeterminazione e assillo metrico in Amelia Rosselli, apparso nella rivista «Incontri», Anno 30, 2015, Fascicolo 1, pp. 13-22. La seconda invece presenta una proposta di edizione.
Entrambe le poesie apparvero all’interno di un articolo-intervista voluto da Adele Cambria, un pezzo originale che sarà proposto sul nostro blog nel pomeriggio.

(AT)