Di Omar Suboh
«Pensi al tuo nome, Cochiti, tuo padre ti chiamava Cochiti non Tichico, Cochiti che non è la stessa cosa di Tichico, il senso il suono cambia, come il tuo viaggio per esempio, oggi che è il ventinove aprile, oggi che parti per lasciare questa città gremita questa città ordinata segnata dai filari di alberi balconi lampioni tutti uguali, per abbandonare questa grande casa».
Dopo una vita di remissività arriva il momento di abbandonare il proprio paese d’origine, per un lungo cammino a piedi. Il protagonista etereo di questo nuovo romanzo di Mariana Branca è un monaco contemporaneo, che si muove attraversando l’ambiente con le stesse frequenze di un doom–drone, che cammina e medita su tutto: la vita vissuta, la fede, il libero arbitrio, il lavoro, le strutture sociali e il potere, l’ambiente. Si chiama Tichico, come il santo che si festeggia il giorno della sua nascita, lo stesso che ha contribuito all’opera di evangelizzazione dell’Apostolo Paolo, ma che viene sempre chiamato Cochiti dal padre, «anagrammando». È alla ricerca dell’oblio, forse, lo stesso indotto dalla musica, l’unica in grado di connettere la psiche in uno stato di trance, diretto in un viaggio verso il principio, dove tutto ha avuto inizio, allo stesso modo in cui la doom–drone ricerca il suono originario, la sillaba sacra che ha scandito la musica della creazione, l’Om, secondo la rappresentazione delle dottrine vediche: il ronzio che crea l’universo.
La voce del protagonista detta fuori orario quello che la mente ha filmato e ricorda, come guidato da uno spartito invisibile, ma che risuona di una musica tutta interiore. Così come la scrittura di Mariana Branca è una prosa musicale, la stessa a cui ci aveva preparato con il suo primo romanzo, Non nella Enne non nella A ma nella Esse, pubblicato sempre per Wojtek nel 2022, libro che non si limitava a raccontare la storia del musicista e compositore Nicolas Jaar, ma che dispiegava, al ritmo di ottanta bpm al minuto, la natura dei legami: la vicenda di un’amicizia profonda sullo sfondo della storia della Techno e della musica Trance. Nel suo secondo lavoro la musica è fatta direttamente suonare da Tichico, Cochiti, che si muove come un sonnambulo nella notte oscura dell’anima, la stessa che lo spinge a trovare il segreto ultimo di tutte le cose: perché non c’è nulla di più prossimo alla metafisica della musica. I suoi passi possono essere visualizzati, non soltanto ascoltati, infatti, a ogni inizio di capitolo appaiono delle linee come frequenze radio, o le stesse di un elettrocardiogramma, sono la rappresentazione grafica del percorso che viene condotto al contrario, ovvero di chi ha deciso di maturare verso l’infanzia, come nella poetica di Bruno Schulz, dopo una vita di sacrifici e di rinunce.

Quei passi sono come le sonorità più accessibili, le stesse che per il critico musicale Harry Sword custodiscono un segreto, come a voler rimarcare ulteriormente la profonda corrispondenza che lega il macrocosmo alla musica. Tichico percepisce con l’orecchio dell’anima la radiazione cosmica di fondo, il suono dell’universo in espansione, l’esplosione che coincide con la deflagrazione di tutto il suo vissuto, di quello che era e che non è più, ma che sarà, ancora e ancora. Dei suoi passi nei boschi, perché «la foresta è un ecosistema» come scrive Gilles Clément nel Manifesto del Terzo Paesaggio, possiamo ascoltare il riverbero acustico, un suono che va oltre lo spazio e il tempo, cammina come sotto ipnosi, allo stesso modo in cui i suoni bassi e ripetitivi pare che disattivano le funzioni cerebrali dell’emisfero sinistro, generando stati di trance: «è musica questa? Gli uccelli il vento, la montagna suona, la roccia il Re di Pietra suona una musica che entra che esce da me, che mi stacca da terra, mi isola mi allontana mi porta sull’ala di uccelli che non conosco, sul vento che mi passa attraverso. Un sasso che suona sospeso».
Quello di Tichico è un rave silenzioso,
condotto nella solitudine estrema della sua esistenza, a tu per tu con gli spettri della sua vita – e molteplici sono gli spettri che incontra e con cui imbastisce dialoghi filosofici, da William Burroughs, passando per Tommaso Landolfi, Sant’Agostino e Tyler Durden ecc. –,
e la sua passeggiata al contrario è la via verso una trascendenza primordiale,
raggiunta attraverso la pazienza della ripetizione,
la stessa che è necessaria per raggiungere l’orgasmo secondo Ravi Shankar.
In un mondo di sintetizzatori, perché anche la musica è il riflesso dell’evolversi del mondo e della sua téchne, l’alienazione la fa da padrone nella vita industriale, così la riflessione sul lavoro in fabbrica diventa profonda meditazione attraverso le parole di Paolo Volponi, compositore di filastrocche tra una pausa e l’altra in fabbrica: «Nel momento stesso in cui lasciavo cadere le parole, quell’angolo buio si gonfiava e diventava sofferenza». Nella dimensione dell’occulto in cui Tichico si muove, perché legge la natura come una partitura costellata di simboli da decifrare, ogni cosa si (ri)scopre collegata all’altra, e quei suoni ripetitivi che credevamo differenti nelle loro modulazioni, in realtà, non sono mai cambiati, ma siamo noi a esserlo nel frattempo. L’avventura di Tichico è la storia di chi è uscito da sé stesso, e si lascia attraversare dalle cose, dalla natura e dalla sua visione – gli uccelli e i loro suoni: Astore, Gheppio, Poiana, Fagiano di Monte, Nibbio o Bruno, Gipeto, Aquila reale; dalle sue forme molteplici, quelle degli alberi: lecci, querce, ilatri sottili, tassi, pioppi, poverelle, aceri, olmi montani, corbezzoli, ginepri, lentischi, e ancora: carrubi, olivastri, ginestre; le piante: il Gramignone, la Malerba, il Dente di Cane, l’Achillea, la Romice, il Farinaccio ecc. –: cullati da una sospensione che ci strappa dalla nostra percezione ordinaria della realtà, allo stesso modo in cui i feti all’interno del ventre materno sentono i suoni simili a quelli prodotti da un drone, questa è la musica di Tichico, quella che stiamo ascoltando, leggendo, con lui: la musica della Rinascita, mentre anche noi, con lui, stiamo cambiando a ogni istante.
È la musica la vera protagonista del libro, l’autentica oggettivazione della volontà, come per Proust che legge Schopenhauer. Il filosofo, uno degli spettri incontrati da Tichico, scriveva che «se riuscissimo a riprodurre per via di concetti quanto la musica esprime avremo insieme ottenuto, per via dei concetti, anche una soddisfacente riproduzione o spiegazione del mondo, che sarebbe la vera filosofia». Le orme lasciate nei boschi sono il contrassegno della sua presenza nel mondo, così come le tag lo sono in un muro, atti che se condotti con una certa ripetizione diventano esercizi spirituali.
E il velo di Maya, che ricopre tutte le cose, viene sollevato per consentire di riplasmare tutto ciò che ci sta intorno: «Tu parti per la tenerezza di questa penombra che non è notte non è giorno, tu parti per l’inanimata pace delle cose che hanno un nome ma nessuno lo pronuncia».
Mariana Branca nasce in Irpinia, dove torna quando può a fare delle lunghe passeggiate nei boschi. Quando era piccola scriveva racconti che non faceva leggere a nessuno. Nel 2022 ha esordito con Non nella Enne non nella A ma nella Esse (Wojtek), finalista della XXXIV edizione del Premio Calvino. Nel 2024 ha vinto la XII edizione del Premio Zeno, sezione racconti lunghi, con SUUNS. Ha scritto racconti per riviste come «Eterna», «Lo Spazio Letterario», «Quaerere», «Succede Oggi», «Turchese», «biró», «Nazione Indiana», «Sud», «micorrize» e altre.
In copertina: van Milev, Rifugiati, 1926

