Ogni ricerca interiore genera caos: Il figlio delle sorelle, di Leonardo Luccone (a cura di Maria Teresa Rovitto)

Il figlio delle sorelle, di Leonardo G. Luccone, è un romanzo che si pone su una soglia.
La soglia non è confine, linea, il più delle volte ostacolo, ma un intero spazio fondato sul transito nel quale, data l’ampiezza, molte zone possono restare in ombra per chi attraversa. Lo spazio in cui determinate condizioni devono verificarsi per oltrepassare da uno stato a un altro dell’esistenza; un cambiamento che esige dal protagonista di tornare con la memoria nei luoghi noti con la sfida, questa volta, di trovare le parole giuste per raccontarli davanti a un testimone che si aspetta di ascoltare una lingua paterna.

«Per prendersi cura di qualcuno bisogna raccontare la sua storia, anche solo un pezzettino. Molti credono che le storie debbano essere dette dall’inizio alla fine, in bella copia, nel modo più preciso possibile. Sarà che sono negato…penso che il tempo vada sparpagliato su un lenzuolo lunghissimo (non infinito, d’accordo, e nemmeno eternamente lungo – a dieci piazze) e ci possano essere centinaia di divagazioni. Tanto quelle che contano sono le dominanti, esplicite o no». 

Il protagonista è dunque consapevole di questa perdita, di questo scarto a livello narrativo tra ciò che realmente accade nella vita e quello che si racconta, ma la stessa voce narrante è solo uno strumento nelle mani del narratore, forse il punto di incontro tra autore e lettore. Proprio a quest’ultimo è richiesto di essere parte attiva nel processo di ricostruzione di questa storia; il più delle volte si farà un’idea per poi vederla vacillare o avere, forse l’illusione, di trovare conferme.
Il romanzo è formato da tre parti (La salita, La discesa, Convivio) ed è la storia di una disgregazione familiare avvenuta intorno al progetto di genitorialità coltivato da una coppia ormai adulta, biologicamente fuori tempo massimo, il protagonista, che non ha un nome, e Rachele, legati da un rapporto ultradecennale che finisce nei primi anni del nuovo secolo, qualche anno dopo la nascita della figlia, quando lui deciderà di abbandonarle. Andare via. Ma il giudizio nei suoi riguardi viene sospeso con l’emergere della sofferenza vissuta intorno alla scelta di diventare genitore, il manifestarsi di un’inquietudine davanti a questa sorta di domanda esistenziale obbligatoria che oggi, alla luce del progresso tecnologico, si impone forse con maggiore vigore, avendo la possibilità di sottoporsi alla τέχνη (téchne) che non fa che portare agli eccessi la natura umana. Allora, perché andare contro natura? Una scelta, in ogni caso, sempre più ponderata, non soltanto a causa di dubbi che assediano l’intimità, ma anche della mancanza di una politica responsabile della natalità, con il risultato che, in entrambi i casi, l’intero percorso può diventare un’agonia, dare un senso di inadeguatezza. Si procede per tentativi, si abbracciano stili di vita più salutari, ci si affida alla scienza o si cede alla divinazione come la protagonista di Maternità di Sheila Heti che cerca risposte nell’I-Ching.
La narrazione ne Il figlio delle sorelle si avvita sull’ambiguità di questa fase, porta il lettore a chiedersi quanto di personale resti in una risposta che sembra non poter non subire le influenze esterne, pressioni della società e della famiglia che reiterano convenzioni, ma anche dello stesso partner, con il quale, a un certo punto, l’idea di equilibrio e di serenità può non coincidere più. La perdita di coordinate, la fragilità della sfera affettiva e il tema stesso della sterilità sembrano restituire una sorta di impotenza dei due soggetti in relazione, di loro come coppia, verso il mondo.
Si apre allora sotto gli occhi del lettore la faglia delle asimmetrie nelle relazioni e si intuisce che su questa coppia agisce il peso di un passato oscuro, segnato dalla compromissione della salute mentale del protagonista. Anche grazie all’ascolto delle voci nella sua testa apprendiamo di questo passato, ma non possiamo che mettere insieme dei frammenti di quell’esperienza, deformati da una costante trasfigurazione della realtà. Intanto la moglie ha creduto nella sua guarigione e forse è sufficiente per andare incontro al suo desiderio di maternità. Si procede allora per compensazioni, ricatti e riscatti e sembra che a ciò si aggiunga un ulteriore tormento, capire quando e come tutto questo sia iniziato, quando la vita ha preso ad accadere senza di lui e a dare luogo a una serie di eventi, di azioni, come facendo a meno di una sua reale presenza, fino all’atto stesso della procreazione.
Ignoriamo le circostanze dell’atto riproduttivo (accoppiamento, inganno, scienza, consapevolezza, la lista del nutrizionista, la commedia, il tempo dei lupi si confondono) come a voler sottolineare che la meccanica che lo ha reso possibile non conta; a contare, a un certo punto della narrazione, è solo la presenza della figlia che dopo anni, ormai adolescente, si mette alla ricerca del padre.
Ma il padre è conoscibile? La ricerca del padre implica anche la ricerca delle origini e della propria identità che è mutevole, fluisce e non può coagularsi in verità, se non parziali. La figlia si ritrova davanti a un uomo fragile, un padre che dimentica, ricrea, rinuncia a indagare ma soprattutto omette. Il suo desiderio di capire come siano andate le cose tra i genitori è legittimo, vinta dalla convinzione che ci sia un nesso tra il sapere e l’amore, che ciò che lei è oggi dipenda in larga misura da ciò che sono stati loro ieri.
Ma quanto caos dischiude questa ricerca? Si può tollerare? Come non correre il rischio di esserne sopraffatti e, come allora, sparire? Ecco che la lingua soccorre questo tempo imperfetto che è il presente.
Il protagonista si pone in dialogo con la figlia in quella che chiamano la stanza delle parole, anche il primo sintagma di un futuro lessico familiare, ora inesistente.  È in quella sorta di zona franca, scevra da giudizi, recriminazioni, paure, pudori, violenze che i due cercano di incontrarsi e piano di accettare anche i vuoti che restano nel loro scambio. Uno spazio ove si può rallentare e cercare di trovare la giusta distanza che permetta d’ora in poi di far parte l’uno della vita dell’altro, di ridefinire dei ruoli all’interno di un sistema di gerarchie familiari che è imploso, di delineare nuove soggettività all’interno di relazioni che intanto includono altre persone, come ad esempio la compagna di lui e la figlia.
Il loro rito preserva dalla perdita di controllo, le azioni in questo spazio sono nette, pulite, spoglie, (non a caso il testo fa pensare a una restituzione drammaturgica), i gesti sono essenziali come a creare un’extra-quotidianità, una deviazione che un percorso irregolare come il loro sembra esigere. Grazie alla ripetizione di questo momento i due gestiscono le rispettive ansie e aspettative, nonché quello scambio di promesse, di ipoteche sul futuro che l’euforia e l’avidità dei primi incontri d’amore portano con sé. Solo attraverso il rito, le sue ripetizioni, è possibile il cambiamento, l’accettazione di questo (nuovo) potente legame.
Nella stanza delle parole la relazione archetipica tra padre e figlia recupera un carattere universale perché è il luogo dove allontanarsi dalla contingenza degli eventi e dalla loro forza centrifuga.

Vodka: Smirnoff
Ginger beer: Fever- Tree
Succo di lime · fettina di lime ·ghiaccio
Luogo: macchina
«Papà, mi dici della luce verde? Mamma ci ha provato, ma non ho capito niente»
«Cosa vuoi sapere?»
«Tutto, papà».

Il presente, concentrato nel lungo spazio dedicato ai dialoghi, sembra occupare più spazio del passato, ma è un’illusione. Come scrive Lispector in Água Viva: «Vivere questa vita è più un indiretto ricordarsi di lei che un viverla direttamente».
Non si otterranno risposte sul passato. Lo stesso movimento dei personaggi sembra accadere solo attraverso la forma, il congegno narrativo, le domande ossessive della figlia, la voce smarginata del padre. La prosa e la lingua, a tratti deformata, sgrammaticata, aderiscono al contenuto esprimendone lo straniamento. È come se il protagonista dovesse tradurre concetti dal suo mondo interiore e, non trovando all’esterno esattezza né corrispondenze semantiche, genera una sua lingua, riflessiva, costellata di parole che suonano nuove e che si ha immediatamente voglia di prendere in prestito per esprimere i propri stati d’animo. 

 VOCE: Nella testa hai solo sbucciature. Nella testa hai solo trucidature. Nella testa hai solo mancature. Solo troncature. Smangiucchiature, tramature, stancature, sbavature, sporcature, strozzature, smerigliature, annaspature, sgommature, abbandonature. Abbandonature.

La verità non si sa e sarebbe comunque insufficiente a ricostruire i fatti, a sanare un rapporto, a recuperare il tempo. L’esperienza di lettura lascia aperte riflessioni sul rapporto tra attendibilità, allucinazioni, autoinganni, inganni e forse solo questa condizione, questa fuga dalla matrice realistica, permette al protagonista di sopravvivere al dolore, a quei fallimenti posti in una sequenza sempre uguale. Tutto questo permane, («Il dolore non si esaurisce, a finire è la disperazione, basta allargarla con altra disperazione e miscelarla per sciogliercela dentro») ciò che cambia è la volontà di restare, di condividere un viaggio, di tenere insieme tutte le figure femminili, così presenti nella storia tanto da scandirne il ritmo, ora sdoppiate, ora alleate, ora innamorate, ora nemiche, salvifiche o vendicative, trasportate anche loro nel vortice del movimento ellittico nella testa del protagonista.
Il respiro e l’impianto narrativo ricordano allora più una nouvelle che un romanzo se si guarda alla Teoria della prosa di Ricardo Piglia: «Che tipo di relazione hanno il segreto e la forma nouvelle? Innanzitutto diremo che nella nouvelle agisce un segreto; non è necessario che nella narrazione si sia a conoscenza del contenuto di quel segreto, ciò che importa è la forma del segreto, il tipo di sottrazione dell’informazione che presuppone l’esistenza di uno spazio vuoto in una narrazione, ciò che potremmo chiamare il non narrato […] La nouvelle problematizza il sapere del narratore, il quale deve confrontarsi con una storia il cui funzionamento egli non capisce del tutto”.
Se la scrittura stessa tiene insieme tutti gli elementi, l’attitudine di quest’opera sembra quella di restituire un’esperienza conoscitiva che attraversa più la forma che il contenuto e, proprio attraversandone la forma con la lettura, si può tentare di capire almeno dove i personaggi e noi ci troviamo in questo momento. 

 

A cura di Maria Teresa Rovitto

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