Di Giulia Bocchio
Se questa rubrica fosse una serie tv, quello di oggi sarebbe uno spin off, perché l’ospite è sì un professionista del mondo editoriale, ma è un freelance e non è legato direttamente al funzionamento di una casa editrice né alla coerenza di una collana: Antonio Russo De Vivo.
Classe 1981, è uno di quegli editor a cui sappiamo dare una faccia e che da anni attraversa il sottobosco letterario e culturale italiano da una posizione laterale e attiva: ha co-diretto «Il Pickwick» dal 2012 al 2014, il lit-blog «CrapulaClub» dal 2014 al 2019, partecipando anche alla realizzazione del secondo numero della rivista cartacea «Guida42», dedicato al tema del cyborg; successivamente ha co-diretto «In Allarmata Radura» e, dal 2020, dirige la rivista «micorrize».
Nel dibattito contemporaneo sull’editing aleggia sempre una domanda un po’ paranoica e decisamente binaria: l’editor salva i libri o li addomestica? Personalmente credo nessuna delle due cose.
Nel confronto con Antonio Russo De Vivo, emerge però un’idea di editing ancora diversa da quella puramente correttiva o disciplinare, un’idea che passa dal dialogo, dal brainstorming e, soprattutto, dal piacere stesso della costruzione narrativa (in un’accezione quasi fisica).
E così, di riflesso, abbiamo parlato di ego, piacere creativo, Gen Z, scuole di scrittura, editoria “fast food”, classici percepiti come illeggibili e della domanda che continua a tornare, identica, nella testa di chi scrive: come si fa a farsi leggere davvero, quando sembra che in libreria ci siano sempre e solo gli altri?
G.B.: Antonio, bentrovato.
Da sempre penso che, quando si comincia a scrivere, esistano molte versioni possibili di una storia: se sei l’autore, tocca sceglierne una prima o poi, se sei l’editor la visione, forse, ha bisogno di essere altrettanto ampia, ovvero attraversare tutte le possibilità di un testo e portare alla luce quella che regge meglio alla prova della dimenticabilità. Anche se, dimenticabili, lo siamo tutti… È così per te?
A.R.D.V.: Confermo: un testo, potenzialmente, in ogni sua parte contiene una molteplicità di possibilità. Questa molteplicità va in buona parte affrontata in quella prima fase dell’editing che per me è il brainstorming. Mi confronto con l’autore/artista: cerco di capire chi è, il modo in cui dà sfogo al suo pensiero creativo. Qui si sviluppa un dialogo tra “creativi” — un editor deve saper pensare e saperlo fare velocemente — il cui fine è fare delle scelte e mappare la storia (in pratica: arrivare a un soggetto; definire i personaggi; creare una scaletta non troppo rigida). Circa la visione, mi limito a dire che un editor deve essere camaleontico, ovvero capace di immaginare in modo simile all’autore, così che il confronto sia un dialogo tra simili. Qualcuno si chiederà: un editor può talvolta invadere l’autore? La risposta è sì, ma il fine è che l’autore superi sé stesso, s-ragioni, attivi capacità dormienti, si diverta a sperimentare anche l’evasione da quell’idea di narrazione che vuole farsi manipolare, pestare, sballottare per flirtare con altre idee, per mutare. Un autore che in questa fase si esalta ed è felice è un autore che produrrà felicemente la sua o le sue (nel caso di racconti) storie. Il più grande segreto dietro le quinte dell’editing è il raggiungimento del piacere.
G.B.: Parafrasando: editare stanca?
A.R.D.V.: Qui la questione è pratica e individuale. Stanca solo nella misura in cui da freelance con partita IVA per far quadrare i conti devo lavorare al meglio di me con tanti clienti in contemporanea. Stanca, ma c’è anche un aumento del piacere perché la necessità economica impone di affrontare tanti progetti creativi (e io amo il “mestiere creativo”).

Qualche mese fa su Rivista Studio è uscito un curioso articolo sull’approccio della Gen Z a Cime tempestose, complice anche il nuovo adattamento di Emerald Fennell, molti lettori si sono avvicinati al romanzo per poi trovarlo “difficilissimo”. Al netto delle letture generazionali, se non si riesce più a leggere un classico la ‘colpa’ è anche di questa tendenza dell’editoria ad appiattire ed edulcorare tutto. Un testo un po’ più arzigogolato, strano e denso del solito, viene subito smembrato nelle sue parti. E quando questo non avviene, lo leggiamo in tre. O una casa editrice chiude. Secondo te non c’è, in questa estenuante richiesta di accessibilità, anche un’insana, subdola, strisciante forma di autodifesa? Testi più complessi mettono alla prova e – sorpresa! – rischi di percepirti un lettore meno smart di quello che credevi…
A.R.D.V.: Io non credo che oggi si sia persa la capacità di leggere solo perché non si è in grado di apprezzare un romanzo dell’Ottocento. Credo che i gusti cambino, che i desideri cambino, e banalmente basta rovesciare la situazione per rivalutare la Gen Z: secondo te non ci sono libri importanti che loro capiscono e noi no? Io mi sforzo, in casi simili, di ricordare che da sempre esiste una vecchia generazione che si crede superiore a una nuova generazione.
Per esperienza, trovo stimolante lavorare per autori giovani e spesso la dialettica maestro-allievo si rovescia. Io per approccio istintivo insegno, ma al contempo imparo da tutti i clienti, giovanissimi inclusi. Circa il discorso sull’appiattimento della produzione editoriale, è un problema di lunga data che da addetti ai lavori non risolveremo mai. Credo che dovremmo compiere azioni virtuose nel nostro piccolo, ma non credo nella possibilità di un circolo virtuoso.
I libri sono arte da fast food: devono piacere, e devono farlo muovendo una ampia eterogenea clientela che ha fretta, è sempre stanca, ha sempre tanto altro da fare.
G.B.: Grazia Cherchi, tra le prime editor freelance, sosteneva che l’editing richiedesse una certa dose di masochismo, un’abdicazione della propria personalità a favore di quella altrui, in un anonimato quasi sacro. Nell’intervista inaugurale di questa rubrica Alessandro Gazoia ha osservato lucidamente come il mondo sia pieno di autori vanitosi, ma anche di editor che, a bassa voce, rivendicano il proprio merito: «Sai, gli ho suggerito io di mettere pure il castigo, se no quello faceva solo il delitto e veniva fuori un romanzaccio». Il dietro le quinte di un romanzo non si racconta ma, ti chiedo, nel lavoro editoriale è più difficile addomesticare quel “masochismo” di cui parlava Cherchi o mettere davvero da parte l’ego?
A.R.D.V.: Stai ponendo questa domanda a un editor che con gli autori/artisti ci dialoga, ci fa brainstorming, collabora. E che ritiene importante lo scambio di idee. Dunque non sono d’accordo né con Cherchi né con Gazoia (ovviamente li stimo e avrei molto da imparare da loro).
Ho già detto che il dietro le quinte per me è il raggiungimento del piacere, tant’è che quando ne parliamo io o l’autore lo facciamo ridendo, perché ci siamo divertiti, e divertirsi non mi pare cosa da poco. Sono tutt’altro che serioso nel lavoro, anche perché poche cose sono esaltanti quanto creare/generare, e la felicità è produttiva. Mi pare lapalissiano che sia meglio lavorare con un bravo editor vanitoso, e non con un editor non eccelso, dimesso e umile. Lo stesso vale per gli autori.
G.B.: Pensi che le scuole di scrittura imborghesiscano gli autori?
A.R.D.V.: No, penso che siamo tutti borghesi, altrimenti non avremmo tempo per leggere e scrivere o per coltivare pazientemente un mestiere creativo.
G.B.: Vorrei concludere con una domanda che ritorna spesso nella testa di chi scrive (e nella casella di Poetarum): come faccio a farmi leggere e a pubblicare? A emergere in un mercato già saturo, aggiungo io. È il tema di sempre.
Una volta una persona ci ha scritto “Sì sì va bene, tanto in libreria ci sono sempre gli altri”. In qualche modo, anche se ingenua, è una frase che mi è rimasta impressa. Cosa rispondiamo…
A.R.D.V.: Fortuna e pubbliche relazioni come in tutti i mestieri. Dopo viene il merito, la qualità.
Però è importante non arrendersi, ma insistere. C’è chi dice che prima o poi pubblicano tutti. Io però punto sul merito, non amo perdermi in pubbliche relazioni forzate, e mi piace credere che un buon libro prima o poi viene scelto perché è un buon libro (succede, eh; chi sa scrivere pubblica sempre, per cui mi pare controproducente e frustrante e dispendioso indugiare nel pessimismo circa il sistema editoriale).
In copertina: artwork by Horacio Quiroz

