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Siro e il silenzio alla fine del mondo

Di Giuseppe Fiore

 

Siro si muove in un mondo distrutto, in mezzo a gente distrutta, che fuma tek, si deruba a vicenda, cerca ogni modo possibile di sopravvivere, in una totale assenza di leggi, di morale. Chi è Siro? Non lo sappiamo. Siro ha combattuto una guerra, una guerra distruttiva. Sapevano, prima di iniziarla, che sarebbe stata tale, che avrebbe distrutto tutto quello che c’era, eppure hanno deciso di immergersi nella distruzione.  Siro, però, rispetto a ciò che vediamo intorno a lui, ha una missione. Trovare Bordel. Chi è Bordel? Non lo sappiamo. Sappiamo che sono amici, c’è un legame che sopravvive in Siro, nonostante la distruzione intorno. 

«Non sapevamo più chi eravamo, per questo abbiamo fatto quello che abbiamo fatto, volevamo dare un nome provvisorio alla memoria, non essendocene più prova».

Un nome provvisorio alla memoria. Mentre si legge il romanzo si ha l’impressione che quel mondo, lo stesso in cui Siro vaga, potrebbe essere il nostro, eppure rimane la sensazione che ci sia qualcosa di fantastico, qualcosa che vada oltre la nostra realtà, anche se l’autore non ne dà prova, tutto potrebbe essere un sogno, una visione. Perché il mondo in cui vaga Siro è un mondo che ha provato a essere ricostruito, un mondo che si è ribellato ai canoni in cui imputridiva, per questo è il nostro, ma allo stesso tempo non lo è, perché noi stiamo imputridendo e siamo fermi lì. L’unico momento in cui ci sembra di conoscere Siro e Bordel è nelle parti in corsivo. Sono le parti del passato, dei flashback, che non danno molte coordinate temporali, se non l’essere collocate prima del mondo in fiamme. Lì, in quei pezzi, riconosciamo i ragazzi perché potremmo essere noi. Potrei essere Siro o Bordel, potresti esserlo tu, seduto al tavolino del bar, mentre fumi l’iquos e parli dei problemi della società. Sirio e Bordel sono stati bambini che giocavano insieme, poi studenti universitari e coinquilini, poi si sono innamorati, hanno parlato e discusso per ore, prima soli poi con Irina e, alla fine, si sono accorti di star imputridendo.


«Siro e Bordel vissero un lungo periodo di esitazione e sconcerto.
In città, come ovunque, non si parlava di altro che della guerra…». 


Non è quello che abbiamo vissuto tutti? Non è quella sensazione di attesa verso qualcosa che sta accadendo lontano da noi, ma che ci interessa in qualche modo. La guerra è un concetto, a tratti, così affascinante. Nella guerra, come movimento narrativo, ci si trova tutto, tutto quello che rappresenta l’uomo, da atti di estremo dolore, si passa ad atti di estremo coraggio o brutalità per arrivare anche ad atti di estrema felicità, momentanea, labile. Un movimento, quindi, in cui le caratteristiche umane sono in gioco tutte insieme e assumono valori diversi, la felicità può arrivare da un’azione che prima poteva sembrare banale, come il dolore da qualcosa che non ci saremmo mai aspettati di vedere, eppure la guerra rimane la disgrazia peggiore che possa capitare nella storia. Io come Siro e Bordel mi ci sono sentito, così vicino a pensare che non esiste altro modo di scuotere la storia se non quello di fare guerra, di ammazzare, di essere prepotente verso qualcun altro, diventando protagonista della storia. 

«Gli sembrò un’occasione formidabile per esprimere in un unico gesto disaffezione, disagio, il sentirsi sempre dei rifiutati senza posto nel mondo». 

 

 

I due amici sono dei rifiutati, ci si sono sempre sentiti e la guerra, questo scoppio che possiamo immaginare come il fungo atomico, dà loro la possibilità di essere qualcosa o, meglio, di credere in qualcosa e combattere per essa. In cosa crediamo? E in quale altra situazione, credere in qualcosa ci spingerebbe a dare l’anima perché in gioco c’è la nostra stessa vita? Eppure la guerra è la più grande disgrazia che può capitare e noi, dalle migliaia di testimonianze esistenti, lo sappiamo benissimo. Lo sa benissimo anche Jacopo Iannuzzi, autore di Siro (Mercurio Books) e come possiamo capirlo? La parte del romanzo scritta in prima persona, nel presente, quella in cui Siro vaga è la perfetta risposta alla disgrazia della guerra. Se Siro e Bordel si arruolano per qualcosa, per valere qualcosa e cambiare il mondo, il mondo che si crea dalle loro gesta è privo di umanità. La guerra svuota tutto, non crea le basi, che si parli di materie prime, di beni di consumo, di sentimenti, nel mondo post apocalittico di Siro, la guerra ha bruciato, distrutto. La speranza che brucia è la ricerca in cui Siro si impegna. Siro cerca Bordel. Siro cerca l’umanità in un mondo non fatto più da esseri umani, ma ogni descrizione, ogni dialogo, sembra avvenire con esseri diversi, che si possano definire demoni o tossici o zombie non ha importanza. Siro è umano, Bordel è disperso. La prima metà è un vagare nella distruzione. Se l’obiettivo di Siro era stare con Bordel, andare in guerra, cambiare le cose, ora è sopravvivere, cercare Bordel, il mondo ha perso di interesse perché tutti hanno fallito. Non ci interessa capire tra chi avviene la battaglia, chi ha vinto, chi ha perso o con chi si erano schierati i due amici, non ci importa nulla perché ciò che è sopravvissuto è il nulla.

Se c’è un’opera che mi è venuta in mente leggendo Siro è di certo Berserk (Miura,1990, Hakusensha). Non solo per il mondo distrutto, nero, in cui si respira dolore. Se Guts, infatti, è sopravvissuto ed è il sacrificio di Griffith, il suo migliore amico, Siro, a sua volta, finisce in questo mondo oscuro e visionario a causa di Bordel, della fiducia che ha verso di lui. C’è un momento, nella parte flashback, in cui i due sono sulla nave che li sta portando via. Leggono la sera un libro di poesie che Irina ha regalato loro prima di partire. Siro, durante quelle letture, pensa che Bordel capisca molto di più di quello che lui capisce sugli argomenti della poesia, proprio come prima, durante le conversazioni con Irina, era Bordel a prendere parola, a spiegare quel senso di vuoto che la guerra avrebbe portato via, mentre Siro era solo contento di potersi riconoscere in qualcosa o, in questo caso, in qualcuno. Così Siro finisce in quel mondo senza luce perché segue ciò in cui crede Bordel e, una volta da solo, cerca Bordel perché è l’unico modo che ha di leggere il mondo, attraverso i suoi occhi. Così il marchio che Guts porta con sé e che diventa la causa del richiamo di quei demoni che gli danno la caccia, è arrivato a causa della fiducia verso Griffith. Abbiamo due personaggi ambiziosi e due personaggi che, a causa di quest’ambizione, si disperdono e vagano in queste terre oscure senza una vera destinazione. Guts di certo lotta e aggredisce, Siro accetta con più passività, è disilluso, anche perché tutto quello in cui credeva si è rivelato essere fumo. Però, soprattutto nella prima parte, immaginare Siro con il polso bendato e uno spadone, girare tra questi edifici distrutti, lo ha reso più vivo, più vicino a me lettore, l’ho sentito reale. Quando arriva il momento, più o meno dopo la metà del libro, quando Siro trova Bordel, la tensione narrativa scema. Iannuzzi è bravissimo a eliminare ogni tipo di pathos o emozione, perché in quel mondo non possono esistere. Siro lo trova, Bordel gli fa lo sgambetto, gli chiede una sigaretta e i due fumano in silenzio. 

«Non facciamo scene. È come se tra di noi non fosse passata che mezza giornata». 

Si ritrovano e riprendono a girare insieme. Bordel, però, non ricorda, non ha memoria, ciò che erano i suoi ideali, ciò che lo ha spinto a fare quello che ha fatto, quella noia, quel mondo patinato e senza valori in cui stazionava è stato dimenticato, ora c’è questo mondo in cui nulla ha valore. 

«Ognuno gira in questa vita aggrappato a un’idea di perfezione di cui non vuole separarsi», mi dice Bordel la mattina dopo. «Ognuno cerca la propria vergine degli anfratti, il proprio splendore segreto, ma del mondo è rimasta solo l’allucinazione palese. Niente di nuovo in realtà». 

L’idea di perfezione è anche quella che Bordel aveva prima, nei flashback, l’idea a cui puntava, ora, però, tutto è solo un’allucinazione. Siro non dice nulla, ma non può credere a queste parole, la sua ricerca, spinta dal forte sentimento verso Bordel, non è solo un’allucinazione, è sua, brucia. Parlano dei TEOTWAWKI, entità della distruzione che la gente deve adorare per sperare che non distruggano più, che smettano di far cadere bombe, dice Siro. Torna in qualche modo Berserk, anche se queste entità sono più umane che altro, le bombe non le fanno cadere i demoni, ma rimane un mondo distrutto e, nonostante la distruzione, qualcosa da adorare va trovato, un demone di cui avere paura, un senso dietro tutto, sempre. Così Iannuzzi, costruendo questo mondo assurdo, arriva a parlare di noi, della nostra generazione, di quello che stiamo vivendo. Per il momento storico in cui siamo Siro sembra quasi una premonizione nera, ma non credo abbia questo intento. Siro e Bordel sono lo specchio di ciò che siamo oggi, di quanto l’immersione totale nelle notizie, nelle discussioni sia, in realtà, vana, priva di reale ambizione di cambiamento e, di conseguenza, quanto la disillusione verso tutto ci abbia fatto perdere qualcosa in cui credere. Siro crede ancora nell’amicizia, anche dopo le bombe, ma Bordel in cosa crede davvero? Poco prima del paragrafo finale dice: È solo un’altra ora sul pianeta Terra

 

 

Sono arrivato a chiedermi: è davvero così? Davvero è solo uno scorrere di tempo su questo pianeta e basta? Davvero ormai siamo questo come persone, siamo una generazione che fa passare il tempo, piena di diktat, di timer che continuano a scorrere, ma ormai non abbiamo nemmeno più paura di quello che potrebbe accadere allo scadere di questi, potrebbe non accadere nulla, potrebbe finire qualsiasi cosa. E arriviamo a questa parola: paura. La scrittura di Iannuzzi fa venir fuori lo sporco, sia fisico sia morale, il male, l’oscurità, la puzza, ma non la paura. La paura non c’è in Siro, nella sua ricerca, non c’è in Bordel che fa il gradasso anche davanti alla distruzione, non c’è in chi cerca solo un’ultima sigaretta o di fotterti tutto quello che hai. È un mondo distrutto e che va a fuoco, ma non fa paura. Possibile? Il nostro immaginario è così evoluto ormai da non aver paura della distruzione? Forse l’unica che ha paura è Irina quando i due ragazzi le dicono che vogliono partire, che vogliono arruolarsi, perché Irina forse crede ancora nella parola, in un cambiamento diverso da quello che deve passare per forza dalla distruzione. Non so se è solo una mia impressione, se la paura in realtà Iannuzzi l’ha mostrata e io non sono stato in grado di concepirla all’interno della narrazione. Anche l’ultima scena: «Ovunque saremo», commenta Bordel più calmo che mai, «ci siamo già stati». 

Più calmo che mai, alla fine. Qualche rigo prima ancora: Restiamo vicini, seduti nella quiete di quel raggio diffuso, in silenzio, a sentire le rondini che pigolano nel vento per l’ultima volta. 

È la fine di tutto. La fine del mondo. Eppure la distruzione totale è quiete, silenzio. Mi ha fatto pensare al momento in cui in Oppheneimer (Nolan, 2023, Universal) scoppia la bomba e c’è silenzio. Il rumore prodotto dallo scoppio più grande che ci possa essere sulla terra produce silenzio, un ossimoro bellissimo, che funziona nel film e funziona in queste ultime righe del romanzo di Iannuzzi. Perché il silenzio è legato alla pace, al giardino, mentre la paura al caos, alla guerra. Ma per un mondo che ormai è solo allucinazione, forse, questo tipo di ragionamento non ha più senso di esistere.     


In copertina e lungo il testo: Plinio Nomellini, La colonna di fumo, 1900, olio su tela, cm 130×121, Galleria d’Arte Moderna Ricci Oddi, Piacenza


 

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