Di Omar Suboh
«Le cose tornano, le cose si ripetono? Ma non diciamo sciocchezze, stracciamo questo velo d’apparenze, andiamo al punto. Niente si ripete: tutto è sempre qui e tutto sempre è e nulla scompare, e ogni cosa è compresenza, tutto è eterno. Intendeva i meccanismi della Storia, la Politica, la vita in comune tra gli uomini, “che è sempre guerra”».
Partiamo da un assunto teorico ineludibile: le armi e, di conseguenza, le guerre sono il grande lubrificante della Storia. Il nuovo romanzo di Vittorio Giacopini, Ogni altro tempo è Pace (Nutrimenti) vuole fare i conti con tutto ciò che muove la civiltà umana, e per farlo si affida a un carnaio di pensieri vorticosi, gli stessi che animano i suoi personaggi mentre si muovono in questa scacchiera spazio–temporale chiamata Mondo. Le voci che si sovrappongono sono quelle di Jacques Callot, incisore nella Francia funesta del Seicento, famoso incisore di corte, ufficiale del Re, vicino ai generali e notabili del suo tempo. Personaggio emblematico, durante la Guerra dei Trent’anni si rende conto del terrore della guerra, le sue incisioni ritraggono lo scempio in atto, mentre in precedenza esaltavano le virtù dei soldati in battaglia, ora di quello splendore non rimane più nulla: la guerra moderna si configura come pura sopraffazione verso i civili, e le scene mostrano impiccagioni, saccheggi, stupri, fattorie date alle fiamme, ogni cosa è riconducibile a un moto di violenza inarrestabile, perché «la guerra è una porcheria», «una recita oscena», e il sangue del nemico si confonde con il sangue di tutti e di ognuno, come nel presupposto antropologico che dà origine alla grande visione del filosofo Thomas Hobbes, la condizione umana è quella di «ogni uomo contro ogni altro uomo».

Il montaggio ebefrenico di Giacopini non si limita a stendere una cronaca spietata della Guerra dei Trent’anni come metafora del nostro presente, ma si proietta oltre, infatti si alternano i punti di vista di Callot, e del suo allievo Matthaus Merian, con la prospettiva di un professore, ex mercante d’arte che vive nel palazzo–città che chiama Togliattenstrasse. Siamo nel 2032, dopo il Grande Incidente ogni cosa appare cambiata, il Grande Raccordo Anulare non esiste più, «l’avevano cancellato», così assistiamo con gli occhi della mente del professore al cortocircuito del nostro presente, costituito dalla geometria sofisticata della guerra che si è fatta ibrida, e si muove su più piani contemporaneamente, il conflitto infatti è cognitivo, invade il cyberspazio trasforma le città attraverso architetture che rispondono a precise istanze repressive, così come anche il palazzo in cui si è arroccato somiglia più a una fortezza che a una dimora. Ma se i duplici piani narrativi che fanno da impalcatura al romanzo, ma potremmo dire anche triplici e quadruplici perché seguono le vicende di altri personaggi come il soldato Iacopo Iacopi, una sette che punta a sovvertire l’ordine chiamata degli Hacker Impagliatori, la hippie Cometa–Lucie reincarnazione e portatrice di ideali irrisi come il pacifismo – per cui l’unica guerra è giusta è quella contro la guerra stessa – ricalcata sulla figura della monaca Madeleine Bavent, e altri tra cui un commerciante di armi un po’ filosofo e un po’ artista. Il libro picaresco di Giacopini è guidato da un’ironia tipicamente postmoderna – torna alla mente il grande romanzo di David Mitchell, Cloud Atlas o L’atlante delle nuvole, come in Ogni altro tempo è Pace, il libro viaggia tra le epoche ma fa di più, immaginando dispoticamente un futuro prossimo dominato da enti non umani, fino alla fine tempi e al ritorno al principio, il tutto partendo dall’Ottocento, tra le isole del Pacifico, mentre ci orientiamo tra i diari di bordo tenuti da Adam Ewing (qui, sono i diari di Iacopo Iacopi e degli incisori Callot e Merian a fare da bussole nell’Europa devastata) –.
Se il passato e il futuro sono funzionali alla lettura del presente, come ci ricorda Enrico Terrinoni citando Joyce: «tutto è un fluire di eterno presente», e questo è lo spirito con cui dobbiamo addentrarci nel labirinto di immagini e pensieri del libro di Giacopini, dove una locanda diventa il simbolo del perpetuo fluire di tutte le cose, mentre cambia nome non cambia mai posizione – prima Osteria della Cometa, o ancora Del Cavallo Impagliato, per poi trasformarsi in albergo: l’Hotel Kometa –, i cambiamenti sono funzionali a conferire una unità di tempo e spazio anche se in epoche differenti, in un gioco di echi di rimandi che si compenetrano continuamente. Tornano alla mente due grandi romanzi della modernità, che hanno saputo intercettare lo spirito di un’epoca intera all’alba della Prima Guerra Mondiale e subito dopo, ovvero La montagna incantata di Thomas Mann e Berlin Alexanderplatz di Alfred Döblin, capaci di mostrare le conseguenze della guerra, le sue ripercussioni psichiche e materiali, attraverso un sapiente innesto di filosofia e letteratura, allo stesso modo in Ogni altro tempo è Pace i due piani si compenetrano per dare voce a un coro pulsante, martellante a volte, in una coazione a ripetere instancabile, che, un po’ alla maniera di Thomas Bernhard, dispiega tutto il suo potenziale eversivo ricordandoci che cosa è in grado di fare la letteratura: ovvero, sovvertire l’ordine costituito, scandagliarlo e provare a delineare un’alternativa attraverso l’avventura della conoscenza.
La lingua di Giacopini, così come nel precedente L’orizzonte degli eventi, rappresenta un mondo a tinte fosche, crepuscolari, eppure, anche quando ogni certezza sembra svanita, un’opaca speranza riaffiora, e questa può manifestarsi nella forma di una apparizione immaginifica di un caravanserraglio zigano, guidato da una banda di artisti vagabondi, gli Zingari delle stelle, gli stessi che vivono fuori da ogni norma sociale, perché ogni margine è eversivo in un tempo di onniconformismo, e gli Stati somigliano sempre più a dei leviatani di hobbesiana memoria, ma cosa rimarrà di tutto quanto alla fine: «Dietro agli zingari, all’Ape–Carro–Funebre, dietro ai ragazzi hacker (e, ovvio, alle api), quando la mesta processione ha scantonato lasciandosi alle spalle la geometria monotona e le avvilite certezze di viale Togliatti, ci siamo ritrovati ad attraversare una ghost–Town. Risonante l’eco dei nostri passi incerti, oltre il confine. Introibo ad altare Dei: eccoci, dunque, dentro una nuova dimensione, grama e difforme».
Vittorio Giacopini è nato a Roma nel 1961. Tra i suoi lavori di saggistica: Scrittori contro la politica (Bollati Boringhieri, 1999), premio Lo Straniero. Con Goffredo Fofi ha curato Prima e dopo il ’68, antologia dei Quaderni Piacentini (minimum fax, 2008). Tra i suoi i romanzi: Re in fuga(Mondadori, 2008), premio Comisso; La Mappa (il Saggiatore, 2015), premio Selezione Campiello, Roma (il Saggiatore, 2017) e L’orizzonte degli eventi (Mondadori, 2024).
In copertina: Ai art by leravolgare

