Con il lapis #12: Gabriele Gabbia, L’arresto

Con il lapis #12*
Gabriele Gabbia, L’arresto
Prefazione di Giancarlo Pontiggia
Postfazione di Flavio Ermini
L’arcolaio 2020

 

*Con il lapis raccoglie brevi annotazioni a margine su volumi di versi e invita alla lettura dell’intera raccolta a partire da un componimento individuato come particolarmente significativo.

 

A FONDO INFISSA

Muri scontrosi in Contrada Santa Croce avanzano
– adornano diafano un viso – tra scaglie residue
d’un tempo rimasto e ciò che del tempo tuo
ti rimane e l’immensa corona di spine
ogni giorno piú a fondo infissa
nel cranio d’avorio e d’aria
che t’è toccato in vita.

La professione di fede nella poesia speculativa è rinnovata da Gabriele Gabbia nella raccolta L’arresto. Segnali e indizi sono distribuiti con procedere preciso, eppure consapevole della continua perdita, dell’inevitabile deprivazione, tra versi in esergo e componimenti che condensano, distillano, schiudono alla vista e alla contemplazione quel tutto essere-per-la-fine, manifestato dal titolo innanzitutto, in seguito dai versi di Mario Benedetti riportati al principio della raccolta, poi, nel corso della raccolta stessa, dai versi che tendono, aggettano, si lanciano reciprocamente echi, richiami, sguardi, soffi, «un rintocco languido» (p. 28).
La fine non sfocia nel mutismo, quanto piuttosto in una inusuale libertà: «tu sei libera», leggiamo in L’arresto. Nella stessa poesia che dà il titolo alla raccolta, i versi del poeta tedesco Ernst Meister (1911-1979) che alla sua poesia diede, con salda inattualità, l’impronta della speculazione filosofica, forniscono una ulteriore chiave di accesso alla poesia di Gabriele Gabbia: «[…] Si serra/ a me e a te la fine […]».
In A fondo infissa la poesia speculativa assume le sembianze di poesia visiva e si palesa come un trapezio rovesciato, con la base maggiore in alto e la base minore in basso, affonda come un cuneo giú, verso l’onnipresente caduta.
La discesa è continua, ogni verso-gradino si lega all’altro con un enjambement, ma è il rintuzzare dei suoni – «scontrosi in Contrada», «cranio d’avorio e d’aria» – e l’urto, sovente in ossimoro, dei termini – «avanzano», «adornano», «residue», «immensa», «infissa», «tempo rimasto», «t’è toccato», «vita», a indurre alla sosta, alla meditazione, alla rivelazione della «tragicità del vero».
Alla consapevolezza della pervasiva caducità i poeti barocchi tedeschi contrapponevano l’invito a «cogliere l’attimo», a gustarlo, a possederlo. Gabriele Gabbia affianca alla constatazione della caducità l’invito ad acuire lo sguardo, a guardare in volto ciò che si presenta «al cospetto degli occhi», a contemplare la bellezza (p. 21). Questa, tuttavia, non si coglie, non si stringe, non si possiede. Scriverne, prima di «andare via,/ via per sempre» (Dario Bellezza citato all’inizio del volume) è un impegno, una assunzione di responsabilità, una professione di fede, ancora, nel gesto poetico.

© Anna Maria Curci

 


Gabriele Gabbia è nato il 14 luglio dell’anno 1981 a Brescia, dove vive. Nel 2011 pubblica con L’editrice l’arcolaio La terra franata dei nomi, con prefazione di Mauro Germani. Sue poesie e interventi critici sono apparsi all’interno di riviste cartacee – fra le quali figurano «Anterem», «Farepoesia», «Il Segnale» e «Poesia» –,  nonché su antologie, blog e siti web.
L’arresto è il suo secondo libro di liriche; la poesia citata in apertura si può leggere a p. 18.

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