Il sabato tedesco #46: Achille Serrao

“Il sabato tedesco”, rubrica da me curata per Poetarum Silva, prende il nome da un racconto di Vittorio Sereni e si propone di raccogliere riflessioni, conversazioni, traduzioni intorno a testi letterari. La puntata di oggi è dedicata alla poesia plurilingue di Achille Serrao. (Anna Maria Curci)

 

Con arguzia e in più lingue dalla “periferia dell’impero”:
la poesia di Achille Serrao

Dalla ‘periferia dell’impero’, vale a dire da una zona eccentrica e distante dal potere che normalizza, attenua, controlla, arrivano, con una forza che perdura negli anni, i versi di Achille Serrao, sia quelli in italiano, sia quelli nel dialetto di Caivano, sia, ancora, quelli tradotti in francese o in spagnolo.
Essi traggono la loro ricchezza, pensosa e dissidente rispetto a direttrici principali e a linee guida, anche dal loro plurilinguismo.
La consuetudine alla pluralità di lingue e di culture proviene per Achille Serrao non solo dalle origini – Serrao nasce a Roma il 20 ottobre 1936, da genitori campani, il padre di Caivano, la madre di Napoli, rione Sanità – ma anche da scelte precoci, tra le quali annovero, oltre agli studi classici e al contatto con il latino e il greco antico studiati al Liceo Classico “Augusto” di Roma, la lettura di poeti francesi, a partire dai simbolisti, e spagnoli, a cominciare dalle grandi voci del primo Novecento.
È una consuetudine coltivata quotidianamente, nutrita negli anni e le cui tappe vanno via via ampliando e diversificando le modalità di avvicinamento e incontro. Già ripercorrerne alcune dà l’idea della vastità e della varietà: del 1971 è la traduzione di alcune sue poesie in francese e l’inclusione di queste nel volume Jeune Poésie Italienne (edizioni Jean Vodaine), a cura del poeta di lingua francese Arthur Praillet; la plaquette bilingue Il nesso/La connexion (trad. di Arthur Praillet) è pubblicata nel 1973 dalla rivista franco-italiana «Origine», diretta da Franco Prete e Arthur Praillet e della cui redazione Serrao entra a far parte nel 1975; all’inizio degli anni Ottanta sue poesie vengono tradotte in serbo-croato, olandese e spagnolo (a queste lingue si aggiungeranno, negli anni, l’inglese e il rumeno); nel 1985 esce negli Stati Uniti per Gradiva Publications la versione inglese del romanzo breve Cammeo del 1981, con una nota introduttiva di Mario Luzi; negli anni 1997 (a Winston Salem, in North Carolina) e 1998 (a Chicago) Serrao prende parte ai convegni di italianistica dell’AAIS, American Association of Italian Studies; nel 1999 esce Cantalèsia (Cantico), edizione inglese di tutte la sua opera dialettale, così come l’edizione trilingue (dialetto-italiano-inglese) dell’antologia di poesia dialettale Via Terra, a cura di Serrao, Bonaffini e Justin Vitiello; nel 2002 progetta una antologia trilingue della poesia napoletana dal ‘500 al ‘900; nel 2005 esce Il pane e la rosa. Antologia della poesia napoletana dal 1500 al 2000 con le Edizioni Cofine e nello stesso anno, per Legas, esce la versione inglese, The Bread and the Rose, a cura di Luigi Bonaffini; nel volume IV (Spring 2009) della rivista «Journal of Italian Translation», diretta da Luigi Bonaffini, appare la traduzione, ad opera di Achille Serrao (che già aveva tradotto nel suo dialetto alcuni Carmina di Catullo, sonetti di Belli, testi di Vicente Aleixandre e sonetti di Shakespeare), di tre sonetti di Giuseppe Gioachino Belli dal dialetto romanesco al dialetto di Caivano; a distanza di pochi mesi dalla sua morte, avvenuta il 19 ottobre 2012, esce nel 2013, per le Edizioni Cofine La soglia/El umbral/The Threshold.
Dalla breve carrellata emerge una serie pluriennale di incontri di un poeta e critico, viaggiatore tra lingue nazionali e varietà dialettali, che porta dispacci arguti da quella che, in senso anche politico, ho voluto chiamare ‘la periferia dell’Impero’.
È proprio riprendendo la lettura di alcune poesie di Achille Serrao, già a partire dalla fine degli anni Sessanta, che poetica ed espressione, già sapiente e controllata, frutto di letture che spaziano subito oltre canoni e confini, hanno dischiuso ai miei occhi la vicinanza con un’altra voce, originale e purtroppo ancora troppo poco nota, dalla ‘periferia dell’impero’: Oskar Pastior, nato anche lui, come Achille Serrao, il 20 ottobre, ma nove anni prima rispetto al poeta italiano, nel 1927, a Sibius. Pastior faceva parte di una minoranza di lingua tedesca in Romania. Anche l’esistenza – e l’opera – di Pastior, come l’esistenza e l’opera di Achille Serrao, è attraversata, illuminata dal plurilinguismo. Pastior che nel 1968, a partire da un soggiorno nella Repubblica Federale Tedesca, decise di non far più ritorno in Romania, visse prima a Monaco di Baviera, poi a Berlino. Fece parte, come Georges Perec e Italo Calvino, dell’OuLiPo, Ouvroir de Littérature Potentielle, fondato nel 1960 da Raymond Queneau e François Le Lionnais. Nel 1981 Oskar Pastior soggiornò a Roma, all’Accademia Tedesca di Villa Massimo, come vincitore della borsa di studio assegnata annualmente ai migliori artisti della RFT.
Non abbiamo a disposizione notizie circa un incontro, magari proprio a Roma, di Pastior con Serrao. Tuttavia è attraverso le consonanze di due loro componimenti, rappresentativi, entrambi, per gesto poetico, intenzioni e resa, della loro scrittura, che vorrei, per un giorno, farli incontrare. Sono infatti, per usare le parole alle quali Angelo Ricciardi ricorse nella prefazione a Coordinata polare di Achille Serrao nel 1968, emblematiche della «portata illuministica e corrosiva» del loro discorso, cifra di quel coraggio nell’espressione che quasi arriva a scartavetrare la parola, per liberarla dalle fumose e rassicuranti appartenenze a gruppi, antichi e nuovi. I dispacci che, con Pastior e Serrao, giungono dalla ‘periferia dell’impero’, hanno attraversato luoghi ospitali, in piccola parte, e aspri, in prevalenza, e scardinano le sicurezze, anche sintattiche, per far volgere lo sguardo al crollo taciuto, al degrado mascherato dall’impero. È una «resa dei conti», come entrambi i poeti ribadiscono nei due componimenti qui scelti: Di schiena di Achille Serrao (da Coordinata polare del 1968) e Resa dei conti di Oskar Pastior (Abrechnung, dalla raccolta Offne Worte. Gedichte, pubblicata dalla casa editrice Literaturverlag, Bucarest 1964), che propongo qui nella mia traduzione.

DI SCHIENA

Alla resa dei conti
non c’era di che starsene tranquilli.
Dentro una presa di tabacco in fiamme
abracadabra spendi, Sanguineti
οἱ ἀποιχόμενοι riducono stagioni
e per compenso arcano: scialle – 1
(prossimo alla intenzione infinitesima)
cintura – 4, qualche bicicletta
– Palazzeschi impazziva –

Dell’aspra relazione per me cerco
urne e schermi in specie un pari-passe
(roulette, probabilistico
tu, che mi convincevi alla poetica
dotta significante, Sanguineti)

Alla resa dei conti
visto di schiena scampi da pericolo;
imperizia o riflessi del discoide.

(da: Achille Serrao, L’opera poetica 1968-1979. Prefazione di Luca Benassi, Edizioni Cofine 2019, p. 25)

*

RESA DEI CONTI

La statua della vaghezza si nutre di paradossi salmistrati.
Gli addetti al sipario della parola lo calano sul banchetto della vergogna
nel quale sono beoni a fare da magnaccia.

Non meno pericolosi sono i
gigolò della logica apparente, i
giocolieri delle antinomie irreali, gli
intercettatori del tempo nel costume della perfezione.

L’utilità di versi si dimostra al di fuori dei versi,
nelle cose,
quando diventano più utili.
Così la loro bellezza, quando le persone usano i versi
per diventare migliori.

(da: Oskar Pastior, Offne Worte (Auswahl), oggi in: Oskar Pastior, »… sage, du habest es rauschen gehört«, Carl Hanser Verlag 2006, p. 89; trad. di Anna Maria Curci)

La resa dei conti è anche con la responsabilità della parola, nella sua «aspra relazione» con il vero; la resa dei conti è con «l’utilità di versi» dimostrata al di fuori di versi, la resa dei conti è con la «vaghezza», nella tensione tra «paradossi salmistrati» a corte e residuo significativo, resistente alla banalizzazione imperante. Messaggi dalla ‘periferia dell’impero’ che giungono nitidi, non a dispetto, bensì in forza di un plurilinguismo vissuto e coltivato, anche quando esso sfilaccia o addirittura scuote tutte le certezze, ovvero le versioni ufficiali falsamente rassicuranti.

© Anna Maria Curci

 


Achille Serrao (Roma 1936-2012), poeta, scrittore e critico, è stato direttore fino al 2012 della rivista «Periferie» e del Centro di Documentazione della poesia dialettale “Vincenzo Scarpellino”. Ha pubblicato vari libri di poesia, in italiano e in dialetto, tra i quali: Una pesca animosa (1966; 2018), Coordinata polare (1968), Lista d’attesa (1979), L’altrove il senso (1987), Mal’aria (1990), ’A canniatura (1993), Semmènta vèrde (1996), Cantalèsia (1999). È autore dei libri di narrativa: Sacro e profano (1976), Scene dei guasti (1978), Cammeo (1981), Cartigli (1989), Retropalco (1995) e di saggistica (su Luzi e Caproni), Via Terra. Antologia della poesia dialettale (1992), Presunto inverno. Poesia dialettale e dintorni degli anni novanta (1999), Torino & Roma: poeti e autori “periferici” (2006), Poeti di Periferie (2009). Una raccolta degli scritti critici sulle sue opere e bibliografia completa dei testi e della critica è in Achille Serrao, poeta e narratore, a cura di Cosma Siani (Ed. Cofine, 2004). Post mortem sono stati pubblicati nel 2013 i libri: La soglia/El umbral/The Threshold (Ed. Cofine); Percorsi nella poesia di Achile Serrao, a cura di Luca Benassi; Per Achille Serrao, a cura di Vincenzo Luciani (Ed. Cofine).

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